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La meccatronica 4.0 blinda il futuro industriale dell’Irpinia e apre le porte ai ventenni: l’UGL lancia un Patto Generazionale per lo stabilimento di Pratola Serra

I motori dell’Irpinia si tingono di tecnologia ecologica e il domani delle tute blu sigilla una vittoria monumentale contro la crisi dell’automotive! Il coordinatore provinciale dell’UGL Metalmeccanici, Arturo Fiorillo, ha annunciato ufficialmente lo sblocco e l’assegnazione dello stabilimento Stellantis di Pratola Serra (AV) per la produzione del nuovo e attesissimo motore ibrido a partire dalla metà del 2029. Un viaggio specchio iper-emotivo e gratuito nella logistica sindacale dello Stato che lancia la sfolgorante proposta di un «Patto Generazionale» per l’inserimento in fabbrica dei giovani under 35, in asse con gli ITS e i laboratori universitari della provincia. Un comfort funzionale perfetto per sconfiggere l’isolamento da smartphone e l’esodo culturale dal Mezzogiorno, mettendo il merito e la formazione d’avanguardia al centro del welfare operaio. Scoprite tutti i dettagli del manifesto nel nostro articolo! 👇

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Stellantis

Pratola Serra – Una scossa di travolgente ottimismo, rigore macroeconomico e fiera determinazione civile attraversa i rioni industriali dell’entroterra campano, trasformando i capannoni della manifatturiera dello Stato in un’autentica officina di innovazione tecnologica, merito e riscatto per le nuove generazioni. La transizione ecologica e la filiera dell’automotive, quando sanno spogliarsi dei vecchi e polverosi cliché della finzione commerciale di plastica e dei filtri digitali degli smartphone, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare le risposte flessibili della nostra classe operaia, offrendo alle famiglie un’oasi di spensieratezza colta, lontana dalle nevrosi della precarietà. Oggi, lunedì 28 settembre 2026, i monitor delle trattative sindacali hanno registrato il verbale di una svolta strategica e pluriennale d’alto profilo istituzionale per la provincia di Avellino: lo stabilimento Stellantis di Pratola Serra ha ufficialmente blindato la produzione del nuovo e attesissimo motore ibrido di ultima generazione a partire dalla metà del 2029.

La notizia del colossale stanziamento industriale da parte del gruppo automobilistico transnazionale è stata accolta con spavaldo orgoglio e viscerale passione civile da Arturo Fiorillo, carismatico coordinatore provinciale della UGL Metalmeccanici, in asse con le rappresentanze sindacali aziendali (RSA) del plesso irpino. Fiorillo ha sottolineato in totale trasparenza e priva di filtri protettivi come l’assegnazione dello spartito meccatronico costituisca il giusto e solenne riconoscimento al valore biologico, alla flessibilità e alla competenza dimostrati quotidianamente dalle maestranze stanziali. Un ruolino di marcia d’eccellenza che non deve però rimanere un optional burocratico aziendale, ma deve farsi scudo contro lo spopolamento culturale e limitare al massimo il doloroso esodo delle migliori intelligenze giovanili dal Mezzogiorno, taccuino alla mano e passioni calde.

Dall’asfissia dei mercati alle riforme ecologiche: la proposta del sindacato autonomo

L’introduzione della tecnologia ibrida d’avanguardia apre una nuova, fiammeggiante fase in cui i Criteri dello sviluppo economico devono viaggiare a ridosso del benessere collettivo rionale e della salubrità dell’ambiente, garantendo contratti stabili anche alle aziende collegate dell’indotto logistico. Per governare le repentine mutazioni dei mercati globali, l’UGL Metalmeccanici ha lanciato sul tavolo della cabina di regia di Stellantis un imponente e coraggioso «Patto Generazionale», un manifesto programmatico strutturato su tre scudi e pilastri ingegneristici fondamentali, concepito per far collidere il sapere dei vecchi operai all’entusiasmo dei ragazzi, senza filtri o barriere economiche:

