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Cultura

All’ombra di Pinocchio: Roma torna bambina con la nona edizione del festival gratuito “Di là dal fiume”

Sapevi che Roma ospiterà un intero festival gratuito dedicato alla magia dell’infanzia, del cinema e a Pinocchio? 🎪 🧒 Dal 23 agosto al 14 settembre torna la nona edizione di “Di là dal fiume”! Undici eventi gratuiti diffusi in tutta la Capitale (da Testaccio a Zagarolo) per celebrare i 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi. In programma capolavori del cinema come “Il mio vicino Totoro” di Miyazaki e “Il Monello” di Chaplin, incontri d’arte, laboratori per bambini, omaggi a Carmelo Bene e visite all’ex Orfanatrofio della Marcigliana e al Museo del Giocattolo! Leggi l’articolo per scoprire il programma completo di questa meravigliosa iniziativa e tuffati di nuovo nella magia dell’infanzia! 👇 🎠

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Di là dal fiume

Roma – Esiste una linea sottile e misteriosa che separa il mondo disincantato degli adulti dall’universo magico, crudo e meraviglioso dell’infanzia. Una linea che l’arte, da sempre, tenta di attraversare. È proprio con questo spirito esplorativo che la Capitale si prepara ad accogliere la nona edizione di “Di là dal fiume”, l’attesissimo festival prodotto dall’associazione culturale Teatroinscatola ETS e diretto con maestria da Lorenzo Ciccarelli. Dal 23 agosto al 14 settembre 2026, Roma si trasformerà in un gigantesco palcoscenico diffuso, offrendo al pubblico un cartellone di undici eventi (rigorosamente a ingresso gratuito) che animeranno sei spazi diversi con proiezioni, concerti, installazioni, mostre e visite guidate.

“Di là dal fiume”: un viaggio magico nel segno di Carlo Collodi

Il cuore pulsante di questa edizione è il profondo e indissolubile rapporto tra Arte e Infanzia, un tema scelto non a caso. Il festival, infatti, prende le mosse dalle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini (1826-2026), il genio letterario noto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Carlo Collodi. Come ricordava saggiamente Giorgio Manganelli: «Chi fa un viaggio rischia di arrivare, è accaduto ad Ulisse, accade anche a Pinocchio. Dopo fatiche e metamorfosi, egli è ammesso alla definitiva iniziazione alla condizione umana». Ed è proprio questa iniziazione, questo passaggio turbolento attraverso l’infanzia, che il festival intende raccontare, coinvolgendo luoghi insoliti della città: dall’ex Mattatoio di Testaccio (CAE) al cinquecentesco Palazzo Rospigliosi di Zagarolo, passando per Tor Bella Monaca e la Riserva Naturale della Marcigliana.

Il cinema dei Maestri: da Truffaut a Chaplin, fino alla magia dello Studio Ghibli

L’apertura della rassegna è affidata alla settima arte, con una sezione cinema di altissimo livello ospitata presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Testaccio. Si parte il 23 agosto con un capolavoro assoluto, “I 400 colpi” di François Truffaut, ritratto struggente delle inquietudini adolescenziali. Il 24 agosto si ride e ci si commuove con “Il monello” di Charlie Chaplin (1921). Le serate del 25 e 26 agosto, in collaborazione con l’Istituto Giapponese di Cultura, offriranno due perle orientali: la commedia “Buon giorno” di Yasujirō Ozu e l’onirico “Il mio vicino Totoro”, capolavoro d’animazione firmato da Hayao Miyazaki e dallo Studio Ghibli. E per i più piccoli, il 26 agosto, andrà in scena un laboratorio artistico interattivo guidato dallo scenografo Roberto Capone per colorare installazioni di animali giganti.

