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Cultura

“Le scarpe rotte” di Menda Vreto: un inno commovente e feroce al coraggio di chi ha costruito il proprio futuro dal nulla

“Siamo partiti con le scarpe rotte. Ma chi ha mai detto che per inseguire un sogno servissero scarpe nuove?” 🥾 ❤️ Vi invitiamo a leggere e riflettere su questa poesia meravigliosa e spietata di Menda Vreto. Un inno potentissimo al sacrificio, al lavoro duro e a tutti coloro che nella vita si sono dovuti costruire un futuro partendo da zero, senza che nessuno regalasse loro nulla. Nessun tappeto rosso, solo sudore, cadute e un coraggio da leoni. Leggi il testo integrale e la nostra riflessione: ti ritrovi in queste parole e in questo orgoglio fiero? Condividila con chi ha fatto tanta strada con le “scarpe rotte”! 👇 📖

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Scarpe rotte

Cultura – In un’epoca storica e sociale come la nostra, in cui troppo spesso il lamento sembra aver sostituito l’azione e in cui la pretesa del “tutto e subito” ha cancellato il sacro valore del sacrificio, ci sono parole che risuonano come un monito. Parole che tagliano l’aria con l’urgenza della verità e che ci costringono a voltarci indietro, a guardare da dove veniamo e, soprattutto, a chiederci di che pasta siamo realmente fatti. È questo l’effetto dirompente che si prova leggendo “Le scarpe rotte”, la splendida e intensa poesia scritta da Menda Vreto. Un componimento che non è solo letteratura, ma un vero e proprio inno universale alla resilienza umana, alla dignità del lavoro e al coraggio di chi ha dovuto strappare il proprio destino con le unghie e con i denti.

L’epopea silenziosa di chi parte senza niente

I versi di Menda Vreto raccontano un’epopea silenziosa e cruda. Raccontano la storia di chi ha varcato una frontiera, reale o metaforica che sia, portando con sé un bagaglio fatto solo di disperazione e speranza, avendo ai piedi, letteralmente o simbolicamente, delle scarpe consunte. La poesia smonta fin dai primi versi la retorica illusoria della “terra promessa”: non ci sono tappeti rossi ad attendere chi fugge o chi cerca un riscatto, non ci sono strade lastricate d’oro né porte spalancate. C’è solo una strada sterrata e difficile, e una sola, imperativa, necessità per sopravvivere: costruire. Costruire con il sudore, con le cadute, con l’umiliazione e con quei sacrifici silenziosi che nessuno vede, ma che lasciano cicatrici indelebili sull’anima.

“Le scarpe rotte” di Menda Vreto: il testo integrale

Siamo partiti con le scarpe rotte.

Ma chi ha mai detto
che per inseguire un sogno
servissero scarpe nuove?

Da dove si parte davvero?
Da una frontiera, da un porto,
o dal momento in cui la vita
diventa troppo stretta
per contenere ciò che desideriamo?

E dove si arriva?
In una terra promessa?
Davanti a porte spalancate,
a strade coperte d’oro?

No.

Non c’erano tappeti rossi.
Non c’erano soldi per terra.
C’era soltanto una strada.

E allora, cosa resta
quando nessuno ti aspetta?

Costruire.

Con le mani.
Con il sudore.
Con le cadute.
Con quei sacrifici che nessuno vede.

Quanti ostacoli può attraversare un uomo
prima di capire quanto è forte?

Quante volte deve cadere
prima di chiamarsi invincibile?

Abbiamo perso persone lungo il cammino.
Abbiamo perso giorni,
sogni, illusioni.

Ma non abbiamo perso il passo.

E forse diventare qualcuno
non significa arrivare più lontano degli altri.

Significa guardarsi indietro
e poter dire:

Non mi è stato regalato niente.
Eppure, eccomi qui.

Le scarpe sono ancora rotte.

Ma quanta strada hanno fatto?

E forse è proprio questa
la nostra vera ricchezza:

non avere avuto una strada facile,
ma aver trovato comunque
il coraggio di percorrerla.

Una fiera rivendicazione di orgoglio e appartenenza

Ciò che colpisce maggiormente nei versi della Vreto non è il dolore, ma il fiero e indomito orgoglio che ne scaturisce. Non c’è vittimismo in questa narrazione poetica, ma una potente e viscerale presa di coscienza. Arrivare a “diventare qualcuno” non è misurato dalla ricchezza accumulata o dal distacco preso dagli altri, ma dalla capacità di potersi guardare indietro, guardare le proprie mani callose e poter dire a voce alta: “Non mi è stato regalato niente”. In queste parole c’è tutta la dignità dell’essere umano.