  • Ricambio generazionale: Sbloccare l’ingresso in fabbrica di una massiccia scuderia di giovani under 35 della provincia, affiancandoli stanzialmente alle professionalità presenti per un interplay perfetto e un passaggio ordinato delle competenze storiche.
  • Formazione specializzata 4.0: Rafforzare in totale trasparenza la joint venture strategica con gli istituti tecnici della provincia, gli ITS regionali e i laboratori dell’Università del territorio per strutturare percorsi didattici legati alle tecnologie industriali digitali.
  • Occupazione stabile e protetta: Garantire che la transizione ecologica del 2029 sia accompagnata unicamente da opportunità di lavoro qualificato, duraturo e privo di ipocrisie commerciali, offrendo ai ventenni la certezza di edificare il proprio futuro in Irpinia.

I dati della produzione industriale parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi interpretativi: la crescita di una fabbrica dello Stato acquisisce un reale merito civile solo se capace di generare un comfort funzionale perfetto per l’inclusione sociale e per la tenuta dei quartieri popolari. «L’assegnazione del nuovo motore ibrido per il 2029 rappresenta un traguardo monumentale, ma adesso è nostro dovere civile guardare oltre l’investimento finanziario», dichiarano con assoluta fermezza e toni decisi il segretario Arturo Fiorillo e i delegati della RSA di Pratola Serra, spegnendo le nevrosi della vigilia. «Il nostro fine ultimo è cementare il legame biologico tra lo stabilimento Stellantis, le accademie formative e la terraferma irpina. Solo rifiutando l’isolamento sociale potremo trasformare lo slancio manifatturiero in un’opera di riscatto economico e sociale per l’intera comunità, scacciando il torpore».

I monitoraggi dell’UGL e il benessere della provincia avellinese: le info utili

La segreteria provinciale della UGL comunica che i controlli tecnici sulle linee di montaggio e i verbali ispettivi sulla sicurezza civile dei reparti rimarranno al centro dei futuri tavoli prefettizi pianificati per l’autunno del 2026. Il sindacato manterrà una postura vigile e spavalda, esercitando un monitoraggio millimetrico per blindare le scadenze e i contratti a tutela delle tute blu della provincia, impedendo che le difficoltà congiunturali dei mercati internazionali comprimano i diritti conquistati in decenni di lotte sindacali.

I canali di comunicazione dell’organizzazione sono attivi e i database delle iscrizioni aperti per i giovani viandanti del lavoro che vogliono affacciarsi al comparto dell’automotive pulito. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e prestate attenzione al futuro industriale della vostra terra: scoprirete che finché il sindacato saprà unire le proprie forze per pretendere un Patto Generazionale a difesa dei figli dell’Irpinia, il domani della Campania sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano. La marcia per il lavoro stabile è cominciata a Pratola Serra, ed è una bellissima pagina di futuro che aspetta solo di essere scritta.

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Crisi CallMat, l’appello dei sindacati al Vescovo: “Don Ben, non lasci sola Matera”

La disperazione e la rabbia di 350 lavoratori lucani a rischio licenziamento arrivano dirette al cuore della Chiesa. I sindacati hanno lanciato un drammatico appello al Vescovo di Matera, Monsignor Ambarus: “Don Ben, non lasci sola la nostra comunità”. La vertenza CallMat rischia di distruggere il futuro di centinaia di famiglie. L’accusa contro TIM è durissima: si sospetta che i volumi di lavoro non siano calati, ma siano stati cinicamente trasferiti verso altri territori. I lavoratori rifiutano l’elemosina dei sussidi e chiedono l’intervento immediato di Regione e Ministero per difendere il posto di lavoro👇

