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Cultura

L’arte di rinascere attraverso la poesia: intervista esclusiva alla poetessa polacca Antonina M. Wiśniewska

CRESCERE SENZA GENITORI BIOLOGICI, INCONTRARE IL PROPRIO PADRE CON LA DIVISA MILITARE, E SALVARSI LA VITA GRAZIE ALLA POESIA. UNA STORIA CHE VI FARÀ VENIRE I BRIVIDI! 📖 😢 ❤️ Ci sono Esistenze così dolorose e incredibili che sembrano uscite dalla penna di un regista di Hollywood. Quella della famosa poetessa e traduttrice polacca Antonina M. Wiśniewska è una di queste. Cresciuta sapendo di non essere figlia dei genitori che la stavano crescendo, a soli 5 anni ha visto il suo vero padre arrivare a bordo di un’auto militare per portarla di nascosto, anche solo per un giorno, dalla sua vera mamma… Una donna bellissima che di lì a poco sarebbe morta consumata dal cancro. Dal dolore di quell’infanzia spezzata, Antonina ha trovato la forza di “rinascere” attraverso la Poesia, diventando una delle voci più forti nel mondo per la diffusione della Fratellanza, dell’Inclusione e della Pace globale. I microfoni di CavaliereNews hanno realizzato un’intervista pazzesca e intima a questa donna meravigliosa. Siete curiosi di leggerla per intero? Cliccate e leggete il nostro articolo culturale! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche voi pensate che la “Gelosia” e l’invidia siano i Mali più grandi del nostro Secolo capaci di distruggere i sogni delle persone di Talento? Diteci la Vostra nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura questa bellissima intervista per premiare il coraggio di questa poetessa!!

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Antonina M. Wiśniewska

Roma – Ci sono vite che somigliano a romanzi incredibili, esistenze segnate fin dalla tenera età da segreti, misteri, dolori profondi e rinascite miracolose. E poi c’è l’Arte, in particolare la Poesia, che come un faro luminoso interviene per salvare l’anima dalla disperazione, trasformando le cicatrici del passato in messaggi universali di pace, tolleranza e fratellanza globale. È questa l’essenza purissima e commovente che traspare dall’incredibile storia della poetessa, promotrice culturale e traduttrice polacca Antonina M. Wiśniewska. Ai microfoni di CavaliereNews, la nostra bravissima Angela Kosta ha realizzato un’intervista intima, potente e senza filtri, capace di toccare le corde più profonde del cuore umano.

L’intervista integrale a cura di Angela Kosta

Benvenuta sul portale Cavaliere News Antonina. I lettori vorrebbero sapere qualcosa in più. Ci racconti qualcosa di sé.
“Salve e un caro saluto a tutti i lettori. Mi chiamo Ewelina Krystyna Maleta e da alcuni anni utilizzo il nome d’arte Antonina M. (Maria) Wiśniewska. Sulla carta d’identità, mio padre Józef Janek mi registrò come sua figlia. Tuttavia, nel documento, accanto ai miei dati anagrafici, compare una nota in cui si specifica che Józef Janek non è il mio padre biologico e che la mia data di nascita è quella che ho sempre indicato: sono nata a Wierzbica. In precedenza, però, come ho potuto constatare dal primo certificato di nascita, quando i miei dati personali furono modificati nel 1998, ero stata registrata come Ewelyna Osiecka-Heda, nata a Varsavia. Sono cresciuta come figlia di Józef Janek e Teodosia Janek a Więcaszek, ma fin dalla prima infanzia sentivo che non erano i miei genitori biologici. Quando ero piccola, ricordo che mi chiamavano “la nostra varsaviana” oppure “la ballerina”, perché ero una bambina molto talentuosa e vivace. Amavo profondamente la musica classica e la danza classica, leggevo libri per bambini e, già allora, avevo creato il mio mondo magico. A cinque anni, durante un viaggio sui Monti Świętokrzyskie, vidi per la prima volta il mio vero padre. Indossava un’uniforme militare. Trascorsi con lui l’intera giornata e, tra le altre cose, vidi il corpo imbalsamato della regina Jadwiga. In tarda serata se ne andò, dicendomi che molto presto sarei tornata da lui e che dovevo avere pazienza, perché non poteva portarmi a casa a causa della malattia di sua moglie. Mi promise anche che presto mi avrebbe portata da mia madre biologica. E così accadde. Quando avevo circa cinque anni, mio padre mi accompagnò a bordo di un’auto militare. Quando arrivammo a Varsavia, fui accolta da una donna con la quale giocai a nascondino. Poi mi disse che ero la bambina più bella del mondo e che ero il suo tesoro segreto, prezioso e immenso. Passeggiammo per il centro di Varsavia e mi parlò del re Sigismondo. Poi mi comprò il libro “Leggende polacche”. In seguito andammo al cinema, ma, a causa della stanchezza, mi addormentai. Quando mi svegliai, dopo alcune ore, ricordo che mia madre non c’era più”.

