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Cronaca

Follia al posto di blocco: prende a pugni i carabinieri e tenta di strangolarne uno

La follia e la violenza contro le forze dell’ordine hanno superato il livello di guardia in Italia! Dopo la devastante sassaiola che aveva distrutto le volanti della Polizia a Palermo, la scorsa notte nel veronese si è sfiorata la strage. Un 38enne marocchino alla guida di un’Audi non si è fermato all’alt dei carabinieri e si è lanciato in un folle inseguimento da film ad altissima velocità. Una volta fermata l’auto, lo straniero si è scagliato come una furia sui due militari: prima ha spaccato la faccia a una carabiniera a suon di pugni, poi ha messo le mani al collo del collega tentando di strangolarlo fino a fargli quasi perdere i sensi! Catturato in un casolare dopo una caccia all’uomo, l’aggressore è ora accusato di tentato omicidio. Contemporaneamente, a Catania, tre poliziotti antidroga sono stati presi a casate in faccia (riportando il setto nasale rotto). I sindacati di Polizia (Sap e Unarma) lanciano un disperato allarme sulla sicurezza degli agenti e chiedono condanne severissime. Leggi la drammatica ricostruzione degli assalti 👇

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Carabinieri di notte- pattuglia

Verona – L’escalation di spaventosa e gratuita violenza contro le divise in Italia sembra ormai aver superato ogni limite di guardia, trasformando il normale pattugliamento delle strade in una vera e propria missione ad altissimo rischio per l’incolumità fisica degli agenti. Le donne e gli uomini delle forze dell’ordine continuano inesorabilmente a finire nel mirino di aggressioni sempre più efferate, imprevedibili e pericolose da Nord a Sud.
La memoria pubblica è ancora inevitabilmente scossa dai recentissimi e drammatici fatti di Palermo di appena una settimana fa, quando le volanti della Polizia di Stato in servizio di perlustrazione vennero vigliaccamente circondate e fatte oggetto di una fittissima e devastante sassaiola che portò alla distruzione dei mezzi e al ferimento di numerosi poliziotti. Da quel momento, però, il bollettino di guerra non si è affatto arrestato. Nelle ultime ore, infatti, i registri della cronaca nera si sono macchiati di episodi di inaudita gravità che hanno visto coinvolti sia agenti di Polizia che militari dell’Arma dei Carabinieri. L’episodio di gran lunga più sanguinoso e sconvolgente si è registrato proprio nella provincia veronese. A finire in manette, al termine di una nottata di pura e cieca follia, è stato un cittadino di origini marocchine di trentotto anni, identificato come Abdelilah Gandour. Sulla sua testa pendono ora capi d’imputazione gravissimi: tentato omicidio, lesioni personali aggravate e violenta resistenza a pubblico ufficiale.

L’inseguimento da film sull’Audi e la fuga nei campi

Le prime e concitate ricostruzioni fornite dagli inquirenti descrivono una dinamica degna della più cruda e spietata pellicola poliziesca d’azione. Stando a quanto emerso dai verbali, il trentottenne straniero stava viaggiando in piena notte a bordo di una potente vettura (un’Audi) in compagnia di altre due persone non ancora identificate.
Tutto ha avuto inizio nel momento in cui l’automobile in corsa ha incrociato sulla sua traiettoria un posto di blocco regolarmente allestito da una pattuglia dei carabinieri per i consueti controlli di sicurezza stradale. Intimatogli l’alt con la paletta e i dispositivi luminosi, l’uomo alla guida non ha mostrato la minima intenzione di arrestare la marcia. Al contrario, il conducente ha schiacciato improvvisamente il piede sull’acceleratore forzando il blocco stradale e tentando di far perdere rapidamente le proprie tracce nel buio della notte. I militari, senza esitare un solo istante, si sono lanciati all’inseguimento a sirene spiegate. La fuga si è protratta per svariati chilometri ad altissima velocità, caratterizzata da manovre stradali letteralmente folli e azzardate che hanno messo a serissimo repentaglio la vita e la sicurezza di tutti gli sfortunati automobilisti presenti lungo l’arteria in quel preciso frangente. Soltanto dopo lunghissimi, interminabili minuti di inseguimento al cardiopalma, giunti nel territorio del comune di Asigliano, la gazzella dei carabinieri è finalmente riuscita nell’intento di chiudere la traiettoria e costringere l’Audi ad accostare a bordo carreggiata. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

