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Attualità

Quando la musica pop divenne strumento di protesta e veicolo di valori pacifisti

L’attuale precario equilibrio geopolitico mondiale induce la mente a rievocare i fantasmi della Guerra fredda del secondo dopoguerra e inevitabilmente a riportare alla memoria il grande fenomeno giovanile della beat generation che utilizzò la musica come strumento di battaglia, svincolandola dal suo aspetto puramente artistico.

 Il periodo della guerra fredda, lo spettro di una catastrofe nucleare e la tragica guerra del Vietnam portarono una intera generazione giovanile americana a creare una filosofia di vita più aderente a valori di fratellanza, che auspicava un sistema di convivenza civile pacifica e comunitaria, a contatto con la natura e avulsa dalle allora attuali istituzioni politico- sociali.

Nasce così il movimento giovanile hippies americano, avente come collante fondamentale ed espressivo dei propri valori, la musica pop, rock e folk degli anni ‘60.

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Fabrizio De Andrè

Dalla Beat generation al nuovo Indie-Pop passando per la poetica in musica di Fabrizio De Andrè

Redazione-  L’attuale precario equilibrio geopolitico mondiale induce la mente a rievocare i fantasmi della Guerra fredda del secondo dopoguerra e inevitabilmente a riportare alla memoria il grande fenomeno giovanile della beat generation che utilizzò la musica come strumento di battaglia, svincolandola dal suo aspetto puramente artistico.

 Il periodo della guerra fredda, lo spettro di una catastrofe nucleare e la tragica guerra del Vietnam portarono una intera generazione giovanile americana a creare una filosofia di vita più aderente a valori di fratellanza, che auspicava un sistema di convivenza civile pacifica e comunitaria, a contatto con la natura e avulsa dalle allora attuali istituzioni politico- sociali.

Nasce così il movimento giovanile hippies americano, avente come collante fondamentale ed espressivo dei propri valori, la musica pop, rock e folk degli anni ‘60.

Il pacifismo nella beat generation

Nella Beat Generation, il pacifismo nasce come reazione al conformismo e alla minaccia dell’olocausto nucleare degli anni ’50. Per poeti come Allen Ginsberg o Gregory Corso, essere pacifisti significava rifiutare in blocco il sistema che produceva la guerra, preferendo la ricerca spirituale, il viaggio e la libertà individuale. Era una ribellione viscerale che vedeva nello Stato e nelle sue istituzioni militari il nemico della vita stessa.

Negli anni ’60, la musica folk americana diventa la voce collettiva del pacifismo, trasformando le canzoni in veri e propri strumenti di pressione politica. Questo legame nasce da una lunga tradizione di “protest songs” che affondano le radici nel sindacalismo e nell’antimilitarismo degli anni precedenti, esplodendo poi con il movimento contro la guerra in Vietnam.

Ecco gli elementi chiave di questo connubio:

  • Bob Dylan e il potere della parola: Con brani come Blowin’ in the WindMasters of War, Dylan diventa il simbolo della contestazione, offrendo una voce di opposizione al militarismo che prima non aveva un pubblico di massa.
  • Joan Baez, la “Regina del Folk”: Figura centrale per il suo attivismo instancabile, Joan Baez ha portato la musica folk nelle marce per i diritti civili al fianco di Martin Luther King Jr., unendo il messaggio di pace alla lotta per l’uguaglianza sociale.
  • I grandi inni pacifisti: Oltre ai classici di Dylan, brani come Where Have All the Flowers Gonedi Pete Seeger e I Ain’t Marchin’ Anymore di Phil Ochs definiscono il decennio, usando melodie semplici e testi diretti per essere facilmente cantati durante le manifestazioni di massa.
  • Musica come catalizzatore sociale: Per gli studenti universitari dell’epoca, il folk non era solo intrattenimento ma un mezzo per promuovere un cambiamento umano e positivo, influenzato anche dalla filosofia della Beat Generatione dai primi movimenti hippy.  primi movimenti hippy .Il pacifismo beat era intrecciato a visioni spirituali e a un ritorno alla natura, influenzando profondamente i movimenti di protesta del Sessantotto.

Questi artisti hanno creato una colonna sonora per la contestazione che, partendo dai campus universitari come Berkeley, ha raggiunto le linee del fronte e i centri di potere, rendendo i sentimenti anti-bellici impossibili da ignorare.

Il brano simbolo  del pacifismo folk americano è senza dubbio  è senza dubbio il brano   “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan (1962).

 Dylan non scrive un trattato politico, ma una serie di domande retoriche sull’indifferenza umana. Il pezzo non parla solo di guerra, ma della capacità dell’uomo di voltarsi dall’altra parte mentre il mondo soffre. La risposta che “soffia nel vento” non è una soluzione facile, ma l’idea che la verità sia sotto gli occhi di tutti, eppure impalpabile e ignorata. È un brano che toglie al potere la sua aura di autorità e lo interroga con la semplicità di un bambino.

Altra cantante folk significativa è Joan Baez definita la voce della non-violenza-

Mentre Bob Dylan scriveva le canzoni, Joan Baez le portava “in strada”.

È stata lei il ponte vivente tra la musica folk e l’attivismo politico puro. Non si limitava, infatti, a cantare sul palco: marciava con Martin Luther King, finiva in prigione per aver bloccato i centri di reclutamento militare e fondava scuole per lo studio della non-violenza.