Le scarpe rimangono rotte, consumate dai sassi della vita, dai fallimenti e dai lutti, ma diventano il trofeo più prezioso da esibire. Perché la vera ricchezza, ci insegna in chiusura Menda Vreto con una lezione di rara potenza, non è mai quella di aver trovato la strada spianata e facile. La vera, unica, inestimabile ricchezza è l’aver trovato dentro di sé, contro ogni pronostico e in mezzo all’indifferenza del mondo, il coraggio disperato e meraviglioso di percorrerla fino in fondo. Un messaggio che ciascuno di noi dovrebbe custodire gelosamente nel cuore.

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Cultura

La trascendenza della natura e della vita in Angela Kosta

La raccolta poetica di Angela Kosta “PERLA D’AMORE”, è rinata in Corea come una vera Perla d’Amore, grazie alla traduzione in coreano del Dott. Kang Byeong-Cheol.Con gioia profonda e sincera, mi congratulo per questo grande traguardo. Grazie alla maestria nella traduzione del Dott. Kang, ho potuto anch’io leggere con facilità le opere della poetessa di fama mondiale Angela Kosta. È evidente che la maggior parte delle poesie di Angela Kosta ha origine nella natura.

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Dott.ssa KOO MYONG-SOOK ,Angela Kosta

Dott.ssa KOO MYONG-SOOK
Poetessa, Dottoressa in Filosofia (Università di Bielefeld, Germania), Professoressa invitata all’Università Soka (Giappone), Professoressa visitatrice all’Università Waseda (Giappone). Attualmente è Professoressa emerita presso la Sookmyung Women’s University, Membro del Consiglio del Museo Nazionale della Letteratura della Corea, Direttrice del Centro Culturale di Seocho

Redazione-  La raccolta poetica di Angela Kosta “PERLA D’AMORE”, è rinata in Corea come una vera Perla d’Amore, grazie alla traduzione in coreano del Dott. Kang Byeong-Cheol.Con gioia profonda e sincera, mi congratulo per questo grande traguardo. Grazie alla maestria nella traduzione del Dott. Kang, ho potuto anch’io leggere con facilità le opere della poetessa di fama mondiale Angela Kosta. È evidente che la maggior parte delle poesie di Angela Kosta ha origine nella natura.
Le immagini di boschi, fiumi, brezza e stelle, non rimangono semplici paesaggi, ma si oscillano come simboli esistenziali. La stella, ad esempio, appare come una lampada che illumina la speranza trascendente. Attraverso la natura, la sua poesia esplora la solitudine fondamentale dell’essere umano, così come la solidarietà e le ragioni dell’esistenza.
Le sue opere esprimono anche la vitalità del ciclo della vita, nascita ed estinzione, vita e morte. In particolare, il suo linguaggio è intriso di una voce femminile che trasmette una forza vitale, dolce ma ben salda. Ella canta la volontà struggente di proteggere la vita fino in fondo, pur abbracciando la sofferenza umana. Non si tratta di una femminilità meramente sentimentale, ma di una forza che afferma l’esistenza fino all’estremo.
Infine, la sua poesia va oltre la semplice descrizione sensoriale e accoglie il mistero e la spiritualità, inducendo i lettori a riflettere sul significato fondamentale della vita. Le poesie di Angela Kosta non si fermano a una lirica sensoriale, ma si espandono in una dimensione spirituale. Attraverso la luce delle stelle consolano il dolore umano; nel fluire del fiume rivelano il ciclo della vita; nel respiro del bosco evocano il tempo e la memoria. Per il lettore, le sue opere non costituiscono una semplice “esperienza di lettura”, ma offrono un invito alla contemplazione meditativa. Per questo, la poesia di Kosta spesso risuona come preghiera, inno o meditazione.
Nella poesia “Un pezzo di pane”, ella canta la sopravvivenza e la condivisione. Il pane simboleggia l’unità minima della sopravvivenza e della vita quotidiana. Kosta considera il pane non come un semplice alimento, ma come il minimo indispensabile di amore e speranza, di cui sostiene l’esistenza. Attraverso il significato di “un pezzo di pane”, ella celebra la dignità, la sacralità e la trascendenza della vita rivelata nelle cose più piccole.
Leggendo “La vita”, questa non appare come una linea retta, ma come “flusso” e “ciclo”. La vita scorre come un fiume, incrociando luce e oscurità, speranza e disperazione. Kosta non vede la vita soltanto come sofferenza, ma ne sottolinea i cicli, le lezioni e le rivelazioni.
In “L’apoteosi di Beelzebub”, affronta la critica del desiderio e del male. Alla fine, la sua voce abbraccia la sofferenza e l’amore umano, la critica sociale e la riflessione spirituale, rivelandola come una vera poetessa universale.

“L’uomo si inginocchia davanti all’ombra creata da lui stesso, e invoca il nome di Beelzebub come fosse Dio.”

