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Cronaca

Scena muta al giuramento: non sa l’italiano, il sindaco le nega la cittadinanza

La cittadinanza italiana non è un semplice “pezzo di carta” o una formalità burocratica, ma un vincolo sacro che presuppone diritti e doveri: per questo motivo il sindaco leghista di Cadoneghe (Padova), Marco Schiesaro, ha deciso di sospendere una cerimonia di giuramento e negare il passaporto italiano a una donna marocchina! Il motivo? La futura cittadina non sapeva pronunciare e comprendere nemmeno una parola di italiano. Davanti alla semplicissima domanda del primo cittadino (“Come ti chiami?”), la donna ha fatto scena muta, e nemmeno il disperato tentativo del marito di suggerirle le risposte è servito a salvare la situazione. “Chi giura davanti alla Repubblica deve capire cosa sta leggendo e dicendo”, ha tuonato il sindaco interrompendo l’iter burocratico. “Nessuno pretende la perfezione linguistica e non è questione di essere o meno accoglienti, ma ci deve essere l’impegno concreto di imparare la lingua del Paese in cui si vuole vivere”. Leggi il clamoroso retroscena della vicenda nel nostro articolo esclusivo 👇

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Cittadinanza italiana

Cadoneghe (Padova) – Il conferimento della cittadinanza italiana non può e non deve mai essere derubricato a un mero e freddo passaggio burocratico o alla semplice consegna di un documento timbrato, ma rappresenta il momento culminante di un profondo percorso di reale e consapevole integrazione all’interno del tessuto sociale e valoriale della nostra Nazione. È partendo da questo insindacabile e fermo principio istituzionale che si è consumato, nella giornata di ieri, 21 settembre 2026, un episodio destinato a far discutere animatamente l’opinione pubblica e la politica nazionale.
Il teatro della vicenda è stata l’aula istituzionale del Municipio di Cadoneghe, popoloso e operoso comune alle porte di Padova. A prendere una decisione che molti hanno definito drastica (ma allo stesso tempo ineccepibile sotto il profilo del rispetto delle normative vigenti) è stato il primo cittadino leghista Marco Schiesaro. Il sindaco, di fronte all’evidente e palese impossibilità di comunicare in lingua italiana con una donna di origini marocchine presentatasi per prestare il giuramento ufficiale alla Costituzione, ha deciso di interrompere bruscamente la cerimonia, rifiutandosi categoricamente di firmare l’atto che le avrebbe garantito il passaporto tricolore e i relativi diritti a esso connessi.

“Come ti chiami?”: il silenzio imbarazzante e l’intervento del marito

La scena descritta dai presenti, e successivamente confermata in prima persona dallo stesso primo cittadino, ha assunto fin dalle primissime battute contorni quasi paradossali. «Buongiorno, come ti chiami?», è stata la banale e semplicissima domanda di benvenuto rivolta dal sindaco alla futura cittadina.
La risposta ricevuta, tuttavia, è stata il silenzio più totale e raggelante. Nessuna sillaba, solo uno sguardo visibilmente imbarazzato e smarrito di fronte a un quesito che, per chiunque si appresti a giurare fedeltà alla Repubblica Italiana, non dovrebbe risultare minimamente proibitivo o incomprensibile. L’imbarazzo istituzionale ha toccato l’apice quando la donna ha persino abbozzato un timido passo all’indietro per cercare di sfuggire fisicamente al dialogo. In suo soccorso ha tentato disperatamente di intervenire il marito, regolarmente presente alla solenne cerimonia, il quale ha provato in tutti i modi a suggerirle la risposta e a tradurre la domanda, nel vano e maldestro tentativo di salvare le apparenze. Ma il sindaco Schiesaro, intuendo immediatamente la gravità della situazione e la totale assenza dei requisiti base di comprensione linguistica, ha deciso di porre altre semplici e basilari domande di vita quotidiana (come un banalissimo “Come stai?”), ottenendo come unico risultato l’ennesima e inequivocabile scena muta da parte della donna marocchina.