 Un suo brano che parli di pacifismo in modo narrativo e discorsivo è “Saigon Bride” (1967)

La canzone è una lettera d’addio di un soldato alla sua “sposa di Saigon” (una metafora della terra vietnamita o di una donna reale).

 Non c’è odio per il nemico, ma solo la tristezza di dover andare a combattere una guerra di cui non capisce le ragioni (“Vado a battermi per una causa che non è mia”).

Eredità in Italia:

La controcultura beat arrivò in Italia anche grazie a riviste come Mondo Beat a Milano, portando messaggi di dissenso verso le tradizioni idealistiche e militari.

La figura chiave che collega questi due mondi è la traduttrice e scrittrice Fernanda Pivano. Fu lei a far conoscere in Italia Kerouac, Ginsberg e Masters, influenzando direttamente la poetica di De André e trasmettendo quegli ideali di libertà e opposizione alla violenza tipici della cultura beat americana.

Il Pacifismo è un filo conduttore che unisce la Beat Generation e Fabrizio De André, pur manifestandosi con sfumature diverse: la prima lo vive come ribellione esistenziale e spirituale alla società dei consumi, il secondo come un impegno etico e civile contro la follia della guerra e del potere.

Il cantautore Fabrizio De André accoglie questa eredità e la trasforma in una forma di umanesimo anarchico. Il suo pacifismo non è fatto di slogan, ma di storie umane. In canzoni come La guerra di Piero o La ballata dell’eroe, Faber smonta la retorica del “nobile sacrificio”: la guerra non ha nulla di eroico, è solo una macchina che costringe uomini uguali a uccidersi tra loro per ragioni che non appartengono loro.

Il punto di contatto più forte è proprio questa visione dell’individuo contro il potere. Entrambi guardano agli “ultimi”, agli sconfitti e agli emarginati come agli unici portatori di una verità autentica, contrapposta alla violenza organizzata del mondo moderno. In questo senso, il pacifismo di De André e dei Beat è un atto di resistenza poetica che mette la dignità dell’uomo davanti a qualsiasi bandiera o confine.

La canzone La Guerra di Piero è il suo manifesto pacifista più celebre: racconta la guerra dal punto di vista della vittima, sottolineando l’assurdità di morire per un ordine impartito, “senza odio e senza amore”.

Rilevante risulta essere l’influenza di Edgar Lee Masters: grazie alla mediazione di Fernanda Pivano (amica comune dei poeti Beat e di Faber), De André rielaborò l’antologia di Spoon River nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, dove la denuncia della vanità e della violenza umana rimane centrale.

Una forte denuncia civile contiene La ballata dell’eroe, in cui Faber affrontò il tema del sacrificio bellico in modo diretto, smascherando la retorica nazionalista che trasforma le vittime in simboli vuoti.

Il legame discorsivo tra Bob Dylan e Fabrizio De André

C’è un parallelo incredibile con “La guerra di Piero”.
Mentre Dylan chiede “Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo?”, De André risponde raccontando la strada di Piero, un soldato che non riesce a sparare perché vede nel “nemico” un uomo uguale a lui. Che aveva una diversa divisa ma identico umore

Entrambi i brani rifiutano la retorica: non celebrano eroi, ma descrivono esseri umani fragili.

Usano uno stile spoglio: Una chitarra, una voce e parole che devono arrivare dritte al cuore senza distrazioni orchestrali.

Hanno un’origine folk comune: Dylan attinge dalle ballate tradizionali inglesi e americane; De André fonde la tradizione dei trovatori provenzali con il realismo della scuola francese, creando un linguaggio universale.

Un altro esempio è rappresentato dalla canzone With God on Our Side

Se “Blowin’ in the Wind” è la domanda, With God on Our Side (sempre di Dylan) è la denuncia feroce. Dylan elenca le guerre della storia americana dicendo che sono state tutte giustificate dal fatto di avere “Dio dalla propria parte”. Questo cinismo contro l’ipocrisia religiosa e militare è lo stesso che troviamo nel De André di Tutti morimmo a stento, dove la pietà per le vittime si mescola al disprezzo per i “carnefici” che si sentono nel giusto.

Il legame  tra la produzione di Baez e De André

Si evince un’affinità elettiva fortissima tra la Baez e De André:

La purezza del suono: Entrambi scelgono arrangiamenti essenziali per non “sporcare” il messaggio sociale.

L’interpretazione: Joan Baez ha cantato spesso brani di altri (incluso Dylan) per dare loro una risonanza universale; De André ha fatto lo stesso con l’antologia di Spoon River o con le canzoni di Leonard Cohen.

La Preghiera in gennaio: Lo stile solenne e quasi sacro che la Baez usava per inni come We Shall Overcome si ritrova nel De André che canta la morte di Luigi Tenco, trasformando il dolore privato in una riflessione collettiva sulla sensibilità e il rifiuto del mondo.

Joan Baez è stata l’artista che ha dimostrato come una chitarra acustica potesse essere più potente di un fucile, un concetto che De André ha sposato per tutta la sua carriera.

