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Cronaca

Tragedia al Colosseo: sette indagati per la morte del rocciatore abruzzese Andrea Moretti

La piaga delle morti sul lavoro insanguina il simbolo d’Italia: il Colosseo. Sette persone sono state iscritte nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, per la morte di Andrea Moretti, il giovanissimo e brillante rocciatore di 22 anni, originario di Crognaleto (in Abruzzo), precipitato fatalmente nel vuoto durante un turno di lavoro notturno. Il ragazzo, precipitato per dieci metri mentre cablava il nuovo sistema di illuminazione tra il secondo e il terzo anello dell’Anfiteatro, lavorava in quota appeso alle funi per conto di una ditta teramana che aveva ottenuto il subappalto dei lavori (finanziati dalla Tod’s e in via di inaugurazione il 9 ottobre). La Procura di Roma ha posto sotto sequestro l’attrezzatura e sta indagando sull’imbracatura: secondo i primi rilievi, la fune di sicurezza vitale sarebbe risultata tragicamente slegata al momento dell’impatto. La famiglia, accorsa a Roma, difende la memoria del ragazzo: “Non era uno sprovveduto, era un rocciatore molto esperto”, mentre i sindacati insorgono chiedendo maggiore tutela e controlli stringenti nei delicatissimi e pericolosi cantieri dei beni culturali. Leggi tutti i drammatici sviluppi dell’inchiesta capitolina👇

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Andrea Moretti

Roma – La drammatica e mai risolta piaga delle morti bianche, gli incidenti mortali sui luoghi di lavoro che insanguinano quasi quotidianamente l’Italia, colpisce ancora una volta, andandosi tragicamente a consumare all’ombra del monumento più celebre e iconico del nostro Paese. La spaventosa e inaspettata morte di Andrea Moretti, un giovanissimo e brillante rocciatore specializzato di appena 22 anni, precipitato fatalmente nel vuoto durante il turno notturno all’interno del cantiere di restauro e modernizzazione del Colosseo, ha profondamente scosso l’opinione pubblica nazionale e aperto un enorme e doveroso faro giudiziario sulle dinamiche dei lavori in quota. Per cercare di comprendere appieno e fare chiarezza sulle reali cause che hanno innescato la tragedia, la magistratura romana ha deciso di muoversi in maniera rapida e incisiva, puntando immediatamente la propria lente d’ingrandimento sulle stringenti normative di sicurezza adottate sul ponteggio e sull’intricata, complessa e spesso opaca catena dei subappalti. Nelle scorse ore, in seguito alle primissime indagini, ben sette persone sono state formalmente iscritte nel registro ufficiale degli indagati con la pesantissima ipotesi di reato di omicidio colposo in concorso. La vasta e minuziosa inchiesta penale è stata tempestivamente aperta dalla Procura della Repubblica di Roma con il fine primario di accertare tutte le eventuali responsabilità dirette o indirette per la morte prematura di Andrea, un ragazzo originario della piccola e laboriosa comunità abruzzese di Crognaleto e stabilmente residente nella vicina frazione di Tottea (in provincia di Teramo), la cui scomparsa ha letteralmente gettato nella totale disperazione amici, colleghi e l’intero comprensorio montano.

Il volo mortale di dieci metri: l’inchiesta su appalti e sicurezza

La fredda e spietata cronaca dei fatti ci riporta alla notte maledetta trascorsa tra martedì e mercoledì scorso.
Il giovane Andrea Moretti si trovava regolarmente al lavoro all’interno dell’Anfiteatro Flavio, impegnato in un’operazione tecnica di estrema precisione e delicatezza: stava provvedendo alle complesse attività di cablaggio notturno indispensabili per ultimare la realizzazione del nuovissimo e ipertecnologico impianto di illuminazione monumentale del Colosseo. Improvvisamente, per cause che gli inquirenti sono ora disperatamente chiamati a chiarire, il ventiduenne è inesorabilmente precipitato nel vuoto, compiendo un fatale e terribile volo di oltre dieci metri d’altezza che non gli ha purtroppo lasciato alcuna via di scampo, andandosi a schiantare tragicamente in un’area buia e impervia situata tra il secondo e il terzo anello dello storico monumento romano.
Gli inquirenti e gli ispettori del lavoro, coordinati costantemente dal procuratore aggiunto capitolino Antonino Di Maio, stanno letteralmente e meticolosamente passando al setaccio tutta la documentazione relativa all’intera e fitta catena degli appalti principali e dei subappalti operativi. L’obiettivo primario della magistratura è fare luce assoluta sulle reali norme di sicurezza fisiche applicate quotidianamente e notturnamente nel cantiere, verificando se vi siano state carenze gestionali, omissioni di controllo da parte dei preposti, o pressioni indebite sulle tempistiche di consegna capaci di abbassare la soglia di attenzione dei lavoratori impegnati in quelle estenuanti e pericolosissime mansioni “in quota” sui beni architettonici.