La decisione drastica di Schiesaro: cerimonia istituzionale sospesa

Di fronte a un muro di incomunicabilità così evidente, la macchina istituzionale si è comprensibilmente e doverosamente fermata. Come ha spiegato dettagliatamente il sindaco Schiesaro nel suo lungo sfogo, l’acquisizione della cittadinanza è il momento più alto e delicato nella vita di un immigrato in Italia.
«Come accade periodicamente e con grande frequenza, mi trovavo in Comune per incontrare diversi nuovi cittadini per il rito del giuramento previsto al termine del lungo percorso amministrativo per l’acquisizione della cittadinanza», ha raccontato il primo cittadino padovano. «È sempre un momento di grandissima importanza emotiva e istituzionale. Diventare cittadini italiani significa a tutti gli effetti entrare pienamente a far parte della nostra vasta comunità, acquisendo nuovi e sacrosanti diritti, ma assumendosi parallelamente precisi doveri e gravi responsabilità legali. Per la prima volta durante il mio intero mandato elettorale, mi sono trovato davanti a una situazione che mi ha lasciato profondamente perplesso e amareggiato. La persona convocata per il giuramento non era minimamente in grado di comprendere le domande più semplici poste in lingua italiana e non riusciva nemmeno a leggere autonomamente la breve formula del verbale del proprio giuramento». A nulla è valso l’intervento in extremis del coniuge, fermato immediatamente dal sindaco: chi presta giuramento deve essere, per legge e per logica, personalmente consapevole e in grado di comprendere fino in fondo il peso e il significato etico di ciò che sta dichiarando davanti allo Stato.

Il rispetto delle regole: la cittadinanza non è un “pezzo di carta”

La sospensione della cerimonia a Cadoneghe riaccende con forza il dibattito, spesso strumentalizzato dalle fazioni politiche, sul reale significato del termine “integrazione”. Il sindaco leghista ha voluto sgombrare immediatamente il campo da qualsiasi becera accusa di razzismo o di xenofobia preventiva, riportando l’intera questione sul piano dell’oggettività legale e del buonsenso civico.
«Di fronte a una situazione anomala di questo genere», ha precisato Schiesaro, «ho ritenuto assolutamente doveroso fermarmi, interrompere l’iter e chiedere formalmente agli uffici competenti che vengano svolte tutte le necessarie verifiche del caso. Voglio essere estremamente chiaro su un punto: non si tratta minimamente di una questione legata alla provenienza geografica della signora, e non è nemmeno una questione di essere più o meno accoglienti come amministrazione. È una banalissima e inoppugnabile questione di rispetto delle regole vigenti nel nostro Paese e di salvaguardia del valore intrinseco della cittadinanza italiana. Diventare italiani è una cosa seria, la cittadinanza non può essere considerata una semplice e noiosa formalità burocratica o un pezzo di carta da sbrigare per avere agevolazioni. Significa appartenere intimamente a una comunità viva, sforzarsi di conoscerne le regole, rispettarne le leggi statali e comprendere il vero significato del vincolo che si sta per stringere davanti alla Costituzione».

L’appello all’integrazione: “Serve lo sforzo di imparare la lingua”

Nelle battute conclusive della sua ricostruzione dei fatti, il primo cittadino ha voluto lanciare un messaggio costruttivo e pedagogico a tutta la comunità straniera residente sul territorio nazionale, sottolineando come la porta dell’Italia rimanga aperta, a patto che ci sia la reale volontà di compiere un percorso di avvicinamento culturale, che parte inesorabilmente dall’apprendimento del nostro vocabolario.
«Una soluzione a questo problema fortunatamente esiste, ed è a disposizione di tutti: basta mettersi a studiare e imparare la lingua italiana, facendo concretamente lo sforzo di integrarsi nel tessuto sociale che ci ospita». Il sindaco si è dimostrato assolutamente indulgente verso chi si sta ancora applicando, chiarendo che le istituzioni non cercano certo professori universitari o accademici della Crusca: «Nessuno pretende assolutamente la perfezione linguistica. Si può tranquillamente sbagliare la pronuncia di una parola, avere un forte accento diverso, e incontrare comprensibili difficoltà grammaticali durante l’esposizione. Ma, di base, deve esserci almeno la manifesta volontà, la dignità e l’impegno di fare uno sforzo per imparare a parlare la lingua del Paese di cui, per propria libera scelta, si chiede ufficialmente di diventare cittadini». Senza questa volontà, il passaporto italiano dovrà necessariamente attendere.