La Baez mette l’accento sull’assurdità del dovere: la morte è il risultato di un meccanismo burocratico e politico che calpesta i sentimenti individuali. La sua voce, pura e cristallina, trasforma il lutto in una preghiera universale, chiedendo allo spettatore: “Vale davvero la pena sacrificare una vita per un confine?”.

La morte come “uguaglianza negata” (De André)

De André, in brani come La guerra di Piero, fa un passo ulteriore: entra nella mente del soldato nel momento esatto della fine. Per lui, la morte è il momento della verità suprema.
Piero muore perché inciampa nel valore della “pietà”: vede l’umanità negli occhi del nemico (“lo vide uguale a te, ma con un’altra divisa”) e questo dubbio gli costa la vita. Per De André, la morte del soldato è la prova che la guerra è una “follia organizzata” che punisce chi prova ancora sentimenti umani. Mentre la Baez piange il soldato che parte, De André piange il soldato che resta a terra, tra i papaveri rossi, vittima della sua stessa bontà.

Il punto d’incontro: La dignità dell’ultimo respiro

Entrambi rifiutano la “morte eroica”. Non si troverà, infatti, mai nelle loro canzoni riferimenti al valore militare o al sacrificio per la patria.

Per la Baez la morte è un silenzio che accusa chi ha scatenato il conflitto, mentre in  De André, la morte è una solitudine assoluta (“E mentre il grano ti stava a guardare, ormai dormivi profondo”).

Entrambi usano la musica per dare voce a chi non ha più fiato per protestare, trasformando il cadavere di un soldato in un manifesto pacifista più potente di mille discorsi politici.

Il fil rouge che lega questi mondi è il rifiuto della figura dell’eroe e del potere che decide sulla vita degli altri. Se per i poeti Beat la pace era una rivoluzione interiore contro un sistema violento, e per artisti come Joan Baez e Bob Dylan era una lotta civile gridata nelle piazze, per Fabrizio De André diventa una preghiera laica per gli “ultimi”.

Tutti questi artisti hanno tolto la divisa al soldato per restituirgli la sua natura di uomo. La morte di Piero tra i papaveri e l’addio del soldato in Saigon Bride esprimono lo stesso concetto: la guerra è un errore logico prima ancora che morale, perché costringe “uguali” a uccidersi per confini invisibili.

In questo senso, la musica e la poesia hanno vinto la loro battaglia: non hanno fermato tutte le guerre, ma hanno tolto loro per sempre l’alibi della gloria, lasciandoci solo la nuda, tragica realtà della sofferenza umana.

L’eredità del pacifismo beat e di De André nella musica di oggi è passata dal megafono delle piazze a una dimensione più frammentata e introspettiva, ma non meno potente. Oggi non esiste più un unico “movimento folk” di massa, ma il messaggio si è ramificato in diversi generi.

                Il ritorno al Folk Impegnato (Indie-Folk)

Artisti contemporanei come Bon IverFleet Foxes o l’italiano Iosonouncane hanno ripreso l’essenzialità acustica dei classici anni ’60. Il loro pacifismo è spesso un eco-pacifismo: la guerra non è solo tra uomini, ma contro la natura. La critica al potere si fa più astratta e poetica, meno legata alla cronaca bellica immediata e più alla sopravvivenza dell’individuo in un mondo tecnologico e alienante.

                                                         L’Eredità di De André in Italia

In Italia, la lezione di Faber vive nel cosiddetto Indie-Pop di contenuto che mescola il sociale con una scrittura colta e spogliata.

L’eredità del cantautore genovese e la Joan Baez oggi si è, invece, oggi trasformata: non si cerca più solo il “grande inno” da piazza, ma troviamo artisti che usano la musica come testimonianza civile e cronaca umana.

 Nel panorama della musica italiana contemporaea, un esempio che potrebbe portare avanti quel “testimone” tra folk, impegno e poesia sembra essere il cantante Brunori Sas, il quale rivela influssi visibilmente rapportabili alla canzone d’autore, nella fattispecie quella di F. De André.

Spesso citato come uno dei continuatori più autentici di questo spirito ,in canzoni come L’uomo vivo o Quelli che arriveranno, riprende esattamente quel linguaggio “discorsivo” e umano: non urla contro la guerra, ma racconta la fragilità dell’uomo moderno, l’incapacità di capirsi e la ricerca di una pace che parta dal quotidiano.

 Affronta temi come la guerra e l’indifferenza con un’ironia e un’umanità che ricordano molto lo stile del cantautore  genovese.

 La lezione di De André (ispirata dai poeti Beat e dal folk americano) era: “Riconosci l’altro come te stesso”, quella di Brunori oggi è: “Non dimenticare l’altro mentre sei felice”.
Il brano che è considerato il vero erede spirituale de La guerra di Piero (1964) ai giorni nostri, è il già citato L’uomo vivo (2017). Entrambi dicono che la pace non è un’assenza di conflitto, ma una presenza costante di empatia. Se Piero moriva per troppa umanità, l’uomo moderno rischia di “morire” spiritualmente per troppa distrazione.

Mentre De André ci portava sul campo di battaglia, Brunori ci porta in una sagra di paese, in una giornata di festa, dove però il rumore dei fuochi d’artificio ricorda tragicamente quello delle bombe.

