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Attualità

Clima di piombo in Rai, giornalisti nel mirino. La dura condanna di “Pluralismo e Libertà”: la libertà di stampa non si tocca

Il volto dei giornalisti sbattuto in prima pagina come “bersaglio”: la dura condanna in difesa della Rai. 📺 ✍️ Clima pesantissimo attorno al servizio pubblico: il sindacato USB lancia una dura campagna usando le foto di Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone per denunciare una fantomatica “propaganda sionista”. Ferma la risposta di ‘Pluralismo e Libertà’: “Trasformare i lavoratori in bersagli è inaccettabile e ci riporta agli anni di piombo. La libertà di stampa non si tocca”. Leggi l’articolo e condividi il tuo supporto per la libertà di informazione. 👇 🛡️

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BOCCIA, BRUNORI E MONTELEONE

Roma – Ci sono dei limiti invalicabili in una democrazia matura. Confini invisibili ma sacri, tracciati per separare il legittimo, e persino aspro, diritto di critica democratica dalla pericolosa deriva dell’intimidazione personale. Quando questi confini vengono oltrepassati, il clima si fa improvvisamente pesante, riportando alla mente stagioni buie della nostra storia recente che speravamo di aver chiuso per sempre nei cassetti della memoria. L’ultimo, gravissimo episodio di questa pericolosa escalation ha colpito direttamente il cuore dell’informazione pubblica del nostro Paese: la Rai. Al centro delle polemiche, una controversa campagna lanciata dal sindacato USB, che ha deciso di utilizzare i volti e i nomi di alcuni noti giornalisti del servizio pubblico trasformandoli, di fatto, in veri e propri bersagli mediatici.

Volti trasformati in bersagli: l’inaccettabile campagna del sindacato USB

La miccia che ha innescato l’indignazione generale è stata l’iniziativa del sindacato di base USB (Unione Sindacale di Base) volta a denunciare quella che, a loro dire, sarebbe una fantomatica “propaganda sionista” all’interno della Rai, in riferimento alla copertura giornalistica della drammatica e complessa crisi in Medio Oriente. Per farlo, però, non si è scelto di criticare le linee editoriali dei direttori di rete o le scelte aziendali dei vertici di Viale Mazzini. Si è scelto, invece, di colpire i singoli cronisti. Nel mirino, con tanto di volti esposti alla gogna pubblica, sono finiti tre professionisti stimati e conosciuti dal grande pubblico televisivo: Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone.

Puntare il dito (e i riflettori di una campagna di mobilitazione) contro il singolo lavoratore dell’informazione non è solo una caduta di stile, ma un atto che rischia di esporre fisicamente e moralmente i giornalisti all’odio e all’intolleranza in un periodo storico già segnato da un’altissima tensione sociale.

Il sacro diritto di critica e la pericolosa deriva dell’intimidazione

A erigere un muro invalicabile a difesa dei colleghi e della libertà di informazione è scesa immediatamente in campo la componente sindacale giornalistica Pluralismo e Libertà (realtà storicamente e saldamente presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit). Con una nota dai toni fermi e inequivocabili, il coordinamento nazionale ha espresso la propria totale e incondizionata solidarietà a Boccia, Brunori e Monteleone, rimettendo al centro i valori fondanti della professione.

«Il diritto di critica e la libertà di espressione vanno e andranno sempre tutelati e garantiti, senza alcun dubbio», si legge nel duro comunicato diffuso da Pluralismo e Libertà. «Ma utilizzare le fotografie e le immagini di singoli colleghi per trasformarli strumentalmente in bersagli fisici e morali di una campagna pubblica è un’altra cosa, profondamente diversa e inaccettabile». Un distinguo fondamentale: un conto è il dibattito sulle idee, anche quello più acceso e divisivo; un altro è l’attacco ad personam che mira a delegittimare e intimorire l’uomo e la donna dietro la telecamera.

