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Paura per Vittorio Sgarbi: ricoverato d’urgenza in terapia intensiva al Gemelli

Ore di immensa, palpabile e profonda angoscia nel mondo della cultura, della politica e dell’arte italiana: Vittorio Sgarbi è stato ricoverato d’urgenza all’interno del Policlinico Gemelli di Roma. Secondo le ultimissime e gravissime indiscrezioni filtrate dagli ambienti ospedalieri, l’ex Sottosegretario e celebre saggista si troverebbe attualmente sotto stretto e costante monitoraggio medico nel delicatissimo reparto di Terapia Intensiva. Al momento vige il massimo riserbo e non sono previsti bollettini medici. Negli ultimi anni Sgarbi ha affrontato gravissimi problemi di salute, tra cui un cancro, gravi problemi al cuore e, la scorsa primavera, un lunghissimo ricovero per una grave depressione👇

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Vittorio Sgarbi

Roma – Il vulcanico, istrionico, inarrestabile e perennemente polemico mondo dell’arte, della cultura e della complessa politica italiana si è improvvisamente, drammaticamente e rumorosamente fermato col fiato sospeso nelle ultimissime e concitate ore. Una notizia gravissima, preoccupante e inaspettata ha infatti iniziato a rimbalzare freneticamente, gelidamente e incessantemente tra le principali redazioni giornalistiche nazionali, gettando un’ombra di profonda inquietudine e di grande apprensione sulle condizioni cliniche di uno dei personaggi più celebri, divisivi, amati e discussi dell’intero panorama intellettuale del nostro Paese. Il notissimo critico d’arte, saggista di successo ed ex controverso Sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, è stato infatti improvvisamente e urgentemente ricoverato all’interno della struttura ospedaliera capitolina del Policlinico Gemelli. Le pochissime, frammentarie e blindatissime indiscrezioni filtrate con grande fatica, prudenza e cautela dagli informatissimi ambienti sanitari dell’Irccs romano non lasciano purtroppo ben sperare, dipingendo un quadro clinico che appare immediatamente serio, severo e delicatissimo. Secondo quanto si apprende da fonti interne e confidenziali, infatti, l’illustre, geniale e fumantino paziente non si troverebbe in un normale e tranquillo reparto di degenza, ma sarebbe attualmente, strettamente e costantemente monitorato dai medici specialisti all’interno del delicato e vitale reparto di Terapia Intensiva. A rendere la situazione generale ancora più tesa, opaca e avvolta nel più totale, comprensibile e assoluto mistero, vi è inoltre la ferrea e categorica precisazione da parte dei rigidi vertici ospedalieri: al momento, per rispettare la delicatissima privacy medica, non sono previsti, programmati o attesi imminenti bollettini medici ufficiali sullo stato reale di salute dell’illustre ricoverato.

Il fantasma oscuro della depressione e i gravi problemi passati

Questo nuovo, improvviso e spaventoso ricovero d’urgenza nel cuore della Capitale non rappresenta purtroppo e tristemente un evento del tutto isolato, ma si inserisce in un quadro clinico e personale che, nel corso degli ultimissimi e travagliati anni, si è dimostrato essere estremamente severo, fragile e costantemente e dolorosamente in salita.
La formidabile, inscalfibile e apparentemente titanica tempra fisica e psicologica di Vittorio Sgarbi (sempre pronto alla battuta tagliente e all’invettiva televisiva urlata e irruenta) ha infatti dovuto fare amaramente i conti con nemici interiori e fisici spaventosi. Solo pochissimo tempo fa, durante la difficile e buia primavera del 2025, il celebre saggista era già stato costretto ad affrontare un durissimo, lunghissimo e drammatico ricovero di oltre un mese proprio nelle stanze e nei corridoi del medesimo Policlinico Gemelli. In quell’oscura, difficile e dolorosa occasione clinica, il critico aveva dovuto ingaggiare una lotta impari, devastante e silenziosa contro un nemico invisibile e spietato: una profonda, invalidante e acuta sindrome depressiva maggiore che lo aveva lentamente, inesorabilmente e progressivamente spinto verso lunghissimi e bui periodi di totale e asfissiante isolamento sociale. Questa durissima e oscura patologia dell’anima lo aveva addirittura, pericolosamente e fisicamente condotto verso una drastica, allarmante e marcata perdita di peso, culminata in un estremo e grave rifiuto psicologico di alimentarsi regolarmente. Ma il suo lunghissimo, faticoso e travagliato calvario medico affonda radici ben più lontane nel tempo: a fine 2015 era stato delicatamente operato e curato al cuore al Policlinico di Modena, mentre nel corso dell’anno 2021 aveva pubblicamente, orgogliosamente e faticosamente raccontato e spiegato di essere ufficialmente e fortunatamente guarito da un brutto e aggressivo tumore alla prostata, curato e debellato grazie alle cure dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma.