Pinocchio dal muto a Carmelo Bene: l’omaggio teatrale

La figura del burattino di legno più famoso del mondo sarà celebrata in pompa magna il 3 settembre presso lo storico Teatro La Comunità a Trastevere. La serata, intitolata “Pinocchio dal cinema muto a Carmelo Bene”, proporrà la visione del primissimo adattamento cinematografico di Pinocchio (datato 1911, con Ferdinand Guillaume), accompagnata per l’occasione dalla musica dal vivo del compositore Gabriel Maldonado. Seguirà un imperdibile incontro con Luisa Viglietti, storica costumista e collaboratrice del genio teatrale Carmelo Bene, che racconterà i retroscena dello spettacolo “Pinocchio ovvero Lo spettacolo della provvidenza” (1999).

Diritti dell’infanzia e collezionismo d’arte: le voci dei protagonisti

Il festival non è solo spettacolo, ma anche profonda riflessione sociale e civile. L’11 settembre (sempre al CAE), Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, presenterà il suo libro dedicato a Eglantyne Jebb, la rivoluzionaria fondatrice dell’organizzazione che stilò la prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo. Un incontro impreziosito dalle letture dell’attrice Paola Rinaldi e dalle dirompenti fotografie di Pino Bertelli (“L’infanzia insanguinata”). Nella stessa giornata, lo storico dell’arte Giuseppe Garrera condurrà il pubblico nel labirinto della sua ossessione infantile: una mostra di 180 minuscoli oggetti d’arte e giocattoli firmati da giganti come Andy Warhol, Keith Haring e Bruno Munari.

Luoghi insoliti e memoria storica: l’ex Orfanatrofio e i balocchi

Il programma include anche due imperdibili appuntamenti fuori porta. Il 30 agosto i visitatori potranno perdersi nelle meraviglie del Museo del Giocattolo di Zagarolo, il più grande in Italia, situato nelle sale affrescate di Palazzo Rospigliosi. La chiusura del festival, il 13 settembre, sarà invece un viaggio nella memoria architettonica e cinematografica della Capitale: una visita guidata sulle tracce del suggestivo ex Orfanatrofio della Riserva Naturale della Marcigliana, costruito nel 1933 e reso immortale dal film “I nuovi mostri” (1977).

Un festival, “Di là dal fiume”, fieramente indipendente (zero sovvenzioni pubbliche o private per l’associazione organizzatrice) che promette di restituire a Roma, e ai romani, il diritto sacrosanto di guardare il mondo con gli occhi pieni di stupore di un bambino.

Programma

CINEMA

23/08 ore 21.00

I 400 colpi

regia di François Truffaut (1959)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

24/08 ore 21.00

Il monello

regia Charlie Chaplin (1921)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

dal 24 al 28/08 sala cinema Municipio VI, via Fernando Conti, ore 17.00- 20.00

dal 4 al 14/09 Casa dei Bimbi, via Libero Leonardi 153, orario biblioteca

Omaggio a Emanuele Luzzati e Giulio Gianini

 

CINEMA

25/08 ore 22.30

Buon giorno

regia di Yasujirō Ozu (1959)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

LABORATORI

26/08 ore 19.00

Cartoni Animali

laboratorio pittorico per bambini a cura di Perfareungioco

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

CINEMA

26/08 ore 21.00

Il mio vicino Totoro

regia di Hayao Miyazaki (1988)

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARTE

30/08 ore 10.30

Museo del Giocattolo

visita guidata al museo con prenotazione obbligatoria

Palazzo Rospigliosi, piazza dell’indipendenza 6, Zagarolo

CINEMA

3/09 ore 20.30

Pinocchio: dal cinema muto a Carmelo Bene

musica dal vivo di Gabriel Maldonado

A seguire incontro con Luisa Viglietti e Giorgia Gabriele

Teatro La Comunità, Via Zanazzo Giggi, 1

LIBRI

11/09 ore 18.00

I figli dei nemici

incontro con Raffaela Milano (Save the Children Italia)

fotografie di Pino Bertelli (Ritratti dall’infanzia insanguinata)

letture di Paola Rinaldi

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARTE

11/09 ore 18.45

Enfantillages et bizarreries: vertige d’une collection

incontro con Giuseppe Garrera

CAE- Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo snc

ARCHITETTURA

13/09 ore 11.00

Riserva Naturale della Marcigliana

visita guidata in collaborazione con Ente Natura,

incontro con l’arch. Katia Longo: ex Orfanotrofio della Marcigliana

prenotazione obbligatoria

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Cultura

Mario Vespasiani, la grande anima dell’arte italiana: quando la pittura si trasforma in un profondo viaggio spirituale