La solidarietà di “Pluralismo e Libertà”: un argine contro il ritorno agli anni bui

C’è un dettaglio che rende l’intera vicenda ancora più sconcertante e dolorosa agli occhi di chi vive le redazioni ogni giorno. A scatenare questa offensiva non è stato un comitato spontaneo o un gruppo politico estremo, ma una sigla che porta il nome di “sindacato”. «È ancora più grave quando a compiere un atto simile è proprio una sigla sindacale, la cui missione fondante dovrebbe essere esattamente quella di tutelare la dignità, l’incolumità e i diritti dei lavoratori, non certo di metterli all’indice», rincara la dose Pluralismo e Libertà.

Il messaggio lanciato dalla componente sindacale è un richiamo alla responsabilità collettiva per abbassare immediatamente i toni, prima che la situazione possa degenerare. «Riteniamo che in questa circostanza l’USB abbia superato un limite che non andava valicato. Il confronto, anche duro e aspro, deve sempre svolgersi sul terreno delle idee e non mai contro le persone fisiche. Episodi come questo rimandano inevitabilmente a stagioni di piombo e di terrore della nostra storia recente che speravamo, con tutto il cuore, fossero state definitivamente e tragicamente archiviate».

La vera missione dell’informazione: raccontare i fatti senza paura

La vicenda che ha coinvolto i giornalisti Rai apre una profonda voragine di riflessione su cosa significhi fare informazione oggi in Italia. I cronisti che scendono in campo, che vanno in onda o che curano i servizi e gli approfondimenti su temi così dilanianti come i conflitti internazionali, camminano quotidianamente su un campo minato. Il loro compito è quello di illuminare le coscienze, di raccontare i fatti, di porre domande scomode. E per poterlo fare con onestà e dedizione, devono avere la certezza di operare in un ambiente libero, protetto e sgombro da qualsiasi forma di intimidazione preventiva.

La piena e incondizionata solidarietà a Incoronata Boccia, Giovan Battista Brunori e Antonino Monteleone non è dunque solo un atto di vicinanza umana, ma un dovere civico e democratico. Perché quando un giornalista viene esposto al pubblico ludibrio e trasformato in un bersaglio da colpire, non è solo la sua persona a rischiare: è la libertà di tutti noi a uscirne ferita, zoppicante e più fragile.

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Attualità

Approvato il Ddl sul nucleare, l’Italia riapre alle centrali. Meloni: “Scelta coraggiosa”

L’Italia si prepara a rientrare clamorosamente nel club dell’atomo! A quasi 40 anni dallo storico referendum popolare del 1987 che bandì le centrali dopo il disastro di Chernobyl, il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega per il ritorno alla produzione di energia nucleare sul suolo italiano. L’obiettivo del governo è scommettere tutto sui cosiddetti “Smr” (reattori compatti, modulari e di ultimissima generazione, considerati ultra-sicuri). Entusiasta la premier Giorgia Meloni: “È una scelta coraggiosa e di buon senso, smetteremo di importare a caro prezzo l’energia atomica dai Paesi vicini”. Il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin fissa già la data storica: “Le prime centrali in Italia saranno operative nel 2033 o al massimo nel 2034”. Ma l’approvazione ha scatenato la rabbia feroce delle opposizioni (M5S e Verdi in testa) e delle associazioni ambientaliste (Greenpeace e WWF), che denunciano il provvedimento come “una distrazione di massa e un prodotto falso da campagna elettorale per coprire il fallimento sulle energie rinnovabili”. Leggi tutti i dettagli sui costi, le tempistiche e lo scontro politico nel nostro articolo completo 👇