L’ultima apparizione pubblica: il fisico provato e il video virale

A rendere ancora più drammatico, evidente e palpabile il lento, inesorabile e visibile declino fisico dell’intellettuale e critico d’arte, erano state le sue ultime, rarissime e sporadiche apparizioni pubbliche, che avevano letteralmente e comprensibilmente spezzato il cuore ai suoi tantissimi estimatori.
Lo scorso piovoso e freddo mese di febbraio, Sgarbi era infatti magicamente, faticosamente e coraggiosamente riapparso in pubblico per visitare la suggestiva e amata Certosa di Ferrara, luogo a lui storicamente caro. Accompagnato, protetto e sorretto passo dopo passo dall’inseparabile, silenziosa e fedelissima compagna di vita Sabrina Colle, il critico era apparso alle impietose telecamere visibilmente, tristemente e profondamente debilitato nel fisico, con un passo incerto, stanco, quasi trascinato, e un volto tirato, invecchiato e piuttosto provato dalle battaglie mediche. Il brevissimo, malinconico e crudo video di quella faticosissima passeggiata culturale, pubblicato tempestivamente su Instagram dal quotidiano locale ‘La Nuova Ferrara’, aveva fatto in pochissime ore il giro del web, venendo visto, commentato e condiviso oltre 4,6 milioni di volte. Un dato statistico letteralmente enorme, spaventoso e sintomatico dell’immenso, sincero e profondo affetto popolare che ancora circonda il personaggio (considerando che il profilo della testata è normalmente e fisiologicamente seguito da appena 57.600 follower). Un piccolo lampo di gioia mondana e di ripresa sociale era invece arrivato lo scorso luminoso 8 maggio, quando Sgarbi ha felicemente, orgogliosamente e pubblicamente festeggiato l’importante traguardo del 74esimo compleanno nella splendida cornice di Venezia, ricevuto formalmente, affettuosamente e con tutti gli onori del caso dal presidente della prestigiosa Biennale, Pietrangelo Buttafuoco.

Le battaglie legali in famiglia e l’assoluzione tanto attesa

Oltre alle devastanti, gravose e pesantissime sfide di natura prettamente clinica e psicologica, gli ultimissimi mesi di vita del noto critico d’arte sono stati purtroppo, inevitabilmente e pesantemente funestati e resi amari da intricatissime, dolorose e pubbliche vicende giudiziarie, sia di carattere strettamente e intimamente familiare che di natura squisitamente penale.
Sgarbi si è infatti ritrovato, suo malgrado e con enorme sofferenza, ad essere il principale e controverso centro di una furibonda, complessa e spinosa battaglia legale e giudiziaria, avviata inaspettatamente, freddamente e direttamente dalla figlia Evelina. Quest’ultima ha infatti recentemente, formalmente e clamorosamente presentato un’istanza ufficiale davanti ai giudici del tribunale civile di Roma, chiedendo a gran voce la nomina immediata e cautelare di un “amministratore di sostegno” per l’anziano padre. La pesante, gravissima e dolorosa tesi sostenuta legalmente dalla figlia è che Sgarbi non sia purtroppo e clinicamente più in grado, a causa del suo declino, di gestire autonomamente, lucidamente e patrimonialmente la propria persona e i propri vasti e complessi interessi. Un colpo durissimo, basso e doloroso sul fronte privato, che ha però paradossalmente e fortunatamente fatto da enorme e positivo contraltare a un’ottima, liberatoria e attesissima notizia arrivata sempre e recentemente dai rigidi tribunali: all’inizio di quest’anno, infatti, l’intellettuale ha potuto tirare un lunghissimo, felice e profondo sospiro di sollievo in merito alle sue pendenze penali. Si è infatti tanto (e finalmente) parlato e scritto di lui dopo la piena, totale e definitiva assoluzione con formula piena dall’infamante accusa di riciclaggio di opere d’arte, legata al noto, mediatico e spinosissimo caso del prezioso quadro ‘La cattura di San Pietro’ del pittore Rutilio Manetti, che lo aveva a lungo tormentato costringendolo alle dimissioni politiche. Ora, però, tutte queste complesse diatribe mondane, terrene e giudiziarie passano inesorabilmente, dolorosamente e immediatamente in primissimo piano di fronte alla battaglia più dura, importante e vitale che si sta combattendo in queste ore critiche e decisive nel reparto di terapia intensiva del Gemelli.