Come si trasforma il dolore più profondo in un’opera d’arte immortale? E come si fa a descrivere il mistero della vita attraverso la pittura? Il celebre artista Mario Vespasiani (definito dai critici “La grande anima dell’arte italiana”) ci riesce alla perfezione, trasformando tele, colori e pennelli in un viaggio mistico alla scoperta dell’animo umano. Lontano dalle provocazioni sterili del mercato contemporaneo, Vespasiani usa simboli potenti come il mare in tempesta, gli antichi velieri e i cieli stellati per parlarci di spiritualità, destino e speranza. L’artista vanta un legame fortissimo e indissolubile con l’Abruzzo: dalle mostre all’Aurum di Pescara e al Museo Michetti di Francavilla al Mare, fino ad arrivare a dialogare con i maestri storici come Schifano e Guttuso al Museo delle Genti d’Abruzzo. Proprio a Pescara ha esposto il toccante ciclo “Stars and Tears”, nato dal dolore per la scomparsa del padre, mentre di recente ha esposto le sue riflessioni filosofiche alla XVI Biennale d’Arte Sacra di San Gabriele. Leggete il nostro approfondimento per scoprire la magia del suo linguaggio multidisciplinare che unisce pittura, filosofia e fotografia! Sognate di dipingere anche voi capolavori immortali direttamente in casa vostra? Scoprite subito il fantastico set artistico completo in super offerta! 👇

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Mario Vespasiani, opera

Redazione – Nel caotico ed estremamente rumoroso panorama dell’arte contemporanea, troppo spesso dominato dalla sterile ricerca della provocazione a tutti i costi o dalle fredde logiche del mercato e dello spettacolo mediatico, esistono fortunatamente figure di intellettuali rari e preziosi. Ci sono artisti che si limitano a raccontare, in modo più o meno didascalico, il proprio tempo, e poi ci sono creatori di mondi che cercano, attraverso il linguaggio universale dell’arte, di comprendere e decodificare le emozioni umane più primordiali e fondamentali. Mario Vespasiani appartiene senza alcun dubbio a quest’ultima, ristrettissima categoria. Riconosciuto dalla critica come uno dei più grandi, influenti e originali protagonisti della nuova generazione dell’arte pittorica italiana, Vespasiani ha costruito negli anni un linguaggio multidisciplinare di assoluto spessore, in cui la ricerca stilistica non procede mai per facili scandali, ma si nutre di interrogativi filosofici, di simboli archetipici e di immagini potentissime, capaci di aprire un silenzioso e infinito spazio di riflessione sulla fragilità e sulla bellezza della condizione umana. Nella sua sterminata e variegata pittura, elementi naturali come il mare burrascoso, il cielo infinito, le costellazioni, gli antichi velieri, gli animali e le figure umane non sono mai meri soggetti decorativi, ma diventano i tasselli di una complessa geografia interiore.

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Il mare, i velieri e il legame viscerale con l’Abruzzo