Il giallo dell’imbracatura: la fune di sicurezza era slegata?

Allo stato attuale delle indagini, il vero e inquietante nodo centrale dell’intera inchiesta romana ruota drammaticamente attorno a un singolo, fondamentale dispositivo salvavita: l’imbracatura di protezione regolarmente indossata dal giovane operaio abruzzese al momento del sinistro.
In particolare, l’attenzione degli esperti della scientifica e dei tecnici dell’Ispettorato del Lavoro è totalmente focalizzata sulla fune di sicurezza principale (la cosiddetta linea vita), quel robusto cavo tecnico che avrebbe dovuto matematicamente, fisicamente e obbligatoriamente trattenerlo nel vuoto arrestando bruscamente la sua caduta in caso di malore o di involontaria perdita di equilibrio. Secondo le prime, allarmanti indiscrezioni trapelate in seguito ai meticolosi rilievi effettuati sul posto nell’immediato post-incidente, la vitale fune di ancoraggio sarebbe purtroppo risultata tragicamente slegata dal punto di appoggio o, peggio ancora, non agganciata in maniera idonea e corretta nel preciso momento in cui si è verificata la repentina caduta mortale.
Un mistero tecnico e procedurale gravissimo, che apre scenari inquietanti: si è trattato di un fatale e tragico errore umano in una frazione di secondo da parte del lavoratore, di un difetto strutturale improvviso del moschettone, oppure di una disastrosa e colpevole mancanza di punti di ancoraggio idonei predisposti dai direttori dei lavori sulle antiche pietre del monumento? Per cercare di chiarire e ricostruire con un grado di totale e scientifica esattezza la dinamica biomeccanica dell’incidente, la Procura ha immediatamente disposto un’approfondita perizia e una consulenza tecnica specializzata sull’intera attrezzatura da lavoro utilizzata dalla vittima, e ha contestualmente fissato per la giornata di lunedì lo svolgimento del fondamentale esame autoptico presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università La Sapienza, esame che dovrà chiarire, tra le altre cose, l’eventuale presenza di un malore improvviso antecedente alla caduta.

Il dolore della famiglia: “Andrea era giovane ma molto esperto”

Il dramma giudiziario e tecnico si scontra violentemente con l’incolmabile strazio umano e affettivo dei familiari, precipitati in un abisso di dolore. Nelle scorse ore sono arrivate a Roma, visibilmente e comprensibilmente distrutte dal lutto, la giovane fidanzata ventiduenne di Andrea e sua madre.
Proprio la coraggiosa madre della giovane vittima ha voluto fin da subito rilasciare una netta, chiara e perentoria dichiarazione pubblica agli organi di stampa, per tutelare fermamente e orgogliosamente la memoria professionale e lavorativa del proprio amato figlio. La donna ha infatti tenuto a specificare in maniera inequivocabile che, nonostante la giovanissima età anagrafica, Andrea non era assolutamente il classico operaio sprovveduto, improvvisato o messo alle prime armi su un cantiere difficile per risparmiare sui costi di manodopera, ma era al contrario un tecnico rocciatore altamente qualificato e già molto esperto nel delicato e pericolosissimo settore del lavoro acrobatico su fune.
La sua immensa e bruciante passione per l’arrampicata, unita a una solida e rigorosa formazione tecnica, lo rendeva un lavoratore preparatissimo e consapevole dei rischi, rendendo la tesi della fatale negligenza o distrazione personale ancora più incomprensibile e difficile da accettare per chi lo conosceva intimamente. Il giovane talento abruzzese lavorava regolarmente e con contratto per la ditta specializzata di proprietà di un parente stretto, una solida realtà imprenditoriale fondata nel 1968 e avente sede legale nel comune di Basciano (Teramo).