Balza immediatamente agli occhi:

 Il contrasto comune tra Natura e Violenza

Nei versi di La guerra di Piero di De André… “Lungo le sponde del mio torrente / voglio che scendano i lucci argentati / non più i cadaveri dei soldati / portati in braccio dalla corrente” , la natura è ferita dalla guerra; il ritorno alla pace è il ritorno alla purezza del fiume.

In quelli di Brunori, L’uomo vivo“E fuori i fiori non sanno niente / non sanno il nome di questo presidente / e fuori i fiori non sanno il fango / di chi ha perduto la gamba in un campo”, i fiori sono testimoni muti e innocenti; ma Brunori aggiunge un elemento politico moderno: l’indifferenza delle istituzioni (“questo presidente”).

 Il momento dello sparo e l’esitazione

In De André: Piero esita perché vede nel nemico un uomo (“lo vide uguale a te”). La sua è una scelta di pietà che gli costa la vita. Il pacifismo di Faber è il sacrificio dell’individuo che rifiuta di diventare assassino.

 In Brunori Sas: “E mentre noi facciamo festa / c’è chi si spacca la testa / e mentre noi facciamo il coro / c’è chi si spacca il decoro”. Qui non c’è lo sparo sul fronte, ma lo “sparo” dell’indifferenza. La violenza accade “mentre facciamo festa”. Il nemico di oggi non è solo chi spara, ma chi si volta dall’altra parte.

Ecco un confronto diretto tra “La guerra di Piero” (1964) e L’uomo vivo (2017). Entrambi usano una narrazione visiva per colpire la coscienza, ma con sfumature diverse dettate dalle loro epoche.

La melodia come “trappola”

Entrambi i brani usano una tecnica tipica del folk di protesta:

La guerra di Piero ha il ritmo di una ballata quasi infantile, una ninnananna che però racconta un massacro.

L’uomo vivo ha un ritmo incalzante, quasi da banda di paese o da festa popolare.
In entrambi i casi, la musica ti attira con la sua leggerezza, ma il testo ti colpisce duramente. È il modo in cui il pacifismo entra nelle case: non con un grido, ma con una storia che sembra semplice e invece è un atto d’accusa.

In sintesi, l’eredità di quegli anni è passata dalla “canzone di protesta” alla “canzone di testimonianza”: oggi la musica non pensa più di poter fermare un carro armato, ma continua a curare l’umanità di chi resta, proprio come faceva Piero tra i papaveri.

 Alessandro Carrera, *La voce di Bob Dylan*, Milano, Feltrinelli, 2011, p. 9.

 Carrera, *La voce di Bob Dylan*, cit., p. 27.

 Guido Harari (a cura di), *Una goccia di splendore*, Milano, Rizzoli, 2007, p. 112.

Luigi Viva, *Fabrizio De André. Il libro del mondo*, Milano, Feltrinelli, 2018

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Politica

Il Popolo si riprende il Potere, addio ai parlamentari “nominati”: tornano le Preferenze! Rampelli (Fdi) attacca la Sinistra: “Una vittoria epocale”

SVOLTA EPOCALE SULLA LEGGE ELETTORALE: IL POPOLO ITALIANO TORNA FINALMENTE PADRONE DEL PROPRIO VOTO! Addio ai vecchi Parlamentari e parassiti “Nominati dall’Alto”! 🇮🇹 🗳️ Quante volte, chiusi nel segreto della cabina elettorale, avete provato un fastidio e una rabbia immensa nel non poter scrivere liberamente “IL NOME E IL COGNOME” del politico che volevate mandare in Parlamento a rappresentare i vostri Diritti? Per decenni, a causa delle vergognose e maledette Leggi basate sulle “Liste Bloccate”, i cittadini italiani sono stati trattati come stupidi sudditi! Non si poteva più scegliere: ci veniva dato un Simbolo di Partito, e i Segretari decidevano segretamente (e a tavolino) quali amici e “nominati” calare dall’alto per piazzarli comodamente e senza sforzo sulle Poltrone d’Oro di Montecitorio e del Senato! Da oggi, questo “Schifo Antidemocratico” finisce per sempre! Con la reintroduzione ufficiale delle PREFERENZE DI VOTO, la Vera Sovranità e il Potere di scelta torna ferocemente nelle mani del Popolo! Saranno gli elettori a dover scrivere nome e cognome della persona da eleggere: i politici dovranno faticare, abbassare la testa e tornare ad ascoltare i problemi della gente per strada se vogliono i voti! A rivendicare con infinito Orgoglio Patriottico questa “Svolta Epocale e Storica” per la Democrazia è stato in queste ore il Vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (storico esponente di Fratelli d’Italia)! E le sue parole sono state durissime pietre scagliate contro l’Ipocrisia degli avversari progressisti: “Quella delle preferenze è una Battaglia viscerale di Destra che noi portiamo avanti con le unghie e con i denti da decenni, fin dai tempi storici e lontani del MSI e di Alleanza Nazionale! La Sinistra ha sempre LETTERALMENTE SCHIFATO il voto di preferenza! Per anni hanno inventato sporche scuse accusando il popolo, per il timore di far scegliere alla povera gente. E oggi fingono ipocritamente di accodarsi! Noi abbiamo agito, e l’abbiamo spuntata!”. Un trionfo clamoroso della Democrazia Diretta raccontato senza filtri nel nostro articolo! 👇 ✍️ Voi cosa pensate di questo enorme cambiamento istituzionale? Siete d’accordo col fatto che fosse ormai insopportabile e vergognoso avere in Parlamento dei Deputati “nominati dalle amicizie delle Segreterie”, e che il popolo debba poter SCEGLIERE LIBERAMENTE le persone scrivendone il nome sulla scheda? Diteci la vostra opinione e sfogatevi nei commenti, CONDIVIDENDO ovunque questa fantastica Vittoria di libertà e Democrazia per tutti gli Italiani!