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Monsignor Benoni Ambarus

Matera – Nel complesso, arido e spesso spietato mondo delle relazioni industriali, arriva inesorabilmente un preciso momento di rottura in cui una formale vertenza sindacale cessa definitivamente di essere considerata soltanto come una fredda disputa burocratica tra le parti sociali, per trasformarsi in una vera e propria e drammatica emergenza umanitaria e territoriale. Quando dietro l’ombra minacciosa e incombente di una massiccia procedura di licenziamento collettivo non si scorgono più asettici numeri da bilancio, algide percentuali di esubero o complessi grafici aziendali, ma si materializzano concretamente i volti stanchi di centinaia di persone in carne ed ossa, la prospettiva della lotta cambia radicalmente. La gravissima, complessa e sempre più esplosiva vertenza che ha duramente colpito la CallMat di Matera è drammaticamente giunta esattamente a questo delicato e pericoloso punto di non ritorno sociale. Attualmente, ben 350 lavoratrici e lavoratori lucani rischiano concretamente, quotidianamente e dolorosamente di perdere il proprio sacrosanto posto di lavoro. Parliamo di 350 intere famiglie che guardano all’immediato futuro con legittima paura, schiacciate dal peso opprimente di mutui da pagare, bollette in scadenza e figli da mantenere. Di fronte a questo inaccettabile e imminente disastro occupazionale, che minaccia di recidere le radici stesse della speranza di una comunità intera, le principali sigle sindacali del territorio (SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni) hanno deciso di compiere un passo eccezionale e fortemente simbolico: rivolgere un appello pubblico, accorato e disperato, direttamente alla Chiesa locale, e in particolar modo alla sensibilità umana di Monsignor Benoni Ambarus, affettuosamente noto come “Don Ben”, Vescovo dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina e di Tricarico.

L’appello alla Chiesa: la fede come scudo per i lavoratori

La lettera aperta, firmata congiuntamente dai combattivi Segretari regionali Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano, non rappresenta affatto una formale e burocratica richiesta di mediazione tecnica, ma suona come un vero e proprio e potentissimo grido di dolore lanciato verso le istituzioni religiose.
“Eccellenza, la preghiamo, ascolti il disperato grido di Matera”, si legge nel toccante documento sindacale. I rappresentanti dei lavoratori chiariscono immediatamente di non voler in alcun modo chiedere alla Chiesa cattolica di sostituirsi impropriamente alle mancanze o alle gravi assenze delle istituzioni politiche deputate alla risoluzione della crisi, ma le implorano di fare ciò che da sempre, evangelicamente, le appartiene di diritto: stare fisicamente e spiritualmente accanto a chi soffre ingiustamente, ascoltare pazientemente chi ha paura del domani, difendere a spada tratta la dignità inalienabile della persona e dare voce potente a chi rischia concretamente di non averne più nei tavoli che contano. Nelle case dei 350 dipendenti CallMat, la parola più difficile e angosciante da pronunciare oggi è diventata “domani”. La grande paura di svegliarsi senza uno stipendio dignitoso e senza la fondamentale sicurezza economica necessaria per mandare avanti il nucleo familiare sta logorando la serenità della città dei Sassi. I sindacati ricordano con forza al Vescovo che la vera fede cristiana non può e non deve esaurirsi esclusivamente nella preghiera silenziosa all’interno delle mura parrocchiali, ma deve necessariamente tradursi in presenza attiva, in tangibile solidarietà civica e in strenua difesa della dignità del lavoro umano. La richiesta a Don Ben è chiara, diretta e umanamente inattaccabile: scendere fisicamente in campo, incontrare gli operai e far sentire la propria autorevole e pesante voce a sostegno della comunità lucana ferita.