Con immagini così forti, ella denuncia il culto del potere e la corruzione del desiderio nella società moderna. Ma non si tratta di una semplice satira religiosa: si legge piuttosto come una favola moderna che invita al risveglio spirituale e alla resistenza etica. Il linguaggio di Kosta è conciso, ma ricco di immagini e simboli, di una profondità e ampiezza incalcolabili, pur offrendo sempre al lettore una fresca novità.

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Cultura

Hekuran Halili e l’ebbrezza eterna nel crepuscolo dell’anima: viaggio nella poesia che svela i segreti dell’uomo

“E che il tempo non partorisse più il mattino…!” ✨ 📖 Entriamo nel mondo poetico e tormentato dell’autore albanese Hekuran Halili attraverso la splendida recensione critica di Angela Kosta. Un viaggio letterario che attraversa il dramma della guerra, l’ebbrezza del desiderio e l’amore assoluto verso la sacralità delle Madri, capaci di sconfiggere il tempo. Leggi il nostro articolo per scoprire l’analisi e leggere la traduzione integrale di tre poesie meravigliose, che toccano le corde più intime dell’anima. 👇 ✒️

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Hekuran Halili

Tirana (Albania) – Ci sono poeti che si limitano a descrivere il mondo, e poeti che invece lo smontano, lo interiorizzano e ce lo restituiscono sotto forma di brivido. Il poeta albanese Hekuran Halili appartiene indiscutibilmente a questa seconda categoria. Nella profonda e toccante analisi letteraria curata dalla critica Angela Kosta (dal titolo emblematico: “L’ebbrezza eterna nel crepuscolo dell’anima”), emerge il ritratto di un autore capace di usare le parole come pennellate su una tela, trasportando il lettore in una dimensione sospesa tra il sogno, il dolore e la rivelazione mistica. Attraverso l’analisi di tre componimenti fondamentali (“Versi crepuscolari”, “Le Madri” e “Istante etereo”), Kosta ci guida nei meandri di una lirica potente, dove il microcosmo intimo dell’autore si fonde drammaticamente con il macrocosmo della Storia e dell’umanità.

“Versi crepuscolari”: l’illusione della pace e il dramma della Storia

Nella prima lirica analizzata da Angela Kosta, “Vargje të muzgëta” (Versi crepuscolari), Halili ci catapulta in un’atmosfera pittorica di straordinaria eleganza. Il crepuscolo non è solo il momento in cui il giorno cede il passo alla notte, ma diventa un protagonista vivo, sensuale e silenzioso. L’autore scrive: “Con la delicata svestizione del giorno dalla luce / arriva il Crepuscolo…”. Secondo Kosta, in questa fase di dissoluzione dei contorni, Halili ci ricorda dolorosamente la nostra condizione di esseri mortali e transitori. L’anima e l’aria vibrano all’unisono: “interiormente rimbombiamo come mare in tempesta”. È il rifugio di un uomo rannicchiato in se stesso, circondato dalla nebbia dei ricordi.

Ma improvvisamente, come fa notare la critica, la delicata metafora si spezza e diventa tragedia. Il crepuscolo perde la sua innocenza e si trasforma nel palcoscenico dei tradimenti umani: “Ma nel crepuscolo, hanno inizio tutte le infedeltà del mondo / nel crepuscolo si costruiscono tutti i cavalli di legno…”. Halili compie un salto magistrale: la sua malinconia personale diventa il lutto collettivo per la sua terra natale e per i popoli oppressi, trafitti dai pugnali delle guerre ingiuste, piangendo i morti “rimasti senza tomba”.

“Le Madri”: la sacralità della vita che sconfigge il tempo

Il secondo componimento, “Nënat” (Le Madri), cambia totalmente registro, elevandosi a preghiera universale. Halili accosta la figura materna alla terra fertile, ai “campi in fiore” e ai “campi di grano da cui si fa il pane”. Angela Kosta sottolinea come la menzione del pane non sia casuale: è l’alimento base per eccellenza, il simbolo della sopravvivenza e dell’amore assoluto.

Le madri di Halili sono entità sacre che non si limitano a partorire: “seminano la vita nei sogni / portano la vita sulla schiena / scaldano la vita con l’anima”. La ripetizione ossessiva e solenne della parola “vita” culmina nel verso definitivo: “fino all’eternità”. Per Halili, l’amore materno è l’unico vero ponte indistruttibile capace di collegare la miseria della vita terrena all’assoluto dell’immortalità.

“Istante Etereo”: la sospensione del tempo e l’ebbrezza del desiderio

L’analisi si chiude con “Çast eterik” (Istante etereo), una poesia breve ma dal fortissimo impatto visionario. Kosta evidenzia l’uso di allegorie sonore quasi primitive (“voci come strida di aironi”) che sembrano scendere dai “sette cieli”, ammantando la scena di un’aura mistica e inaccessibile. La tensione erotica e spirituale dell’autore verso questo mistero insondabile si traduce nel disperato desiderio di fermare il tempo, di perdersi in un’ebbrezza eterna. Il verso finale, “E che il tempo non partorisse più il mattino…!”, è un grido lacerante: il rifiuto di tornare alla banale realtà e al caos della vita quotidiana, scegliendo di restare prigionieri volontari della magia della notte.