I subappalti Tod’s e la rabbia esplosiva dei sindacati laziali

L’azienda teramana per cui Andrea lavorava alacremente aveva recentemente e regolarmente ottenuto, all’interno della famigerata e complessa filiera edilizia, la gestione in subappalto delle delicate fasi finali dei lavori tecnici di illuminazione al Colosseo. L’imponente opera di restauro generale e di modernizzazione del sito, come noto, è stata direttamente commissionata dal Ministero della Cultura italiano ed è stata generosamente finanziata con fondi privati (per milioni di euro) dal noto gruppo della moda Tod’s, nell’ottica di un lodevole e massiccio piano di mecenatismo culturale. I lavori, peraltro, erano oramai giunti praticamente al termine, tanto che la sfarzosa e attesissima inaugurazione ufficiale del nuovo impianto illuminotecnico dell’Anfiteatro era già stata formalmente messa a calendario per il prossimo 9 ottobre.
E mentre la fredda macchina giudiziaria indaga sul rigoroso rispetto delle normative antinfortunistiche previste dal Testo Unico sulla Sicurezza per i lavori in quota, l’incidente mortale ha fatto inevitabilmente e fragorosamente esplodere la rabbia e l’indignazione delle parti sociali. Nelle scorse ore, i battaglieri sindacati confederali Cgil di Roma e del Lazio hanno sollevato una durissima protesta pubblica, invocando l’apertura immediata di un tavolo di confronto istituzionale urgente. L’obiettivo delle sigle sindacali è quello di tutelare realmente e concretamente, e non solo a parole, i diritti fondamentali, i ritmi di lavoro e soprattutto la sicurezza fisica di tutti quegli operatori “invisibili” che, spesso di notte e appesi a un filo nel buio, vengono quotidianamente impiegati nella fondamentale salvaguardia e nel delicatissimo restauro del nostro immenso patrimonio culturale nazionale. L’ennesima tragedia sul lavoro che si consuma sotto gli occhi del mondo impone, ora più che mai, di fermare la strage.

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Cronaca

Emergenza lupi in Italia: bracconaggio in Toscana e la lotta per salvare i cuccioli in Umbria

La convivenza con i grandi predatori si trasforma in una spietata guerra aperta nelle campagne italiane. Nel Pisano, una femmina di lupo in fase riproduttiva è stata brutalmente uccisa a colpi di fucile: ritrovata agonizzante in via del Paduletto (Vecchiano), la carcassa è ora sotto esame autoptico, mentre a poca distanza è stato trovato morto anche un cucciolo. Gli ambientalisti puntano il dito contro l’apertura della stagione venatoria e il bracconaggio, mentre gli allevatori toscani (che hanno segnalato oltre mille lupi negli ultimi 4 anni) lamentano danni incalcolabili alle greggi a causa dello stress da predazione. Nel frattempo, si è da poco aperto il via libera politico del Ministero agli abbattimenti controllati (fino a 180 lupi in Italia). Il biologo Marco Del Frate lancia però l’allarme: uccidere un lupo adulto distrugge la struttura del branco, lasciando “giovani inesperti e scalmanati” che attaccano le prede più facili, aggravando i danni. Una teoria tragicamente confermata dal dramma che si sta vivendo in queste ore in Umbria, dove 5 piccoli lupi orfani vagano denutriti e malati: uno è morto investito, uno è spirato per stenti, due sono dispersi e l’unica sopravvissuta, la cucciola Zira, lotta tra la vita e la morte con una zampa fratturata e la rogna. Leggi l’approfondimento sul problema lupi in Italia e scopri come aiutare i volontari umbri a salvare la vita di Zira👇