Le pesantissime accuse a TIM: trasferimenti occulti di volumi

Se il lato prettamente umano ed emotivo della vertenza è stato affidato all’autorevole figura pastorale del Vescovo Ambarus, il lato duro e crudo della vertenza industriale viene invece scaricato, con accuse pesantissime, frontali e circostanziate, direttamente contro i massimi vertici aziendali.
Il sindacato unito ha infatti pubblicamente denunciato una situazione gestionale e industriale che ritiene a dir poco gravissima e inaccettabile. Le rappresentanze dei lavoratori hanno formalmente posto domande precise, stringenti e inequivocabili al colosso delle telecomunicazioni TIM, alla Regione Basilicata e al Ministero competente (MIMIT), senza ricevere finora risposte rassicuranti. La fortissima accusa mossa dai sindacalisti è pesantissima: mentre a Matera l’azienda parla ufficialmente e drammaticamente di una presunta “riduzione fisiologica dei volumi di traffico”, sbandierando lo spettro di 350 inevitabili esuberi occupazionali, i sindacati avrebbero invece raccolto fondate e preoccupanti informazioni interne secondo cui le medesime attività lavorative (precedentemente e storicamente gestite con professionalità dal sito di CallMat) sarebbero state artatamente e strategicamente dirottate e indirizzate verso altri fornitori e altri bacini territoriali meno costosi. “Se i volumi sono realmente diminuiti, TIM abbia il coraggio manageriale di dimostrarlo pubblicamente portando tavoli, dati, numeri certificati e documenti inoppugnabili. Se invece, come temiamo, le attività continuano a essere svolte regolarmente ma vengono scientemente trasferite altrove per logiche di mero risparmio, qualcuno deve spiegarci per quale assurdo motivo a pagare il prezzo altissimo di queste ciniche scelte debbano essere unicamente i padri e le madri di famiglia di Matera”, tuonano all’unisono i segretari regionali, domandandosi apertamente chi stia realmente e clamorosamente prendendo in giro la Basilicata lavoratrice.

Regione e MIMIT chiamati in causa: servono risposte immediate

L’ultimo, fondamentale e cruciale fronte della complessa e logorante battaglia a difesa del call center lucano si sposta inevitabilmente sul delicatissimo e fragile tavolo della politica istituzionale nazionale e regionale.
I sindacati, pur riconoscendo e apprezzando formalmente lo sforzo iniziale e la volontà della Regione Basilicata di mettere in campo risorse economiche d’emergenza per sostenere le famiglie coinvolte dal probabile taglio, sono categorici, fermi e inamovibili sulla loro durissima posizione di principio: non si cercano banali elemosine di Stato o temporanei sussidi di disoccupazione, ma si esige con la massima forza che il lavoro vero, produttivo e dignitoso venga salvaguardato e difeso con i denti. Un ammortizzatore sociale può aiutare temporaneamente una famiglia a superare la primissima fase di emergenza, ma non potrà mai e poi mai sostituire a lungo termine la dignità e la sicurezza sociale garantite da un posto di lavoro stabile. Proprio per questo motivo ineludibile, le segreterie regionali chiedono pubblicamente e urgentemente al Presidente della Regione di alzare drasticamente e coraggiosamente il livello dell’iniziativa istituzionale di protesta, pretendendo inoltre dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) la convocazione immediata e perentoria dei vertici di TIM a Roma per chiarire definitivamente le proprie oscure scelte industriali. Matera ha già dato prova di grandissima professionalità e dedizione negli anni, e i sindacati promettono che lotteranno fino all’ultimo respiro istituzionale pur di non permettere che la città venga cinicamente considerata come una terra sacrificabile sull’altare dei bilanci aziendali.

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I cancelli di Melfi si chiudono ancora e scatta l’allarme per l’indotto automotive: l’UGL assedia Stellantis dopo il nuovo blocco della produzione

I motori di Melfi si spengono ancora per la crisi della componentistica e il domani dell’automotive lucano si barrica in trincea contro l’asfissia dei mercati! La segretaria regionale dell’UGL Metalmeccanici Basilicata, Florence Costanzo, ha ufficializzato lo stop totale della produzione dello stabilimento Stellantis dal 28 settembre al 2 ottobre 2026. Un viaggio specchio iper-emotivo e privo di filtri protettivi che fa collidere la transizione ecologica globale ai traumi reali dell’indotto e della logistica dei rioni industriali. L’UGL blinda il merito delle tute blu ed esige un tavolo trasparente con l’azienda, lodando il piano di aiuti dello Stato varato dal ministro Adolfo Urso e lanciando un durissimo ultimatum per investimenti stanziali sul futuro delle fabbriche nel 2027. Scoprite l’intero reportage nel nostro articolo! 👇

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Stabilimento Stellantis di Melfi

