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A Narni l’Umbria si racconta attraverso le sue eccellenze: innovazione, turismo e agroalimentare

Come si trasforma una semplice confezione di uova in un’esperienza turistica indimenticabile? È questa la geniale e visionaria scommessa lanciata dall’evento “I L’OVE Umbria – Nutriamo relazioni”, organizzato dalla rete d’impresa Fattore Umbro nella splendida cornice di Narni. Durante l’incontro (che ha visto la partecipazione di grandi esperti come il celebre critico gastronomico Edoardo Raspelli, i vertici di Coldiretti e rappresentanti del Parlamento Europeo), è stato svelato il futuro dell’agroalimentare italiano: l’unione indissolubile tra prodotto, tracciabilità digitale e turismo! La grande novità presentata è il nuovo QR Code stampato sulle confezioni di Fattore Umbro: inquadrandolo con lo smartphone, i consumatori non solo scopriranno la provenienza certificata delle uova, ma entreranno nel portale “Fattore Umbro Experience” per scoprire ristoranti d’eccellenza, agriturismi e hotel legati al marchio. La tecnologia diventa così un ponte diretto verso il “Cuore Verde” d’Italia! E le sorprese non sono finite: l’azienda ha lanciato il fantastico concorso “Vinci l’Umbria”, che mette in palio ben 36 meravigliosi weekend di relax nelle strutture ricettive del territorio semplicemente scansionando il codice sulla confezione. L’Umbria ha deciso di fare squadra per esportare le proprie eccellenze, e noi vi raccontiamo tutti i dettagli in questo articolo speciale! Non perdetevi il nostro prezioso consiglio d’acquisto per portare in tavola i veri sapori della tradizione umbra! 👇

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Nella foto il giornalista Edoardo Raspelli, volto Mediaset

Narni (TR) – Di Lorena Fantauzzi – Nel cuore verde d’Italia, c’è un territorio che ha deciso di raccontarsi al mondo non solo attraverso le sue indiscutibili bellezze paesaggistiche e architettoniche, ma sfruttando le infinite potenzialità delle sue eccellenze produttive. Dalle uova portate in tavola quotidianamente dalle famiglie italiane, fino ad arrivare alle frontiere dell’alta tecnologia applicata al turismo: la rete d’impresa Fattore Umbro si propone oggi come un modello virtuoso capace di mettere in connessione profonda imprese, territorio locale e consumatori finali. Non parliamo, dunque, soltanto della produzione di uova di altissima qualità, ma di un modo completamente diverso, innovativo e integrato di narrare l’Umbria. È esattamente questa la visionaria idea che ha animato l’evento “I L’OVE Umbria – Nutriamo relazioni”, organizzato in grande stile da Fattore Umbro nella splendida e storica cornice di Narni, nel Ternano. La manifestazione ha avuto il grande merito di riuscire a riunire attorno allo stesso tavolo imprenditori illuminati, rappresentanti di spicco delle istituzioni nazionali ed europee, massimi esperti del settore agroalimentare, critici della ristorazione e pionieri dell’innovazione digitale. Al centro dell’intera giornata di lavori è emersa, forte e chiara, la volontà di trasformare un eccellente prodotto della filiera avicola in un potente punto di partenza strategico, un vero e proprio volano per far conoscere a livello globale un territorio ricchissimo e le sue innumerevoli eccellenze. Si tratta di un percorso affascinante nel quale la rigida produzione industriale, la raffinata enogastronomia, la calda ospitalità locale e l’alta tecnologia diventano improvvisamente parte di un’unica, formidabile e indivisibile rete strutturale.

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“I L’OVE Umbria”: da Edoardo Raspelli al legame con le istituzioni