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Cronaca

Michele Merlo, respinto il risarcimento ai genitori: “La vita di nostro figlio ridotta a percentuali”

Una sentenza choc e un paradosso crudele per la famiglia di Michele Merlo, il cantautore 28enne stroncato da una leucemia fulminante nel giugno 2021. Il tribunale civile di Vicenza ha clamorosamente rigettato la richiesta di risarcimento avanzata dai genitori del ragazzo contro il medico di famiglia che lo curò per una banale “influenza”. Il giudice ha accertato la grave negligenza del dottore, ma ha negato il risarcimento basandosi su una cinica perizia statistica: anche con una diagnosi corretta, Michele avrebbe avuto “solo il 10-15% di possibilità di sopravvivenza”. Un calcolo matematico che ha gettato nello sconforto mamma Katia e papà Domenico: “È difficile accettare che la vita di nostro figlio valga solo come percentuale. Anche solo l’1% di possibilità bastava per provarci. Passare anche un solo giorno in più con lui per noi avrebbe fatto la differenza”, spiegano i genitori, annunciando l’immediato ricorso in appello per combattere un sistema che giudica la vita umana solo con i numeri. Leggi i dettagli e il commovente sfogo della famiglia nel nostro articolo 👇

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Michele Merlo_phAlinaBrag

Vicenza – Il dolore, già di per sé straziante, incolmabile e innaturale per la tragica perdita di un figlio giovanissimo, si è in queste ore improvvisamente mischiato a un indicibile senso di amarezza, rabbia e profonda ingiustizia. È questa la difficilissima e pesantissima condizione emotiva in cui si sono ritrovati, ancora una volta, Domenico e Katia Merlo, i genitori del compianto Michele Merlo, il giovanissimo e amatissimo cantautore italiano stroncato a soli 28 anni, il 6 giugno del 2021, da una forma violentissima di leucemia fulminante.
Nella serata di ieri, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata l’ennesima mazzata burocratica e giudiziaria. Il tribunale civile di Vicenza ha infatti depositato la sentenza con la quale ha ufficialmente e definitivamente rigettato la formale richiesta di risarcimento del danno (sia morale che patrimoniale) presentata dai familiari del ragazzo contro il medico di medicina generale di famiglia (il dott. Vitaliano). Il professionista era finito sotto accusa con un addebito gravissimo: quello di non aver effettuato con la necessaria e vitale tempestività una diagnosi differenziale, e di aver scambiato i primi, gravissimi e inequivocabili sintomi della leucemia (forti ematomi, spossatezza estrema e placche alla gola) per una banalissima e curabile forma influenzale. Una negligenza medica che, secondo l’accusa, avrebbe inesorabilmente sottratto al giovane e sfortunato artista ogni residua possibilità di salvarsi la vita, condannandolo a un rapido e atroce declino clinico nel volgere di pochissimi giorni.

La sentenza di Vicenza: negligenza medica accertata, ma risarcimento negato

La lettura attenta e asettica del dispositivo emesso dal tribunale vicentino ha tuttavia sollevato un polverone mediatico e morale di proporzioni gigantesche, andando a scoperchiare un vero e proprio e inquietante paradosso giuridico e medico-legale.
Il Giudice del tribunale civile, infatti, non ha affatto assolto o giustificato moralmente l’operato del professionista sanitario, arrivando anzi a constatare e mettere nero su bianco l’effettiva negligenza diagnostica tenuta dal medico curante nella primissima fase del malessere. Nonostante questa gravissima constatazione di colpa professionale, però, il magistrato ha clamorosamente deciso di non accogliere la legittima richiesta risarcitoria avanzata dai genitori di Michele. La motivazione alla base di questa contestatissima bocciatura si poggia interamente sulle fredde, ciniche e matematiche conclusioni presentate nella perizia ufficiale dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (CCTTUU) nominati dal tribunale. Secondo l’algido e insindacabile parere tecnico dei medici legali, analizzando rigorosamente e cronologicamente le tempistiche degli eventi sintomatici e della progressione della malattia, anche nel caso in cui il medico avesse effettuato una diagnosi corretta e tempestiva fin dal primo istante, a Michele Merlo sarebbe comunque rimasta “solo” una flebile percentuale oscillante tra il 10% e il 15% di possibilità effettive di sopravvivenza alle terapie d’urto.

