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Cultura

L’AQUILA, L’ARTE TORNA A PALAZZO CICCOZZI: OMAGGIO AL MAESTRO ANTONIO DEL DONNO

Le rare “Tagliole Giganti” e i leggendari “Vangeli” in mostra: scopri la potenza visionaria di Antonio Del Donno nel cuore pulsante de L’Aquila. Non perderti l’evento d’arte più atteso dell’anno! ✨
#LAquila2026 #AntonioDelDonno #ArteContemporanea #DimoreStoriche

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L’AQUILA, L’ARTE TORNA A PALAZZO CICCOZZI: OMAGGIO AL MAESTRO ANTONIO DEL DONNO

L’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026, si prepara a un nuovo appuntamento di prestigio. Domani, domenica 24 maggio, in occasione della XVI Giornata nazionale delle Dimore Storiche, le porte di Palazzo Ciccozzi si spalancano per riaccogliere uno dei protagonisti assoluti dell’arte contemporanea internazionale: Antonio Del Donno.

Redazione-  L’evento, organizzato da Spazio Indipendenza – hub per la formazione e l’innovazione promosso dal gruppo Abivet di Roma presieduto da Maurizio Albano – rappresenta un tassello fondamentale nel percorso di rinascita culturale del capoluogo abruzzese. Il settecentesco Palazzo Ciccozzi, situato in via Indipendenza a pochi passi da Piazza Duomo, si conferma così un centro nevralgico dove l’architettura storica dialoga con le avanguardie del Novecento.

Un viaggio nella poetica visionaria

La mostra offre un’intensa e accurata retrospettiva sulla produzione del maestro beneventano, coprendo un arco temporale che va dagli anni Settanta fino ai primi anni Duemila. Il percorso espositivo è un invito a riflettere sul segno, sulla parola e sull’identità contemporanea, temi che il Maestro Del Donno ha esplorato con una forza espressiva raramente eguagliata.

Tra le opere esposte, spiccano pezzi di straordinario valore collezionistico: i celebri “Vangeli”, serie iconica degli anni ’70 composta da tavole di legno assemblate con ferro e caratteri impressi a fuoco. Queste opere, oggi tra le più ricercate sul mercato internazionale, fungono da metafore visive di memoria ed etica. Accanto a esse, il pubblico potrà ammirare le monumentali “Tagliole Giganti”, opere che incarnano la cifra stilistica di Del Donno: una sintesi perfetta tra spiritualità, denuncia sociale e rigore concettuale.

Un impegno per il territorio

La scelta di riportare Del Donno a L’Aquila non è casuale. Spazio Indipendenza, fin dal suo arrivo in città, si è fatto promotore di una visione dinamica della cultura, trasformando il palazzo in un contenitore di innovazione. La collaborazione con l’Archivio e Polo Museale Antonio Del Donno e ArteOraTV di Roberto Porcelli garantisce una mostra che non è solo una semplice esposizione, ma un’esperienza immersiva in oltre mezzo secolo di storia dell’arte, raccontata attraverso lo sguardo di un genio che ha saputo mantenere, fino all’ultimo, una cifra rivoluzionaria.

Chi era Antonio Del Donno

Nato a Benevento nel 1927, Del Donno ha incarnato l’ideale dell’artista totale. Dalla formazione tecnica a Napoli alla cattedra di Educazione Artistica, il suo linguaggio è stato un cantiere aperto. Il suo esordio nel 1962 alla Pinacoteca Provinciale di Benevento ha segnato l’inizio di una carriera che ha unito pittura, gesto materico e una profonda indagine filosofica. Un artista che, lavorando su materiali spesso distanti tra loro, ha saputo trasformare il concetto di “oggetto” in una testimonianza indelebile della condizione umana.

L’evento di domani rappresenta dunque una tappa imperdibile per chiunque voglia comprendere le radici e le vette dell’arte contemporanea, all’interno di una cornice monumentale che, proprio grazie a queste iniziative, torna a essere il cuore pulsante della vita aquilana.

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Cultura

Tracce e Visioni: quando la cultura incontra le persone

La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.

L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.

Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.

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La premiata giornalista Ilaria Solazzo

Redazione-  La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.

L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.

Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.