Melfi- Una spaventosa e paralizzante battuta d’arresto macroeconomica gela i motori della grande industria del Mezzogiorno, trasformando i capannoni della meccatronica dello Stato in un’officina di suspense, incertezza ed asfissia per migliaia di tute blu e per l’intera economia rionale della Basilicata. Il comparto manifatturiero e la filiera dell’auto, quando si spogliano dei vecchi e polverosi cliché dei fatturati di plastica e dei filtri digitali degli smartphone, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente per misurare la tenuta sociale e la qualità della vita delle province, offrendo alle famiglie un’oasi di resistenza civile contro la crisi dei mercati globali, lontano dal torpore dell’indifferenza. Oggi, venerdì 25 settembre 2026, le scadenze logistiche della transizione ecologica hanno presentato un verbale durissimo: la cabina di regia del colosso transnazionale Stellantis ha decretato il blocco totale e lo stop produttivo dello stabilimento di Melfi dal prossimo 28 settembre al 2 ottobre 2026.

La notizia del repentino spegnimento dei macchinari nel plesso lucano è stata messa a verbale con spavaldo orgoglio e ferma determinazione sindacale da Florence Costanzo, segretaria regionale d’élite dell’UGL Metalmeccanici Basilicata. La Costanzo ha evidenziato in totale trasparenza e priva di filtri protettivi come questo ennesimo fermo del cantiere industriale sia formalmente causato dalla drammatica e cronica mancanza di componenti e microchip meccatronici sui mercati internazionali. Non parliamo di un episodio isolato o di una congiuntura temporanea, ma del picco emotivo e strutturale di una crisi d’area vasta che rischia di provocare lo spopolamento operaio dei rioni lucani e il doloroso esodo delle migliori intelligenze tecniche dello Stato, taccuino alla mano e passioni calde.

Dalle catene di montaggio alla trincea dell’indotto: l’allarme per la logistica rionale

La situazione di Melfi si inserisce all’interno di un quadro macroeconomico spietato che sta aggredendo l’intero settore automotive europeo, esposto a mercati maturi e saturi, a una domanda di acquisto debolissima da parte delle famiglie e a una spietata concorrenza asiatica. I Criteri della transizione tecnologica obbligatoria stanno modificando millimetricamente i processi produttivi e i contratti, scaricando un’inospitale pressione sui costi di gestione aziendale. L’UGL Basilicata denuncia senza maschere o ipocrisie interpretative che l’asfissia industriale si propaga con un interplay geometrico ben oltre i cancelli perimetrali dello stabilimento centrale, colpendo dritto allo stomaco la tenuta sociale delle centinaia di piccole e medie imprese della componentistica, della logistica di strada e dei servizi di quartiere dipendenti dalla scuderia Stellantis.

«Non possiamo assistere passivamente al progressivo indebolimento del sito di Melfi», tuona con assoluta fermezza civile la segretaria regionale Florence Costanzo, esigendo risposte flessibili e un comfort funzionale perfetto per salvaguardare il welfare delle famiglie lucane contro le nevrosi del precariato. «Dietro ogni singola giornata di cassa integrazione o di fermata dei monitor produttivi ci sono operai in carne e ossa che vivono nell’angoscia di un futuro sempre meno prevedibile. Negli anni è stato edificato un patrimonio immenso di professionalità, merito e soft skill che non possiamo permettere che vada rubato o disperso. Esigiamo da Stellantis un confronto serio, concreto e trasparente davanti alle istituzioni per definire strategie industriali solide e durature».

L’asse con il Ministro Urso e l’ultimatum del sindacato autonomo per il piano 2027

La postura dell’UGL metalmeccanica lucana rifiuta categoricamente i moralismi e gli allarmismi distruttivi, preferendo tracciare un programma pluriennale d’avanguardia incentrato sulla difesa del lavoro stanziale e sul riscatto delle competenze operaie nate in decenni di attività manifatturiera. Il sindacato ha espresso nei propri registri un giudizio positivo nei confronti della programmazione strategica promossa dal Governo centrale dello Stato, elogiando in totale trasparenza il lavoro e gli strumenti di tutela messi in campo dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per proteggere la filiera nazionale e favorire gli investimenti sani sul territorio.