Il paradosso delle probabilità e il cinismo dei numeri in aula

Nelle motivazioni della sentenza emerge in tutta la sua drammaticità uno scontro epocale tra il diritto inalienabile alla vita e le aride leggi della statistica sanitaria.
Stando a quanto riportato nel faldone giudiziario, anche ammettendo l’ipotesi che il dottor Vitaliano si fosse allarmato adeguatamente alla vista di quegli ematomi, richiedendo di conseguenza l’esecuzione di esami ematici e ricoveri d’urgenza presso il pronto soccorso, la pesantissima terapia farmacologica e radioterapica utile a tentare di arrestare o contenere la violenta leucemia mieloide acuta che aveva ormai aggredito l’organismo di Michele Merlo, sarebbe comunque iniziata troppo in ritardo affinché questa potesse realmente e concretamente vantare una buona e solida “percentuale di riuscita”. In sintesi, per la fredda e distaccata matematica dei periti tribunaleschi e per la giurisprudenza applicata in aula, la colpa del medico c’è ed è innegabile, ma non è stata lei l’esclusiva e determinante causa scatenante del decesso, poiché, per un crudele scherzo del destino, le chance di salvezza del giovane talento (una stima di sopravvivenza a 6 mesi calcolata al massimo al 30%) erano da considerarsi statisticamente troppo irrisorie per giustificare, in sede civile, il risarcimento per la perdita della vita.

Lo sfogo disperato dei genitori: “Trattati come numeri, ha perso la sanità”

Davanti a un verdetto formulato in questi termini, la reazione di mamma Katia e papà Domenico è stata di comprensibile sconcerto e di feroce e disperato dolore. Lo sfogo dei due genitori feriti ha immediatamente fatto il giro del web, scuotendo profondamente l’opinione pubblica italiana.
«Per noi genitori è sinceramente inaccettabile e quasi impossibile riuscire ad accettare il fatto che, pur essendo stata chiaramente appurata e certificata la palese negligenza professionale del medico di base che aveva in cura Michele, l’immenso e inestimabile valore della vita di nostro figlio debba oggi essere tristemente misurato, valutato e svalutato in fredde percentuali di probabilità», hanno commentato a caldo. «I tribunali ci parlano come se anche solo avere quell’1% di residua probabilità di salvezza e di sopravvivenza non fosse considerato abbastanza importante per poter almeno tentare di curarlo. Riconoscere a chiare lettere la negligenza del dott. Vitaliano, ma rigettare al contempo la nostra sacrosanta richiesta di risarcimento adducendo che, anche se avesse lavorato bene, le probabilità di sopravvivenza a 6 mesi sarebbero state inferiori al 30%, significa soltanto togliere ogni valore intrinseco e sacrale alla vita umana. Significa ostinarsi a trattare le persone sofferenti semplicemente come dei numeri in un tabellone statistico, senza voler minimamente tenere in conto e comprendere fino in fondo cosa avrebbe potuto significare per noi, come genitori disperati, riuscire a passare su questa terra anche un solo giorno in più tenendo la mano a nostro figlio». Lo strazio dei coniugi Merlo si traduce in una pesantissima accusa al sistema Paese: «In questa orribile vicenda, purtroppo, hanno perso davvero tutti: ha perso per sempre la credibilità della sanità pubblica italiana, e ha drammaticamente perso la giustizia nei tribunali. Ma chi ha perso fisicamente ed emotivamente più di tutti gli altri restiamo noi. E teniamo a ribadire che non è mai stata una spregevole questione di soldi, perché perdere per sempre un figlio fa malissimo e non esiste su questa terra alcuna somma di denaro in grado di poter minimamente arginare, lenire o mitigare questo vuoto. Ma essere costretti ad assistere a un intero sistema istituzionale che prima riconosce apertamente il grave errore medico, ma che poi si rifiuta di punirlo perché arriva a considerare la vita di tuo figlio come una mera, fredda e insufficiente “probabilità matematica”, è un altro, disperato tipo di dolore. È, letteralmente, come gettare chili di sale su una ferita aperta che non potrà rimarginarsi mai».