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Nucleare

Roma – A quasi quarant’anni di distanza da quel lontano e storico referendum popolare del 1987 (svoltosi sull’onda emotiva della spaventosa tragedia di Chernobyl) che bandì categoricamente l’atomo dal nostro Paese, l’Italia si prepara ufficialmente e clamorosamente a riaprire le porte all’energia nucleare. Una svolta epocale, destinata a infiammare l’opinione pubblica, che si è materializzata definitivamente tra gli scranni di Palazzo Madama.
Nelle scorse ore, infatti, la blindatissima aula del Senato della Repubblica ha formalmente e definitivamente approvato in via ultimativa il discusso e attesissimo disegno di legge delega sul nucleare (già precedentemente avallato e vidimato dalla Camera dei Deputati), che porta l’ingombrante firma del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il titanico e ambiziosissimo scopo politico ed economico di questo poderoso provvedimento legislativo è quello di fornire finalmente all’Italia una nuovissima e modernissima normativa quadro sulle centrali atomiche. Il disegno di legge delega, nei fatti, consegna pieni poteri e mandato diretto al governo in carica per poter emanare rapidamente una serie di decreti legislativi che disciplineranno ex novo l’intera e spinosissima materia radioattiva. I vastissimi campi d’intervento normativo sono stati già rigidamente definiti su carta: andranno a coprire tutte le fasi della sperimentazione, la delicatissima localizzazione territoriale, la costruzione materiale e l’esercizio civile delle nuove centrali nucleari. Ma non solo: il testo normerà anche la futura produzione ecologica di idrogeno tramite energia nucleare, la difficilissima gestione logistica e ambientale del combustibile atomico esaurito, l’istituzione e la nomina di severissimi organi di controllo indipendenti e i massimi standard internazionali di sicurezza per la salute pubblica.

Il Ddl nel dettaglio: fondi per la ricerca e la scommessa sugli SMR

Ma come avverrà, dal punto di vista prettamente pratico, questo complicato rientro nel club delle potenze atomiche? Il fulcro operativo dell’intera operazione non riguarderà le vecchie e ciclopiche centrali nucleari del passato, ma punterà tutto sulla modernissima tecnologia di ultimissima generazione.
Entrando nel dettaglio tecnico del testo, uno dei punti principali e più innovativi del Ddl approvato riguarda proprio la sperimentazione e la futura installazione di nuovi e compatti impianti, che il governo ha sapientemente individuato e categorizzato negli SMR. Si tratta del famigerato acronimo inglese di Small Modular Reactor, ovvero reattori atomici modulari di nuovissima concezione, teoricamente trasportabili su gomma e di piccole e agilissime dimensioni, considerati nettamente più sicuri ed efficienti rispetto alle mastodontiche e inquinanti cattedrali di cemento del Novecento. Inoltre, la nuovissima e pulita energia prodotta dovrà servire strategicamente non solo le utenze domestiche e industriali terrestri, ma persino il vorace settore navale e marittimo nazionale. Altro criterio cardine e irrinunciabile del mastodontico disegno di legge è l’obbligo stringente della formazione accademica specializzata, con il totale e proficuo coinvolgimento delle migliori università nazionali e degli enti pubblici di ricerca per formare la futura generazione di ingegneri nucleari italiani. Dal punto di vista economico, la dotazione finanziaria pubblica iniziale prevista dal Ddl è di ben 60 milioni di euro totali, suddivisi equamente nel prossimo triennio 2027, 2028 e 2029. A questi grossi capitali governativi si aggiungono strategicamente altri 1,5 milioni di euro stanziati per il prossimo 2025, e ben 6 milioni di euro (per l’anno solare in corso) destinati esclusivamente all’avvio di una massiccia, capillare e pervasiva campagna di informazione mediatica rivolta ai cittadini sull’assoluta sicurezza dell’energia nucleare moderna.