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Lupi

Pisa – Il delicatissimo, aspro e sempre più polarizzato dibattito nazionale sulla complessa convivenza forzata tra i grandi predatori selvatici e le attività umane continua purtroppo ad arricchirsi di pagine drammatiche e inchieste penali, trasformandosi sempre più spesso in un vero e proprio scontro a fuoco aperto nelle nostre campagne. La tensione sociale, da tempo latente tra le associazioni ambientaliste e il mondo agricolo e venatorio, è definitivamente esplosa in seguito a due gravissimi fatti di cronaca che hanno macchiato di sangue le regioni del Centro Italia, accendendo i riflettori su una vera e propria emergenza gestionale. L’ultimo e più macabro ritrovamento è avvenuto nella giornata di martedì scorso, quando la carcassa insanguinata di una femmina di lupo, confermata dai veterinari come un prezioso e raro esemplare in fase riproduttiva, è stata rinvenuta abbandonata e priva di vita in una brulla zona sottomonte situata all’interno della provincia di Pisa. L’animale selvatico è stato brutalmente giustiziato a colpi di arma da fuoco mentre si trovava in via del Paduletto, nel territorio comunale di Vecchiano. Un’esecuzione crudele e spietata che non le ha concesso una morte pietosa e rapida: secondo le primissime e raccapriccianti indiscrezioni trapelate, la lupa non sarebbe morta subito dopo l’impatto letale del proiettile, ma avrebbe agonizzato atrocemente per diverse ore prima di spirare definitivamente a causa delle gravissime ferite riportate. L’intera e pesante carcassa è stata immediatamente posta sotto rigoroso sequestro giudiziario e trasferita in giornata dai Carabinieri Forestali presso le strutture specializzate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale, che provvederà ad eseguire una meticolosa autopsia balistica per cercare di risalire all’arma utilizzata dal bracconiere.

Orrore nel Pisano: femmina riproduttiva e cucciolo uccisi a fucilate

A sollevare pubblicamente il caso e a presentare un formale esposto-denuncia contro ignoti presso le autorità competenti è stato Maurizio Baglioni, attivissimo e determinato responsabile nazionale del Sindacato per la Biodiversità e gli Ecosistemi.
Le dichiarazioni di Baglioni dipingono un quadro a tinte fosche, rivelando un dettaglio ancora più inquietante: non si tratterebbe affatto di un caso isolato. Il sindacalista ha infatti denunciato apertamente il contemporaneo e sospetto ritrovamento di un giovanissimo cucciolo di lupo, trovato morto non molto distante dalla carcassa della madre riproduttiva, precisamente nella località di Arena Metato (nel limitrofo comune di San Giuliano Terme). In questo secondo caso, le indagini formali sulle reali cause del decesso sono attualmente ancora in pieno corso, ma l’ombra scura del bracconaggio organizzato si allunga minacciosa sull’intero territorio pisano. Il sindacato ambientalista non usa mezzi termini e fa strategicamente corrispondere, calendario alla mano, la tempistica del vile e mortale ferimento della lupa esattamente «al giorno dell’apertura generale e ufficiale della stagione venatoria in tutta la regione Toscana». «L’evidente coincidenza temporale con l’apertura della caccia», ha tenuto a precisare diplomaticamente ma fermamente Baglioni, «non costituisce, da sola e giuridicamente, una prova inconfutabile della colpevolezza e della responsabilità diretta di un singolo cacciatore o dell’intera categoria venatoria. Tuttavia, alla luce dei fatti, riteniamo assolutamente e urgentemente necessario che venga minuziosamente verificato dalle Forze dell’Ordine chi fosse formalmente autorizzato, presente e armato in quell’esatta area territoriale interessata dal crimine, per capire quali attività venatorie o di altra natura fossero in corso. Il fucile illegale non è gestione del territorio, non è prevenzione dei danni, e certamente non è convivenza civile».

Agricoltori e politica: i danni alle greggi e il via libera agli abbattimenti

I due lupi brutalmente uccisi a colpi di fucile nel territorio pisano si inseriscono in un contesto sociale già fortemente esasperato dal moltiplicarsi esponenziale dei casi di avvistamenti notturni nei centri abitati e dalle crescenti, rabbiose lamentele provenienti dal mondo agricolo e pastorale toscano.
«Il vero, drammatico problema economico non è limitato soltanto alla conta del singolo animale d’allevamento fisicamente ucciso e sbranato dai lupi», ha denunciato pubblicamente Luciano Nucci, presidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Toscana. «Subire un improvviso e feroce attacco notturno da parte di un lupo o di un ibrido selvatico provoca uno shock e uno stress psicofisico enorme sull’intero gregge superstite, una condizione patologica che può arrivare a compromettere definitivamente e irreparabilmente l’intero ciclo produttivo e vitale degli animali, causando nei mesi successivi una netta riduzione della preziosissima produzione di latte e ingenerando gravissimi problemi anche nella normale riproduzione stagionale». I numeri snocciolati dall’associazione di categoria parlano chiaro: dal 2021 fino ai primissimi mesi del 2025, sono arrivate sulle scrivanie regionali toscane ben 1.096 segnalazioni certificate e complete di esatta geolocalizzazione satellitare relative alla presenza del lupo. Una pressione numerica altissima, che ha recentemente spinto politicamente il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ad accogliere e ratificare ufficialmente il controverso “declassamento” giuridico (in gergo tecnico downlisting) dello status di protezione rigorosa e intoccabile della specie. La nuovissima normativa nazionale ha persino individuato matematicamente il numero massimo di lupi selavatici legalmente “prelevabili” (ossia abbattibili) annualmente per contenere l’emergenza: un tetto fissato a 180 esemplari in tutta Italia, di cui 22 riservati esclusivamente alla Toscana.