Il segmento finale della requisitoria firmata da Florence Costanzo si tramuta in un affilato ultimatum geopolitico rivolto ai manager di Parigi e Torino in vista delle imminenti scadenze industriali del 2027. L’UGL esige dal gruppo guidato da Carlos Tavares la medesima chiarezza e determinazione dimostrata dal Ministero sul piano degli investimenti strutturali, blindando i contratti a tempo indeterminato e le linee delle nuove produzioni elettriche e ibride. I verbali sindacali sono chiusi e le schede delle rivendicazioni cariche di suspense in vista dei prossimi tavoli romani. Questo fine settimana spegnete per qualche ora gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e prestate attenzione ai rioni operai di Melfi: scoprirete che finché il sindacato saprà battersi con onestà per difendere i motori della nostra terra, il domani dell’industria italiana sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano.

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Crisi CallMat a Matera, 350 licenziamenti in vista: la rabbia dei sindacati contro i tagli di TIM

Una vera e propria “bomba” occupazionale sta per abbattersi tragicamente sul fragile territorio di Matera. I principali sindacati di categoria (SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL) sono scesi sul piede di guerra per denunciare pubblicamente la gravissima situazione dei 350 lavoratori dell’azienda CallMat, attualmente a gravissimo e imminente rischio licenziamento. Sul banco degli imputati è finita direttamente la multinazionale TIM: secondo i vertici sindacali lucani, l’azienda avrebbe giustificato i feroci tagli del personale adducendo un “fisiologico calo dei volumi” di traffico. Le indagini sindacali sul campo smentiscono però questa versione, accusando TIM di aver invece dirottato il prezioso traffico telefonico e il back office (un tempo esclusiva del sito di Matera) verso altri fornitori operanti nei siti di Pomezia e Cagliari! Una mossa che vanificherebbe totalmente le ingenti risorse pubbliche recentemente messe in campo dalla Regione Basilicata per sostenere le povere famiglie dei lavoratori. Le sigle sindacali chiedono ora a gran voce l’intervento immediato e durissimo del Governatore Vito Bardi, che deve pretendere una rapida e chiara convocazione di TIM al MIMIT. In caso contrario, i sindacati annunciano di esser pronti ad adire le vie legali, trascinando il colosso in tribunale con la gravissima e pesante accusa di “interposizione illecita di manodopera” per tutti quei 350 dipendenti storici. Scopri i dettagli della vertenza infuocata nel nostro articolo 👇

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Callmat matera

Matera – Un pesantissimo, cupo e inaccettabile spettro occupazionale si allunga inesorabilmente e minacciosamente sul futuro economico di un intero spicchio di territorio del Mezzogiorno, minacciando di mettere letteralmente in ginocchio l’equilibrio sociale della Città dei Sassi. Sono ben 350 i laboriosi dipendenti e operatori della nota azienda CallMat di Matera che, in queste drammatiche ore di tensione e assoluta incertezza, rischiano concretamente di vedersi recapitare a casa la fatidica e disperata lettera di licenziamento.
La complicata e fumosa vertenza occupazionale, che si trascina stancamente ormai da tempo nei meandri burocratici dei tavoli di crisi, ha però subito nelle ultimissime ore una violentissima, brusca e polemica accelerazione mediatica. A denunciare pubblicamente una situazione diventata ormai “semplicemente vergognosa e insostenibile” sono state in maniera unitaria, dura e compatta tutte le principali sigle sindacali di categoria operanti sul territorio lucano: SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni. Tramite un comunicato congiunto al vetriolo, i massimi Segretari regionali (Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano) hanno deciso senza mezzi termini di alzare prepotentemente e definitivamente il livello dello scontro istituzionale, puntando un lunghissimo e severo dito accusatorio direttamente contro i vertici della multinazionale delle telecomunicazioni TIM. La domanda pubblica, brutale, tagliente e angosciata che i rappresentanti dei lavoratori hanno letteralmente urlato alla stampa e alla politica locale è tanto semplice quanto inquietante: “Chi è che sta prendendo in giro la Basilicata in questo momento?”. Le accuse mosse dalle segreterie regionali dipingono infatti un quadro a dir poco paradossale, ipocrita e inaccettabile, in cui le ciniche e fredde scelte industriali e i tagli ai costi operati dalle scrivanie romane e milanesi starebbero deliberatamente e colpevolmente sacrificando un intero indotto occupazionale lucano sull’altare delle esternalizzazioni.