La battaglia legale non si ferma: verso il ricorso in appello per Michele

Tuttavia, l’amore incrollabile di un genitore verso il proprio figlio è una forza inarrestabile, incapace di arrendersi persino davanti alla burocrazia dei tribunali. L’amarezza di queste ore non ha infatti piegato la volontà della famiglia, decisa più che mai ad andare in fondo a questa storia per far trionfare una visione umana, e non algoritmica, del diritto alla cura.
«Insieme al nostro formidabile team di avvocati, che ringraziamo per il supporto», hanno concluso con ammirevole fierezza i genitori di Michele, «stiamo attualmente e attentamente studiando e valutando la possibilità legale di procedere con il formale ricorso in grado di Appello, per tentare di ottenere finalmente quella vera e piena giustizia che stiamo aspettando con ansia, pazienza e dolore da ormai 5 lunghissimi anni. È una battaglia di civiltà che dobbiamo assolutamente vincere. Ne abbiamo il dovere morale: lo dobbiamo in primis alla memoria del nostro amato Michele, ma lo dobbiamo anche a tutte le migliaia di persone, fan e associazioni, che in questi anni gli hanno voluto immensamente bene e che non ci hanno mai fatto mancare il loro prezioso e vitale sostegno umano in questa estenuante e difficile guerra giudiziaria». La storia di Michele Merlo, l’ex amatissimo volto televisivo e cantante romantico e sognatore, continua così a vivere con forza nelle aule di tribunale, ergendosi sempre più a doloroso e ingombrante simbolo nazionale della strenua lotta contro i fatali errori medici e per la tutela della dignità umana dei pazienti in corsia.

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Cronaca

Famiglia del bosco di Palmoli: genitori e figli finalmente riuniti nella nuova casa

La “famiglia del bosco” di Palmoli si riabbraccia, e i bambini sognano già il ritorno alla loro amata fattoria! Dopo il doloroso allontanamento, i genitori hanno finalmente potuto incontrare i figli nella nuova abitazione: un colloquio lunghissimo ed emozionante, supervisionato dai servizi sociali. A seguire il delicato caso è l’avvocato Simone Pillon, che ha svelato i prossimi passi dell’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila. Il provvedimento prevede infatti rientri graduali nella “casa del bosco”, dove i piccoli non vedono l’ora di riabbracciare i loro animali: cavallo, asinello, papere e coniglietti. Ottime notizie anche dal fronte scolastico, dove l’inserimento starebbe procedendo senza intoppi, e si attende solo metà ottobre per ottenere il via libera ufficiale ai pernottamenti in famiglia nel fine settimana. Leggi tutti i commoventi aggiornamenti legali nel nostro articolo 👇

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Famiglia del Bosco

Palmoli (Chieti) – Dopo settimane di indicibile tensione, infinite battaglie legali, accesi dibattiti mediatici e dolorosi distacchi familiari, si apre finalmente uno spiraglio di luce e di normalità per la tanto discussa “famiglia del bosco”. Il lungo e accidentato percorso di ricongiungimento tra i genitori e i loro amati figli ha vissuto in queste ore una delle sue tappe più significative, delicate ed emotivamente cariche di significato.
Nella tranquilla cornice del comune di Palmoli, i genitori hanno finalmente potuto riabbracciare i propri bambini all’interno delle mura della loro nuova sistemazione abitativa. L’attesissimo incontro, che ha segnato un punto di svolta fondamentale per la serenità psicologica e affettiva dei minori coinvolti in questa intricata vicenda, ha preso ufficialmente il via intorno alle ore 16:30. A dimostrazione della forte necessità di ricostruire immediatamente il legame spezzato, la visita familiare si è protratta ben oltre l’orario inizialmente pattuito e stabilito dai rigidi protocolli. Questa prolungata e dolcissima durata del colloquio non è stata un colpo di testa, ma è stata formalmente richiesta e pacificamente concordata in sinergia con gli operatori dei servizi sociali incaricati di monitorare il caso. L’obiettivo primario era infatti quello di consentire alla famiglia di recuperare integralmente il tempo perduto a causa del mancato appuntamento della scorsa settimana, che era stato improvvisamente e dolorosamente annullato per la presunta assenza dei necessari requisiti di sicurezza e per garantire la dovuta e sacrosanta tutela della riservatezza dell’intero nucleo familiare.