Ad aprire l’incontro, delineando gli ambiziosi obiettivi della manifestazione, sono stati Mirko Trappetti, amministratore delegato di Fattore Umbro, e Gianluca Bellavigna, amministratore delegato di Gruppo Maestrale. I due manager hanno affrontato con estrema lucidità il tema fondamentale della digitalizzazione e delle nuove, infinite possibilità offerte dalla tecnologia moderna al settore agroalimentare per tutelare i consumatori e valorizzare le materie prime.
Particolarmente significativo e applaudito è stato il contributo offerto da Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Inalca e autorevole rappresentante di Filiera Italia, il quale ha posto un forte e doveroso accento sul valore inestimabile della produzione e del Made in Italy, ribadendo la necessità vitale di continuare a investire ingenti risorse in innovazione e competitività per difendere i nostri prodotti sui mercati internazionali. A portare il folto pubblico presente letteralmente all’interno del meraviglioso e gustoso mondo della gastronomia italiana è stato lo storico e celebre critico Edoardo Raspelli, mentre Dominga Cotarella, presidente di Coldiretti Umbria, ha evidenziato con grande chiarezza il legame sempre più stretto, osmotico e inscindibile tra l’agricoltura tradizionale, il turismo di massa, la ristorazione di qualità e la valorizzazione del territorio locale. Il costruttivo confronto si è poi allargato anche alla dimensione puramente istituzionale, politica e legislativa, arricchendosi grazie ai preziosi interventi dell’onorevole Raffaele Nevi (segretario della 13ª Commissione Agricoltura) e di Fabio Massimo Castaldo, già vicepresidente del Parlamento Europeo, a testimonianza dell’importanza strategica che queste filiere rivestono anche a livello comunitario.

Il QR Code, la tracciabilità e il concorso “Vinci l’Umbria”

La vera rivoluzione discussa durante il convegno risiede però nell’applicazione pratica della tecnologia al servizio del territorio e del cittadino.
Tra le grandi novità presentate durante l’evento spicca infatti il nuovo QR Code di Fattore Umbro, uno strumento digitale che porta avanti, con estrema trasparenza, il delicato progetto di tracciabilità dell’azienda, ampliando al contempo il rapporto diretto e fiduciario con il consumatore finale. Non si tratta più, quindi, soltanto di un freddo e semplice strumento tecnico per conoscere la tracciabilità e la provenienza del prodotto alimentare, ma di un vero e proprio portale di accesso a contenuti multimediali, informazioni dettagliate ed esperienze sul territorio. Attraverso il portale Fattore Umbro Experience, il consumatore curioso può infatti scoprire e prenotare meravigliose strutture ricettive, eccellenti ristoranti e altre prestigiose realtà legate alla rete Ho.Re.Ca. (Hotel, Restaurant, Café) dell’azienda. La tecnologia diventa così una sorta di “ponte invisibile” tra il prodotto acquistato sugli scaffali del supermercato e il magico territorio nel quale esso nasce. A coronamento di questo straordinario progetto di marketing territoriale, la giornata ha visto anche l’attesissimo lancio ufficiale di “Vinci l’Umbria”, un concorso a premi imperdibile che mette in palio ben 36 favolosi weekend all’insegna del relax presso i ristoranti e le strutture ricettive della rete Fattore Umbro. Per partecipare all’estrazione, è sufficiente acquistare una semplice confezione di prodotto e utilizzare il QR Code presente sulla scatola. «Non vogliamo fare una semplice e banale promozione commerciale, ma desideriamo creare una vera comunità di persone che scoprono, vivono intensamente e poi raccontano il nostro territorio», ha spiegato con orgoglio Mirko Trappetti. La giornata di Narni si è poi conclusa magnificamente con un momento conviviale interamente dedicato ai sapori autentici del territorio (con le eccellenze di Latteria Saccoccia, Azienda Agricola Montepuro, Frantoio Mannelli e Azienda Agricola De Carolis, il pregiato beverage curato dalla Famiglia Cotarella e lo squisito banqueting della chef Barbara Agosti), sotto la magistrale conduzione di Catiuscia Rosati. Da una semplice confezione di uova, insomma, può nascere e partire un racconto molto più ampio: quello di un’Umbria orgogliosa che prova a fare squadra e a trasformare le proprie straordinarie eccellenze in esperienze indimenticabili, capaci di parlare a un pubblico globale sempre più vasto ed esigente.