Il giallo dei volumi di traffico: le commesse spostate altrove e l’accusa a TIM

Il nodo centrale, tecnico ed economico di questa rovente e intricata vertenza occupazionale risiede in una pesantissima, evidente e stridente discrepanza formale tra ciò che viene dichiarato ufficiosamente dall’azienda e ciò che, secondo l’accusa, starebbe materialmente e concretamente accadendo tutti i giorni negli uffici operativi.
Stando alla dura e documentata ricostruzione sindacale, durante tutti i recenti tavoli di trattativa svoltisi presso le sedi ministeriali, i delegati e dirigenti di TIM avrebbero freddamente e ripetutamente giustificato e motivato gli imminenti tagli occupazionali trincerandosi dietro l’insindacabile e fisiologica “drastica diminuzione dei volumi di attività e di chiamate”. Tuttavia, le approfondite indagini e i rigorosi riscontri incrociati effettuati sul campo dai sindacalisti lucani raccontano purtroppo un’altra, amarissima e subdola verità. «Secondo le precise informazioni e le prove attualmente in nostro possesso», tuonano senza alcun timore reverenziale Russelli, Piccinni, Letterelli e Giordano, «le alte Strutture Operative e dirigenziali di TIM avrebbero silenziosamente e volutamente indirizzato e deviato verso un fornitore del tutto differente una cospicua parte del prezioso traffico telefonico e delle attività vitali di back office. Mansioni cruciali che, fino a pochissimi mesi fa, venivano regolarmente e floridamente gestite dai centralini di CallMat di Matera in maniera pressoché esclusiva. A rendere la situazione ancora più paradossale e insopportabile c’è un altro gravissimo elemento: quello stesso nuovo fornitore terzo avrebbe conseguentemente e magicamente incrementato il proprio organico aziendale sui siti di Pomezia e Cagliari». La richiesta sindacale rivolta a TIM, a questo punto, è perentoria e non ammette alcun tipo di ulteriore fuga diplomatica: la multinazionale deve presentarsi seduta stante ai tavoli ministeriali e dimostrare, documenti contabili e numeri alla mano, la reale e tangibile consistenza di questi presunti cali di volume. Se, al contrario, dovesse emergere che le attività lavorative continuano fisiologicamente a esistere ma vengono semplicemente strappate e scippate via al sito lucano per essere trasferite in altri territori, i dirigenti dovranno spiegarne pubblicamente i reali motivi industriali.

Il paradosso degli aiuti regionali e l’appello d’urgenza al governatore Vito Bardi