Quando ha iniziato a scrivere per la prima volta?
“Ho iniziato a scrivere molto presto, già durante l’adolescenza. I miei primi testi li scrivevo nelle ultime pagine dei quaderni scolastici. Fin dalle prime classi elementari, tutti i miei temi e testi si distinguevano perché utilizzavo diverse figure metaforiche. “Non sono io” è il primo testo che scrissi, all’età di tredici anni, sotto l’influsso del fascino per un amore platonico. Questa poesia apparteneva a mia madre biologica, quando lei e alcuni rom aspettavano il mio arrivo alla stazione ferroviaria di Radom. In quel periodo portava un fazzoletto sulla testa. Dopo la chemioterapia era pallida, con il volto molto bianco. Prima di morire, il 7 marzo 1997, combatté a lungo contro il cancro. Anni dopo, mi iscrissi alla rinomata Scuola Europea di Sartoria e Design dell’Abbigliamento, frequentando un percorso quinquennale. Ebbi la fortuna di avere come insegnante la signora Ludwicka, una docente molto competente, che si accorse immediatamente che ero una delle poche studentesse in grado di interpretare la poesia in modo originale. Sentivo la poesia, perché riuscivo a guardarla dal punto di vista di uno scrittore. Durante i miei studi a Radom si tenevano anche incontri con autori, scrittori e poeti attivi a Varsavia. In quell’occasione incontrai personalmente Daniel Passent, Seweryn Krajewski e Jeremi Przybora, che mi disse che ero bella e talentuosa come mia madre, Agnieszka Osiecka. Erano presenti anche padre Jan Twardowski, Michał Bajor, Marek Grechuta e la vincitrice del Premio Nobel Zofia Nałkowska. Quando la mia poesia “To nie ja…” (Non sono io…) fu interpretata alla radio, i miei amici, che la ascoltarono dal collegio, furono entusiasti dell’evento. Tuttavia, quella poesia non riportava il mio nome, bensì le iniziali J. C. A Radom divenne famosa dopo aver ottenuto una notevole attenzione da parte dei media. In quel periodo iniziai a incontrare ogni settimana, il giovedì, mio padre biologico presso il presidio militare. La mia cresima si svolse lì e, dopo aver imparato ad addestrarmi e a difendermi, al termine della cerimonia rimasi e prestai giuramento come agente militare. Nel 1998, ancora studentessa, fui sottoposta all’ultima vaccinazione prevista nelle scuole superiori. Successivamente ebbi effetti collaterali e mi ammalai gravemente. Nonostante tutto, riuscii a preparare la mia tesi e a conseguire il diploma. Durante la cresima mi fu dato il nome Karolina. Per questo, nelle mie opere, racconti brevi, poesie, drammi e recensioni cinematografiche, mi identificavo con questo nome, nascondendo allo stesso tempo la mia identità. Cominciai a scrivere seriamente nel 2004. Fu allora che scrissi il mio primo sonetto, “I tulipani”. Mi piaceva molto anche scrivere alfabeti poetici. Tentai per tre volte di pubblicare le raccolte poetiche “Avevano un nome”, “La corona dei pensieri”, “CV” e “Mandalas”, ispirandomi ai libri da colorare antistress che mia figlia adorava. Nel 2005, mentre studiavo presso il Tecnico di Amministrazione, discussi la mia tesi sulla Gestione delle Risorse Umane e iniziai anche gli studi di Filologia Polacca presso l’Università Maria Curie-Skłodowska, nel Collegio degli Insegnanti. Fu allora che cominciai a inviare i miei testi a diverse riviste letterarie. Radom è stata e rimarrà sempre la mia casa”.