Il viaggio è, senza ombra di dubbio, uno dei temi più ricorrenti, viscerali e affascinanti di tutta la produzione artistica di Vespasiani: navigare, per il maestro, significa avere il coraggio di affrontare l’ignoto, accettare serenamente l’incertezza delle onde e cercare ostinatamente una rotta senza avere mai la reale certezza dell’approdo finale. È la metafora perfetta, lucida e spietata della vita stessa. Ed è proprio all’interno di questa romantica e potente idea del viaggio che si inserisce il rapporto particolarmente significativo, profondo e indissolubile che Mario Vespasiani ha saputo costruire nel corso degli anni con la terra d’Abruzzo. Una relazione artistica e spirituale iniziata ufficialmente nel lontano 2014 con la memorabile mostra personale intitolata Silentium Aurum Est, magistralmente ospitata all’interno dei prestigiosi spazi dell’Alviani ArtSpace dell’Aurum di Pescara. In quell’occasione pionieristica, la ricerca dell’artista veniva presentata al pubblico come un intenso percorso introspettivo, nel quale il silenzio (lontano dal caos cittadino) diventava la condizione necessaria e imprescindibile dell’ascolto, e l’immagine pittorica si trasformava in uno strumento d’indagine per avvicinarsi alle domande essenziali dell’esistenza umana. Questo fecondo dialogo territoriale si è ulteriormente consolidato nel 2019, quando Vespasiani è approdato al rinomato Museo Michetti di Francavilla al Mare con un’importante ed eccezionale esposizione, nella quale, a testimonianza della sua grandezza tecnica e visionaria, erano presentate al pubblico due opere ciclopiche della lunghezza di ben dieci metri ciascuna.

Le grandi mostre recenti: da “Stars and Tears” alla Biennale Sacra

Tuttavia, è soprattutto attraverso le straordinarie esperienze espositive più recenti che appare evidente, in tutta la sua luce, la dirompente profondità di questo rapporto tra l’artista e il territorio. Nel 2025, Vespasiani è stato il fiore all’occhiello del Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara nell’ambito della prestigiosa collettiva “Varie narrazioni ed altre cromie. L’arte italiana tra figura e astrazione”, sapientemente curata da Massimo Pasqualone. Una presenza non solo significativa, ma storicamente rilevante: Vespasiani (il più giovane tra gli artisti coinvolti nell’esposizione) è entrato in dialogo paritetico con mostri sacri e protagonisti assoluti dell’arte italiana del calibro di Mario Schifano, Renato Guttuso e Mimmo Rotella. Le meravigliose opere esposte, strettamente legate ai progetti Diario di Bordo e Heart of the Sea, hanno riportato prepotentemente al centro del dibattito culturale il tema ancestrale del mare e del viaggio, veicolato attraverso il simbolo del veliero. L’anno successivo, nel 2026, lo stesso Museo delle Genti d’Abruzzo ha avuto l’onore di accogliere il ciclo pittorico “Stars and Tears” (Stelle e Lacrime). Questa serie di opere è nata da un’esperienza biografica estremamente intima e toccante, ovvero la dolorosissima perdita terrena del padre dell’artista. Un dolore privato che, attraverso il miracolo della creazione artistica, viene sublimato e trasformato in una struggente riflessione universale: le stelle luminose diventano punti di orientamento eterni e rassicuranti nell’infinito, mentre le lacrime rappresentano la testimonianza tangibile della dimensione terrena, precaria e fragile dell’uomo. A sublimare in modo definitivo questo ininterrotto percorso abruzzese è arrivata la recentissima partecipazione alla XVI Biennale d’Arte Sacra del Museo Stauròs di San Gabriele, a cura di Giuseppe Bacci, magistralmente dedicata all’elevatissimo tema teologico: “Profeti di speranza, creatori di bellezza”. Per le sue straordinarie qualità tecniche e per il suo immenso spessore umano, Vespasiani è stato recentemente e giustamente definito dalla critica come “La grande anima dell’arte italiana”.

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Cultura

“Ondeggia oceano”, il saggio di Lorenzo Teodoro: dal terrore biblico al sublime romantico, la storia segreta del mare

Come è cambiato il rapporto tra l’uomo e il mare nel corso dei millenni? Questa è la bellissima domanda a cui risponde l’avvocato e autore Lorenzo Teodoro nel suo imperdibile saggio storico-letterario “Ondeggia, Oceano”. Il libro è un affascinante viaggio intellettuale che parte dalla paura ancestrale del Medioevo, quando le acque profonde erano viste come l’anticamera dell’Inferno popolata da mostri demoniaci e sfidata unicamente dall’audacia di Vichinghi e Baschi. L’autore analizza poi la radicale trasformazione dell’Inghilterra in superpotenza navale grazie alla pirateria legalizzata e approda alla grande rivoluzione romantica, quando il mare si trasforma da nemico a specchio inquieto dell’animo umano. Centrale, nell’analisi di Teodoro, è il concetto filosofico del “Sublime” teorizzato da Burke, che ha fatto nascere il grande genere della “letteratura di mare”, partorendo i capolavori immortali di maestri del calibro di Edgar Allan Poe, Coleridge e Jules Verne. Un saggio prezioso, erudito ma accessibile a tutti, dedicato ai veri curiosi e a chi non smette mai di scrutare l’orizzonte! Siete amanti delle grandi avventure marittime e volete acquistare subito una copia di questo magnifico libro? Cliccate per ordinarlo! 👇