La brutale aggressione: pugni in faccia e mani al collo

Non appena l’automobile si è fermata, due degli occupanti hanno immediatamente spalancato le portiere per darsi a una precipitosa fuga a piedi, scomparendo nel nulla tra i campi circostanti. Il trentottenne marocchino, invece, è rimasto inizialmente a bordo, preparando però un’aggressione di inaudita ferocia.
Quando i militari si sono avvicinati al veicolo per neutralizzarlo, l’uomo si è scagliato contro di loro come una belva furibonda. La prima a fare le spese della sua pazzia è stata la componente femminile dell’equipaggio dell’Arma, la quale ha ricevuto diversi e violentissimi pugni sferrati direttamente in pieno volto, crollando a terra. Dopo aver letteralmente messo fuori gioco la carabiniera, lo straniero ha spostato la sua rabbia omicida sull’altro militare intervenuto in soccorso della collega. L’aggressore, dimostrando una forza disumana, gli ha messo pesantemente le mani al collo, stringendo la presa sulla trachea in modo letale, fino quasi al punto di farlo soffocare e svenire. Soltanto quando il militare, stremato, stava ormai per perdere del tutto i sensi e abbandonarsi, il marocchino ha allentato leggermente la presa mortale e ha approfittato della confusione per tentare un’estrema e disperata fuga a piedi nelle campagne oscure, lasciando i due militari gravemente feriti sull’asfalto.

La cattura nel casolare e la ferma condanna del sindacato

Nonostante le terribili ferite riportate al volto e lo stato di semi-asfissia, i due eroici carabinieri sono riusciti a mantenere la lucidità necessaria per lanciare immediatamente l’allarme via radio, chiedendo urgenti rinforzi. Da quel momento è scattata una massiccia e capillare caccia all’uomo durata svariate ore.
La latitanza del trentottenne si è conclusa alle primissime luci dell’alba, quando i rinforzi lo hanno scovato e braccato all’interno di un casolare agricolo abbandonato, facendo scattare le manette ai suoi polsi. I due carabinieri aggrediti, nel frattempo, sono stati trasportati d’urgenza in ospedale per ricevere tutte le cure del caso e sono stati dimessi con prognosi di guarigione giudicate molto alte dai sanitari. Sulla gravissima vicenda è intervenuto a gamba tesa Giacomo Raffi, Segretario Generale Regionale per il Veneto del sindacato Unarma: «Quanto accaduto stanotte è semplicemente grave e inaccettabile. Non possiamo e non dobbiamo mai abituarci a subire passivamente episodi nei quali chi indossa con orgoglio una divisa e opera in strada ogni singolo giorno per garantire la sicurezza dei cittadini venga esposto a rischi così elevati per la propria vita semplicemente per aver svolto fino in fondo il proprio dovere». Il leader sindacale ha ribadito con estrema fermezza che chiunque osi mettere in pericolo l’incolumità degli operatori di Polizia deve scontrarsi con una risposta delle istituzioni e della magistratura chiara, spietatamente autorevole e determinata.

Violenza senza fine: poliziotti presi a casate anche a Catania

Che si tratti di un problema sistemico su scala nazionale lo dimostra, purtroppo, un secondo e altrettanto grave fatto di sangue avvenuto a migliaia di chilometri di distanza. Poche ore prima della tentata strage nel veronese, la città di Catania è stata teatro di una brutale aggressione ai danni di tre coraggiosi poliziotti, impegnati in una complessa operazione di controllo del territorio legata a un servizio di contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Mentre stavano procedendo all’identificazione dei sospetti, gli agenti sono stati vigliaccamente colpiti in pieno volto con l’utilizzo di un pesante casco da motociclista usato come vera e propria arma contundente. Il bilancio del raid è pesantissimo: uno degli agenti ha riportato la frattura scomposta del setto nasale e un gravissimo trauma facciale, mentre gli altri due colleghi hanno subito violente contusioni e traumi diffusi sul corpo, per i quali si è resa necessaria una prognosi di 15 giorni ciascuno. Fortunatamente, due dei presunti responsabili del vile attacco sono stati subito arrestati e trasferiti direttamente in carcere. Sull’episodio siciliano ha espresso tutta la sua rabbia Giuseppe Coco, segretario generale aggiunto del sindacato autonomo Sap della Polizia di Stato: «Ci troviamo di fronte a un fatto gravissimo e intollerabile. Serve senza indugi una condanna unanime da parte della società civile, che sia severa ed esemplare. Almeno per questa volta, ci consola constatare che le prime sanzioni applicate sono state rapide e adeguate».