L’allarme del biologo: “Uccidere a caso distrugge il branco e peggiora i danni”

Di fronte alla rabbia degli allevatori e alle scellerate e criminali iniziative dei bracconieri armati, la scienza cerca faticosamente di far sentire la propria voce razionale e competente.
Il biologo esperto Marco Del Frate, che collabora stabilmente e attivamente con il Parco di San Rossore per l’attento monitoraggio e la tutela della specie, invita tutti alla massima prudenza, ricordando che «esiste un rigido protocollo normativo ben preciso, dettato da leggi europee, che porta alla valutazione scientifica del grado di confidenza o di effettiva pericolosità di un singolo individuo problematico. Solo dopo questa analisi si può attivare una catena di intervento che può passare dall’utilizzo di metodi incruenti di dissuasione acustica fino alla rimozione definitiva (generalmente tramite la cattura incruenta in gabbia) di individui considerati specifici e pericolosi». Del Frate lancia però un fortissimo e preoccupato allarme contro il bracconaggio selvaggio e incontrollato: la cosiddetta giustizia “fai da te” armata di fucile a pallettoni non è solo un gravissimo reato penalmente perseguibile ed eticamente sbagliato, ma è soprattutto un enorme e autolesionistico errore gestionale. «Sparare a caso nel mucchio rischia seriamente di acuire in maniera drammatica una situazione già di per sé molto problematica», avverte severamente il biologo. «L’uccisione indiscriminata di determinati individui adulti, infatti, determina inesorabilmente la completa e disastrosa destrutturazione interna dell’intero branco. All’interno di un branco consolidato, la perdita repentina e violenta di alcuni soggetti dominanti può alterarne per sempre i fragili equilibri sociali e venatori. Rimanendo improvvisamente orfani e privi della guida degli individui più adulti ed esperti nella caccia alle grandi prede selvatiche, gli esemplari più giovani si trasformano in un incontrollabile gruppo di adolescenti scalmanati abbandonati a se stessi, che, incapaci di cacciare nel bosco, finiscono inevitabilmente per attaccare le prede umane più facili, ovvero i greggi chiusi nei recinti, causando ancora più danni economici agli allevatori rispetto a prima».