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Rampelli

Roma – C’è stata un’epoca, buia e frustrante per la politica italiana, in cui i cittadini venivano trattati come dei semplici “sudditi” chiamati passivamente alle urne. Per decenni, a causa di pessime leggi elettorali basate sulle famigerate e odiate “liste bloccate”, gli elettori sono stati letteralmente privati del diritto sacrosanto di scegliere il volto e il nome della persona da mandare in Parlamento. I deputati e i senatori venivano calati dall’alto, “nominati” a tavolino nelle fredde stanze delle segreterie di partito.
Oggi, finalmente, questo abominio antidemocratico sembra essere arrivato al capolinea. Con l’ufficiale approvazione e la storica reintroduzione delle Preferenze sulla scheda elettorale, la vera sovranità popolare torna fieramente nelle mani degli italiani. A rivendicare con infinito e viscerale orgoglio questa formidabile vittoria politica è stato il vicepresidente della Camera dei Deputati, Fabio Rampelli (esponente di spicco di Fratelli d’Italia), che non ha esitato a definire questo passaggio legislativo come una vera e propria «svolta epocale» per la nostra amata Nazione.

Il trionfo della democrazia diretta e la responsabilità

Nelle infuocate e appassionate dichiarazioni rilasciate ai margini della votazione, Rampelli ha voluto immediatamente tracciare il solco filosofico di questo grande successo. «Con l’approvazione odierna delle tanto attese preferenze, il nostro Paese continua in maniera decisa e orgogliosa nel vitale solco della democrazia diretta, della massima responsabilità e della governabilità», ha spiegato il vicepresidente.
Il concetto è cristallino: reintrodurre la possibilità per i cittadini di scrivere sulla scheda elettorale il cognome del candidato preferito obbligherà finalmente i politici a “metterci la faccia”, a sudarsi i voti per le strade e ad ascoltare i problemi reali del territorio, invece di nascondersi comodamente dietro l’ombra e l’ombrello protettivo del simbolo di partito.

Una battaglia nel sangue: dall’MSI fino a Fratelli d’Italia

Ma questa non è solo una vittoria tecnica, è la sublimazione di un ideale politico che la Destra italiana porta letteralmente nel sangue da generazioni. Rampelli non ha dimenticato le radici e le sofferenze di questa lunghissima marcia istituzionale, rivendicando la totale paternità del provvedimento.
«La sacrosanta introduzione delle preferenze è sempre stata, storicamente e visceralmente, una nostra intoccabile battaglia politica», ha ricordato con foga. «L’abbiamo combattuta strenuamente per decenni, in tutte le piazze d’Italia, anche quando ci chiamavamo con nomi storicamente diversi e portavamo le bandiere del MSI, di Alleanza Nazionale (AN), poi del PDL, e infine oggi, saldamente sotto le insegne di Fratelli d’Italia».

Il durissimo attacco alla Sinistra: “L’hanno sempre schifata”

E a chi in queste ore, specialmente tra i banchi dell’opposizione, tenta maldestramente di intestarsi o sminuire il risultato, Rampelli ha riservato una stoccata a dir poco spietata. Il vicepresidente ha smascherato senza alcun filtro i decenni di pura e totale ipocrisia delle fazioni progressiste italiane.
«La Sinistra ha sempre schifato la preferenza e la voce del popolo», ha accusato duramente l’esponente meloniano. «Per anni hanno inventato scuse e storie pretestuose sui fantomatici “rischi di corruzione” pur di non far votare i nomi agli italiani. Oggi, con la solita faccia tosta, fingono di chiederle e di appoggiarle, ben sapendo però che l’unica e vera formula vincente e praticabile in Parlamento era esattamente quella che ha voluto e difeso a spada tratta il Centrodestra».

“Il meglio è nemico del bene”: la politica dei fatti concreti

L’affondo finale di Rampelli è una lezione di sano e crudo pragmatismo politico, per zittire chiunque cerchi scuse per affossare le riforme in nome di un irrealizzabile “mondo perfetto” ideologico.
«C’è un vecchio e saggio proverbio che dice che il Meglio è sempre nemico del Bene», ha concluso sferzante il vicepresidente della Camera. «Loro, l’opposizione, fingevano in maniera utopica e irrealizzabile di volere “il meglio” per bloccare tutto. Noi di Fratelli d’Italia, invece, lavorando duro e dopo decenni di lotte estenuanti, abbiamo concretamente portato a casa “il bene”. Le preferenze, alla fine, sono servite. Abbiamo vinto».