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Cronaca

Scena muta al giuramento: non sa l’italiano, il sindaco le nega la cittadinanza

La cittadinanza italiana non è un semplice “pezzo di carta” o una formalità burocratica, ma un vincolo sacro che presuppone diritti e doveri: per questo motivo il sindaco leghista di Cadoneghe (Padova), Marco Schiesaro, ha deciso di sospendere una cerimonia di giuramento e negare il passaporto italiano a una donna marocchina! Il motivo? La futura cittadina non sapeva pronunciare e comprendere nemmeno una parola di italiano. Davanti alla semplicissima domanda del primo cittadino (“Come ti chiami?”), la donna ha fatto scena muta, e nemmeno il disperato tentativo del marito di suggerirle le risposte è servito a salvare la situazione. “Chi giura davanti alla Repubblica deve capire cosa sta leggendo e dicendo”, ha tuonato il sindaco interrompendo l’iter burocratico. “Nessuno pretende la perfezione linguistica e non è questione di essere o meno accoglienti, ma ci deve essere l’impegno concreto di imparare la lingua del Paese in cui si vuole vivere”. Leggi il clamoroso retroscena della vicenda nel nostro articolo esclusivo 👇

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Cittadinanza italiana

Cadoneghe (Padova) – Il conferimento della cittadinanza italiana non può e non deve mai essere derubricato a un mero e freddo passaggio burocratico o alla semplice consegna di un documento timbrato, ma rappresenta il momento culminante di un profondo percorso di reale e consapevole integrazione all’interno del tessuto sociale e valoriale della nostra Nazione. È partendo da questo insindacabile e fermo principio istituzionale che si è consumato, nella giornata di ieri, 21 settembre 2026, un episodio destinato a far discutere animatamente l’opinione pubblica e la politica nazionale.
Il teatro della vicenda è stata l’aula istituzionale del Municipio di Cadoneghe, popoloso e operoso comune alle porte di Padova. A prendere una decisione che molti hanno definito drastica (ma allo stesso tempo ineccepibile sotto il profilo del rispetto delle normative vigenti) è stato il primo cittadino leghista Marco Schiesaro. Il sindaco, di fronte all’evidente e palese impossibilità di comunicare in lingua italiana con una donna di origini marocchine presentatasi per prestare il giuramento ufficiale alla Costituzione, ha deciso di interrompere bruscamente la cerimonia, rifiutandosi categoricamente di firmare l’atto che le avrebbe garantito il passaporto tricolore e i relativi diritti a esso connessi.

“Come ti chiami?”: il silenzio imbarazzante e l’intervento del marito

La scena descritta dai presenti, e successivamente confermata in prima persona dallo stesso primo cittadino, ha assunto fin dalle primissime battute contorni quasi paradossali. «Buongiorno, come ti chiami?», è stata la banale e semplicissima domanda di benvenuto rivolta dal sindaco alla futura cittadina.
La risposta ricevuta, tuttavia, è stata il silenzio più totale e raggelante. Nessuna sillaba, solo uno sguardo visibilmente imbarazzato e smarrito di fronte a un quesito che, per chiunque si appresti a giurare fedeltà alla Repubblica Italiana, non dovrebbe risultare minimamente proibitivo o incomprensibile. L’imbarazzo istituzionale ha toccato l’apice quando la donna ha persino abbozzato un timido passo all’indietro per cercare di sfuggire fisicamente al dialogo. In suo soccorso ha tentato disperatamente di intervenire il marito, regolarmente presente alla solenne cerimonia, il quale ha provato in tutti i modi a suggerirle la risposta e a tradurre la domanda, nel vano e maldestro tentativo di salvare le apparenze. Ma il sindaco Schiesaro, intuendo immediatamente la gravità della situazione e la totale assenza dei requisiti base di comprensione linguistica, ha deciso di porre altre semplici e basilari domande di vita quotidiana (come un banalissimo “Come stai?”), ottenendo come unico risultato l’ennesima e inequivocabile scena muta da parte della donna marocchina.