L’esultanza di Giorgia Meloni e le tempistiche di Pichetto Fratin

L’approvazione del provvedimento è stata accolta da uno scrosciante applauso e da scene di autentico e palese giubilo tra i banchi della maggioranza parlamentare, che ha votato in blocco e compattissima il ritorno al nucleare. A guidare i festeggiamenti istituzionali è stata ovviamente la premier, che ha rivendicato orgogliosamente il successo politico.
«Oggi il nostro Parlamento ha formalmente approvato in via definitiva la fondamentale legge sul nucleare. Dopo un’attesa di quasi quarant’anni, l’Italia torna finalmente ad avere a propria disposizione un chiarissimo quadro di regole per poter tornare a produrre energia nucleare in casa nostra», ha affermato trionfalmente sui propri canali social la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. «Si tratta di una scelta estremamente coraggiosa, moderna e dettata unicamente dal comune buon senso. Oggi noi italiani siamo costretti a importare l’elettricità prodotta dalle efficienti centrali nucleari delle nazioni a noi vicine, pagandola a caro prezzo, ma non possiamo assolutamente produrla sul nostro stesso territorio. Questa nuova legge serve proprio a invertire la rotta e a cambiare radicalmente le cose». Sulla stessa identica e trionfalistica lunghezza d’onda si è sintonizzato il Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che si è spinto anche a dettare delle clamorose, inedite e serratissime tempistiche industriali nel corso del suo attesissimo punto stampa al Senato. «Le prime, modernissime centrali nucleari attive in Italia – una stima realistica e cautelativa che faccio basandomi con attenzione sugli elementi scientifici che ho oggi a disposizione grazie ai nostri esperti e alle più grandi imprese del settore energetico – potrebbero esserci materialmente già nel 2033 o massimo 2034. Questi sono i tempi previsti per vedere la luce». Pichetto ha poi garantito ufficialmente e pubblicamente che l’estenuante lavoro di redazione ministeriale per scrivere di proprio pugno i difficilissimi decreti attuativi necessari per far partire concretamente la macchina statale sarà concluso, senza alcun dubbio, entro e non oltre la fine dell’anno solare corrente, snellendo e abbattendo i consueti ritardi della pachidermica burocrazia ministeriale italiana.

La furia delle opposizioni e degli ecologisti: “Distrazione di massa”

Se nei banchi del centrodestra si festeggia in pompa magna il traguardo raggiunto, sul fronte opposto della barricata parlamentare e ambientale si respira invece un’atmosfera carica di pesantissima tensione, sdegno feroce e rabbia politica senza quartiere.
L’opposizione ha letteralmente sparato ad alzo zero contro il controverso disegno di legge (con la sola, particolarissima e isolata eccezione del partito Azione guidato da Carlo Calenda, che si è schierato in Aula a favore del provvedimento governativo in nome del pragmatismo energetico). Per il furioso deputato di Avs (Alleanza Verdi e Sinistra) Angelo Bonelli, la legge appena varata non è altro che uno specchietto per le allodole mediatico: «Dopo ben quattro anni e mezzo di fallimentare governo del Paese, con l’Italia piegata che oggi si ritrova ad avere tra i costi industriali dell’energia in bolletta più alti d’Europa, la Meloni tira fuori magicamente dal cilindro governativo gli “Smr”. Una tecnologia che, ad oggi, non ha ancora nessuna vera applicazione commerciale testata e funzionante nel mondo. È solo un banale e goffo strumento di distrazione di massa per cercare di coprire mediaticamente la totale incapacità di un esecutivo che ha sistematicamente frenato lo sviluppo delle rinnovabili e favorito esclusivamente le grandi e ricche società energetiche e i loro lauti profitti miliardari». Dello stesso parere è Sergio Costa, noto deputato ed ex ministro per il Movimento 5 Stelle, che ha rincarato pesantemente la dose dai microfoni della stampa: «Il fantomatico “nucleare sostenibile” di cui ci raccontano meravigliose favole oggi, purtroppo, non esiste assolutamente in nessun angolo del pianeta Terra. È semplicemente un falso prodotto pubblicitario da cinica campagna elettorale permanente». A schierarsi nettamente e minacciosamente contro il provvedimento sono scese in campo, ovviamente, anche le più imponenti organizzazioni non governative e le principali e seguitissime sigle ambientaliste del Paese (tra cui spiccano nomi di primissimo piano come Greenpeace Italia, Legambiente, il Wwf Italia e l’influente Kyoto Club). In una durissima nota stampa congiunta, le potenti ong hanno tuonato senza mezzi termini contro le scelte governative: «La falsa e pericolosa chimera del nucleare non risolve magicamente nessuno degli innumerevoli e gravissimi problemi strutturali che oggi l’Italia ha drammaticamente di fronte a sé, soprattutto nel bel mezzo di questa spaventosa e seconda crisi energetica sistemica divampata in Europa negli ultimi, difficilissimi 4 anni. Il ritorno al nucleare è un errore fatale e antistorico».