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"Ondeggia oceano", il saggio di Lorenzo Teodoro

Cultura – Per secoli e millenni, l’uomo ha scrutato l’orizzonte azzurro e sterminato del mare provando un inestricabile groviglio di terrore, fascino, reverenza e curiosità. Ma come è cambiata la nostra percezione di questa immensa e insondabile distesa d’acqua nel corso della civiltà umana? A rispondere a questo ambizioso e affascinante interrogativo ci pensa Lorenzo Teodoro (brillante avvocato in pensione con una profonda e radicata passione per l’indagine umanistica e storica) con la sua ultima fatica letteraria: il saggio intitolato “Ondeggia, Oceano”. Questo libro non è un semplice manuale di navigazione o un resoconto storico di battaglie navali, ma si configura come un vero e proprio, densissimo viaggio intellettuale attraverso tremila anni di paure ancestrali, scoperte epocali e rivoluzioni estetiche. L’autore ci prende per mano e ci guida attraverso un’analisi rigorosa e interdisciplinare che mescola magistralmente teologia medievale, filosofia romantica, storia delle esplorazioni e critica letteraria, dimostrando come l’oceano abbia cambiato volto infinite volte nella storia dell’umanità: da mostruoso nemico da sconfiggere a formidabile risorsa economica, fino a diventare uno specchio introspettivo e fedele dell’anima inquieta dell’uomo moderno.

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Il mare come nemico: dai mostri medievali alle sfide dei Vichinghi

Il viaggio intellettuale di Teodoro prende le mosse da una constatazione teologica tanto sorprendente quanto apparentemente marginale: il mare è fisicamente e concettualmente assente dalla narrazione del Giardino dell’Eden. Questa mancanza biblica apre la porta a una riflessione profondissima sulla paura ancestrale che l’oceano ha ispirato per interi secoli. Nella rigida e terrorizzata visione medievale, le acque profonde non erano una via di comunicazione, bensì venivano dipinte e immaginate come l’anticamera buia e letale dell’Inferno. Il mare, nelle mappe antiche, pullulava di mostri spaventosi (come il Leviatano), di gorghi mortali, di tempeste demoniache e di oscure presenze pronte a inghiottire i peccatori. Eppure, come sottolinea mirabilmente l’autore nel saggio, in questo panorama di terrore cosmico ci furono popoli coraggiosi, spinti dalla necessità e dall’audacia, che decisero di sfidare l’abisso. L’avvocato Teodoro esplora con perizia storica l’epopea dei Vichinghi, che solcavano mari ghiacciati e letali spinti dalla spietata e gloriosa ricerca di razzie, e quella del popolo dei Baschi, mossi invece dal silenzioso ma incredibilmente redditizio profitto derivante dalla caccia alle balene e dalla grande pesca commerciale del merluzzo nell’Atlantico del Nord, mantenendo per decenni i propri preziosi segreti marittimi gelosamente custoditi e nascosti al resto d’Europa.