EBBREZZA D’ETERNO NEL CREPUSCOLO DELL’ANIMA DI HEKURAN HALILI

VERSI CREPUSCOLARI

Con intreci di colori, fremiti d’ombre, /con silenzi crescenti, fioriture di desideri, /con lo spogliarsi vezzoso del giorno dalla luce, /arriva il Crepuscolo…”
con eleganza visiva l’autore Halili, ci trasporta in un’atmosfera quasi pittoresca.
Il crepuscolo non viene soltanto descritto, ma viene pure vissuto.
Diventando protagonista silenzioso vezzoso, sensuale, quasi umano nel “suo spogliarsi”, nel suo personificarsi, pur “spogliandosi del tutto”, mostrandoci tutto ciò accade realmente e metaforicamente, il crepuscolo si “veste” comunque, e ci accompagna, ci guida in ogni verso con gli “aspetti” che succedono nella nostra vita.

“Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo, /quando i sette colori si dissolvono diventando uno, /quando sulla Terra, tutto inizia a perdere i tratti, /mentre il brivido dell’aria, dell’anima ci ricorda che /su questa terra non ci saremo per sempre.”

Il crepuscolo scioglie i confini, fonde i colori, e in quel disfacimento si fa spazio alla coscienza della mortalità.
L’autore Halili fa si che l’aria e l’anima vibrassero insieme: l’esterno e l’interiore si uniscono per ricordarci che siamo solamente temporanei in questa vita terrena.

“Perciò ci accendiamo e ci illuminiamo da dentro, /dentro eccheggiamo come il mare nella tempesta, /mentre il crepuscolo ci avvolge come un recinto senza uscita /con cerchi d’ombre, stringimenti di desideri…”

In questi versi il lettore concepisce subito la reazione umana dell’autore, il quale ci indirizza verso quella in generale, con la consapevolezza del raggiungimento dello stato luminoso interiore.
“Il mare in tempesta” trasmette l’intensità del sentire oltre lo spazio illimitato, mentre il crepuscolo diventa un recinto, un luogo chiuso di ombre, quasi una prigione di emozioni e desideri.

“Io le pieghe dei suoi lembi attendo/
e faccio un abito crepuscolare/ sciogliendomi in esso…”

Qui Halili si fonde con il crepuscolo: lo indossa, lo attende come si attende un amante.
In questi versi, l’abito crepuscolare non è solo una metafora estetica, ma un desiderio di trasformarsi in qualcosa di magico, e perché no, sperando nel suo cambiamento totale, scomparendo dove può trovare inquietudine.

“…io in un angolo irraggiungibile /ranicchiato dentro me stesso mi trovo /tra suoli d’ombre, nebbie di ricordi…”

Scivolando nella solitudine. Ranicchiato, al crepuscolo (vita – esistenza tetra), l’autore trova il suo rifugio isolato con la sua malinconia e i suoi rimpianti, annebbiati nell’oblio.

“tu mi risvegli tutte le tristezze, tutti i tormenti,
tutte le anime dei miei soppressi anche,
nel tuo velame d’argento
la mia terra natale vedo…”

Qui il tono dell’autore Halili si fa più potente e grave. Il crepuscolo è il momento in cui ritornano i fantasmi del passato non solo dell’autore, ma delle ingiustizie ovunque e dei morti “senza lapidi”. La terra natale “che corre folle” tra i secoli è il verso centeale di tutta questa poesia direi: è il ritratto di un popolo intero che soffre senza tregua.

“Ma al crepuscolo, iniziano tutti i tradimenti del mondo… /…si conficcano nei popoli, /
che si conficcano nei corpi…”

Nonostante ciò, ruotando in esso, Halili ci ferms sul punto di rottura, proprio da dove ciò inizia:
dal scenario del crepuscolo che si prepara con l’ombra della violenza, assumendo tradimenti, inganni e guerre. Ciò lo finalizzano i mitici “cavalli di legno” (Troia), purché parlano del presente.

“…le passioni prendono fuoco /crescono e afferrano proporzioni cosmiche, /perché la Terra non le contiene più.

I versi diventano culmine emotivo e cosmico. Il crepuscolo, che era silenzio e dissoluzione, ora esplode ininterrotamente, perché tutta la poesia di Halili è densa, stratificata, lirica che alterna momenti di dolcezza a punte drammatiche, legando il vissuto personale al destino di chiunque altro.