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Attualità

La luce di Carlo Acutis illumina il Grande Schermo: il documentario e la Fiction sul “Santo dei Videogiochi” che fanno piangere l’Italia

Preparate i Fazzoletti, la meravigliosa Luce del “Santo dei Videogiochi” sta per illuminare e far piangere tutta l’Italia! In arrivo il Documentario al Cinema e la Fiction evento su Canale 5 dedicati a CARLO ACUTIS! 🙏 ❤️ A vent’anni esatti dalla sua dolorosa, prematura e dolcissima scomparsa, la gigantesca e amatissima figura di San Carlo Acutis sta per invadere l’intero Paese attraverso la potenza visiva del Grande Schermo e della Televisione! La storia di questo formidabile quindicenne “Millennial” (Canonizzato il 7 settembre 2025 dal Papa) è un vero “Miracolo” moderno. Era un “Santo della Porta Accanto”: vestiva in jeans e felpa, amava giocare ai moderni Videogiochi e programmare al Computer su Internet, ma nascondeva in sé un Amore immenso, divino e inarrivabile per l’Eucaristia e per gli ultimi. Una Fede d’Acciaio che ancora oggi richiama MILIONI di disperati pellegrini sulla sua tomba ad Assisi! Per celebrare questa vita straordinaria, dal 15 al 21 Ottobre 2026 sbarcherà in tutti i principali cinema italiani il maestoso documentario evento intitolato “CARLO ACUTIS. IL GIOVANE SANTO”. L’opera cinematografica svelerà commoventi MATERIALI INEDITI e mai visti prima (i diari del ragazzo, fotografie segrete e vecchi video familiari) e farà parlare l’anima delle persone che lo hanno amato: potremo ascoltare le parole commosse della Nonna, del medico che lo curò in ospedale prima di morire e soprattutto le strazianti ma meravigliose Interviste a Papà Andrea e a Mamma Antonia! Nel film apparirà anche la formidabile Testimonianza diretta di Valeria, la ragazza del Costa Rica “Miracolata” proprio grazie all’intervento in Cielo di Carlo! Ma le notizie stupende non finiscono affatto qui! Alla fine di Settembre, in primissima Serata, andrà in onda sulla Rete Ammiraglia Mediaset (Canale 5) la monumentale FICTION TELEVISIVA “Il mio nome è Carlo”! Un lunghissimo e bellissimo film tv che ripercorrerà l’infanzia del ragazzo (interpretato da Samuele Carrino) insieme alla bravissima attrice Lucia Mascino, nei panni di Mamma Antonia. Leggi il Programma completo delle proiezioni e gli incredibili Dettagli Segreti del film nel nostro articolo! 👇 🎬 Conoscete la storia miracolosa di questo giovanissimo ragazzo capace di unire l’Informatica alla Fede Divina? Andrete al cinema a commuovervi guardando le immagini inedite e il documentario ufficiale sulla sua Santità, per combattere la solitudine del mondo moderno? Diteci la vostra e scrivete un Pensiero per Carlo nei commenti, CONDIVIDENDO l’articolo a tutti i vostri contatti per diffondere la sua meravigliosa Luce!

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San Carlo Acutis

Roma – C’è una luce speciale, pura e irresistibile, che continua a emanare dagli occhi sorridenti e dal volto pulito di un normalissimo ragazzo in jeans e felpa. A vent’anni esatti dalla sua dolorosa ma dolcissima salita al cielo, l’immensa e sconfinata eredità spirituale di Carlo Acutis (il celebre “Millennial” canonizzato lo scorso 7 settembre 2025 da Papa Leone XIV) si prepara a travolgere le coscienze degli italiani attraverso la magia e la potenza del cinema e della televisione.
La sua non è la storia di un martire inarrivabile del passato, ma l’avventura terrena di un “Santo della porta accanto”. Un ragazzo cresciuto a cavallo del nuovo millennio tra la passione bruciante per l’informatica, la programmazione web, i moderni videogiochi e un amore infinito, assoluto e disarmante verso l’Eucaristia e gli ultimi. Una traiettoria divina che, ancora oggi, continua a richiamare incessantemente verso la sua tomba ad Assisi milioni di pellegrini in lacrime provenienti da ogni angolo del pianeta.

Il Documentario Evento al Cinema: “Il Giovane Santo”

Per celebrare questa straordinaria parabola umana, dal 15 al 21 ottobre 2026 sbarcherà in tutte le principali sale cinematografiche italiane il meraviglioso e toccante documentario “Carlo Acutis. Il giovane santo”. La pellicola (diretta magistralmente da Luca Salmaso e prodotta da Officina della Comunicazione, Nexo Studios e Our Films, con l’attivo patrocinio dell’Associazione Amici di Carlo Acutis e della Fondazione Cariplo) avrà l’altissimo onore di inaugurare la nuovissima e affascinante rassegna cinematografica “I Misteri della Fede”, interamente dedicata all’eterna e affannosa ricerca di senso e spiritualità dell’uomo moderno.

Le immagini inedite, i diari privati e il pianto della madre

La forza di questa grandissima opera cinematografica risiede nella sua profonda umanità. Il regista Salmaso ha scelto di raccontare la dimensione privata e quotidiana di Carlo prima ancora di quella puramente teologica. Lo spettatore verrà preso letteralmente per mano e accompagnato nel mondo di Acutis attraverso un commovente mosaico di fotografie private, testimonianze dirette, video amatoriali e materiali assolutamente inediti, impreziositi dalle splendide musiche originali scritte dal Maestro Remo Anzovino e dalle spettacolari immagini della canonizzazione realizzate da Vatican Media.
A donare la voce (e l’anima) a questo racconto corale e straziante saranno le persone che lo hanno amato e accompagnato fino all’ultimo respiro. Ci saranno le interviste intime ai genitori (la mamma Antonia Salzano e il papà Andrea Acutis), i ricordi dolcissimi della nonna e le voci degli amici d’infanzia, fino ad arrivare alla dolorosa ma illuminante testimonianza del dottor Momcilo Jankovic, il coraggioso medico che lo ha assistito amorevolmente nel suo letto d’ospedale durante gli ultimi, difficilissimi giorni di vita terrena.