Lei è una nota promotrice della cultura poetica e letteraria. Ci racconti come è riuscita a creare questi ponti culturali.
“Per diventare divulgatrice della cultura poetica e letteraria bisogna studiare e acquisire nuove competenze, andando oltre le conoscenze degli altri. E noi apparteniamo a coloro che sono nati con queste capacità. Per raggiungere un determinato livello nella società, bisogna avere talento e distinguersi per le qualità di una buona guida, senza contraddizioni, seguendo con attenzione il percorso scelto e più adatto a noi. Nella vita andiamo là dove ci sentiamo sereni, dove stiamo bene e dove veniamo compresi. Raggiungiamo e seguiamo sempre quel punto in cui il nostro talento viene riconosciuto come individualità dotata di una particolare bellezza poetica, senza lasciarcene sorprendere. Per molti anni ho cercato la mia strada tra persone che non mi comprendevano. Per loro era più facile criticarmi o dire che ero inutile nella società, piuttosto che sostenermi e motivarmi ad attivarmi. Oggi, guardando la mia esperienza attraverso la prospettiva della fiaba “Cenerentola”, posso dire che gli alberi e gli arbusti innestati con radici diverse sono spesso più nobili e più forti. Si può sempre vedere che quell’albero non proviene dalle stesse radici, ma esiste un legame forte che gli permette di sopravvivere anche senza le radici originarie. Nel mio caso, la diffusione dell’arte e delle conoscenze letterarie in un ampio contesto sociale e globale è avvenuta attraverso il coinvolgimento di persone socialmente riconosciute e dotate di capacità e talenti nella mia stessa direzione. Il loro contributo è diventato una fiaccola per la diffusione della cultura e della letteratura. Si tratta, soprattutto, di unire il proprio talento a quello degli altri. Nel mondo siamo sempre alla ricerca di un luogo in cui poterci sviluppare, acquisire nuove competenze, creare qualcosa di unico e innovativo, essere utili e ricevere riconoscimento attraverso ciò che facciamo. Ci sentiamo bene là dove possiamo condividere le nostre conoscenze e, allo stesso tempo, moltiplicare ciò che il cuore ci suggerisce, per scoprire la missione della nostra anima. Il danno più grande che si possa fare a una persona nella vita è la gelosia. Agendo per gelosia, si possono reprimere persone estremamente talentuose e bloccare il loro sviluppo. Per arrivare dove sono oggi e conquistare il rispetto di numerosi autori nel mondo, ho dovuto essere un’aquila sapiente e bianca, con le ali spiegate, possedendo la forza e le capacità necessarie affinché il mondo potesse vedermi e riconoscermi come una guida unica, solida e di valore. Inoltre, bisogna essere sempre nobili e onesti, perché senza queste virtù una persona non potrà mai diventare un diamante tra pietre fredde e dure, siano esse marroni, grigie o nere, anche quando possiedono molti anni di conoscenze accumulate”.

Qual è stato il suo percorso creativo?
“Ho già parlato del mio percorso creativo in Polonia. Posso aggiungere che, nel corso della mia attività, decisi di partecipare al Concorso Letterario Nazionale “Turniej Jednego Wiersza” (Torneo di una poesia), organizzato dall’Associazione Arka Youth Center di Radom il 19 ottobre 2019. Vinsi il primo premio: ricevetti un diploma e cinque raccolte poetiche di diversi autori, una delle quali, “Interazioni”, con dedica e autografo di Rafał Kasprzak. Nel 2019 partecipai a un film educativo e fui membro della giuria in eventi organizzati da istituzioni pubbliche e private: due concorsi regionali e due concorsi nazionali. Nel 2020 pubblicai la raccolta “Poetica vitae” e partecipai come coautrice a un’antologia. Nel 2021 fu realizzato un film con la mia partecipazione e quella di altri autori, trasmesso dalla Televisione di Kozienice. Il KDK di Kozienice è anche un Centro Culturale che coinvolge gli adulti. Attualmente sono Ambasciatrice della Cultura presso numerose organizzazioni senza scopo di lucro. Vorrei rispondere direttamente alla mia stessa domanda: come si manifestano le mie aspirazioni nel mondo? Lo faccio attraverso diverse piattaforme. La prima piattaforma poetica nella quale ho lavorato come amministratrice è stata la Piattaforma Africana Mondiale dei Pensatori della Poesia (PPP), alla quale sono seguite numerose altre piattaforme. Attualmente faccio parte della piattaforma americana Recinto Literario International “Amor de Poeta”. Nella Primavera Letteraria Mondiale Cinese, che riunisce creatori di talento provenienti da 194 Paesi del mondo, sono stata selezionata come vincitrice per la Polonia, all’undicesimo posto, subito dopo il rappresentante degli Stati Uniti, e come ottava persona più influente nel mondo della poesia. Ho inoltre ricevuto altri premi e certificati da diversi Paesi del mondo. Tutti gli autori che ho tradotto sono stati inseriti nell’Enciclopedia dei Poeti di tutto il mondo, che spero di poter pubblicare in futuro. Come rappresentante della cultura letteraria polacca, ho rilasciato oltre 150 diplomi stampati, riportanti le relative statistiche, il numero e l’anno”.