La letteratura di mare e il concetto del “Sublime”

Il grande spartiacque storico, secondo l’analisi di Teodoro, coincide con la violenta e inarrestabile Età delle Scoperte Geografiche e con la successiva, prepotente ascesa dell’Inghilterra al ruolo di superpotenza marittima globale. Il saggio dedica pagine straordinariamente illuminanti alla radicale trasformazione dell’identità inglese: da nazione prevalentemente rurale e di pastori, l’Inghilterra mutò geneticamente nei “Figli del Mare”. Questo avvenne grazie all’istituzionalizzazione della pirateria (legalizzata sotto forma di guerra di corsa approvata dalla Corona britannica), alla memorabile sconfitta dell’Invincibile Armada spagnola e a un ineludibile destino geografico isolano. L’oceano smise definitivamente di essere un abisso mortale da rifuggire e divenne il vero teatro decisionale della storia geopolitica e militare mondiale. Ma il cuore pulsante e la tesi più innovativa del libro si manifestano quando l’autore affronta la nascita vera e propria della “letteratura di mare”. Come nasce questo popolarissimo genere letterario? La risposta passa attraverso la geniale mente del filosofo Edmund Burke e la sua rivoluzionaria definizione estetica del “Sublime” (quel sentimento contrastante di orrore e piacere di fronte alla potenza soverchiante e incontrollabile della Natura). Attraverso questa lente romantica, l’oceano si trasforma nel perfetto e tormentato specchio dell’animo umano. Nascono così capolavori immortali della letteratura mondiale analizzati nel libro: dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge al cupo Racconto di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe, esplorando l’incalcolabile influenza che queste opere visionarie hanno esercitato sulle generazioni successive di maestri della penna, come Jules Verne e il poeta maledetto Arthur Rimbaud.

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Cultura

Andreas Dushi, la nuova voce della letteratura albanese contemporanea: tra memoria, dialetto ghego e profonda indagine umana

La letteratura europea contemporanea ha trovato una nuova, formidabile voce: si chiama Andreas Dushi, ed è uno dei talenti più cristallini e promettenti della narrativa albanese odierna. Nato a Scutari e attuale bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale di Tirana, Dushi sta conquistando critica e pubblico grazie a uno stile profondo, maturo e impreziosito dall’uso magistrale del “ghego” (l’affascinante dialetto del nord dell’Albania). Nel nostro lungo approfondimento culturale a cura di Angela Kosta, abbiamo esplorato la biografia e le opere di questo pluripremiato autore. Candidato al Premio Europeo di Letteratura, il suo ultimo capolavoro intitolato “Ballata del tatuaggio” è da poco sbarcato anche nelle librerie italiane, vincendo il prestigioso Premio Internazionale Padre Zef Pllumi! Leggete il nostro articolo per scoprire perché la critica paragona i romanzi di Dushi a veri e propri dipinti letterari, dove mito, religione, storia e psicologia umana si intrecciano in maniera magistrale. Siete curiosi di scoprire il romanzo che ha consacrato questo giovane talento a livello internazionale? Trovate l’edizione tradotta in italiano proprio qui sotto! 👇

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Andreas Dushi

Roma – Nel vasto e talvolta caotico panorama della narrativa europea contemporanea, dove un certo impoverimento contenutistico sembra purtroppo aver preso il sopravvento, emergono fortunatamente autori capaci di restituire alla parola scritta il suo peso specifico e il suo valore più profondo. Una di queste rare e preziose eccezioni è senza ombra di dubbio Andreas Dushi, un giovane ma già straordinariamente maturo scrittore albanese che sta conquistando non solo il pubblico della sua terra natale, ma anche l’attenzione della critica letteraria internazionale. Come fa notare la critica e scrittrice Angela Kosta in una recente e appassionata analisi della sua opera, non appena si sfoglia un libro di Dushi si percepisce immediatamente di trovarsi di fronte a un autore dotato di una saggezza antica. Attraverso l’uso sapiente e raffinato del linguaggio ghego (un’autentica perla linguistica e culturale dell’albanese settentrionale), l’impiego misurato di figure retoriche e i continui richiami mitologici, Dushi non si limita a riempire le pagine di inchiostro, ma costruisce un universo narrativo in cui la storia collettiva, il mito ancestrale e i sentimenti più intimi dialogano ininterrottamente, stringendo un patto di amicizia indissolubile con il lettore.