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A Roma torna “Voci e Tradizioni del Lazio”: teatro, antichi dialetti e i sapori dell’enogastronomia

La cultura, i dialetti e i sapori antichi della nostra terra tornano a vivere sul palcoscenico! Domenica 18 ottobre, lo storico e suggestivo Teatro Petrolini (nel cuore del quartiere Testaccio a Roma) ospiterà la grande giornata conclusiva della seconda edizione di “Voci e Tradizioni del Lazio”. L’evento, promosso dall’associazione La Stanza 236 APS con il contributo della Regione Lazio, è un vero e proprio viaggio meraviglioso alla scoperta delle nostre radici più profonde. La giornata si aprirà al mattino con un affascinante stage teatrale (guidato dal Maestro Piergiorgio Sperduti) dedicato alla “commedia atellana”, l’antichissima forma di teatro comico e popolare dell’antica Roma! Nel pomeriggio, invece, si accenderà la vera sfida: il teatro ospiterà un appassionante concorso di monologhi e cortometraggi in cui attori provenienti da tutte e 5 le province del Lazio si sfideranno rigorosamente a colpi di recitazione nei rispettivi dialetti locali, valutati da una giuria di esperti registi! E siccome la cultura popolare passa sempre anche per lo stomaco, l’evento si chiuderà in bellezza con una spettacolare degustazione gratuita di prodotti enogastronomici tipici del territorio laziale. Volete scoprire tutti i dettagli dell’evento e come partecipare? Leggete subito il nostro articolo e date un’occhiata al golosissimo cesto di prodotti tipici che vi suggeriamo per i vostri aperitivi in casa! 👇

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Locandina evento Roma

Roma – Nel cuore pulsante e storico della Capitale, laddove le antiche radici popolari romane si fondono armoniosamente con le nuove tendenze artistiche, c’è un palco pronto a riaccendere i riflettori sulla storia profonda della nostra regione. Dopo lo straordinario successo di pubblico e critica registrato nel corso della passata stagione, l’attiva associazione culturale La Stanza 236 APS è lieta di presentare ufficialmente la tanto attesa seconda edizione di “Voci e Tradizioni del Lazio”. Si tratta di un ambizioso e articolato progetto culturale realizzato grazie al fondamentale contributo istituzionale della Regione Lazio, erogato attraverso il Fondo specifico per le iniziative di promozione e valorizzazione del territorio regionale. La data da segnare rigorosamente in rosso sul calendario è quella di domenica 18 ottobre 2026. In quella giornata, infatti, le prestigiose e storiche assi del Teatro Petrolini, incastonato nel suggestivo e verace quartiere di Testaccio a Roma, alzeranno il sipario per ospitare la grande giornata conclusiva e riepilogativa dell’intera manifestazione. Il programma dell’evento si preannuncia densissimo e affascinante, interamente dedicato all’esplorazione del teatro classico, alla salvaguardia dei dialetti locali (vere e proprie lingue madri da non disperdere) e alla celebrazione del ricchissimo patrimonio culturale ed enogastronomico dell’intero territorio laziale. Il progetto, non a caso, nasce proprio dal magico incontro tra la bellezza del paesaggio, l’espressività dell’arte e la saggezza delle tradizioni antiche: espressioni vitali di un’identità collettiva che si racconta, da millenni, anche (e soprattutto) attraverso i sapori inconfondibili dei prodotti agroalimentari tipici locali.

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Il viaggio nelle cinque province e lo stage sull’Atellana

L’evento che andrà in scena al Teatro Petrolini non è un appuntamento improvvisato, ma il degno e spettacolare traguardo di un lungo e meticoloso lavoro preparatorio.
Per oltre tre mesi, infatti, l’associazione promotrice dell’iniziativa ha attraversato in lungo e in largo alcuni dei luoghi più suggestivi, nascosti e storicamente rilevanti del Lazio. Un vero e proprio pellegrinaggio culturale alla ricerca di artisti genuini, compagnie teatrali e realtà associative capaci di rappresentare al meglio la sconfinata ricchezza culturale della regione e di portarla fieramente in scena. La durissima selezione degli artisti ha richiesto un attento e certosino lavoro di ricerca, analisi e confronto sul campo. L’obiettivo primario degli organizzatori è quello di istituzionalizzare la manifestazione, facendone un solido appuntamento annuale fisso, offrendo così preziose occasioni di incontro, scambio generazionale e grande visibilità mediatica a tutti coloro che, con fatica e passione, custodiscono e rinnovano le tradizioni del Lazio. La giornata del 18 ottobre (che vedrà l’importante intervento di saluto istituzionale da parte dell’Onorevole Federico Rocca, Consigliere di Roma Capitale) si aprirà ufficialmente alle ore 10:30 con un momento di altissima formazione didattica: uno stage teatrale intensivo della durata di tre ore. L’argomento? La commedia atellana. Si tratta di un’antichissima e irriverente forma di teatro popolare italico, nata originariamente nella città campana di Atella e successivamente diffusasi a macchia d’olio nella Roma repubblicana e imperiale, gettando di fatto le basi per la futura Commedia dell’Arte. Il percorso formativo offrirà ai partecipanti un raro e preziosissimo approfondimento sulle tradizioni comiche dell’Italia antica, spaziando dall’atellana alla cosiddetta commedia togata, con una particolare e doverosa attenzione al contesto storico e culturale del Lazio meridionale e, nello specifico, del territorio dell’attuale provincia di Frosinone. Lo stage avrà un doppio carattere teorico-pratico: dopo un’introduzione prettamente storica, si passerà a una sessione pratica sul palcoscenico dedicata all’ipotesi di una sua rappresentazione scenica contemporanea. A condurre questo affascinante viaggio nel tempo sarà il Maestro Piergiorgio Sperduti, stimato direttore artistico de “La Valigia di Prospero”.