LE MADRI

“Le madri, /come i campi di fiori, /come i campi di grano, /ai quali si fa il pane,
e sorridono le labbra…
è un’apertura che introduce subito la figura centrale: quella della madre. Paragonandola con “i campi di fiori” e “i campi di grano”, in cui appare la fertilità, la bellezza e l’abbondanza, Halili descrivee la madre in modo che verrebbe vista come terra che dona, nutre e accoglie. Il riferimento al pane, (alimento base e universale) rinforza l’essenza di questo concetto. Le madri, come i campi, non solo sostengono la vita, ma la rendono anche più dolce, come indicato nel verso finale con “sorridono le labbra”.

“Le madri, coloro divine /che la vita seminano nei sogni, /la vita concepiscono con gli occhi,
la vita in grembo crescono, /la vita sulle spalle portano, /la vita scaldono con l’anima, /alla vita danno vita, /fino all’eternità…

Halili chiude la poesia con un’esclamazione sospesa, quasi un sospiro. Egli non aggiunge altro, perché ha già detto tutto riguardo a queste figure divine, figure quasi sacre, insostituibili, anche se sa benissimo che non basterebbero milioni di versi a esprimere verso essi, la sua madre anche, la nostalgia, la gratitudine: (ah, le madri…! )

La poesia: “Attimo Eterico”, breve ma intensa e visionaria, (lo stesso il titolo), Halili lo presenta come un momento sospeso tra cielo e terra, permeato da mistero e desiderio. Egli si muove e ondeggia su un piano e uno spazio profondamente incantevole, cosicché il lettore è incapace a staccarsi dalla lettura e della visione che essa porta e comporta.

“Con voci come le grida degli aironi mi parla”, Halili porta al lettore metafore e allegorie sonore dominanti direi: le grida degli aironi sono la comunicazione primordiale, che purché aspra e distante, richiama qualcosa di sacro o ultraterreno. Tale voce non consola, ma scuote.

“Come se scendesse dai sette cieli”

Poiché l’origine di questa voce sembra divina. I “sette cieli” rimandano a un’immagine cosmica, mistica, che potenzia la sacralità dell’attimo evocato.

Nel verso:
“Misteriosamente con il velo del silenzio ti avvolgi…”

Il silenzio è visto come un velo, qualcosa che nasconde ma anche protegge. L’attimo si presenta come un’entità enigmatica, femminile, e inafferrabile come: “La più invincibile fortezza”

Perché è in ciò che il silenzio dell’autore si trasforma: in una fortezza, rimanendo per l’ennesima volta distante, isolato senza dare impossibilità di accesso a nessuno. Halili non nega il potere però, perché non ci presenta un semplice momento, ma una condizione che domina sul dominio del silenzio.

“Quanto vorrei l’ingresso segreto trovarlo / per conquistare il silenzio – fortezza”

In egli c’è un desiderio profondo di superare questa barriera; in ricerca dell’assoluto o della verità nascosta, lui si rifugia di nuovo in un’intimità che sfugge.

“Insieme poter avvolgersi nel velo dell’ebbrezza / al calar della sera, che desideri ardenti accende…”

Avvolto nel silenzio, una volta penetrato a 360° gradi, per l’autore ciò diventa ebbrezza. Il calar della sera è il momento propizio per l’abbandono ai sensi, al desiderio, e alla fusione.

“E il tempo non partorisse più il mattino!”

Questo verso è quasi struggente: si desidera un eterno presente, una sospensione del tempo, per prolungare quell’attimo di fusione e mistero, evitando il ritorno alla realtà, rappresentato dall arrivo del mattino.

 LE POESIE:

VERSI CREPUSCOLARI

Con intreci di colori, fremiti d’ombre,
con silenzi crescenti, fioriture di desideri,
con lo spogliarsi vezzoso del giorno dalla luce,
arriva il Crepuscolo…
Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo,
quando i sette colori si dissolvono diventando uno,
quando sulla Terra, tutto inizia a perdere i tratti,
mentre il brivido dell’aria, dell’anima
ci ricorda che
su questa terra non ci saremo per sempre.
Perciò ci accendiamo e ci illuminiamo da dentro, dentro eccheggiamo come il mare nella tempesta,
mentre il crepuscolo ci avvolge come un recinto senza uscita
con cerchi d’ombre, stringimenti di desideri…

Io le pieghe dei suoi lembi attendo,
e faccio un abito crepuscolare, sciogliendomi in esso,
giocare con le sue vicende gloriose
e la sua anima questa notte mi piacerebbe,
poiché al crepuscolo, tutto si fa al crepuscolo…