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Attualità

Ultim’ora Vaticano, Papa Leone annuncia l’operazione: “Ho un nodulo al polmone, mi ricovero al Gemelli”

Ultim’ora dal Vaticano: Papa Leone XIV ha annunciato a sorpresa durante l’Angelus che nei prossimi giorni sarà sottoposto a un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo circoscritto al polmone, individuato in fase precoce durante alcuni controlli di routine. Il portavoce della Santa Sede Matteo Bruni ha confermato che l’operazione si terrà nei primi giorni della prossima settimana al Policlinico Gemelli di Roma, con un ricovero previsto di circa sette giorni. Il mondo cattolico si stringe in preghiera attorno al Pontefice per una pronta guarigione.

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Papa Leone XIV

Città del Vaticano – Un annuncio inaspettato, pronunciato con voce serena ma capace di far calare un silenzio carico di apprensione e preghiera tra le decine di migliaia di fedeli radunati sotto il colonnato del Bernini. Al termine della tradizionale preghiera mariana dell’Angelus di questa mattina, domenica 11 ottobre 2026, Papa Leone XIV ha voluto condividere personalmente con il popolo cristiano e con il mondo intero una notizia delicatissima riguardante il proprio stato di salute. Affacciandosi dalla consueta finestra dello studio privato nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Pontefice ha rivelato di dover affrontare un intervento chirurgico nei primissimi giorni della prossima settimana per l’asportazione di un nodulo polmonare individuato nel corso di recenti controlli medici di routine. Una comunicazione diretta, trasparente e priva di allarmismi, che testimonia ancora una volta la volontà del Santo Padre di non nascondere le proprie umane fragilità al popolo di Dio.

Le parole del Pontefice alla finestra dell’Angelus

Il messaggio del Papa è arrivato come un fulmine a ciel sereno subito dopo la consueta catechesi domenicale. Con la consueta franchezza e con tono rassicurante, Leone XIV ha spiegato l’origine del percorso clinico: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato fortunatamente in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo con fiducia i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni», ha dichiarato il Pontefice, raccogliendo un caloroso e commosso applauso spontaneo da parte dei pellegrini presenti in Piazza San Pietro.

La nota ufficiale della Sala Stampa Vaticana e il ricovero al Gemelli

A pochi minuti dalla dichiarazione del Santo Padre, sono giunte le precisazioni ufficiali da parte della Santa Sede per chiarire il quadro logistico e ospedaliero dell’operazione. Rispondendo alle incalzanti domande dei vaticanisti accreditati, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha diramato una nota esplicativa: «In risposta alle domande dei giornalisti, posso precisare che l’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e che il tempo previsto per il ricovero post operatorio è di circa una settimana». L’intervento chirurgico, secondo quanto confermato dalle autorità sanitarie d’Oltretevere, sarà effettuato presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, lo storico nosocomio capitolino da sempre ribattezzato “il Vaticano Tre” per aver storicamente accolto i precedenti Pontefici nei momenti di malattia e degenza ospedaliera.