Le parole dell’avvocato Simone Pillon e il piano di riavvicinamento

A seguire passo dopo passo i complessi sviluppi legali e umani di questa vicenda, dettando i ritmi e assicurandosi che i diritti genitoriali vengano pienamente rispettati, c’è un nome di assoluto spicco del panorama forense e politico italiano: l’avvocato Simone Pillon.
È stato proprio il celebre legale, che cura ufficialmente e strenuamente gli interessi della coppia, a confermare alla stampa i dettagli tecnici e le sfumature emotive di questo fondamentale ricongiungimento. Pillon ha illustrato con chiarezza gli imminenti sviluppi del meticoloso piano di recupero concordato nero su bianco con gli operatori sociali e ratificato dalle autorità competenti. Secondo quanto riferito dal legale, l’appuntamento odierno non è un semplice “contentino” burocratico, ma rappresenta a tutti gli effetti un passaggio cruciale, un vero e proprio giro di boa per garantire la stabilità emotiva dei minori. Il percorso di riavvicinamento intrapreso all’interno della nuova sistemazione abitativa mira a ricostruire la fiducia e la quotidianità familiare, preparandoli gradualmente alle prossime, importantissime tappe decise dalla magistratura minorile.

Il ritorno graduale alla fattoria tra animali e natura

Il cuore pulsante di questa intera vicenda, tuttavia, risiede nel legame profondo, viscerale e indissolubile che questi bambini hanno sviluppato fin dalla nascita con la natura incontaminata e con il luogo in cui sono cresciuti: la cosiddetta “casa del bosco”.
Il percorso riabilitativo e familiare tracciato dai giudici prevede fortunatamente altri momenti di rientro specifici, compresi quelli tanto attesi nella loro abitazione originaria. Come ha spiegato minuziosamente l’avvocato Simone Pillon, la scrupolosa ordinanza emessa dal Tribunale per i Minorenni dell’Aquila prevede infatti dei rientri lenti ma costanti nella fattoria immersa nel verde. Per ovvi motivi di privacy e per garantire l’incolumità psicologica dei minori, i prossimi appuntamenti non verranno assolutamente comunicati nei dettagli alla stampa, ha voluto precisare il legale con tono fermo, al fine di tutelare il sereno svolgimento delle attività previste. Ma l’emozione per questo imminente ritorno alle origini è letteralmente palpabile. «I bambini non vedono l’ora di poter stare nuovamente e liberamente in mezzo alla natura, di accarezzare il loro cavallo, di giocare con il loro asinello, di rincorrere le papere, le galline, i conigli e di vivere tutta la magia della loro fattoria», ha rivelato Pillon con un velo di commozione, descrivendo l’attaccamento simbiotico dei piccoli con l’ambiente rurale, semplice e puro nel quale sono felicemente cresciuti prima dell’allontanamento forzato.

La scuola e i pernottamenti: le prossime tappe stabilite dal Tribunale

La normalizzazione della vita di questi bambini passa inevitabilmente anche attraverso la delicatissima reintroduzione all’interno del sistema scolastico tradizionale e il ripristino di una normale routine notturna con i propri genitori.
A questo proposito, un altro passaggio fondamentale previsto e normato dall’ordinanza del Tribunale abruzzese riguarda la spinosa questione dei fine settimana con pernottamento. Secondo quanto riferito fiducioso dall’avvocato, il provvedimento giudiziario stabilisce chiaramente che tali pernottamenti in famiglia possano iniziare allo scoccare dei 30 giorni esatti dall’avvio ufficiale dell’anno scolastico. Considerando che nel territorio in questione le lezioni in aula sono cominciate regolarmente lo scorso 15 settembre, il primo periodo utile e legalmente valido per far dormire i bambini a casa con mamma e papà dovrebbe felicemente collocarsi entro la metà del mese di ottobre. Nel frattempo, giungono notizie estremamente rassicuranti anche dal fronte didattico: secondo le prime frammentarie informazioni ricevute direttamente dalla famiglia, l’inserimento scolastico dei bambini non avrebbe finora registrato particolari criticità, né si sarebbero palesati insormontabili problemi di adattamento con i compagni di classe o con il corpo docenti. Sebbene l’avvocato Pillon abbia voluto prudentemente precisare di non avere ancora informazioni ufficiali e dirette sull’andamento didattico di questi primissimi giorni di scuola, l’ottimismo regna sovrano. La strada per la “famiglia del bosco” è ancora lunga, ma il traguardo della tanto agognata normalità non è mai stato così vicino.