La decisione drastica di Schiesaro: cerimonia istituzionale sospesa

Di fronte a un muro di incomunicabilità così evidente, la macchina istituzionale si è comprensibilmente e doverosamente fermata. Come ha spiegato dettagliatamente il sindaco Schiesaro nel suo lungo sfogo, l’acquisizione della cittadinanza è il momento più alto e delicato nella vita di un immigrato in Italia.
«Come accade periodicamente e con grande frequenza, mi trovavo in Comune per incontrare diversi nuovi cittadini per il rito del giuramento previsto al termine del lungo percorso amministrativo per l’acquisizione della cittadinanza», ha raccontato il primo cittadino padovano. «È sempre un momento di grandissima importanza emotiva e istituzionale. Diventare cittadini italiani significa a tutti gli effetti entrare pienamente a far parte della nostra vasta comunità, acquisendo nuovi e sacrosanti diritti, ma assumendosi parallelamente precisi doveri e gravi responsabilità legali. Per la prima volta durante il mio intero mandato elettorale, mi sono trovato davanti a una situazione che mi ha lasciato profondamente perplesso e amareggiato. La persona convocata per il giuramento non era minimamente in grado di comprendere le domande più semplici poste in lingua italiana e non riusciva nemmeno a leggere autonomamente la breve formula del verbale del proprio giuramento». A nulla è valso l’intervento in extremis del coniuge, fermato immediatamente dal sindaco: chi presta giuramento deve essere, per legge e per logica, personalmente consapevole e in grado di comprendere fino in fondo il peso e il significato etico di ciò che sta dichiarando davanti allo Stato.

Il rispetto delle regole: la cittadinanza non è un “pezzo di carta”

La sospensione della cerimonia a Cadoneghe riaccende con forza il dibattito, spesso strumentalizzato dalle fazioni politiche, sul reale significato del termine “integrazione”. Il sindaco leghista ha voluto sgombrare immediatamente il campo da qualsiasi becera accusa di razzismo o di xenofobia preventiva, riportando l’intera questione sul piano dell’oggettività legale e del buonsenso civico.
«Di fronte a una situazione anomala di questo genere», ha precisato Schiesaro, «ho ritenuto assolutamente doveroso fermarmi, interrompere l’iter e chiedere formalmente agli uffici competenti che vengano svolte tutte le necessarie verifiche del caso. Voglio essere estremamente chiaro su un punto: non si tratta minimamente di una questione legata alla provenienza geografica della signora, e non è nemmeno una questione di essere più o meno accoglienti come amministrazione. È una banalissima e inoppugnabile questione di rispetto delle regole vigenti nel nostro Paese e di salvaguardia del valore intrinseco della cittadinanza italiana. Diventare italiani è una cosa seria, la cittadinanza non può essere considerata una semplice e noiosa formalità burocratica o un pezzo di carta da sbrigare per avere agevolazioni. Significa appartenere intimamente a una comunità viva, sforzarsi di conoscerne le regole, rispettarne le leggi statali e comprendere il vero significato del vincolo che si sta per stringere davanti alla Costituzione».