Nelle sue poesie emerge un forte desiderio di fratellanza, amicizia e pace. Che cosa ispira la sua musa oltre a questi temi?
“Il tema della pace nel mondo è una questione molto importante e fondamentale, soprattutto in questi giorni. La fratellanza è un elemento senza il quale la pace nel mondo non potrebbe esistere. L’amicizia è più forte dell’amore e, in realtà, è grazie ad essa che riusciamo a vivere le relazioni interpersonali e globali. Non sarei mai diventata ciò che sono oggi senza impegno, lavoro e fiducia nelle persone e nell’amicizia. Mi sembra che il modo in cui tratto ogni essere umano abbia determinato il mio destino e la mia presenza nel mondo globale. Il fatto è che non ho mai rifiutato di tradurre autori, indipendentemente dalla loro nazionalità o dalla loro razza. Vedo persone che si concentrano sulla guerra, sulla religione, sulla razza o sulla lingua, e questo non è positivo. Quando avevo sette anni, nell’esercito presso il quale lavorava mio padre, in un campo di riabilitazione arrivarono molti bambini provenienti dall’Africa, dall’Iraq e dall’Afghanistan. Lì compresi che tra le persone non esiste alcun abisso, ma ponti di amore e amicizia, senza i quali non siamo in grado di vivere. Allora mio padre mi disse che quelli erano i bambini con i quali avrei lavorato in futuro, come membro della Società delle Nazioni, e che dopo la sua morte avrei avuto un compito: rappresentare la lingua polacca nel mondo. Mi disse anche che avrei dovuto ricordare sempre che l’amore nella vita avrebbe superato ogni male. Mi spiegò che l’amore per la Patria a volte richiede sacrifici da parte dei soldati, sacrifici che possono ricadere anche sui figli e sulla famiglia, come era accaduto nel suo caso. Nelle mie poesie e nelle mie opere mi ispiro alla vita e ai problemi sociali importanti, attuali e globali. Attraverso il mio lavoro cerco di cambiare il mondo e la mentalità delle persone, di chiarire e sradicare gli stereotipi”.

Quanti libri ha pubblicato e quali generi comprendono?
“Sono autrice di due raccolte poetiche. Amministro il sito “Słowo pisane – Ewelina Maleta”, che raccoglie biografie e opere di alcuni dei poeti più talentuosi di tutto il mondo. Inoltre, sono editor e curatrice del libro “La promessa” di Zbigniew Jarek. Sono coautrice e autrice di numerose antologie, quotidiani e riviste letterarie nazionali e internazionali. La maggior parte dei miei testi pubblicati appartiene al genere poetico, ma scrivo anche prosa e traduco testi poetici. La mia formazione, acquisita nel corso degli anni, è diversificata, così come lo sono oggi le mie competenze”.

Quali sono i suoi autori preferiti?
“Ci sono centinaia di autori e amici creatori che amo e apprezzo, provenienti da tutto il mondo. Sono affascinata dalla poesia, dalla sua modernità, dalle nuove tendenze globali, dai temi legati alla natura, dal cambiamento, dall’analisi, dalla riflessione, dai valori e dalle diverse culture. Analizzando le poesie dei singoli autori, noto differenze e somiglianze. Ognuno di questi poeti è un individuo e ciascuno possiede il proprio talento. Non seguono un percorso fatto di lotta e non infrangono le regole, ma creano nuovi legami e qualcosa di duraturo. Sono originali, unici ed espressivi. Attualmente, nel mondo sono presenti tre correnti filosofiche: l’esistenzialismo, legato alla lotta con i problemi della vita; il neoromanticismo e il neo-avanguardismo. Il genere poetico si sta ritirando sullo sfondo. La poesia contemporanea si è riempita della prosa della vita, parzialmente liberata dalla massima rigidità formale. È diventata democratica, libera, forte; segue il proprio corso, unita, universalmente accessibile e sincera, non pensata per il pubblico, ma per la difesa dei valori. La modernizzazione della poesia è iniziata molti anni fa. In Polonia, molti poeti si consideravano grandi e non si rendevano conto dei propri limiti rispetto a se stessi e agli autori del mondo. Ammiro Norwid e Mickiewicz, mentre mi identifico maggiormente con Petrarca e Shakespeare. Durante i miei studi mi piace combinare diversi generi. La mia prosa è una forma di diario: a volte è un appunto, altre volte sono provocatoria, curiosa, gioiosa, sicura di me, forte e piena di valori”.