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Cronaca

Follia al posto di blocco: prende a pugni i carabinieri e tenta di strangolarne uno

La follia e la violenza contro le forze dell’ordine hanno superato il livello di guardia in Italia! Dopo la devastante sassaiola che aveva distrutto le volanti della Polizia a Palermo, la scorsa notte nel veronese si è sfiorata la strage. Un 38enne marocchino alla guida di un’Audi non si è fermato all’alt dei carabinieri e si è lanciato in un folle inseguimento da film ad altissima velocità. Una volta fermata l’auto, lo straniero si è scagliato come una furia sui due militari: prima ha spaccato la faccia a una carabiniera a suon di pugni, poi ha messo le mani al collo del collega tentando di strangolarlo fino a fargli quasi perdere i sensi! Catturato in un casolare dopo una caccia all’uomo, l’aggressore è ora accusato di tentato omicidio. Contemporaneamente, a Catania, tre poliziotti antidroga sono stati presi a casate in faccia (riportando il setto nasale rotto). I sindacati di Polizia (Sap e Unarma) lanciano un disperato allarme sulla sicurezza degli agenti e chiedono condanne severissime. Leggi la drammatica ricostruzione degli assalti 👇

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Carabinieri di notte- pattuglia

Verona – L’escalation di spaventosa e gratuita violenza contro le divise in Italia sembra ormai aver superato ogni limite di guardia, trasformando il normale pattugliamento delle strade in una vera e propria missione ad altissimo rischio per l’incolumità fisica degli agenti. Le donne e gli uomini delle forze dell’ordine continuano inesorabilmente a finire nel mirino di aggressioni sempre più efferate, imprevedibili e pericolose da Nord a Sud.
La memoria pubblica è ancora inevitabilmente scossa dai recentissimi e drammatici fatti di Palermo di appena una settimana fa, quando le volanti della Polizia di Stato in servizio di perlustrazione vennero vigliaccamente circondate e fatte oggetto di una fittissima e devastante sassaiola che portò alla distruzione dei mezzi e al ferimento di numerosi poliziotti. Da quel momento, però, il bollettino di guerra non si è affatto arrestato. Nelle ultime ore, infatti, i registri della cronaca nera si sono macchiati di episodi di inaudita gravità che hanno visto coinvolti sia agenti di Polizia che militari dell’Arma dei Carabinieri. L’episodio di gran lunga più sanguinoso e sconvolgente si è registrato proprio nella provincia veronese. A finire in manette, al termine di una nottata di pura e cieca follia, è stato un cittadino di origini marocchine di trentotto anni, identificato come Abdelilah Gandour. Sulla sua testa pendono ora capi d’imputazione gravissimi: tentato omicidio, lesioni personali aggravate e violenta resistenza a pubblico ufficiale.

L’inseguimento da film sull’Audi e la fuga nei campi

Le prime e concitate ricostruzioni fornite dagli inquirenti descrivono una dinamica degna della più cruda e spietata pellicola poliziesca d’azione. Stando a quanto emerso dai verbali, il trentottenne straniero stava viaggiando in piena notte a bordo di una potente vettura (un’Audi) in compagnia di altre due persone non ancora identificate.
Tutto ha avuto inizio nel momento in cui l’automobile in corsa ha incrociato sulla sua traiettoria un posto di blocco regolarmente allestito da una pattuglia dei carabinieri per i consueti controlli di sicurezza stradale. Intimatogli l’alt con la paletta e i dispositivi luminosi, l’uomo alla guida non ha mostrato la minima intenzione di arrestare la marcia. Al contrario, il conducente ha schiacciato improvvisamente il piede sull’acceleratore forzando il blocco stradale e tentando di far perdere rapidamente le proprie tracce nel buio della notte. I militari, senza esitare un solo istante, si sono lanciati all’inseguimento a sirene spiegate. La fuga si è protratta per svariati chilometri ad altissima velocità, caratterizzata da manovre stradali letteralmente folli e azzardate che hanno messo a serissimo repentaglio la vita e la sicurezza di tutti gli sfortunati automobilisti presenti lungo l’arteria in quel preciso frangente. Soltanto dopo lunghissimi, interminabili minuti di inseguimento al cardiopalma, giunti nel territorio del comune di Asigliano, la gazzella dei carabinieri è finalmente riuscita nell’intento di chiudere la traiettoria e costringere l’Audi ad accostare a bordo carreggiata. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