L’appello all’integrazione: “Serve lo sforzo di imparare la lingua”

Nelle battute conclusive della sua ricostruzione dei fatti, il primo cittadino ha voluto lanciare un messaggio costruttivo e pedagogico a tutta la comunità straniera residente sul territorio nazionale, sottolineando come la porta dell’Italia rimanga aperta, a patto che ci sia la reale volontà di compiere un percorso di avvicinamento culturale, che parte inesorabilmente dall’apprendimento del nostro vocabolario.
«Una soluzione a questo problema fortunatamente esiste, ed è a disposizione di tutti: basta mettersi a studiare e imparare la lingua italiana, facendo concretamente lo sforzo di integrarsi nel tessuto sociale che ci ospita». Il sindaco si è dimostrato assolutamente indulgente verso chi si sta ancora applicando, chiarendo che le istituzioni non cercano certo professori universitari o accademici della Crusca: «Nessuno pretende assolutamente la perfezione linguistica. Si può tranquillamente sbagliare la pronuncia di una parola, avere un forte accento diverso, e incontrare comprensibili difficoltà grammaticali durante l’esposizione. Ma, di base, deve esserci almeno la manifesta volontà, la dignità e l’impegno di fare uno sforzo per imparare a parlare la lingua del Paese di cui, per propria libera scelta, si chiede ufficialmente di diventare cittadini». Senza questa volontà, il passaporto italiano dovrà necessariamente attendere.

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Cronaca

Donna aggredita dai Lupi a Valpiana-Massa Marittima, attenzione a gridare al lupo al lupo senza conoscere la verità dei fatti

La medaglia ha sempre due facce e il nostro giornale dà voce a tutte le campane! Dopo aver raccontato la drammatica aggressione del lupo ai danni di un’allevatrice di Valpiana, la nostra redazione ha ricevuto un’infuocata nota ufficiale di replica da parte di Raimondo Silveri, Presidente della L.A.C. (Lega Abolizione Caccia). La sua ricostruzione getta un’ombra inquietante sull’intera vicenda: “Altro che lupi, da mesi centinaia di pecore vagano incustodite seguite da enormi cani maremmani abbandonati a loro stessi e senza cibo! I cani sono così affamati che sbranano le loro stesse pecore, spargendo carcasse che poi, ovviamente, attirano altri predatori”, accusa Silveri. Il Presidente della L.A.C. svela inoltre l’esistenza di foto, video e ben due pesantissime denunce penali già depositate in Procura a Grosseto per maltrattamento animale e pascolo abusivo. Leggi la clamorosa e diametralmente opposta versione dei fatti in questo nostro speciale approfondimento 👇

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Cani da guardiana

Valpiana (Grosseto) – Il compito primario, etico e insopprimibile di una testata giornalistica libera e indipendente è quello di dare sempre voce a tutte le campane coinvolte in un fatto di cronaca, permettendo ai lettori di formarsi un’opinione completa, scevra da pregiudizi e basata sull’ascolto di ogni possibile sfumatura della realtà. A poche ore dalla pubblicazione del nostro dettagliato reportage riguardante la drammatica aggressione subita dall’allevatrice Marisa Aronne (ferita all’orecchio nel tentativo di difendere il proprio gregge e i propri cani da un branco di lupi in località Valpiana), la nostra redazione ha ricevuto un’infuocata e dettagliata nota di replica ufficiale.
A scriverci, chiedendo fermamente la pubblicazione integrale della propria e diametralmente opposta versione dei fatti, è Raimondo Silveri, Presidente della L.A.C. (Lega per l’Abolizione della Caccia). Le parole e le accuse mosse da Silveri nei confronti della gestione dell’azienda agricola maremmana sono di una gravità inaudita e gettano un’ombra lunga e inquietante sull’intera narrazione dell’episodio, dipingendo uno scenario di profondo degrado ambientale, presunti maltrattamenti animali e denunce già depositate sui banchi della magistratura toscana.

“Pecore e cani abbandonati senza cibo: si sbranavano tra loro”

La ricostruzione fornita dalla L.A.C. ribalta completamente l’immagine bucolica del gregge assaltato dai crudeli predatori selvatici. Secondo quanto messo nero su bianco dal Presidente Silveri, infatti, la situazione nelle campagne di Valpiana era fuori controllo da lunghissimo tempo.
«Da mesi circa duecento/trecento pecore vagano indisturbate e completamente incustodite nelle vaste pianure di Valpiana, nel Comune di Massa Marittima, costantemente seguite da un branco di dieci cani pastori maremmani anch’essi liberi, incustoditi e pericolosissimi», denuncia apertamente Silveri. Ma il dettaglio più macabro e sconvolgente riguarda proprio il rapporto tra i guardiani e il gregge. Il Presidente della L.A.C. sostiene che questi animali trascorressero intere giornate abbandonati a se stessi in mezzo a strade pubbliche, argini e fitti boschi, sistematicamente privati di cibo e acqua. Una disperazione alimentare che avrebbe spinto gli enormi maremmani a compiere atti estremi per la pura sopravvivenza: «I cani venivano lasciati senza cibo, tanto da dover uccidere le stesse pecore pur di poter mangiare, spargendo e lasciando poi pezzi di carcasse putrefatte lungo le strade provinciali e nei boschi limitrofi. Una situazione insostenibile che, ovviamente e inevitabilmente, ha finito per richiamare in zona l’attenzione e l’olfatto di altri naturali predatori selvatici come le volpi e, appunto, i lupi».