Sfida a colpi di dialetti e il trionfo dell’enogastronomia

Se la mattina sarà dedicata allo studio e alla teoria, il pomeriggio vedrà il palcoscenico di Testaccio prendere letteralmente vita e infiammarsi.
Nel corso del pomeriggio, infatti, si svolgerà l’attesissima rassegna-concorso dedicata ai monologhi e ai corti teatrali. Il palco ospiterà artisti, attori e compagnie amatoriali provenienti rigorosamente da tutte e cinque le province del Lazio (Roma, Latina, Frosinone, Viterbo e Rieti), garantendo una pluralità di voci e sfumature senza precedenti. Le esibizioni proporranno testi recitati esclusivamente nei viscerali dialetti locali, oppure porteranno in scena copioni intimamente dedicati a personaggi storici, leggende e luoghi iconici della regione. A valutare le performance e decretare i vincitori sarà una giuria tecnica di primissimo livello, composta da attori professionisti e registi teatrali, che avrà il delicato compito di assegnare i tre ambiti premi in palio della rassegna. Ma un viaggio nelle tradizioni laziali non potrebbe mai dirsi veramente completo senza il coinvolgimento del senso del gusto. Proprio per questo motivo, a seguire le premiazioni, il foyer e gli spazi del teatro ospiteranno una ricca area promozionale interamente dedicata allo sviluppo del turismo culturale del Lazio. Qui, il folto pubblico presente potrà deliziarsi partecipando a dimostrazioni dal vivo e, soprattutto, a degustazioni totalmente gratuite di superbi prodotti enogastronomici tipici della regione, chiudendo in bellezza e in allegria (come le migliori commedie romane insegnano) una domenica all’insegna della cultura, dell’arte e della riscoperta delle nostre radici più profonde.

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Il film su Carlo Acutis sbanca Canale 5: il miracolo televisivo di un santo Millennial

Come si fa a raccontare in TV la vita di un Santo dei giorni nostri senza risultare finti, noiosi o bigotti? La risposta è nel capolavoro televisivo “Il mio nome è Carlo”, il film diretto da Giacomo Campiotti e andato in onda in prima serata su Canale 5 registrando un successo di pubblico clamoroso (oltre 4,2 milioni di spettatori). Il film ha sbaragliato i pregiudizi raccontando la vera essenza di Carlo Acutis: non un mistico inarrivabile dei secoli passati, ma un normale ragazzo “Millennial” in jeans e felpa, che usava Internet e andava a scuola a Milano. Un adolescente che ha trovato la chiave dell’infinito e della felicità semplicemente aiutando gli ultimi, i senzatetto, i domestici e gli scartati dalla società, con un’empatia disarmante. Nel nostro approfondimento, analizziamo la potente regia del film, i profondi messaggi spirituali lanciati dalla sceneggiatura e vi suggeriamo uno splendido libro biografico per scoprire i segreti e gli scritti del “Santo di Internet”, che voleva nascere e morire originale e non come una fotocopia. Trovate tutto nel link! 👇