Il dramma in Umbria: la mobilitazione per salvare la cucciola Zira

La terribile teoria del biologo toscano trova una tragica e straziante conferma pratica in quanto sta accadendo in queste drammatiche ore nella vicina regione Umbria, dove cinque giovanissimi cuccioli di lupo, tutti piccoli fratelli inermi facenti parte originariamente della medesima e numerosa cucciolata, sono improvvisamente rimasti orfani della madre, vagando completamente sperduti nei boschi in condizioni disperate di forte denutrizione e gravemente affetti dalla terribile rogna sarcoptica.
Per questi fragili e indifesi animali è iniziata una disperata, commovente e tragica corsa contro il tempo. Purtroppo, uno dei piccoli è stato ritrovato esanime e senza vita ai margini di una strada dopo essere stato brutalmente investito nella notte da un’auto pirata, mentre un secondo fratellino (soprannominato Twin) non è purtroppo sopravvissuto alla fame e alla malattia, spirando tragicamente dopo giorni di inutile agonia nonostante le assidue cure ricevute. Una terza cucciola, affettuosamente ribattezzata Zira dai suoi salvatori, è invece fortunatamente ancora viva e lotta come una leonessa per non arrendersi, assistita giorno e notte senza sosta dagli instancabili e generosi volontari dell’associazione di recupero Wild Umbria. Gli ultimi due fratelli dispersi, purtroppo, sono ancora liberi sul territorio e, nonostante le incessanti chiamate e segnalazioni dei cittadini, non sono ancora stati individuati dai soccorritori. A raccontare la straziante genesi dell’emergenza è stata la stessa onlus sulla propria seguitissima pagina social. “Cinque fratelli, una sola e debole possibilità di salvezza”, è il triste e rassegnato incipit del lungo e commosso post con cui Wild Umbria ha ufficialmente lanciato una necessaria e urgente raccolta fondi pubblica per riuscire a sostenere le altissime e gravose spese mediche delle cure destinate alla piccola superstite.
«Zira presentava una grave zampa fratturata, un quadro clinico fortemente denutrito ed era letteralmente e dolorosamente devastata su tutto il corpicino dalla rogna». La lupa è stata immediatamente sottoposta a un delicatissimo e costoso intervento chirurgico ortopedico e ora si trova in degenza controllata presso il centro di recupero specializzato per animali selvatici dell’associazione, dove viene amorevolmente assistita. «Il lunghissimo e ripido percorso riabilitativo che Zira ha davanti a sé è ancora terribilmente incerto. In pochissimi giorni questa enorme emergenza locale ha già richiesto importanti e non preventivate risorse economiche vitali per pagare le insostenibili cure veterinarie chirurgiche, per acquistare i farmaci specifici salvavita e per garantire una complessa e costosa alimentazione dedicata». Per questo motivo, l’appello disperato dei volontari è rivolto al cuore grande di chiunque possa permettersi di contribuire con una minima donazione monetaria, ma anche a chi, pur non avendo disponibilità, può semplicemente aiutare la causa decidendo di condividere il link della raccolta fondi sui propri profili social. «Per lei, oggi, possiamo ancora fare la nostra piccola ma vitale parte per restituirle, un domani, il bosco e la libertà», conclude speranzosa Wild Umbria.

Per chiunque volesse contribuire a salvare la piccola Zira, è possibile donare visitando la pagina ufficiale: https://gofund.me/ed61d8bff

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Cronaca

Roma, sventate due truffe in posta a Balduina: il direttore salva i risparmi di due anziane

Sempre più anziani finiscono nel mirino di truffatori senza scrupoli, ma a volte l’occhio clinico del personale allo sportello riesce a fare veri e propri miracoli. È successo a Roma, nel quartiere Balduina-Trionfale, dove nel giro di pochi giorni il direttore di un ufficio postale ha sventato due gravi frodi informatiche. Nel primo caso, una donna di 70 anni è stata fermata appena in tempo mentre, manipolata al telefono da sedicenti “broker finanziari”, stava per inviare 500 euro su carte sconosciute convinta di fare un “investimento online” sicuro per aiutare il marito. Poche ore dopo, un’altra anziana si è presentata in filiale in lacrime: finti operatori antifrode l’avevano convinta al telefono a cedere i codici segreti per “sbloccare il conto”. Solo l’intervento fulmineo dei dipendenti ha permesso di bloccare la carta e salvare i 1.300 euro della sua sudata pensione. Leggi il racconto completo del doppio salvataggio e le regole d’oro per non farsi svuotare il conto👇

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Ufficio Postale

Roma – L’emergenza delle truffe finanziarie ai danni delle fasce più deboli e indifese della popolazione, in particolar modo gli anziani, continua purtroppo a rappresentare una piaga sociale estremamente allarmante e difficile da arginare nelle grandi metropoli. I truffatori, sempre più abili, senza scrupoli e dotati di sofisticati strumenti tecnologici, studiano quotidianamente nuovi e subdoli espedienti psicologici per svuotare i conti correnti delle vittime. Tuttavia, in questa quotidiana lotta contro il crimine informatico, l’attenzione umana e la professionalità del personale agli sportelli si rivelano spesso l’ultimo e invalicabile baluardo di difesa.
Nei giorni scorsi, proprio nella Capitale, due gravissimi tentativi di truffa economica ai danni di altrettante clienti anziane sono stati brillantemente sventati e neutralizzati dal personale attento di un ufficio di Poste Italiane situato nel cuore della zona Balduina-Trionfale. Il lieto fine di questa doppia vicenda di cronaca metropolitana è stato reso possibile esclusivamente grazie all’incredibile tempestività d’azione degli operatori postali, e in particolare del direttore della filiale, che con occhio clinico hanno saputo riconoscere immediatamente alcune sospette modalità comportamentali riconducibili ai più classici tentativi di frode legati alla promessa di presunti “investimenti online”. In entrambi i casi, a far scattare prepotentemente il campanello d’allarme e a insospettire il direttore dell’ufficio postale sono stati diversi elementi anomali che stonavano con la normale routine dello sportello, come la strana e inusuale richiesta di attivazione di nuovi strumenti finanziari associata a insistenti telefonate e alle vaghe motivazioni fornite dalle clienti stesse a giustificazione dell’esecuzione di bonifici immediati.