Le denunce in Procura per maltrattamento e pascolo abusivo

Il durissimo comunicato della L.A.C. non si ferma alla descrizione del degrado, ma attacca frontalmente anche le recenti dichiarazioni pubbliche rilasciate a mezzo stampa da Mirella Pastorelli, presidente del Comitato Pastori d’Italia, accusandola di raccontare favole prive di fondamento senza minimamente conoscere la reale e drammatica situazione sul campo.
«Siamo profondamente indignati», scrive Silveri, sottolineando come l’associazione animalista non sia rimasta affatto a guardare nel corso degli ultimi mesi. Secondo la L.A.C., le reiterate perdite del gregge (le famose “50 pecore morte in una notte” lamentate dagli allevatori) non sarebbero opera esclusiva del lupo, ma il tragico risultato di mesi di incuria certificata. «Peccato che la signora Pastorelli non conosca, o finga di non conoscere, la reale situazione di palese e conclamato abbandono. Ci sono decine di testimoni oculari pronti a parlare, innumerevoli prove fotografiche e pesanti videoriprese redatte meticolosamente anche dal sottoscritto e dai nostri volontari (intervenuti tempestivamente dopo diverse e ignorate segnalazioni nei mesi scorsi). Prove schiaccianti che dimostrano inconfutabilmente che sono gli stessi cani maremmani ad assalire e uccidere le pecore dello stesso gregge per poi cibarsene». Di fronte a questo scenario documentato, i volontari della L.A.C. sono passati alle vie legali: all’inizio del mese di settembre sono state infatti depositate due formali e pesantissime denunce penali presso la Procura della Repubblica di Grosseto. I reati ipotizzati? Maltrattamento e abbandono di animali, omessa custodia in luoghi pubblici e pericolosi, e pascolo abusivo.

I dubbi sull’attacco diurno e la strenua difesa del lupo

Nella parte conclusiva del suo intervento, il Presidente Silveri solleva fortissimi e logici dubbi anche sulle dinamiche dell’aggressione subita dall’allevatrice domenica mattina. Dal punto di vista etologico, fa notare la L.A.C., risulta quantomeno “strano e anomalo” che un lupo solitario, o anche un piccolo branco, possa decidere deliberatamente di attaccare un enorme gregge in pieno giorno, per di più presidiato da ben 10 cani da guardiania descritti come grossi, aggressivi e particolarmente pericolosi sia per gli altri animali che, paradossalmente, per gli stessi proprietari.
«Per questo motivo, nel recente passato, diverse e allarmate segnalazioni ci sono pervenute da liberi cittadini. Pure noi stessi, in prima persona, siamo stati oggetto di spaventosi inseguimenti e di tentati e immotivati attacchi da parte dei suddetti pastori maremmani mentre ci trovavamo a transitare sulle strade pubbliche», aggiunge il Presidente. Il comunicato si chiude con un forte appello alle Forze dell’Ordine (già ripetutamente chiamate in causa nei mesi scorsi senza alcun esito apparente) affinché facciano finalmente chiarezza e accertino la nuda verità dei fatti, smettendo di criminalizzare ingiustamente il lupo. Un animale che, ricorda Silveri, si trova in cima alla delicata catena predatoria e si nutre principalmente di ungulati selvatici. Condannare il lupo basandosi su narrazioni parziali o, peggio, diffamatorie per coprire presunte gestioni illecite degli allevamenti, significa secondo la L.A.C. danneggiare l’intero e già fragilissimo ecosistema della Maremma.