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Economia

Imprese e reputazione, l’allarme dei manager: solo una su dieci ha un budget dedicato

La reputazione di un’azienda vale più del suo fatturato, ma in Italia è gestita in modo allarmante e superficiale! È quanto emerge dalla preoccupante e dettagliatissima ricerca condotta da Astra Ricerca per Manageritalia su oltre 1.100 dirigenti d’impresa. Nonostante l’80,5% dei manager sia perfettamente consapevole che una buona nomea fidelizza i clienti e attrae i migliori talenti sul mercato, la pratica aziendale è disastrosa: solo l’11,3% delle imprese possiede una funzione interna e un budget specifico dedicato alla gestione della reputazione. Il 45,6% dei dirigenti, addirittura, ammette di non aver mai visto una procedura scritta per gestire una crisi mediatica! “Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, delle fake news e della disinformazione, occuparsi dell’immagine aziendale soltanto quando arriva un problema significa essere già in colpevole ritardo. Si distrugge così il valore per gli azionisti”, ha avvertito Tommaso Saso (presidente di Manageritalia Lazio) durante il summit a Roma. Curiosi di leggere i dati sorprendenti emersi sul territorio laziale? Trovate tutti i numeri nel nostro articolo completo 👇

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Platea e tavola rotonda

Roma – Nel mercato globale e iperconnesso di oggi, la percezione pubblica di un marchio vale spesso molto di più dei suoi stessi beni materiali. La reputazione, infatti, è unanimemente considerata come uno degli asset strategici e intangibili più importanti in assoluto per la sopravvivenza di un’impresa: costruisce la sacrosanta fiducia dei consumatori, rafforza e blinda le relazioni commerciali con i clienti e con i vari stakeholder, attrae magneticamente i migliori talenti sul mercato del lavoro e contribuisce in maniera determinante alla competitività aziendale.
Eppure, nonostante queste granitiche certezze teoriche, si assiste oggi a un paradosso manageriale gravissimo. Proprio nel momento storico di massima vulnerabilità mediatica, in cui l’avvento inarrestabile dell’intelligenza artificiale generativa, la piaga delle fake news e la viralità tossica dei social media moltiplicano a dismisura i rischi di danni d’immagine, moltissime aziende italiane continuano testardamente a gestire la propria preziosissima reputazione in maniera amatoriale, operando totalmente alla cieca, senza l’ombra di strutture dedicate, senza procedure scritte di emergenza e, soprattutto, senza stanziare risorse economiche adeguate per la prevenzione. È questo, in estrema sintesi, il quadro a tinte foschissime che emerge in maniera inequivocabile dalla recentissima e approfondita ricerca condotta dalla prestigiosa società Astra Ricerca per conto di Manageritalia. L’indagine, che ha coinvolto un campione altamente rappresentativo di oltre 1.100 dirigenti d’impresa operanti sul territorio nazionale, è stata presentata e discussa pubblicamente a Roma, presso gli eleganti spazi romani di Cfmt, in occasione dell’attesissimo incontro tematico intitolato emblematicamente “Il fattore reputazionale. Gestire il rischio, guidare la fiducia nell’epoca dell’AI”.