Il primo raggiro: la finta promessa di investimenti online per “aiutare la famiglia”

Il primo caso cronologico di tentata truffa, tanto crudele quanto subdolo, ha riguardato da vicino una fragile cliente romana di circa 70 anni, la quale si è presentata in uno stato confusionale all’interno dell’ufficio postale di zona mentre si trovava palesemente al telefono con i presunti “investitori” finanziari. La malcapitata donna, già afflitta da oggettive difficoltà economiche quotidiane, aveva ricevuto in mattinata alcune insistenti telefonate provenienti da numeri sconosciuti (alcuni con normale prefisso italiano, altri generati virtualmente dall’estero). Attraverso un sapiente lavaggio del cervello telefonico, i criminali le avevano abilmente prospettato la falsa e allettante possibilità di ottenere dei guadagni economici facili e sicuri, convincendola a cimentarsi in sedicenti quanto inesistenti “investimenti online” ad altissimo rendimento.
Gli interlocutori senza scrupoli la stavano letteralmente radioguidando, passo dopo passo e senza mai farle chiudere la chiamata, indicandole le esatte operazioni bancarie da effettuare allo sportello. «Sono quasi sempre presente in sala al pubblico per gestire i flussi, e quel giorno ho notato immediatamente la signora mentre parlava fittamente al telefono e chiedeva ansiosamente indicazioni al suo interlocutore su cosa dovesse fare di preciso», racconta oggi sollevato il direttore dell’ufficio postale. «La cliente entrava e usciva nervosamente dall’ufficio senza mai avvicinarsi al totem per prendere il numero di turno. Quando l’ho vista fermarsi per prendere affannosamente appunti su un foglietto e chiedere con voce incerta al suo interlocutore da dove stesse chiamando, ho deciso di non girarmi dall’altra parte e di intervenire subito».
La signora era intenzionata a richiedere urgentemente l’emissione di una nuova carta ricaricabile Postepay Evolution, con l’intento esplicito di effettuare immediatamente dopo un bonifico di ben 500 euro (una cifra per lei importantissima), totalmente abbagliata dalle false promesse di un ritorno economico enorme e immediato che, nei suoi commoventi piani, le sarebbe servito per aiutare concretamente il marito nell’acquisto di un’automobile necessaria per la famiglia. «Ho cercato con tatto ed empatia di capire chi fossero queste misteriose persone dall’altro capo del filo, se per caso lei le conoscesse personalmente e se le avessero fornito della documentazione cartacea o altre informazioni legalmente verificabili», prosegue il direttore nel suo racconto. «Le ho fatto presente, in modo fermo ma rassicurante, che inviando denaro al buio a persone che non aveva mai visto e di cui non aveva alcun riferimento verificabile o certificato, avrebbe matematicamente perso tutti i suoi risparmi senza alcuna possibilità di recupero».
Il personale dell’ufficio ha quindi invitato caldamente la cliente, che nel frattempo era apparsa visibilmente agitata e confusa dopo aver realizzato la gravità della situazione, ad interrompere bruscamente le comunicazioni telefoniche con i presunti broker finanziari. Successivamente è stata invitata a rivolgersi con fiducia alle forze dell’ordine per sporgere regolare denuncia, mentre il direttore si premurava di inviare un rapido alert interno per informare tutti gli uffici postali limitrofi del quartiere, temendo che i truffatori potessero indirizzare la vittima verso un’altra filiale ignara.