Dal miracolo in Costa Rica alla lotta al Materialismo

Ma il documentario non dimentica l’aspetto “Soprannaturale” della storia. Tra gli interventi spiccano infatti le parole del postulatore Nicola Gori, di monsignor Dario Edoardo Viganò e, soprattutto, l’incredibile ed emozionante racconto diretto di Valeria Vargas Valverde, la giovane studentessa del Costa Rica miracolosamente salvata e protagonista assoluta del prodigio decisivo che ha portato alla definitiva canonizzazione di Carlo.
Attraversando i luoghi del suo cuore (dalla frenetica Milano alla pace mistica di Assisi), il film sviscera temi attualissimi: la finta identità dei social, l’uso corretto e virtuoso della tecnologia contro il gelido materialismo moderno, e la solitudine che attanaglia i nostri giovani.

L’attesa per Canale 5: arriva anche la Fiction TV

Ma l’abbraccio dell’Italia a questo meraviglioso ragazzo non si fermerà unicamente al grande schermo. La figura e il sorriso di Carlo Acutis entreranno presto in tutte le case degli italiani attraverso la televisione generalista.
Entro la fine di settembre, infatti, Canale 5 trasmetterà in prima serata l’attesissimo film tv “Il mio nome è Carlo”, diretto dal sapiente regista Giacomo Campiotti. La grande e imponente fiction (girata minuziosamente tra Milano e le strade di Assisi) racconterà l’evoluzione di Carlo all’età di sei, undici e quindici anni. A prestare il volto al Santo quindicenne sarà il bravissimo Samuele Carrino, affiancato dalla celebre attrice Lucia Mascino, che avrà il delicatissimo e struggente compito di interpretare il dolore e la speranza della madre Antonia. Preparate i fazzoletti, perché la luce di Carlo sta per illuminare definitivamente il nostro Paese.

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Esteri

Il tradimento delle Torri Gemelle: la vergognosa “censura Woke” cancella il terrorismo islamico dalla Storia e dalle scuole americane

Il Tradimento Crudele sulle ceneri delle TORRI GEMELLE! La disgustosa Dittatura e Censura del “Pensiero Woke” sta cancellando e riscrivendo la Storia d’America nelle Scuole! 🗽 ✈️ L’11 Settembre 2001, il mondo intero si fermò, col cuore in gola e le lacrime agli occhi, a guardare in diretta Tv uomini e donne innocenti bruciare vivi e lanciarsi disperatamente nel vuoto dai grattacieli in fiamme. Ci scambiammo tutti una sacra promessa di ferro: “NON DIMENTICHEREMO MAI!”. Eppure, oggi che si avvicina il venticinquesimo Anniversario di quella Tragedia inaccettabile, l’Occidente si è macchiato di un “Tradimento” disgustoso. Una durissima e dettagliata inchiesta del celebre “New York Post” (ripresa in Italia dall’attenta e fondamentale analisi de ILGIORNALE.IT) ha infatti rivelato come, nel totale e colpevole silenzio, in America stia avvenendo il più grande e spaventoso LAVAGGIO DEL CERVELLO CULTURALE E IDEOLOGICO su milioni di poveri studenti! Il 66% degli Insegnanti Universitari ha dichiarato che i ragazzi di oggi non hanno “la più pallida idea” di chi ci fosse dietro le Stragi delle Torri Gemelle! Sapete perché? Perché a scuola, gli estremisti e attivisti politici di Sinistra hanno imposto i famigerati programmi “Woke” (politicamente corretti). Nei libri di testo di oggi, infatti, c’è il divieto assoluto di usare la parola “TERRORISMO ISLAMICO”! I folli di Al-Qaeda che si sono schiantati sui civili non vengono chiamati Terroristi, ma declassati a semplici “dirottatori” generici! E il capo dei capi, Osama bin Laden? Viene presentato ai ragazzi come un “cittadino saudita” che “gli USA hanno Accusato di essere la mente della strage” (inserendo addirittura il Dubbio sulle sue colpe e obbligando i ragazzi a leggere le lettere del Kamikaze). Tutto l’Attentato del 2001 viene liquidato frettolosamente in un solo banale paragrafo, per poi fare lezioni fiume su quanto “I Paesi Occidentali e l’America siano Razzisti e Cattivi contro le comunità e la Fede musulmana”! L’America viene paradossalmente accusata di “Islamofobia di Stato”, mettendo noi occidentali sul Banco degli Imputati! L’Occidente moderno, paralizzato dalla folle “Dittatura del Politicamente Corretto”, per paura di sembrare “Razzista” sta permettendo a questi ideologi “Woke” di nascondere la Vera Faccia e le terribili Colpe del Terrore Islamista globale, sputando letteralmente in faccia e calpestando le ceneri degli eroi e delle povere Vittime innocenti dell’11 Settembre! Leggi tutti i numeri folli, i dettagli agghiaccianti delle Scuole USA e i retroscena di questo inaccettabile “Suicidio Culturale dell’Occidente” denunciati da ilgiornale.it nel nostro durissimo articolo d’inchiesta! 👇 😡 Vi rendete conto del pericoloso e mortale lavaggio del cervello ideologico e anti-occidentale che stanno operando sulle menti innocenti dei più giovani in tutto il mondo? Siete d’accordo sul fatto che censurare le radici profonde (e il nome) del vero Terrorismo e del Pericolo Mondiale in nome del finto e ipocrita rispetto “Multiculturale Woke” sia un imperdonabile oltraggio al sangue delle Vittime? Diteci la vostra opinione (fortissima e senza alcun timore o censura) nei commenti e CONDIVIDETE ovunque a dismisura per rompere il Silenzio su questo scempio!