La distanza abissale tra consapevolezza e organizzazione aziendale

A fare gli onori di casa e ad aprire formalmente e istituzionalmente i lavori congressuali è stato Tommaso Saso, presidente di Manageritalia Lazio, il quale ha snocciolato alla platea i principali e preoccupanti risultati dell’indagine statistica nazionale.
«La reputazione aziendale non riguarda più, come si credeva erroneamente in passato, soltanto il limitato campo della comunicazione esterna, ma è ormai diventata a tutti gli effetti un fattore vitale di competitività economica e un pilastro fondamentale per la gestione del rischio d’impresa», ha spiegato Saso dal podio. «I manager italiani odierni ne riconoscono apertamente e teoricamente il grandissimo valore finanziario, ma purtroppo nei fatti resta ancora una distanza troppo, troppo ampia tra la semplice consapevolezza intellettuale del problema e la reale organizzazione aziendale. Nell’epoca insidiosa dell’Intelligenza Artificiale e della disinformazione pilotata», ha ammonito e concluso il presidente, «occuparsene frettolosamente e in maniera posticcia soltanto quando esplode materialmente una crisi mediatica, significa essere già irrimediabilmente in ritardo. La fiducia dei consumatori si costruisce metodicamente molto tempo prima, con comportamenti etici e coerenti, grande capacità di ascolto, competenze trasversali, relazioni solide e l’impiego di strategie professionali di comunicazione e Public Relations (PR). Una solida reputazione richiede anni e anni di duro lavoro per essere costruita, ma nel mondo digitale di oggi può essere messa seriamente in discussione e distrutta nel volgere di pochissime ore».

Numeri impietosi: la mancanza cronica di budget e le differenze con il marketing

Le parole del presidente trovano un severo e drammatico riscontro nei numeri crudi estratti dal rapporto di Astra Ricerca.
È proprio sul delicatissimo e cruciale passaggio dalla teoria organizzativa alla pratica operativa che emergono in superficie le criticità più grandi e allarmanti del nostro tessuto industriale. Soltanto uno scarsissimo 11,3% delle aziende italiane intervistate dichiara di disporre contemporaneamente di una specifica funzione aziendale interna dedicata unicamente alla reputazione e, cosa ancor più rara, di un budget finanziario ad hoc. Nel 42,2% dei casi, invece, la tutela dell’immagine viene considerata a chiacchiere come una “priorità”, ma nei fatti è totalmente priva di una struttura dipartimentale e di risorse economiche investite. Ma il dato forse più inquietante riguarda la preparazione alle emergenze: il 45,6% dei dirigenti intervistati ha candidamente ammesso di non aver mai incontrato, né letto, delle precise procedure scritte per la gestione delle crisi reputazionali all’interno delle aziende in cui ha lavorato nel corso degli anni. A rincarare la dose concettuale ci ha pensato Luca Poma, stimatissimo professore di Reputation Management all’Università LUMSA di Roma e massimo esperto in Italia: «Il vero e grave problema di fondo è che i grandi brand confondono ancora infantilmente la “reputazione” con la semplice “immagine”. Molti dirigenti sono fermamente convinti che, per costruire una buona nomea, basti banalmente lanciare un brillante spot pubblicitario (ADV) o affidarsi a un’efficace e costosa campagna di influencer marketing, senza capire che la reputazione è un bene intangibile immensamente più complesso. Il problema è prettamente culturale: si preferisce intervenire in totale emergenza qualora capiti qualcosa di brutto, finendo sistematicamente per distruggere enormi quote di valore economico per gli azionisti».