Quali sono i suoi hobby oltre alla letteratura?
“I miei hobby sono numerosi e diversi. Sono affascinata dalla moda e dalla fotografia. Mi piacciono molto la pittura, la politica, l’arte, la scienza e l’innovazione in diversi ambiti. Mi piace trascorrere il tempo osservando la natura e le persone. Amo molto viaggiare, osservare le relazioni e le attività individuali. Il mio attuale stile di vita potrebbe sorprendere molte persone, ma la verità è che senza libertà non sarei arrivata dove sono oggi. Allo stesso tempo, sarei una donna oppressa, chiusa e schiava della stessa menzogna della mia esistenza. Vorrei dedicarmi maggiormente ai miei hobby, ma il mio modo di lavorare come artista non prevede orari né programmi prestabiliti. Nelle opere che creo riverso la mia energia ispiratrice, che si fonde e penetra in profondità, tanto nella poesia quanto nella prosa”.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
“Un tempo avrei detto: “Per aspera ad astra” ma ormai tutto è diventato realtà. Per questo oggi posso dire: “Carpe Diem”: cogliete l’attimo e traete da esso tutto ciò che la vita vi offre di positivo. Non mi piace programmare il futuro. Mi piace vivere in modo strategico e raggiungere i miei obiettivi, anche andando contro ciò che la vita mi impone. Ho già superato e raggiunto così tante cose nella mia vita che nemmeno Dio sa che cos’altro potrò riuscire a fare”.

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Cultura

L’Aquila Capitale della Cultura 2026, il Sirente e la Valle Subequana nel libro di Massimo Santilli con Dacia Maraini: presentazione al Palazzetto dei Nobili

Il Sirente e la Valle Subequana a L’Aquila Capitale della Cultura 2026!

Venerdì 13 novembre al Palazzetto dei Nobili la presentazione del libro di Massimo Santilli “Sirente Sconosciuto Stupore”, impreziosito dalla prefazione di Dacia Maraini e premiato in Svizzera.

Un viaggio tra vette e borghi con Giustino Parisse, Fabrizio Marinelli (Fondazione Carispaq) e Walter Capezzali per riscoprire il cuore dell’Appennino. Conoscete le meraviglie nascoste della Valle Subequana?

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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LOCANDINA EVENTO LAQUILA 13 NOVEMBRE

L’Aquila – Il fascino arcano delle vette appenniniche, il respiro intatto dei borghi medievali e la riscoperta di una geografia dell’anima approdano con solennità nel cuore pulsante del capoluogo d’Abruzzo, nell’anno straordinario che vede la città federiciana protagonista indiscussa come Capitale Italiana della Cultura 2026. Venerdì 13 novembre, a partire dalle ore 17:30, la splendida cornice della Sala lignea del Palazzetto dei Nobili ospiterà la presentazione ufficiale dell’ambizioso libro-progetto intitolato Sirente Sconosciuto Stupore, firmato dall’autore e ricercatore Massimo Santilli e impreziosito dalla prestigiosa prefazione della celebre scrittrice Dacia Maraini, evento cardine per il nostro territorio e per la valorizzazione del patrimonio montano.

L’iniziativa, promossa con il patrocinio ufficiale concesso dal Comune dell’Aquila e organizzata in sinergia con l’Archeoclub d’Italia, vedrà l’apertura dei lavori affidata al saluto istituzionale del Vice Sindaco avvocato Raffaele Daniele, a cui seguiranno i calorosi interventi dei Sindaci della Valle Subequana, territorio a cui è interamente dedicata questa vasta opera di promozione culturale, consolidando la tradizione di fratellanza comunitaria già celebrata con gli eventi del Decennale dedicati a Corradino Palmerini a Paganica.

Il manifesto dell’Appennino aquilano: il rigore scientifico e le scoperte inedite di Massimo Santilli

Autore stimato e appassionato studioso di abruzzesistica, conosciuto e apprezzato in città anche per la sua preziosa attività professionale all’interno della storica Biblioteca Provinciale Salvatore Tommasi, Massimo Santilli propone un’indagine sorprendente e rigorosa. Il volume documenta con immagini mozzafiato le meraviglie naturali del Monte Sirente e le rarità architettoniche e antropologiche della Valle Subequana, definendone con esattezza il perimetro geo-culturale e restituendo dignità storiografica a un comprensorio troppo spesso rimasto ai margini dei grandi circuiti turistici, inserendosi tra i grandi appuntamenti di cultura, arte e letteratura d’Abruzzo.