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Attentato alle Torri Gemelle, New York

New York (USA) – L’11 Settembre 2001, il mondo intero ha trattenuto il respiro, paralizzato dall’orrore. Abbiamo visto coi nostri occhi madri, padri e figli innocenti bruciare vivi intrappolati nel cemento o lanciarsi disperatamente nel vuoto dai grattacieli in fiamme di Manhattan. In quei giorni strazianti, l’America e l’Occidente intero si fecero una solenne, sacra e indelebile promessa incisa nel marmo: «Never forget» (Non dimenticheremo mai).
Oggi, mentre gli Stati Uniti si preparano stancamente a celebrare il venticinquesimo anniversario di quell’inferno, una drammatica e vergognosa inchiesta giornalistica condotta dal New York Post (e ripresa e analizzata magistralmente sulle pagine de ilgiornale.it) ci sbatte in faccia una verità inaccettabile: la promessa è stata tradita. Stiamo assistendo inermi al più grande, subdolo e violento “dirottamento” ideologico e culturale di tutta la Storia contemporanea: la totale e chirurgica cancellazione della matrice islamica dagli attentati del 2001, in nome del politicamente corretto.

Il vuoto normativo e la propaganda “Woke” nelle scuole

I numeri emersi da uno studio dell’Association for the study of the Middle East and Africa fanno letteralmente venire i brividi: ben il 66% dei professori universitari confessa che i giovani studenti di oggi sono totalmente incapaci di «identificare correttamente le ragioni dietro l’attacco o i suoi responsabili». E la colpa non è certo della loro distrazione giovanile, ma di un sistema scolastico profondamente “malato” e ideologizzato.
Come sottolinea l’approfondimento de ilgiornale.it, ad oggi solamente due Stati americani (Arizona e Florida) hanno l’obbligo di insegnare la verità sugli attentati. Nel resto d’America, in questo inaccettabile “vuoto normativo”, gli attivisti di estrema sinistra hanno sviluppato micidiali programmi scolastici (ormai dilaganti e adottati da centinaia di scuole, come il noto “Teaching Beyond September 11th”) intrisi di velenose distorsioni Woke, volti unicamente a minimizzare la radice religiosa del terrore.

Il lavaggio del cervello: “Non chiamateli Terroristi”

Nei libri di testo della “nuova” America, la Strage del 2001 viene frettolosamente liquidata in un solo paragrafo per fare spazio a decine di pagine sull’estremismo di destra e sull’Islamofobia. La riscrittura della Storia è agghiacciante: gli estremisti e i kamikaze di Al-Qaeda non vengono mai definiti “terroristi islamici”, ma etichettati come dei semplici “dirottatori”.
Ma il punto più basso, l’insulto finale alle migliaia di vittime delle Torri, lo si raggiunge parlando di Osama bin Laden: il famigerato sceicco del terrore viene presentato ai giovani ragazzi (che nel 2001 non erano ancora nati) come un generico “cittadino saudita” che «gli Stati Uniti hanno accusato di essere la mente degli attacchi», inserendo persino il dubbio e l’obbligo di leggere la folle “Lettera all’America” scritta dal terrorista stesso. New York e l’America vengono insomma messe sul banco degli imputati, con la mostruosa e imperdonabile accusa di “Islamofobia di Stato”.

Il paradosso politico: un Occidente condannato a morire

La “grande rimozione” culturale avviene paradossalmente nello stesso identico momento in cui la comunità islamica, cresciuta in maniera esponenziale nei numeri, si fa sempre più incisiva e dominante all’interno della politica americana (basti pensare alle recenti elezioni di potenti sindaci e senatori democratici e progressisti di pura fede musulmana da New York fino al Michigan).
Ciò a cui stiamo assistendo è un vero e proprio plagio psicologico di massa, un inaccettabile “Suicidio Culturale” dell’Occidente. A soli venticinque anni di distanza dai voli schiantati sui grattacieli, l’America ha già dimenticato. Ha dimenticato l’11 settembre, ha dimenticato i volti dei suoi morti. Ma, soprattutto, per paura di offendere e per la folle idolatria dell’ideologia Woke, ha cancellato e dimenticato la vera, unica e indiscutibile natura del terrore islamista. E un popolo che rinnega la propria Storia, rinunciando persino a difendere i propri morti, è un popolo destinato a scomparire per sempre.

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