Il valore dell’etica e il focus sul Lazio: la paura dei contenziosi legali

Ma cosa determina realmente la buona nomea di un’azienda agli occhi del management del settore terziario? La risposta è sorprendente: la condotta morale. La stretta coerenza tra ciò che un’impresa dichiara pubblicamente e ciò che fa realmente sul campo è balzata saldamente al primo posto delle priorità (con un roboante 71,9% delle indicazioni manageriali), seguita a ruota dall’equo e umano trattamento dei propri dipendenti e dal buon clima interno agli uffici (58,4%).
Il valore puramente economico di questa nomea è indiscusso: per l’80,5% dei manager interpellati, una buona reputazione ha un fortissimo e immediato impatto sulla fiducia e sulla preziosissima fidelizzazione dei clienti, e per ben il 78,4% è un fattore assolutamente indispensabile per riuscire ad attrarre i migliori talenti sul mercato del lavoro (fungendo da vera e propria licenza a operare). La ricerca ha poi dedicato un interessante e specifico approfondimento statistico (un Focus) sulle aziende della regione Lazio. I dati emersi mostrano delle peculiarità territoriali molto interessanti: i dirigenti laziali guardano molto più dei loro colleghi settentrionali al peso delle istituzioni pubbliche (indicate come stakeholder rilevanti dal 42,0% dei romani, contro una debole media nazionale del 33,1%). Le aziende del Lazio vantano anche una maggiore e più diretta esposizione storica al fenomeno: ben il 44,2% dei manager locali ha vissuto in trincea almeno una violenta crisi reputazionale nella propria azienda. Proprio a causa di queste pregresse scottature professionali, i dirigenti del Lazio temono oggi molto di più il famigerato “effetto contagio” derivante da scandali esplosi nel proprio settore di competenza (55,1%), ma soprattutto si dichiarano letteralmente terrorizzati dall’eventualità che dei contenziosi legali o fiscali interni possano improvvisamente essere resi di pubblico dominio (62,3% contro una media nazionale del 56,9%). Dai freddi numeri, infine, la giornata di studi è passata alle caldissime e formative esperienze concrete, grazie a una vivace e applauditissima tavola rotonda. Esperti del calibro di Marco Astorri (Founder di Bio-On), Lorenzo Castelli (Managing Director di Alchimia Investments), Giorgia Grandoni (Centro Studi Reputation Management), Carmine Rotondaro (CEO di Philipp Plein e già in Kering) e Fabrizio Sisti (CFO di Romana Diesel Spa), hanno raccontato dal vivo le proprie incredibili case history, dimostrando plasticamente come la sola preparazione preventiva e la qualità delle relazioni tessute nei periodi di “pace” possano davvero fare l’enorme differenza quando la reputazione aziendale si trova drammaticamente sotto il fuoco incrociato dei media e della magistratura.

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Economia

Benzina sempre più cara: l’energia torna a pesare su mercati, imprese e consumatori

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Carburanti

Redazione-  Il caro-carburanti torna a farsi sentire in Italia e rischia di propagarsi lungo tutta la filiera economica. Dai trasporti alla distribuzione, fino ai prezzi dei prodotti sugli scaffali e sui banchi dei mercati, l’aumento del costo dell’energia rappresenta una nuova pressione per famiglie e imprese.

Il prezzo dei carburanti continua a salire. Secondo i dati riportati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, a metà settembre la benzina self service sulla rete stradale ordinaria aveva raggiunto circa 2,10 euro al litro, mentre il gasolio era arrivato a circa 2,21 euro. Un livello nettamente superiore a quello registrato alla fine di febbraio, quando benzina e gasolio si attestavano rispettivamente intorno a 1,67 e 1,72 euro al litro.

Il fenomeno non riguarda soltanto il pieno dell’automobile. L’aumento del petrolio e dei carburanti entra infatti nei costi di trasporto delle merci, della logistica, della produzione agricola e della distribuzione. È proprio questo il possibile effetto a catena che preoccupa maggiormente il sistema economico.

Ogni prodotto che arriva su un banco o sugli scaffali di un negozio ha alle spalle una filiera che utilizza energia e trasporti. Per gli alimentari, in particolare, il percorso può comprendere carburante per i mezzi agricoli, trasporto della materia prima, lavorazione, refrigerazione, stoccaggio e consegna al punto vendita.

L’impatto, tuttavia, non è immediato né uguale per tutti i prodotti. Dipende dalla quantità di trasporto necessaria, dal peso dell’energia sui costi di produzione, dalla distanza tra produttore e consumatore e dalla capacità delle imprese di assorbire temporaneamente gli aumenti.