La diagnosi precoce e la catena di preghiera nel mondo

Dalle prime indicazioni filtrate dall’equipe medica che segue costantemente la salute del Papa, il dato più confortante risiede nella precocità dell’individuazione. Il nodulo polmonare, di natura circoscritta e non estesa, è stato intercettato durante esami diagnostici preventivi, consentendo agli specialisti di pianificare una procedura di resezione chirurgica mirata e a basso impatto invasivo. La decisione di operare tempestivamente risponde al principio di massima prudenza per evitare complicazioni future e consentire una rapida ripresa delle fitte attività pastorali del pontificato. Nelle diocesi di tutto il mondo, a partire dalla Chiesa italiana, si stanno già organizzando veglie di preghiera e momenti di raccoglimento spirituale per accompagnare il Santo Padre verso l’ingresso in sala operatoria, mentre giungono i messaggi di affetto e solidarietà da parte dei leader internazionali e delle massime cariche dello Stato italiano.

Il calendario degli impegni papali per la settimana

In conseguenza dell’imminente ricovero al Policlinico Gemelli, la Prefettura della Casa Pontificia ha provveduto a rimodulare il calendario delle udienze e delle celebrazioni pubbliche previste per i prossimi sette giorni. Salvo diverse indicazioni dell’equipe medica, l’Udienza Generale del mercoledì in Piazza San Pietro sarà temporaneamente sospesa, così come gli incontri bilaterali con delegazioni estere. Il Vaticano ha garantito che verranno diramati bollettini medici quotidiani a firma della direzione sanitaria del Gemelli per informare costantemente l’opinione pubblica sul decorso post-operatorio del Pontefice. L’intera cristianità si stringe attorno a Papa Leone XIV, confidando in una pronta e completa guarigione.

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Gaza, la storica Anna Foa a “L’Elefante”: “Ho accettato la parola genocidio davanti alla carestia indotta”

La celebre storica Anna Foa, ospite di Peter Gomez a “L’Elefante” su Rai 3, ha spiegato le ragioni del suo cambiamento di visione sul conflitto in Medio Oriente: “Ho esitato a lungo, ma ho accettato la parola genocidio di fronte alla carestia indotta e ai camion di aiuti bloccati alla frontiera mentre i bambini morivano di fame”. La studiosa ha condannato la barbarie del 7 ottobre ma ha ammonito contro l’uso del trauma per giustificare la distruzione di Gaza e le politiche del governo Netanyahu, analizzando la dolorosa crisi di coscienza che attraversa la società israeliana.

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Elefante Rai3

Roma – La riflessione storiografica ed etica irrompe nel dibattito televisivo con la forza inappellabile delle parole pesate con rigore e tormento interiore. Ospite della puntata de L’Elefante, la trasmissione di approfondimento giornalistico condotta da Peter Gomez su Rai 3 e RaiPlay, la professoressa Anna Foa, una delle più autorevoli e rispettate storiche dell’ebraismo e dell’età moderna a livello internazionale, ha rilasciato una testimonianza di straordinaria rilevanza morale in merito alla tragedia che sta consumando la Striscia di Gaza. Con l’onestà intellettuale che da sempre contraddistingue il suo percorso accademico, la studiosa ha spiegato come e perché sia giunta a superare le proprie iniziali reticenze lessicali, arrivando a definire ciò che sta accadendo ai civili palestinesi con un termine che per decenni è stato considerato il tabù assoluto del diritto e della memoria: «Ho esitato a lungo prima di usare la parola genocidio, ma mi sono convinta di fronte alla carestia indotta a Gaza. Vedere i rifornimenti umanitari fermi alla frontiera mentre bambini, donne e civili morivano letteralmente di fame mi ha mostrato la piena volontarietà di quanto stava accadendo».

Il trauma del 7 ottobre e il rifiuto di una giustificazione

Nel corso del suo lucido confronto con Peter Gomez, Anna Foa ha tracciato una linea di demarcazione netta tra il riconoscimento del dolore e la sua strumentalizzazione politica e militare. La storica non ha esitato a condannare con la massima fermezza i massacri perpetrati da Hamas: «Il 7 ottobre è stata una cosa terribile, un atto inflitto in modo barbaro e sanguinoso proprio con il preciso scopo di creare un trauma collettivo insanabile». Tuttavia, la studiosa ha lanciato un severissimo monito contro l’uso asimmetrico di quella ferita: «Oggi si rischia concretamente che quel trauma venga cinicamente utilizzato per giustificare decine di migliaia di morti a Gaza, la cacciata sistematica dei palestinesi dalla Cisgiordania e le continue guerre che il governo Netanyahu cerca costantemente di alimentare per la propria sopravvivenza».