Il finto operatore antifrode e il furto sventato della pensione mensile

Incredibilmente, un secondo e gravissimo episodio di cronaca si è verificato all’interno della stessa struttura a distanza di sole poche ore. Questa volta la potenziale vittima era un’altra cliente storica del quartiere, anch’essa sulla settantina d’anni, che si è recata letteralmente in lacrime e in preda al panico in ufficio dopo aver inavvertitamente fornito ai truffatori telefnici numerose informazioni personali, tra cui purtroppo i delicatissimi codici di sicurezza (PIN e CVC) relativi alle proprie carte di pagamento.
«La cliente si è presentata in ufficio disperata, pochissimi minuti dopo essersi finalmente resa conto del vile raggiro in cui era appena caduta», spiega il direttore. «I truffatori avevano utilizzato la tecnica del “vishing”: le avevano fatto credere, spacciandosi con finta autorevolezza, di essere personale dell’antifrode centrale di Poste Italiane. Le avevano intimato che ci fosse un imprecisato e grave problema informatico di blocco sulla sua carta e che, per procedere all’immediato sblocco ed evitare il congelamento dei fondi, fosse assolutamente e urgentemente necessario trasferire tutta la liquidità giacente su un’altra carta temporanea, ovviamente gestita dai criminali».
In questo caso, la tempestività fulminea dell’intervento del personale allo sportello ha consentito di bloccare informaticamente e in tempo reale tutte le carte associate al conto della vittima, riuscendo in extremis a impedire che i malintenzionati riuscissero a completare il prelievo e ad appropriarsi dell’intera somma disponibile, pari a circa 1.300 euro. «È stato fondamentale che la cliente, colta dal dubbio, si sia recata fisicamente e subito qui in ufficio, senza perdere ulteriore tempo prezioso cercando risposte al telefono, perché proprio grazie a questi pochissimi minuti di vantaggio siamo riusciti a mettere in cassaforte la sua pensione, che rappresenta drammaticamente la sua unica fonte di sostentamento mensile», sottolinea con evidente e giustificato orgoglio il direttore.

La prevenzione attiva e le regole d’oro di Poste Italiane contro i raggiri

I due gravi e ravvicinati episodi di cronaca verificatisi nel quartiere Balduina confermano, in maniera lampante e incontrovertibile, l’assoluta importanza della capillare attività di prevenzione svolta quotidianamente negli uffici postali italiani.
Si rivela altresì vincente la fitta rete di collaborazione istituzionale instaurata tra il personale fisico della rete, le sofisticate strutture informatiche di prevenzione e contrasto alle frodi interne di Poste Italiane e le forze dell’ordine sul territorio (Polizia di Stato e Carabinieri). L’attenzione spasmodica degli operatori di sportello, unita a una solida formazione aziendale e all’innata e umana capacità di individuare e codificare comportamenti anomali o sospetti da parte della clientela più anziana, rappresenta oggi infatti uno strumento di difesa essenziale e irrinunciabile per poter contrastare sul nascere i tentativi di truffa e proteggere efficacemente i risparmi dei piccoli correntisti.
Per cercare di arginare il preoccupante fenomeno, l’azienda Poste Italiane invita costantemente tutti i cittadini a non abbassare mai la guardia, ricordando che nessun dipendente postale richiederà mai, per nessuna ragione, i codici PIN personali, le password, le credenziali di accesso o i numeri dispositivi segreti (OTP) tramite telefono o SMS. A tal proposito, navigando sul sito istituzionale ufficiale dell’azienda (www.poste.it), è sempre possibile consultare liberamente l’apposita sezione dedicata interamente alla sicurezza informatica. Questa pagina fondamentale comprende tutte le informazioni necessarie e le indicazioni pratiche fondamentali per imparare a riconoscere e proteggersi dai raggiri più comuni, prendendo soprattutto spunto e analizzando le tipiche situazioni di pericolo che si possono purtroppo presentare in strada, telefonicamente o, in ogni caso, al di fuori del perimetro sicuro dell’ufficio postale.

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Cronaca

L’Aquila – 29enne precipita dal balcone: trasportato in Ospedale in codice rosso

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Ospedale

L’Aquila- Un giovane, classe 1997, è rimasto gravemente ferito dopo essere precipitato da un balcone all’Aquila. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118. Il ragazzo ha riportato un politrauma ed è stato trasportato in ospedale in codice rosso.Ancora incerte, ed al vaglio degli inquirenti, le dinamiche e le eventuali cause.

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