La brutale aggressione: pugni in faccia e mani al collo

Non appena l’automobile si è fermata, due degli occupanti hanno immediatamente spalancato le portiere per darsi a una precipitosa fuga a piedi, scomparendo nel nulla tra i campi circostanti. Il trentottenne marocchino, invece, è rimasto inizialmente a bordo, preparando però un’aggressione di inaudita ferocia.
Quando i militari si sono avvicinati al veicolo per neutralizzarlo, l’uomo si è scagliato contro di loro come una belva furibonda. La prima a fare le spese della sua pazzia è stata la componente femminile dell’equipaggio dell’Arma, la quale ha ricevuto diversi e violentissimi pugni sferrati direttamente in pieno volto, crollando a terra. Dopo aver letteralmente messo fuori gioco la carabiniera, lo straniero ha spostato la sua rabbia omicida sull’altro militare intervenuto in soccorso della collega. L’aggressore, dimostrando una forza disumana, gli ha messo pesantemente le mani al collo, stringendo la presa sulla trachea in modo letale, fino quasi al punto di farlo soffocare e svenire. Soltanto quando il militare, stremato, stava ormai per perdere del tutto i sensi e abbandonarsi, il marocchino ha allentato leggermente la presa mortale e ha approfittato della confusione per tentare un’estrema e disperata fuga a piedi nelle campagne oscure, lasciando i due militari gravemente feriti sull’asfalto.

La cattura nel casolare e la ferma condanna del sindacato

Nonostante le terribili ferite riportate al volto e lo stato di semi-asfissia, i due eroici carabinieri sono riusciti a mantenere la lucidità necessaria per lanciare immediatamente l’allarme via radio, chiedendo urgenti rinforzi. Da quel momento è scattata una massiccia e capillare caccia all’uomo durata svariate ore.
La latitanza del trentottenne si è conclusa alle primissime luci dell’alba, quando i rinforzi lo hanno scovato e braccato all’interno di un casolare agricolo abbandonato, facendo scattare le manette ai suoi polsi. I due carabinieri aggrediti, nel frattempo, sono stati trasportati d’urgenza in ospedale per ricevere tutte le cure del caso e sono stati dimessi con prognosi di guarigione giudicate molto alte dai sanitari. Sulla gravissima vicenda è intervenuto a gamba tesa Giacomo Raffi, Segretario Generale Regionale per il Veneto del sindacato Unarma: «Quanto accaduto stanotte è semplicemente grave e inaccettabile. Non possiamo e non dobbiamo mai abituarci a subire passivamente episodi nei quali chi indossa con orgoglio una divisa e opera in strada ogni singolo giorno per garantire la sicurezza dei cittadini venga esposto a rischi così elevati per la propria vita semplicemente per aver svolto fino in fondo il proprio dovere». Il leader sindacale ha ribadito con estrema fermezza che chiunque osi mettere in pericolo l’incolumità degli operatori di Polizia deve scontrarsi con una risposta delle istituzioni e della magistratura chiara, spietatamente autorevole e determinata.

Violenza senza fine: poliziotti presi a casate anche a Catania

Che si tratti di un problema sistemico su scala nazionale lo dimostra, purtroppo, un secondo e altrettanto grave fatto di sangue avvenuto a migliaia di chilometri di distanza. Poche ore prima della tentata strage nel veronese, la città di Catania è stata teatro di una brutale aggressione ai danni di tre coraggiosi poliziotti, impegnati in una complessa operazione di controllo del territorio legata a un servizio di contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Mentre stavano procedendo all’identificazione dei sospetti, gli agenti sono stati vigliaccamente colpiti in pieno volto con l’utilizzo di un pesante casco da motociclista usato come vera e propria arma contundente. Il bilancio del raid è pesantissimo: uno degli agenti ha riportato la frattura scomposta del setto nasale e un gravissimo trauma facciale, mentre gli altri due colleghi hanno subito violente contusioni e traumi diffusi sul corpo, per i quali si è resa necessaria una prognosi di 15 giorni ciascuno. Fortunatamente, due dei presunti responsabili del vile attacco sono stati subito arrestati e trasferiti direttamente in carcere. Sull’episodio siciliano ha espresso tutta la sua rabbia Giuseppe Coco, segretario generale aggiunto del sindacato autonomo Sap della Polizia di Stato: «Ci troviamo di fronte a un fatto gravissimo e intollerabile. Serve senza indugi una condanna unanime da parte della società civile, che sia severa ed esemplare. Almeno per questa volta, ci consola constatare che le prime sanzioni applicate sono state rapide e adeguate».

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