Le pesanti responsabilità politiche di Benjamin Netanyahu

Sollecitata sulle dinamiche che hanno preceduto il collasso della sicurezza dello Stato ebraico, Anna Foa ha puntato direttamente il dito contro i vertici dell’esecutivo di Tel Aviv e, in particolare, contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. La storica ha osservato come il premier «non prestò sufficiente attenzione a Gaza» nei mesi antecedenti all’attacco, preferendo concentrare le risorse e l’esercito a protezione delle colonie in Cisgiordania. Esistevano segnali d’allarme, allarmi dell’intelligence e dossier dettagliati che il governo «non volle o non seppe cogliere per colpevole cecità strategica». Foa ha inoltre voluto ricordare al pubblico italiano come all’interno della stessa società israeliana, fin dai mesi immediatamente successivi alla tragedia, si siano levate con forza le voci dei cittadini e dei familiari degli ostaggi per chiedere l’istituzione di commissioni d’inchiesta indipendenti capaci di far piena luce sulle gravissime falle dell’apparato difensivo e sui ritardi ingiustificabili nelle operazioni di soccorso.

Il tabù della Shoah e il dramma dell’esercito di popolo

Il passaggio più intimo e lacerante dell’intervento di Anna Foa ha riguardato le profonde resistenze psicologiche e culturali che il termine “genocidio” continua a incontrare nel dibattito interno a Israele. «Per gli israeliani la parola genocidio richiama inevitabilmente e unicamente la Shoah, l’orrore delle camere a gas e lo sterminio sistematico del popolo ebraico in Europa. Nessuno studioso serio sta minimamente paragonando i campi di sterminio nazisti a ciò che è accaduto e accade a Gaza, ma questa sovrapposizione emotiva e storica rende ancora più difficile, doloroso e respingente affrontare il tema della responsabilità sul campo». A rendere il confronto pubblico ancora più divisivo è la natura stessa delle forze armate di Tel Aviv: «In Israele c’è una fortissima identificazione con le IDF, percepite storicamente come un vero e proprio “esercito di popolo”. Oggi moltissime famiglie si trovano di fronte all’atroce difficoltà morale di dover conciliare le devastazioni e i crimini commessi a Gaza con la consapevolezza che i propri figli, fratelli o mariti hanno prestato o prestano servizio militare in quelle stesse unità operative». Un cortocircuito etico che segnerà per generazioni la coscienza del Paese.

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Ucraina, Caracciolo a “L’Elefante”: “Putin e Trump cercano il compromesso, il prezzo è la testa di Zelensky”

Durissima analisi geopolitica di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ospite di Peter Gomez a “L’Elefante” su Rai 3. L’esperto ha rivelato che Donald Trump e Vladimir Putin starebbero convergendo verso un compromesso per porre fine alla guerra in Ucraina, ponendo come condizione preliminare la sostituzione del presidente Volodymyr Zelensky con una leadership più malleabile. Caracciolo ha inoltre lanciato un drammatico allarme sulla catastrofe demografica del Paese e ha denunciato l’indifferenza dell’Occidente di fronte al massacro in corso a Gaza.

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Gomez Elefante

Roma – Un’analisi lucida, spietata e priva di qualsiasi filtro retorico quella tracciata dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, intervenuto nel corso della puntata serale de L’Elefante, il format di approfondimento condotto da Peter Gomez su Rai 3 e RaiPlay. Al centro del dibattito televisivo, le prospettive reali e sotterranee del conflitto bellico che da anni insanguina l’Europa orientale. Secondo il massimo esperto italiano di geopolitica, le diplomazie delle due superpotenze mondiali starebbero muovendo pedine decisive per giungere a una svolta negoziale, ma i termini di questa trattativa rischiano di travolgere violentemente gli attuali vertici di Kiev. «Siamo all’inizio di una partita. Non è successo ancora nulla di decisivo, ma la tendenza tra americani e russi è quella di trovare un compromesso. E la condizione preliminare, sulla quale Putin e Trump sembrano convergere, è fare fuori Zelensky e sostituirlo con una leadership più morbida», ha sentenziato Caracciolo, delineando uno scenario diplomatico destinato a far discutere le cancellerie internazionali.