Al crepuscolo, mentre la trasformazione magica del mondo avviene silenziosamente,
io in un angolo irraggiungibile,
ranicchiato dentro me stesso mi trovo
tra suoli d’ombre, nebbie di ricordi,
mentre i sogni appesi a un chiodo bramoso,
il vento dei miei luoghi gli oscilla…
Crepuscolo, né buio colmo, né luce luminosa,
tu mi risvegli tutte le tristezze, tutti i tormenti,
tutte le anime dei miei soppressi anche,
nel tuo velame d’argento
la mia terra natale vedo,
che folle, tra i tempi e gli anni corre,
per tutte le ingiustizie del Mondo che le hanno fatto
per i suoi morti senza lapidi…
Ma al crepuscolo, iniziano tutti i tradimenti del mondo,
al crepuscolo si costruiscono tutti i cavalli di legno,
al crepuscolo si rimboccano le maniche, si afferrano le asce
che si conficcano nei popoli,
che si conficcano nei corpi…

Al crepuscolo, quando la luce si rabuia e la notte con silenzio seduce,
si accendono i desideri, le passioni prendono fuoco
crescono e afferrano proporzioni cosmiche,
perché la Terra non le contiene più.
Con la Luna e le stelle iniziano a scontrarsi,
appena arriva il mattino,
con bagliore fuoco gli dà…
Al crepuscolo, quante cose accadono al crepuscolo…

LE MADRI

Le madri,
come i campi di fiori,
come i campi di grano,
ai quali si fa il pane,
e sorridono le labbra…

Le madri, coloro,
divine,
che la vita seminano nei sogni,
la vita concepiscono con gli occhi,
la vita in grembo crescono,
la vita sulle spalle portano,
la vita scaldono con l’anima,
alla vita danno vita,
fino all’eternità…

Le madri,
la stessa vita,
i sogni stessi,
loro,
le migliori,
le più belle,
le più dolci…

Le madri,
ah, le madri…!

ATTIMO ETERICO…

Con voci come le grida degli aironi mi parla
come se scendesse dai sette cieli,
misteriosamente con il velo del silenzio ti avvolgi,
la più invicibile fortezza.

Quanto vorrei l’ingresso segreto trovarlo
per conquistare il silenzio – fortezza,
insieme poter avvolgersi nel velo dell’ebbrezza
al calar della sera, che desideri ardenti accende…
E il tempo non partorisse più il mattino!

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Hekuran Safet Halili è nato a Konispol. Dopo aver completato gli studi, ha intrapreso la professione di ingegnere delle costruzioni, lavorando in numerose città del Paese, senza mai abbandonare la sua più grande passione: la scrittura. Ha iniziato a pubblicare le proprie opere fin dai tempi del liceo.

La sua produzione letteraria comprende raccolte di poesie, un romanzo, fiabe, racconti, miti e leggende della tradizione della Çamëria.

La creatività di Hekuran Halili è stata inclusa in numerose antologie albanesi ed è stata apprezzata con diversi riconoscimenti. Alcune delle sue opere sono state tradotte in varie lingue straniere e insignite di premi internazionali.

Attualmente è impegnato nella pubblicazione di un volume di racconti in lingua italiana e di una nuova raccolta poetica. È Presidente del Club dei Creatori Ioniani di Saranda in Albania.

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Cultura

Alberto Raffaelli tra i protagonisti di “100 Libri d’Autore”: quando la cultura diventa incontro, passione e condivisione

Ci sono progetti che nascono intorno ai libri e progetti che, attraverso i libri, riescono a raccontare un’intera comunità culturale. “100 Libri d’Autore” appartiene a quella seconda categoria: un’iniziativa che pone al centro il libro, ma soprattutto le persone che lo scrivono, lo promuovono, lo raccontano e contribuiscono a farlo arrivare al pubblico.

In questo percorso trova spazio anche Alberto Raffaelli, figura ormai riconoscibile nel panorama della promozione culturale e letteraria contemporanea, la cui presenza all’interno del progetto assume un significato che va oltre la semplice partecipazione.

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Alberto Raffaelli

Redazione-  Ci sono progetti che nascono intorno ai libri e progetti che, attraverso i libri, riescono a raccontare un’intera comunità culturale. “100 Libri d’Autore” appartiene a quella seconda categoria: un’iniziativa che pone al centro il libro, ma soprattutto le persone che lo scrivono, lo promuovono, lo raccontano e contribuiscono a farlo arrivare al pubblico.

In questo percorso trova spazio anche Alberto Raffaelli, figura ormai riconoscibile nel panorama della promozione culturale e letteraria contemporanea, la cui presenza all’interno del progetto assume un significato che va oltre la semplice partecipazione.

Perché parlare di libri, oggi, significa inevitabilmente parlare di relazioni. Un autore può scrivere nella solitudine della propria stanza, ma il suo libro comincia davvero a vivere quando incontra un lettore, quando diventa argomento di una conversazione, quando viene presentato, condiviso, consigliato. È in questo passaggio, apparentemente semplice ma decisivo, che la promozione culturale acquista il suo valore più autentico.

“100 Libri d’Autore” si inserisce proprio in questa idea di cultura come spazio aperto, capace di mettere in comunicazione autori, opere e pubblico. Un mosaico composto da voci differenti, generi diversi, sensibilità e percorsi personali che trovano nel libro un comune denominatore.