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Cronaca

Donna azzannata dai lupi in Maremma, il drammatico racconto: l’allevatrice rischia di perdere l’udito

Poteva finire in tragedia la domenica mattina dell’allevatrice Marisa Aronne, titolare di un’azienda agricola a Valpiana (in Maremma)! Come riportato dalla testata lanazione.it, la donna è stata ferocemente aggredita da un branco di lupi mentre cercava disperatamente di salvare i suoi cani e il suo gregge di oltre 500 pecore dall’assalto dei predatori. Nel tentativo di proteggere un cucciolo, un lupo le si è avventato contro sferrandole un morso micidiale al volto. L’allevatrice è stata salvata dal tempestivo intervento del fratello e trasportata in ospedale: ha ricevuto ben 30 punti di sutura e ora rischia gravissimi danni permanenti all’udito. L’episodio ha scatenato la furiosa rabbia del Comitato Pastori d’Italia, che ha ricordato come l’azienda avesse già perso decine di pecore negli anni scorsi. Anche la politica regionale si muove: il consigliere Minucci (FdI) ha decretato il totale fallimento della “task force” regionale, invocando l’immediato contenimento della specie per salvare le campagne. Leggi la drammatica ricostruzione dell’aggressione nel nostro articolo

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Lupi

Valpiana (Grosseto) – Il delicatissimo e sempre più conflittuale rapporto tra la necessaria tutela della fauna selvatica e il sacrosanto diritto alla sicurezza per chi vive e lavora onestamente nelle campagne italiane, ha purtroppo raggiunto un drammatico punto di non ritorno. Quella che doveva essere una normalissima e tranquilla domenica mattina di fine estate dedicata alla cura del bestiame, si è infatti repentinamente trasformata in un vero e proprio incubo a occhi aperti per una coraggiosa donna toscana.
Come riportato in un dettagliato resoconto pubblicato dalla testata lanazione.it, l’allevatrice Marisa Aronne, titolare dell’azienda agricola Campo all’Aia situata nella verde e isolata località di Valpiana (nel territorio comunale di Massa Marittima), è stata vittima di una brutale e sanguinosa aggressione da parte di un branco di lupi. La donna si trova tuttora in un profondo stato di choc emotivo, provata nel corpo e nello spirito dopo aver letteralmente rischiato la vita per tentare di difendere strenuamente il suo immenso gregge, composto da circa cinquecento pecore, e i suoi fedeli cani da pastore. L’episodio, che ha scosso profondamente l’intera comunità della Maremma, ha riacceso in maniera feroce i fari della cronaca nazionale e della politica su un’emergenza territoriale che gli allevatori denunciano inascoltati ormai da troppi anni.

Il disperato tentativo di salvare il cucciolo dal branco

La drammatica sequenza dei fatti, ricostruita in modo indiretto dalle testimonianze raccolte da lanazione.it, ha avuto inizio intorno alle ore 8:30 del mattino di domenica. La signora Aronne era uscita dalla propria abitazione in compagnia del fratello per effettuare il consueto e quotidiano giro di perlustrazione e controllo all’interno della sua azienda agricola.
Giunti a pochissimi metri di distanza dalla grande stalla principale, i due si sono trovati improvvisamente di fronte a una scena letteralmente raggelante: ben tre grossi esemplari di lupo avevano accerchiato con fare predatorio gli otto agguerriti cani da guardiania che, seppur in palese difficoltà numerica e tattica, stavano disperatamente cercando di proteggere il numeroso gregge di ovini. L’allevatrice ha spiegato come in quegli attimi concitati il panico avesse preso il sopravvento, spinto dall’urgenza viscerale di dover mettere immediatamente in salvo sia le pecore terrorizzate che i cani di famiglia. Invece di darsi alla fuga per mettersi al riparo, la donna ha deciso coraggiosamente di farsi avanti per cercare di spaventare e allontanare i predatori. Il momento critico e fatale si è verificato quando uno dei lupi si è improvvisamente scagliato con violenza inaudita contro un piccolo cucciolo di pastore, azzannandolo. Pur di salvare la vita del cagnolino, la donna non ha esitato a gettarsi fisicamente verso di lui. È stato in quella esatta e drammatica frazione di secondo che la bestia feroce ha rivolto la sua attenzione verso di lei, aggredendola fisicamente e sferrandole un morso potentissimo in pieno volto che le ha quasi tranciato di netto l’orecchio.