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San Carlo Acutis, film

Televisione – Restituire la vera essenza della vita di un Santo sullo schermo televisivo o cinematografico non è mai un’impresa facile. Si tratta di un’operazione culturalmente e registicamente complessa, un vero e proprio campo minato in cui si rischia costantemente di scontentare la maggior parte del pubblico: i fedeli, non ritrovando particolari aneddoti storici conosciuti, potrebbero percepirne la narrazione come eccessivamente riduttiva; al tempo stesso, una narrazione troppo “agiografica” rischia di confermare lo scetticismo feroce dei non credenti. Davanti a un’eroicità percepita come “forzata” o innaturale, i laici potrebbero infatti ravvisarvi il solito, stucchevole bigottismo di fondo, trovando così una facile giustificazione al proprio totale disinteresse. Eppure, il film “Il mio nome è Carlo”, magistralmente diretto da Giacomo Campiotti e andato in onda in prima serata, ha compiuto un vero e proprio miracolo mediatico. Ha “scontentato” (nel senso buono del termine) tutti i pregiudizi, perché ha saputo restituire al grande pubblico la figura di un ragazzo eccezionalmente umano e, proprio per questo, umanamente Santo. Spesso, nei sermoni, si ama abusare dell’espressione «un Santo vicino a noi». Ebbene, il Carlo Acutis tratteggiato dalla macchina da presa di Campiotti è un ragazzo la cui eroicità consiste nell’aver vissuto la prossimità e la quotidianità (da bambino, poi da ragazzino e infine da adolescente) in un modo così naturale, disarmante e spontaneo da risultare incredibilmente simpatico.

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La normalità di un Santo in jeans, felpa e Internet

L’interrogativo sorge spontaneo: ma allora, come la mettiamo con la cosiddetta “eroicità” inarrivabile della santità?
Nel film, questa grandezza d’animo si ritrova nei gesti semplici di amicizia quotidiana, nella solidarietà spontanea, nella vita familiare e persino nell’impegno scolastico. Il film di Campiotti evita con chirurgica maestria gli eccessi, gli stereotipi e le trappole del pietismo agiografico. In questo modo, incontra il gusto estetico ed emotivo dello spettatore televisivo contemporaneo e lo spinge, in modo quasi inavvertito, a riflettere su un tema oggi estremamente insolito e scomodo: il reale significato della santità nel nostro tempo. Abituati come siamo a vedere sullo schermo le vite di mistici vissuti in epoche lontane, assistere alla narrazione della vita di un millennial risulta quasi “straniante”. È straniante, ma al contempo potentissimo, vedere un Santo vestito con abiti moderni (jeans, felpa, zainetto), che parla il nostro stesso identico linguaggio fluido e vivo, che utilizza i mezzi di trasporto pubblici e smanetta con le tecnologie (persino Internet e i primi device digitali) che fanno parte del nostro quotidiano. Il mio nome è Carlo è un’operazione televisiva riuscitissima proprio perché ha saputo brutalmente eliminare la retorica e la stucchevolezza tipiche della fiction religiosa. Carlo è letteralmente il “ragazzo della porta accanto” che si è reso speciale grazie alla costante, instancabile ricerca del significato della felicità, trovata nella prossimità verso l’altro (che fosse un familiare, un estraneo, un bisognoso o uno scartato dalla società) attraverso la potentissima arma dell’empatia e della fede.