E Alberto Raffaelli, in questo contesto, rappresenta una presenza particolarmente significativa.

La sua attività nel mondo della cultura e della letteratura si distingue infatti per una caratteristica precisa: la capacità di creare occasioni di incontro. Non soltanto presentare un libro, dunque, ma contribuire a costruire intorno al libro una relazione.

È una differenza sostanziale.

In un’epoca nella quale la comunicazione corre velocissima e spesso rischia di consumare ogni contenuto nel giro di poche ore, dedicare attenzione agli autori significa restituire profondità alla cultura. Significa ricordare che dietro ogni copertina c’è una persona, dietro ogni storia c’è un’esperienza e dietro ogni pubblicazione esiste un percorso fatto di lavoro, entusiasmo, dubbi, sacrifici e speranze.

La forza di iniziative come “100 Libri d’Autore” sta proprio nella possibilità di trasformare questa pluralità in un racconto collettivo.

E qui emerge anche il valore del lavoro di Alberto Raffaelli, che nel tempo ha saputo costruire una rete di attenzione intorno alla produzione letteraria, favorendo occasioni nelle quali gli autori possono raccontarsi e i lettori possono scoprire nuove voci.

Non è un compito secondario.

La letteratura contemporanea è infatti un universo estremamente vasto. Ogni anno vengono pubblicati moltissimi titoli e, accanto ai nomi già affermati, esiste una moltitudine di autori che merita ascolto. La vera sfida della promozione culturale consiste allora nel creare ponti: tra chi scrive e chi legge, tra chi ha già trovato il proprio pubblico e chi lo sta ancora cercando.

“100 Libri d’Autore” sembra muoversi proprio lungo questa direttrice: dare visibilità al libro come oggetto culturale, ma anche all’autore come protagonista di una storia personale e artistica.

La presenza di Raffaelli acquista così un valore ulteriore. Il suo percorso si lega a una concezione della cultura non elitaria, ma partecipata; una cultura che non pretende di essere distante dal pubblico, bensì sceglie di incontrarlo.

E forse è proprio questa la vera sfida del libro nel nostro tempo: non limitarsi a essere stampato, pubblicato e distribuito, ma riuscire a generare una conversazione.

Un libro che resta chiuso su uno scaffale è una promessa. Un libro che viene letto, discusso, raccontato e condiviso diventa invece esperienza.

In questo senso, “100 Libri d’Autore” può essere letto come un grande album della creatività contemporanea: cento finestre affacciate su altrettanti mondi, cento possibili viaggi, cento occasioni per ricordare che la letteratura non è una realtà immobile, ma un organismo vivo.

E dentro questo racconto Alberto Raffaelli non appare semplicemente come un nome tra gli altri. La sua presenza richiama quella figura, preziosa e spesso poco raccontata, di chi lavora affinché la cultura possa circolare.

Sono gli animatori culturali, i promotori, i divulgatori, gli organizzatori, coloro che scelgono di mettere tempo, energia e passione al servizio degli altri. Persone che spesso non sono protagoniste della pagina scritta, ma contribuiscono concretamente a far sì che quella pagina possa essere letta.

La cultura, del resto, ha bisogno anche di questo.

Ha bisogno di autori, certamente. Ha bisogno di editori, giornalisti, librai e lettori. Ma ha bisogno soprattutto di persone capaci di creare comunità intorno alle idee.

Alberto Raffaelli si colloca in questo spazio: quello della cultura vissuta come incontro, della letteratura intesa non soltanto come prodotto editoriale ma come occasione di relazione.

Ed è forse proprio questo il significato più bello di un progetto dedicato a cento libri d’autore.

Non contare semplicemente cento titoli.

Contare cento storie.

Cento voci.

Cento possibilità di entrare in un mondo diverso dal proprio.

Perché ogni libro, quando trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, smette di essere soltanto un libro.

Diventa un incontro.

E quando gli incontri diventano tanti, la letteratura torna a essere ciò che è sempre stata: una delle forme più straordinarie che abbiamo per conoscere gli altri e, qualche volta, per conoscere meglio anche noi stessi.

100 Libri D'Autore

ALBERTO RAFFAELLI E “100 LIBRI D’AUTORE”: QUANDO UN LIBRO DIVENTA UN INCONTRO

Dottor Raffaelli, il progetto “100 Libri d’Autore” mette al centro il libro e, attraverso di esso, gli autori. Che cosa rappresenta per Lei un’iniziativa di questo tipo?