Il patto sul gasolio e il destino del presidente ucraino

Nel corso del suo articolato intervento, il direttore della prestigiosa rivista geopolitica ha collegato le recenti intese economiche alle dinamiche militari sul terreno. Caracciolo ha infatti sostenuto senza mezzi termini che il recente e discusso accordo internazionale sul gasolio rappresenterebbe a tutti gli effetti «il prezzo pagato da Putin per ottenere la testa di Zelensky». Un’affermazione pesantissima, che mette a nudo la natura transazionale delle relazioni tra grandi potenze. Mentre a Washington si continua a utilizzare questa leva commerciale ed energetica nel braccio di ferro con Mosca, la situazione interna ucraina precipita in una spirale di drammatica sofferenza: «Tante persone continuano a morire ogni giorno», ha ricordato Caracciolo, sottolineando il divario incolmabile tra le ciniche manovre della diplomazia globale e il tributo di sangue pagato dalla popolazione civile al fronte e nelle città bombardate.

La tragedia demografica: “In Ucraina ci sono sempre meno ucraini”

Il punto più cupo e realistico dell’analisi si è concentrato sul futuro a lungo termine del Paese aggredito. Caracciolo ha definito letteralmente «spettrale» il dibattito che continua a consumarsi nei salotti e nei parlamenti occidentali in merito all’invio di forniture militari. Secondo l’analista, la politica europea e atlantica si ostina a ignorare l’elefante nella stanza: la distruzione del tessuto umano della nazione. «La tragedia vera è che in Ucraina ci sono sempre meno ucraini. Quando guardiamo alle cose serie, cioè alla ricostruzione del Paese, dobbiamo sapere che oggi ce ne sono molto meno rispetto a prima della guerra. E ogni giorno che passa ce ne sono di meno». Tra i milioni di profughi fuggiti all’estero che difficilmente faranno ritorno, il crollo verticale della natalità e le decine di migliaia di giovani caduti in trincea, il vero rischio esistenziale per l’Ucraina non è soltanto la perdita di porzioni territoriali, ma la progressiva scomparsa della sua forza demografica vitale.

Il dramma di Gaza e l’ipocrisia dell’Occidente

Ampio spazio è stato dedicato anche al Medio Oriente, partendo dalla notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace alla sudafricana Navanethem Pillay, autorevole giudice della Corte penale internazionale. Caracciolo ha colto l’occasione per denunciare l’assuefazione e la colpevole distrazione dell’opinione pubblica occidentale: «Si riparla finalmente di Gaza. Tutto quanto è successo negli ultimi mesi a livello mediatico è servito purtroppo a coprire una guerra che continua senza sosta, un genocidio che continua sotto i nostri occhi. Anche noi siamo storicamente responsabili perché abbiamo perso di vista una tragedia umanitaria che non accenna a fermarsi».

Piazze pro-Palestina e la crisi della sinistra tradizionale

Infine, commentando le imponenti mobilitazioni popolari scese in piazza in tutta Europa a sostegno della causa palestinese, il direttore di Limes ha offerto una lettura sociologica originale e spiazzante. «I palestinesi sono diventati un punto di riferimento simbolico per molti di coloro che non ne possono più di tante cose, di un sistema percepito come ingiusto», ha osservato Caracciolo. Tuttavia, l’analista ha voluto chiarire una distinzione fondamentale: «Quelle piazze non possono essere semplicisticamente definite di sinistra, per il banale motivo che la sinistra tradizionale occidentale non si occupa più da tempo delle questioni sociali reali». Allargando lo sguardo agli equilibri interni statunitensi, Caracciolo ha concluso evidenziando come la presidenza Trump abbia paradossalmente scardinato antichi tabù culturali, tanto che oggi «negli Stati Uniti la parola socialista non è più considerata una bestemmia o una parolaccia», aprendo spazi inediti per il dibattito pubblico americano.

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