Le tre età di Carlo e le raffinate scelte di regia

Dal punto di vista puramente narrativo, il film si articola in tre ben distinte sezioni temporali, ambientate in una Milano alto-borghese (la famiglia Acutis appartiene al ceto benestante meneghino e si dichiara apertamente non praticante), piena di alberi dalla fioritura generosa.
I salti temporali corrispondono al 1995 (Carlo bambino di 5/6 anni), al 2002 (ragazzino di 11 anni) e al 2006 (adolescente di 15 anni, a ridosso della morte). Questi tre corposi blocchi narrativi sono interrotti da continui forward e rewind temporali, funzionali a mantenere viva l’attenzione. In ognuna di queste fasi emerge il carattere di un ragazzo infinitamente curioso e intelligente, che si lega non solo ai coetanei, ma anche a figure adulte e “marginali”: l’emblematico domestico Rajes, il saggio parroco (interpretato da un ottimo Maurizio Donadoni), il barbone, il paraplegico incontrato in palestra e i suoi stessi genitori. Il regista Campiotti esprime i tormenti e le gioie di Carlo attraverso dialoghi semplici (mai affettati o forzati), ma posiziona la macchina da presa con precise e studiatissime scelte simboliche. La colloca dall’alto a piombo (a significare il peso dello sguardo divino), dal basso (a indicare la faticosa ricerca spirituale terrena), o rispetta l’asse di raccordo degli sguardi tra i personaggi per esprimere accoglienza. Magistrale e profetica è l’inquadratura all’interno dell’Eremo delle Carceri ad Assisi, davanti all’affresco del Golgota, che anticipa visivamente il doloroso calvario medico che il protagonista si troverà ad affrontare. E memorabili restano le due soluzioni visive utilizzate nel finale: il ralenti etereo durante la festa del battesimo di Rajes, e soprattutto lo zoom-out (l’allargamento dell’inquadratura) dalla circoscritta e claustrofobica stanza d’ospedale in cui Carlo spira. Lentamente, l’ambiente asettico diventa sempre più luminoso, fino a fondersi e raggiungere lo spazio apertissimo di un cielo azzurro e senza limiti. Poche altre volte il tema della fede è stato trattato con tanta lucidità ed eleganza formale. E forse sta proprio qui, in questa spiazzante “normalità”, il segreto del clamoroso successo tributato dal pubblico (oltre 4,2 milioni di spettatori in prima serata su Canale 5). Una risposta netta a opere cinematografiche ferocemente ostili (come L’ora di religione di Marco Bellocchio o Camino di Javier Fesser), per dimostrare al mondo che il vero segreto della felicità terrena è l’amore condiviso e l’autenticità: “Io voglio essere originale, non una fotocopia”, parola di Carlo Acutis.

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Il Teatro Verde di Roma conquista l’Africa: tournée in tre Paesi per la Lingua Italiana

La magia del teatro romano e l’orgoglio della lingua italiana volano dritti in Africa! In occasione della prestigiosissima “Settimana della Lingua Italiana nel Mondo” e per festeggiare i 40 anni di carriera, la famosa “Compagnia Teatro Verde di Roma” sta per iniziare una spettacolare tournée istituzionale in Sudafrica, Namibia e Lesotho! Dal 14 al 26 ottobre 2026, la compagnia porterà in scena due spettacoli capolavoro (“Opera Buffa” e “Circo in Valigia”), mescolando in modo unico la clownerie, la magia dei burattini artigianali e le immortali opere liriche italiane di Puccini e Rossini! Ma non solo spettacoli: la compagnia terrà anche una “Masterclass” esclusiva dedicata agli studenti africani, insegnando l’italiano attraverso il linguaggio del corpo, del ritmo e del teatro! Un viaggio fantastico sostenuto dal Ministero della Cultura e dall’Istituto Italiano di Pretoria. Volete scoprire tutte le tappe del tour o regalare ai vostri figli un bellissimo Teatrino dei Burattini da usare a casa? Trovate tutti i dettagli (e il nostro consiglio acquisti per le famiglie) all’interno dell’articolo! 👇

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Teatro Verde

Roma – L’arte, la fantasia e il teatro non conoscono confini geografici, e il palcoscenico si conferma ancora una volta il veicolo più potente per esportare nel mondo l’immensa e poetica bellezza della cultura del nostro Paese. In occasione dell’imminente e attesissima Settimana della Lingua Italiana nel Mondo 2026 (la prestigiosa rassegna diplomatica e culturale internazionale promossa dalla Farnesina) e per celebrare in grande stile i propri 40 anni di gloriosa e ininterrotta storia artistica, la storica Compagnia Teatro Verde di Roma ha preparato le valigie per un’avventura straordinaria. Guidata dall’inesauribile passione dell’attuale direttrice artistica Veronica Olmi, l’amatissima compagnia teatrale capitolina è infatti in partenza per una nuovissima ed entusiasmante tournée internazionale che porterà la magia italiana direttamente nel cuore del continente africano. Su formale e graditissimo invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria, dal 14 al 26 ottobre 2026 il cast viaggerà instancabilmente toccando ben tre nazioni africane (il Sudafrica, il Lesotho e la Namibia). Il fittissimo programma istituzionale prevede la messa in scena di ben sei rappresentazioni teatrali e l’organizzazione di un’esclusiva Masterclass formativa, in un vorticoso caleidoscopio di emozioni che unisce sapientemente l’antica arte del teatro di figura, la clownerie, la musica lirica e l’educazione dei più piccoli.