Rappresenta innanzitutto un atto d’amore verso la cultura e verso chi, attraverso la scrittura, decide di raccontare qualcosa di sé e del mondo. Un libro non è mai soltanto un insieme di pagine: contiene tempo, emozioni, pensieri, esperienze. “100 Libri d’Autore” offre la possibilità di mettere in luce questa ricchezza e di creare un ponte tra chi scrive e chi legge. Credo che oggi ce ne sia particolarmente bisogno: abbiamo moltissime informazioni, ma abbiamo sempre più bisogno di storie capaci di lasciarci qualcosa.

Viviamo in un’epoca nella quale tutto corre velocemente. I libri, invece, chiedono tempo. È proprio questo il loro valore?

Assolutamente sì. Il libro ci insegna una cosa che la società contemporanea tende a farci dimenticare: il valore dell’attesa. Leggere significa fermarsi, ascoltare, entrare lentamente nella storia di qualcun altro. È quasi un gesto controcorrente. In un mondo fatto di messaggi brevi e immagini che scorrono continuamente, aprire un libro significa concedersi il privilegio della profondità. E penso che sia un privilegio di cui non dovremmo mai privarci.

Lei ha avuto modo di incontrare e conoscere molti autori. Che cosa cerca, prima ancora del valore letterario di un’opera, nella persona che la scrive?

Cerco l’autenticità. Un autore può avere una grande tecnica, ma se nelle sue parole non c’è qualcosa di vero, il lettore prima o poi lo percepisce. Mi interessa conoscere la persona che sta dietro al libro, capire da dove nasce una storia, quale emozione l’ha generata, quale domanda ha spinto qualcuno a mettersi davanti a una pagina bianca. Ogni autore porta con sé un viaggio e spesso quel viaggio è altrettanto interessante del libro che ha scritto.

“100 Libri d’Autore” può essere considerato anche un modo per valorizzare quegli scrittori che rischiano di rimanere ai margini di un mercato editoriale molto affollato?

Certamente. Oggi emergere non è semplice. Esistono tantissimi autori e tantissime pubblicazioni, e non sempre il talento riesce a trovare immediatamente lo spazio che merita. Per questo considero importante creare occasioni di visibilità e soprattutto di confronto. Un autore non dovrebbe sentirsi solo dopo aver pubblicato il proprio libro. Dovrebbe trovare una comunità, persone disposte ad ascoltarlo e lettori curiosi di scoprire la sua voce. La cultura cresce quando circola.

Se dovesse spiegare a un giovane che non legge perché dovrebbe aprire proprio un libro, quale sarebbe il Suo argomento più convincente?

Gli direi di non aprirlo per dovere, ma per curiosità. Un libro può portarti ovunque senza chiederti di acquistare un biglietto. Può farti vivere cento vite, conoscere persone che non incontrerai mai, attraversare epoche che non hai vissuto, entrare nella mente di qualcuno che magari vive dall’altra parte del mondo. E soprattutto può aiutarti a comprendere meglio te stesso. A volte cerchiamo risposte dappertutto e poi scopriamo che erano nascoste dentro una pagina.

Chiudiamo con una domanda più personale. Dopo tanti incontri con il mondo della cultura, che cosa vorrebbe rimanesse di un progetto come “100 Libri d’Autore”?

Vorrei rimanesse la memoria degli incontri. I libri sono importanti, naturalmente, ma lo sono anche le persone che quei libri li fanno vivere. Mi piacerebbe che “100 Libri d’Autore” fosse ricordato come un luogo ideale nel quale tante voci hanno avuto la possibilità di incontrarsi. Perché alla fine la cultura non è soltanto ciò che sappiamo: è ciò che riusciamo a condividere. E quando una storia passa da una persona all’altra, quando un libro riesce a emozionare qualcuno, allora quella storia ha già cominciato a vivere una seconda volta.

100 Libri D'Autore

Forse, alla fine, “100 Libri d’Autore” non è soltanto un progetto dedicato ai libri. È un viaggio dentro le parole, dentro le vite di chi scrive e dentro le emozioni di chi legge.

E in questo viaggio Alberto Raffaelli porta con sé una convinzione semplice, ma profondissima: ogni libro è una porta. Qualcuno la apre scrivendo, qualcun altro la attraversa leggendo. E dall’altra parte, quasi sempre, c’è un mondo che prima non conoscevamo.

Cento libri, allora, diventano cento possibilità di incontrarsi. Cento voci che chiedono di essere ascoltate, cento storie che cercano un cuore disposto ad accoglierle.

Perché la letteratura ha questo dono raro: riesce a fermare il tempo proprio mentre il tempo corre.

E quando una pagina riesce a emozionarci, a farci riflettere, a regalarci una domanda o persino a cambiarci lo sguardo sul mondo, allora quella pagina non è più soltanto carta e inchiostro.

È diventata memoria.

È diventata vita.

E, soprattutto, è diventata un incontro che continuerà a vivere anche dopo aver chiuso il libro.

Alberto Raffaelli

I nomi dei curatori sono Gioia Lomasti ed Emanuele Marcuccio…

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