Trenta punti di sutura e la corsa per salvare l’udito

L’attacco si sarebbe concluso in tragedia se non fosse stato per il provvidenziale e tempestivo intervento del fratello della vittima, che, supportato dall’arrivo di un altro pastore richiamato dalle urla, è riuscito eroicamente ad allontanare fisicamente il lupo, permettendo i soccorsi.
La signora Aronne è stata immediatamente trasportata d’urgenza presso il pronto soccorso dell’ospedale di Massa Marittima, dove il personale medico l’ha sottoposta a un lunghissimo e delicatissimo intervento chirurgico d’emergenza per tentare di ricostruire il padiglione auricolare gravemente dilaniato dai denti dell’animale. La ferita ha richiesto l’applicazione di ben trenta punti di sutura esterni e interni. Le conseguenze fisiche dell’assalto, tuttavia, potrebbero rivelarsi ben più gravi del previsto: la donna dovrà infatti sottoporsi a una lunga e dolorosa serie di specifici accertamenti specialistici per comprendere con certezza se la furia del morso le abbia purtroppo provocato dei danni neurologici permanenti e irreversibili all’udito.

Un’azienda decimata: la rabbia inascoltata degli allevatori

L’aspetto più frustrante e angosciante di questa assurda vicenda di cronaca rurale, come sottolineato anche dalla stampa locale, è che per la sfortunata azienda di Valpiana non si tratta minimamente di un fulmine a ciel sereno o di un tragico ma episodico incidente isolato.
Le cronache interne della fattoria parlano di un vero e proprio bollettino di guerra. Nel corso degli ultimi anni, infatti, il gregge della famiglia Aronne ha subito ripetuti e innumerevoli assalti mortali da parte dei predatori selvatici. I danni economici e morali sono incalcolabili: viene riportato che in una sola, maledetta notte notturna l’azienda abbia perso la bellezza di cinquanta pecore, mentre nei mesi successivi decine di altri animali sono misteriosamente spariti nel nulla o sono stati rinvenuti orribilmente sbranati nei campi limitrofi. Soltanto pochissimi giorni prima dell’aggressione all’allevatrice, un altro preziosissimo e insostituibile cane da guardiania era stato brutalmente ucciso dai lupi mentre svolgeva il suo lavoro. Un climax di terrore quotidiano che ha spinto l’intera categoria agricola locale sull’orlo di una profonda e irrimediabile crisi di nervi.

L’allarme politico e le richieste di abbattimento controllato

Di fronte all’ennesimo, brutale fatto di sangue che ha sfiorato la tragedia mortale per un essere umano, le reazioni delle associazioni di categoria e del mondo politico toscano non si sono fatte attendere, alzando i toni della protesta a livelli mai visti prima.
Come riportato dalle fonti, il Comitato Pastori d’Italia ha rilanciato con grandissima forza il proprio appello istituzionale, rivolgendosi direttamente e senza mezzi termini al Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e al Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani per esigere interventi legislativi immediati e non più rimandabili. Anche la politica regionale è scesa duramente in campo: il consigliere regionale in quota a Fratelli d’Italia, Luca Minucci, ha duramente criticato l’immobilismo delle istituzioni. Nelle sue dichiarazioni indirette, il consigliere ha intimato di passare finalmente dalle sterili parole ai fatti concreti attraverso piani mirati di abbattimento e contenimento della specie. Minucci ha ribadito che gli allevatori non possono più continuare ad assistere da spettatori inermi al massacro quotidiano delle proprie greggi, giudicando estremamente grave quanto accaduto a Valpiana e decretando l’inequivocabile e totale fallimento dell’apposita “task force lupo” istituita in passato dalla Regione. L’unica soluzione possibile, secondo l’esponente politico, risiede in un contenimento numerico drastico e immediato per porre definitivamente un freno a questi continui e letali assalti portati a termine da lupi puri e pericolosissimi ibridi canini.

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