Frutto di anni di meticolose ricerche d’archivio, rilievi sul campo e interviste alla popolazione anziana, l’opera si configura come un vero e proprio progetto multimediale ed editoriale: il libro include infatti un suggestivo documentario video e una dettagliata cartina letteraria, considerati dalla critica un manifesto civile per la rinascita delle aree interne appenniniche, arricchito da una copiosa bibliografia analitica posta a coronamento del testo.

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Il parterre dei relatori al Palazzetto dei Nobili: Parisse, Marinelli, Capezzali e Acone

La serata del 13 novembre vedrà alternarsi al tavolo dei relatori alcune delle voci più autorevoli dell’intellettualità regionale. Tra i contributi più attesi figura quello del giornalista e scrittore Giustino Parisse, storico testimone delle vicende aquilane, affiancato dal professor Fabrizio Marinelli, Presidente della Fondazione Carispaq, istituzione da sempre in prima linea nel finanziamento e nel sostegno alle eccellenze artistiche ed editoriali della provincia dell’Aquila.

A completare il qualificato panel di discussione interverranno il professor Walter Capezzali, Presidente Emerito della gloriosa Deputazione Abruzzese di Storia Patria, e la dottoressa Maria Rita Acone, Presidente dell’Archeoclub dell’Aquila, co-organizzatrice dell’evento. Un confronto a più voci che saprà valorizzare la visione organica di una storica città-territorio in cui il centro urbano e le valli montane cooperano attivamente in vista delle grandi celebrazioni di eventi e rassegne culturali del 2026.

Il riconoscimento internazionale: il trionfo allo Switzerland Literary Prize 2026

A confermare l’eccezionale caratura letteraria e documentale dell’opera è giunto di recente un prestigioso traguardo oltreconfine. Il volume di Massimo Santilli è stato infatti insignito dell’autorevole Switzerland Literary Prize (Premio Letterario della Svizzera, Edizione 2026), riconoscimento conferito da una giuria internazionale che ha inteso premiare la capacità dell’autore di fondere poesia del paesaggio, rigore scientifico e tutela dell’identità comunitaria.

La presentazione aquilana al Palazzetto dei Nobili si preannuncia gremita di appassionati, storici, escursionisti e semplici cittadini, desiderosi di riscoprire attraverso le parole di Dacia Maraini e le ricerche di Santilli quello stupore incontaminato che solo il silenzio millenario del Sirente sa regalare all’anima di chi sa contemplarlo con rispetto e devozione.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Il carattere calabrese tra fierezza e libertà: il ritratto indimenticabile di Alexandre Dumas nella riflessione di Antonino Salsone

La vera fierezza calabrese raccontata da Alexandre Dumas: il ritratto.

Una roccia a strapiombo, un mantello lacero e gli occhi fieri di una statua viva: nelle pagine del Viaggio in Calabria di Alexandre Dumas rivive l’archetipo immortale dell’identità calabrese.

La riflessione di Antonino Salsone celebra una dignità che non conosce compromessi: incurante perché selvaggia, potente perché libera, calma perché forte. Vi riconoscete in questa straordinaria descrizione?

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Pastore

Reggio Calabria – C’è un filo invisibile ma indistruttibile che unisce la grande letteratura europea dell’Ottocento all’anima più profonda e incorrotta del Meridione italiano, custodito nelle pagine dei viaggiatori illuminati che seppero cogliere l’essenza pura del nostro territorio e delle sue antiche genti. A riaprire questo prezioso scrigno di memoria e identità è una riflessione intensa firmata da Antonino Salsone, incentrata sulla figura archetipica del pastore calabrese magistralmente immortalata da Alexandre Dumas padre nella celebre opera Viaggio in Calabria, scritta a seguito delle sue esplorazioni nel Regno delle Due Sicilie.

Il celebre autore de Il Conte di Montecristo e de I tre moschettieri, uomo di sconfinata cultura e sensibilità universale, rimase folgorato dall’apparizione improvvisa di un uomo del popolo lungo i sentieri aspri della regione: “Ora era il pastore calabrese, avvolto nel suo lacero mantello, che se ne stava su una roccia sovrastante la strada e che simile ad una statua dagli occhi vivi ci guardava passare vicino ai suoi piedi senza curiosità e senza minacce, incurante come tutto ciò che è selvaggio, potente come tutto ciò che è libero, calmo come tutto ciò ch’è forte”. Un’istantanea che esalta la dignità atavica di una terra ricca di cultura, storia e fierezza millenaria.