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Opera Buffa e Circo in Valigia: la magia va in scena

Saranno due i titoli di punta, acclamati dalla critica nazionale, che la Compagnia porterà coraggiosamente in tournée nei teatri e nelle scuole africane.
Il primo gioiello si intitola “Opera Buffa” (nato dalla penna di Andrea Calabretta, Emanuele Avallone e Gianluigi Capone, con la magistrale regia di Walter Broggini, splendide scene e burattini artigianali creati da Roberto Capone, e curato musicalmente da Enrico Biciocchi). Sulle note immortali delle arie liriche più celebri del nostro Paese, il romantico Teatro di figura e lo scanzonato mondo del Circo si incontrano casualmente grazie alla smisurata curiosità di due improbabili facchini. Questi, muovendosi goffamente dietro le quinte del Teatro dell’Opera, spostano pesanti scatole, sistemano attrezzature, giocolano e scherzano tra di loro. Ma improvvisamente, dalle scatole emergono suoni misteriosi, desideri inespressi, dubbi amletici e granitiche certezze. Insieme al pubblico in sala, i due facchini iniziano a immaginare storie di amore puro e di profonda poesia, lasciandosi dolcemente cullare dal “bel canto” italiano. Gli spettatori avranno così la possibilità unica di ritrovare le figure di Rossini, Puccini, Mozart e con loro i personaggi iconici di Cenerentola, La gazza ladra, Turandot, Il Flauto Magico e Don Giovanni, ascoltandoli letteralmente con “altre orecchie”. Il secondo titolo in cartellone è “Circo in valigia” (di e con il bravissimo Gianluigi Capone, per la regia di Andrea Calabretta). Uno spettacolo che parte da pochissimi ed essenziali elementi scenici: un clown, una logora valigia e un’infinita dose di pura immaginazione. Da questi semplici ingredienti prende forma un circo totale e meraviglioso tutto da inventare e plasmare sul momento, nel quale i pensieri nascosti, le idee luminose e i sogni fanciulleschi diventano improvvisamente materia teatrale palpabile, conducendo il pubblico (composto da adulti e bambini) dentro un gioco poetico, ironico e immensamente divertente.

La Masterclass e le storiche radici della Compagnia

L’ambiziosa spedizione africana non si limiterà unicamente all’intrattenimento, ma abbraccerà con forza anche la missione didattica e formativa.
Alla tournée vera e propria si affiancherà infatti la Masterclass “Segui il ritmo” (a cura di Veronica Olmi e Matilde Biciocchi), un laboratorio intensivo rivolto a giovani e talentuosi studenti sudafricani e namibiani delle arti performative. Il corso proporrà un approccio all’apprendimento della preziosa lingua italiana in modo estremamente pratico, giocoso e creativo, partendo dalle affascinanti basi della storia del teatro di figura. I partecipanti locali saranno materialmente coinvolti nella creazione di piccole sceneggiature e di personaggi originali, utilizzando il corpo, l’espressività e la musica come linguaggi universali di pace. Una missione lodevole, perfettamente in linea con il glorioso DNA della Compagnia Teatro Verde, che è riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Cultura fin dal lontanissimo 1979, ma che affonda in realtà le sue storiche radici nell’immediato dopoguerra: nacque infatti dalla leggendaria “Opera dei Burattini” fondata nel 1947 dalla compianta Maria Signorelli. Il tour prenderà il via dal Sudafrica (con tappe a Johannesburg e Pretoria il 16 e 17 ottobre presso le scuole internazionali), farà una puntata in Lesotho (il 19 ottobre a Maseru) e si concluderà trionfalmente in Namibia, dove il 21 e 22 ottobre gli spettacoli e la Masterclass invaderanno pacificamente i palcoscenici del National Theatre of Namibia a Windhoek, grazie al fondamentale sostegno economico del MIC e dell’Istituto Italiano di Cultura diretto da Michele Gialdroni.

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