A rendere questa intera e drammatica vicenda ancora più inaccettabile, amara e assurda per le parti sociali coinvolte c’è il palese e innegabile paradosso istituzionale ed economico che si sta consumando sulla pelle dei contribuenti lucani.
Da una parte, infatti, la complessa macchina amministrativa della Regione Basilicata (agendo specificamente anche attraverso l’attivissimo assessorato alle Attività Produttive guidato fermamente dall’assessore Francesco Cupparo) si è tempestivamente mossa per cercare di arginare la catastrofe: le istituzioni locali hanno già generosamente messo in campo ingenti risorse economiche pubbliche e svariati strumenti di welfare sociale per poter sostenere economicamente e psicologicamente le 350 famiglie dei lavoratori innocenti coinvolti in questa durissima e assurda vertenza CallMat, tentando disperatamente di tamponare una potenziale emorragia sociale senza precedenti. Dall’altra parte, invece, TIM sembra rispondere a questi enormi sforzi finanziari pubblici con un arrogante, gelido e assordante muro di gomma fatto di silenzi e trasferimenti di commesse. «È una situazione grottesca e inaccettabile», attaccano ferocemente i quattro Segretari regionali nel documento. «La Regione Basilicata mette generosamente le proprie risorse finanziarie per aiutare le famiglie disperate; i lavoratori di Matera chiedono unicamente, disperatamente e dignitosamente di poter continuare a svolgere il proprio onesto lavoro; l’intero e fragile territorio lucano chiede a gran voce e supplica di non perdere altri fondamentali posti di lavoro. E dall’altra parte, da Roma, cosa arriva? Il silenzio più assoluto e irrispettoso. Basta prendere in giro i cittadini della Basilicata». Alla luce di questo palese stallo, il messaggio e il grido di dolore dei sindacati viene oggi indirizzato direttamente e personalmente al Presidente in carica della Regione Basilicata, Vito Bardi, al quale viene richiesta con estrema urgenza una massiccia, formale e durissima e discesa in campo politica. A Bardi si chiede di non assistere più passivamente come un semplice spettatore allo svolgersi della vertenza, ma di intervenire con la massima forza politica e di pretendere formalmente l’immediata convocazione ufficiale dei vertici TIM presso gli uffici romani del MIMIT (il Ministero delle Imprese e del Made in Italy).

La minaccia di un’azione legale e le risposte prima delle lettere di licenziamento

Il durissimo braccio di ferro intrapreso non si ferma però alla sola e semplice, seppur accesa, retorica politica o alla normale rivendicazione di natura squisitamente sindacale. I rappresentanti dei lavoratori hanno infatti deciso di sfoderare e brandire un’arma legale formidabile, pesantissima e potenzialmente letale per i bilanci della multinazionale.
«A TIM avvertiamo e notifichiamo sin d’ora, forte e chiaro, che noi non stiamo assolutamente giocando sulla pelle delle persone», conclude il rovente e minaccioso comunicato ufficiale redatto congiuntamente dalle segreterie di Cgil, Fistel Cisl, Uil Fpc e Ugl Telecomunicazioni. «Stante la gravissima situazione attuale, stiamo seriamente valutando la concreta sussistenza dei presupposti giuridici e penali per poter richiedere ufficialmente nelle aule dei tribunali competenti il riconoscimento formale dell’interposizione illecita di manodopera in favore di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori lucani coinvolti». Si tratta tecnicamente di una mossa legale pesantissima e dalle conseguenze economiche incalcolabili: se un giudice dovesse mai accertare e certificare che questi 350 dipendenti (seppur formalmente assunti e contrattualizzati sulla carta dall’azienda fornitrice CallMat) abbiano in realtà di fatto operato e prestato la loro manodopera quotidiana, in regime di stretta e totale continuità gerarchica e funzionale, esclusivamente e unicamente per conto e nell’interesse di TIM S.p.A. per la bellezza di circa vent’anni consecutivi, la multinazionale potrebbe essere costretta per legge a doverli assorbire, stabilizzare e inquadrare direttamente e internamente nel proprio organico aziendale primario. Una valutazione legale e procedurale che le combattive segreterie lucane promettono solennemente di voler approfondire a stretto giro con la massima, chirurgica e inesorabile attenzione, pronti a non lasciare intentata alcuna strada giuridica per difendere il salario, i diritti acquisiti e l’inviolabile dignità umana dei laboriosi dipendenti materani. Lo stato di agitazione di massa è stato già ampiamente e formalmente proclamato e la linea tracciata nella sabbia dai sindacalisti è definitiva: TIM (anche e soprattutto alla luce delle ultimissime e complesse dinamiche finanziarie scaturite dalla sua recente e dibattuta acquisizione da parte del colosso Poste Italiane) deve sedersi al tavolo delle trattative istituzionali e fornire pubblicamente e politicamente spiegazioni plausibili sulle sue oscure scelte industriali. E deve farlo subito, senza nascondersi, perché quando arriveranno materialmente a destinazione le tragiche lettere di licenziamento sarà ormai troppo tardi per piangere e chiedersi cosa si sarebbe potuto fare per salvare la città e le sue maestranze.

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