I dati Istat di agosto mostrano già un quadro nel quale l’energia rappresenta una delle principali spinte inflazionistiche: l’inflazione italiana è salita al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio, mentre i prezzi degli energetici non regolamentati sono aumentati del 17% su base annua. Nello stesso mese, però, il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende alimentari, prodotti per la cura della casa e della persona, è cresciuto dello 0,9%, mostrando una dinamica molto più contenuta.

Questo significa che il trasferimento del caro-energia sui prezzi finali non è automatico e non avviene necessariamente con la stessa intensità in tutti i comparti.

L’aumento del prezzo del petrolio rappresenta anche un fattore di attenzione per i mercati finanziari internazionali.

Quando l’energia diventa più costosa, le imprese devono affrontare maggiori costi di produzione e trasporto. Allo stesso tempo, le famiglie possono avere meno disponibilità economica per altri consumi. Per gli investitori, questo può tradursi in una maggiore attenzione alle prospettive degli utili aziendali e all’andamento dell’inflazione.

Il tema è particolarmente delicato perché un’inflazione alimentata dall’energia può complicare le decisioni delle banche centrali sui tassi d’interesse. Un quadro di prezzi energetici elevati associato a una crescita economica più debole è infatti uno degli scenari che i mercati monitorano con maggiore attenzione. Reuters ha recentemente evidenziato proprio il rischio di una combinazione tra maggiore inflazione e rallentamento della crescita legata all’impennata dei costi energetici.

Per i consumatori, la questione più concreta riguarda la spesa quotidiana.

Un aumento del carburante può incidere soprattutto sui prodotti che devono percorrere lunghe distanze o che richiedono trasporto refrigerato. Frutta e verdura, prodotti ittici, carni, latticini e altri alimenti deperibili possono essere particolarmente sensibili ai costi logistici, anche se il prezzo finale dipende da numerosi altri fattori.

Non è quindi corretto attribuire ogni aumento del prezzo al consumatore esclusivamente alla benzina. Il prezzo finale nasce dall’interazione di molte variabili: produzione, materie prime, manodopera, energia, trasporto, margini commerciali, domanda e offerta.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha istituito incontri della Commissione di allerta rapida proprio per monitorare l’andamento dei mercati energetici e le possibili ricadute sull’inflazione, con particolare attenzione al carrello della spesa e al settore agroalimentare.

Per una famiglia che utilizza quotidianamente l’automobile, il primo effetto è immediatamente visibile nel costo del pieno. Per un’impresa di trasporto, invece, il carburante rappresenta una voce strutturale di costo che può influenzare il prezzo dei servizi e, indirettamente, quello delle merci trasportate.

A questo si aggiunge il possibile effetto psicologico ed economico sui consumi: se una quota maggiore del reddito viene destinata a carburante, energia e beni essenziali, può diminuire quella disponibile per altri acquisti.

Il quadro dei prossimi mesi dipenderà quindi non soltanto dal prezzo della benzina alla pompa, ma soprattutto dalla durata dell’aumento dei costi energetici. Un rialzo temporaneo può essere assorbito più facilmente dalle filiere; un aumento prolungato, invece, può progressivamente trasferirsi sui prezzi e modificare le scelte di imprese e consumatori.Sul fronte italiano, il governo ha previsto un meccanismo di riduzione temporanea delle accise per attenuare l’impatto del caro-carburanti. Secondo quanto riportato da ANSA, la riduzione scende a 12,2 centesimi al litro fino al 25 settembre 2026 e successivamente a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre.

La vera incognita resta però il mercato internazionale dell’energia. Se il petrolio continuerà a mantenersi su livelli elevati, la pressione sui costi potrebbe continuare a propagarsi attraverso trasporti, produzione e distribuzione.

Per il consumatore, dunque, il prezzo esposto sul distributore è soltanto la parte più visibile di una questione molto più ampia: il costo dell’energia può trasformarsi in un costo per l’intera economia, arrivando dai mercati internazionali fino al carrello della spesa quotidiano.

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