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Il profilo dell’autore: da Scutari alla Biblioteca Nazionale

Il percorso biografico e accademico di Andreas Dushi è il ritratto di un intellettuale poliedrico e instancabile.
Nato nella storica e culturalmente vivacissima città di Scutari, ha completato i suoi primi studi presso l’Università “Luigj Gurakuqi”, conseguendo a pieni voti la laurea in Lingua e Letteratura Albanese. La sua sete di conoscenza lo ha poi spinto a trasferirsi a Tirana, dove ha brillantemente ultimato un master scientifico in Antropologia Culturale. Ma Dushi non è solo un accademico della penna: è un professionista della cultura a tutto tondo. Attualmente vive e lavora nella capitale albanese, ricoprendo il delicatissimo incarico di bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale d’Albania ed è il redattore responsabile del prestigioso giornale letterario-culturale “ExLibris”. La sua prolifica attività giornalistica (iniziata nel 2017 presso il portale “Konica.al” con oltre duecento articoli all’attivo) si sposa perfettamente con il suo impegno civile e religioso: è stato infatti tra i coraggiosi cofondatori della biblioteca parrocchiale “Zoja e Shkodrës” (La Signora di Scutari), allestita direttamente nei locali della Cattedrale della sua città natale, dimostrando un attaccamento viscerale alle proprie radici spirituali e comunitarie.

I grandi successi editoriali: verso l’affermazione internazionale

L’ascesa letteraria di Andreas Dushi è stata tanto rapida quanto solida e meritata, scandita da pubblicazioni di altissimo livello e riconoscimenti di caratura europea.
Il suo romanzo d’esordio, “Marrja e gjakut – Il carpire del sangue” (2018), lo ha immediatamente proiettato nella ristretta selezione per il Premio Letterario Nazionale Albanese. Il grande salto internazionale è avvenuto l’anno successivo con il secondo romanzo, “Pragu i braktisjes – La soglia dell’abbandono”, che gli è valso la clamorosa candidatura al Premio Europeo di Letteratura nel 2020. Ma è con il suo lavoro più recente, “Në besë të tatuazhit tënd – Ballata del tatuaggio” (pubblicato in Italia da Besa Editrice con la traduzione curata da Fabio e Kriselda Rocchi), che Dushi ha raggiunto la definitiva consacrazione, aggiudicandosi l’ambito Premio Internazionale “Atë Zef Pllumi” nel 2023. La motivazione della giuria ha esaltato in particolar modo “il coraggio del giovane scrittore nell’affrontare ed esprimere artisticamente le problematiche dell’essere umano”. A queste opere maggiori si affiancano diverse antologie, raccolte di novelle (come “Quando la morte ci unirà”) e, soprattutto, l’intensa e indimenticabile raccolta poetica “Cristo vestito di rosso”, dove la straordinaria abilità metaforica dell’autore tocca vette assolute di lirismo.

Il patto con il lettore e l’estetica del rosso

Come sottolinea magistralmente Angela Kosta nella sua approfondita disamina critica, ciò che rende le opere di Andreas Dushi così uniche e coinvolgenti è proprio l’incrollabile patto di fiducia e amicizia che l’autore riesce a instaurare con chi legge.
Entrare nel mondo narrativo di Dushi non richiede sforzi accademici inaccessibili: la sua prosa, pur essendo raffinatissima e ricca di ossimori, accoglie il lettore cullandolo tra le pieghe della trama. È un’esplorazione continua di mondi, epoche e psicologie differenti che finiscono immancabilmente per intrecciarsi. E in questa straordinaria tavolozza narrativa, emerge prepotentemente un colore su tutti: il rosso. Nel già citato “Cristo vestito di rosso”, ad esempio, questo colore trascende la banale simbologia natalizia o cruenta, trasformandosi nella personificazione assoluta dell’Amore universale. Il rosso diviene una scala, un ponte metafisico che unisce la miseria dell’uomo alla grandezza del Creatore. La penna di Dushi cosparge le pagine di sfumature incandescenti, disegnando personaggi che restano scolpiti nella memoria molto tempo dopo aver chiuso il libro. In un’era di letteratura usa-e-getta, leggere Andreas Dushi è un atto di ritrovata e salvifica lentezza intellettuale.

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