La statua dagli occhi vivi: l’archetipo universale della dignità e della calma interiore

Quell’immagine della statua di pietra dotata di sguardo ardente racchiude in poche righe l’antropologia stessa di un popolo che ha attraversato secoli di dominazioni senza mai piegare la propria spina dorsale. L’assenza di curiosità banale e di ostilità preconcetta definisce una superiorità morale istintiva: chi domina la rupe non ha bisogno di scrutare i viandanti con ansia o timore, ma si limita a esistere con la solennità delle cime d’Aspromonte e della Sila, proprio come ricordato nelle odierne suggestioni filosofiche de Il Mattutino per la domenica di Ognissanti tra memoria e coraggio.

Nella sua disamina, Antonino Salsone decostruisce e celebra i quattro aggettivi scelti dal maestro francese per restituire la sostanza della calabresità: “Incurante (perchè selvaggio), potente (perchè libero), calmo (perchè forte), senza curiosità e senza minacce (perchè troneggiante su una roccia e perchè solido come una statua), quale migliore descrizione della fierezza calabrese? Mi ci ritrovo interamente. E pensare che a dare forma alla sostanza fu un francese illuminato”. Un tributo che rivendica con orgoglio il valore di un’appartenenza che non accetta etichette riduttive nel panorama di cultura e spettacolo contemporaneo.

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Incurante, potente e calmo: le radici psicologiche di una fierezza senza tempo

La forza del ritratto di Alexandre Dumas risiede nella sua capacità di cogliere la libertà assoluta che nasce dalla privazione materiale. Il mantello può essere lacero, ma l’anima di chi lo indossa è regale: essere “incurante” non significa indifferenza cieca, bensì intatta fedeltà alla propria natura selvatica e incontaminata dai compromessi del mondo borghese. La potenza autentica scaturisce unicamente dall’assenza di vincoli servili, mentre la calma imperturbabile è il frutto naturale di una forza interiore che non ha bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.

Questa lettura restituisce alla figura del popolo calabrese una statura mitica che scavalca i luoghi comuni sociologici per approdare alla poesia universale. Laddove altri videro solo povertà o isolamento geografico, lo sguardo acuto e privo di pregiudizi di Dumas riconobbe la maestà di un’esistenza spartana ma sovrana, temprata dal vento e dal silenzio delle valli.

L’omaggio di Antonino Salsone e la lezione moderna di Alexandre Dumas

Riscoprire oggi questa pagina letteraria attraverso la testimonianza di Antonino Salsone assume un valore civile di primaria importanza. In un’epoca caratterizzata da un conformismo omologante e dall’ansia di visibilità digitale, il silenzio immobile di quel pastore sulla roccia si trasforma in un monito potente: la vera dignità risiede nella coerenza con se stessi, nella fedeltà alle proprie radici e nella capacità di guardare il mondo scorrere con imperturbabile lucidità e fierezza.

La Calabria descritta da Alexandre Dumas e rivendicata con passione da Salsone continua a vivere in ogni cittadino che sceglie di camminare a testa alta, consapevole che la vera grandezza di un uomo non si misura da ciò che possiede, ma dalla libertà incrollabile con cui abita la propria terra.

Articolo a cura di Antonino Salsone per Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Il cane che non smise mai di cercarla: la toccante storia di Menda Vreto sulla fedeltà oltre la vita

Un piccolo cane non smette di cercare la sua anziana padrona scomparsa e le porta un fiore sulla tomba.

Il commovente racconto di Menda Vreto svela la purezza di un legame spezzato dalla morte: il cane piangeva sul suo letto, annusava i vestiti e baciava la fotografia al cimitero. Una storia di fedeltà eterna che spezza il cuore.

Siamo davvero sicuri che gli animali amino meno degli esseri umani? Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Cane fedele

Roma – Ci sono storie capaci di superare le barriere del linguaggio umano per toccare le corde più profonde e pure dell’animo, ricordandoci la grandezza disarmante dell’amore incondizionato degli animali. La toccante testimonianza scritta dall’autrice Menda Vreto racconta l’esperienza indimenticabile vissuta accanto a un cagnolino speciale e alla sua anziana padrona, spentasi dopo anni di serena convivenza. La fedeltà mostrata da quel piccolo quattro zampe, incapace di rassegnarsi alla scomparsa della donna che aveva rappresentato il centro del suo universo, si trasforma in una lezione universale di devozione, rispetto e legame oltre la vita che sta commuovendo l’intera rete.

Per diverso tempo Menda si era presa cura dell’anziana signora, testimone quotidiana di un’intesa speciale fatta di abitudini lente, passi cadenzati nel corridoio e sguardi d’intesa. Il cagnolino accompagnava ogni gesto della donna, adattando la propria andatura alle difficoltà motorie della padrona, vegliando sul divano e attendendo con gioia incontenibile il rito del biscotto preso dal cassetto. Quando la donna è venuta a mancare, quel silenzio improvviso non ha spento la speranza del cane, che ha continuato a cercarla salendo sul letto, annusando i suoi vestiti nell’armadio e piangendo con un lamento straziante, proseguendo il filone di narrazioni intime già inaugurato con il racconto di Menda Vreto sulla forza dell’amore e della speranza.

Un vincolo eterno che dimostra come i nostri compagni a quattro zampe non conoscano l’oblio, diventando veri e propri custodi della memoria familiare all’interno delle case del nostro territorio e nel cuore di chiunque abbia amato un animale.

Menda Vreto racconta il dolore del cane: l’attesa sul letto e il lamento per la padrona scomparsa

Nelle parole cariche di commozione di Menda Vreto emerge la sofferenza silenziosa di un essere che non comprende le dinamiche razionali del lutto, ma percepisce con straziante nitidezza il vuoto dell’assenza. Nei giorni successivi alla scomparsa della signora, il cagnolino entrava regolarmente nella sua camera da letto, sistemandosi sulle lenzuola e annusando il cuscino con lo sguardo rivolto verso la porta aperta, in attesa di veder ricomparire quel volto familiare. Ogni volta che qualcuno apriva il cassetto dei biscotti preferiti, il cane accorreva speranzoso, per poi ritrarsi smarrito davanti a mani diverse da quelle che per anni gli avevano regalato dolcezze e carezze, come analizzato negli speciali di lifestyle e affetti domestici.

Il pianto del piccolo animale non era una richiesta di cibo o di attenzioni superficiali, ma una vera e propria invocazione d’amore rivolta a chi non poteva più rispondergli. Di fronte a tanta tristezza, l’autrice decise di compiere un gesto inconsueto ma dettato dal cuore: condurre il piccolo cane al cimitero per permettergli di salutare idealmente la sua compagna di vita.

Quello che accadde davanti alla lapide della signora lasciò un segno indelebile: il cane si fermò, osservò attentamente la fotografia sul marmo e avvicinò il musetto muovendo delicatamente la lingua, come a volerle donare un ultimo bacio affettuoso intriso di riconoscenza.

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Il fiore sul guinzaglio e il bacio alla fotografia: la purezza dell’amore animale

Da quel primo giorno al camposanto, per il fedele quadrupede nacque un’abitudine solenne. Aveva memorizzato il tragitto e, non appena capiva che era giunta l’ora di uscire, mostrava un’impazienza carica di significato, cercando talvolta di avviarsi da solo lungo la strada. Per rendere quel cammino ancora più speciale, Menda Vreto iniziò a raccogliere un piccolo fiore di campo lungo il sentiero, fissandolo con delicatezza al guinzaglio dell’animale affinché fosse lui stesso a portarlo in dono alla sua padrona terrena, un gesto di squisita poesia valorizzato nelle nostre pagine di cultura e letteratura del cuore.

Il cagnolino avanzava fiero e composto con quel petalo profumato, quasi fosse consapevole di custodire un tesoro inestimabile. Arrivato davanti alla tomba, ripeteva il proprio saluto silenzioso, testimoniando che per gli animali l’amore non è un concetto astratto o passeggero, ma una presenza impressa per sempre nella memoria olfattiva e affettiva.

Mentre gli esseri umani conservano lettere, fotografie e registrazioni vocali, le creature a quattro zampe custodiscono i ricordi attraverso gli odori, i ritmi condivisi e un’attaccamento viscerale che sfida lo scorrere inesorabile del tempo.

La testimonianza integrale di Menda Vreto: gli animali amano davvero meno di noi?

Il racconto si chiude con un interrogativo potente e provocatorio che l’autrice rivolge a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di convivere con un animale domestico: siamo davvero certi che i nostri compagni a quattro zampe provino sentimenti inferiori o meno profondi rispetto ai nostri? Quel piccolo cane non conosceva l’alfabeto, non sapeva pronunciare le parole mi manchi, né poteva spiegare a voce il senso della propria lacerazione interiore, eppure sapeva portare un fiore fresco alla sua signora.

La signora non poteva più aprire quella porta di casa, ma il suo cane continuava ad aspettarla con devozione incrollabile, dimostrando che nei cuori più puri chi abbiamo amato non se ne va mai veramente.

Una lezione di fedeltà e tenerezza che invita l’intera società a guardare con occhi diversi il mondo animale, riconoscendone la straordinaria dignità emotiva e il valore terapeutico degli affetti sinceri.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News con la testimonianza di Menda Vreto – Riproduzione riservata

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