Sul palco sono saliti Annalisa Bruchi, Adriana Pannitteri, Laura Delli Colli, Claudia Conte, Eleonora Ivone, Enrico Manera, la Maison Luigi Borbone, Rino Jupiter e Federica Pucciariello. Con loro Ilaria Solazzo, Giovanni Tonti, Renzogallo, Andrea Contorni, Evandra De Rosa, Rosella Giorgetti, Heike Hinneburg, Roberta Gulotta, Christopher Pacioni, Andrea Ciaffaroni, Marco De Angelis e Roberta Testaguzza.

Nomi, professioni e storie differenti, ma un elemento in comune: aver costruito, ciascuno nel proprio campo, un percorso capace di lasciare una traccia.

Ed è proprio la parola traccia a diventare centrale. Una traccia è qualcosa che resta. Una storia, un’idea, un’opera, un incontro. Una visione, invece, è lo sguardo rivolto a ciò che ancora deve arrivare.

Partecipanti a Tracce e Visioni Roma

La manifestazione ha raccontato entrambe le dimensioni.

La memoria dello spettacolo attraverso i libri dedicati a Raffaella Carrà e Monica Vitti, il giornalismo, la narrativa, la pittura, la scultura, l’illustrazione, l’architettura, l’Alta Moda e l’impegno sociale hanno trovato un unico spazio di confronto.

Tra i riconoscimenti assegnati anche quello a Ilaria Solazzo, premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione.

Per lei la comunicazione non è soltanto un mestiere. È soprattutto un modo per incontrare persone, ascoltare storie e trasformare esperienze individuali in racconti capaci di arrivare agli altri.

E quella del 24 settembre è stata una serata speciale anche per un altro motivo: tra i premiati c’erano infatti persone che fanno parte del suo percorso, professionale e umano, come Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza.

Il Campidoglio è diventato così anche un luogo di incontri, amicizie, ricordi e nuove emozioni.

Abbiamo incontrato Ilaria Solazzo per parlare del premio, del suo lavoro e di cosa significhi oggi fare giornalismo e comunicazione in un mondo nel quale tutto corre velocemente, ma nel quale le storie delle persone continuano ad avere un valore enorme.

Ilaria Solazzo: «Raccontare le persone significa prima di tutto ascoltarle»

Ilaria Solazzo a Tracce e Visioni, Roma

Intervista alla giornalista e scrittrice premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione

ROMA, 24 settembre 2026 – La Sala del Carroccio in Campidoglio ha fatto da cornice a una serata dedicata a professionisti e personalità provenienti da mondi diversi.

Tra loro Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista, scrittrice e professionista della comunicazione, che ha ricevuto il Premio “Tracce e Visioni” nella categoria Giornalismo e Comunicazione.

Un riconoscimento arrivato dopo anni dedicati alla scrittura, alle interviste e al racconto di persone appartenenti al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria.

Con lei abbiamo parlato del premio, delle emozioni vissute in Campidoglio e del suo modo di intendere il giornalismo.

 

Dottoressa Solazzo, partiamo dalla domanda più semplice: che effetto Le ha fatto ricevere questo premio proprio in Campidoglio?

Mi ha fatto un effetto molto forte.

 

Un premio fa piacere, naturalmente, ma quando arriva dopo tanti anni di lavoro lo vivi in maniera diversa. Ti fermi un attimo e guardi indietro.

 

Pensi alle persone incontrate, alle interviste fatte, alle occasioni che hai avuto e anche alle difficoltà che hai superato?

 

Il Campidoglio ha dato a tutto questo un significato ancora più particolare. È un luogo che racconta Roma, la sua storia e la sua cultura. Essere lì, in quel momento, mi ha fatto sentire ancora di più la responsabilità di quello che faccio.

 

La categoria è “Giornalismo e Comunicazione”. Per Lei che differenza c’è tra queste due parole?

Sono vicine, ma non sono la stessa cosa.

 

Il giornalismo ha una responsabilità precisa: informare, verificare e rispettare chi legge.

 

La comunicazione è un universo più grande. Comprende il modo in cui raccontiamo qualcosa, il linguaggio che scegliamo, le relazioni che costruiamo e il modo in cui riusciamo a valorizzare una storia.

 

Nel mio lavoro queste due dimensioni si incontrano continuamente.

 

E c’è una cosa che per me viene prima di tutto: la persona.

La giornalista Ilaria Solazzo

 

Lei ha intervistato tantissime persone. Che cosa cerca quando incontra qualcuno per un’intervista?

Cerco di ascoltare davvero.

 

Per me un’intervista non è semplicemente una lista di domande preparate prima. È un incontro.

 

Mi interessa capire chi ho davanti, cosa c’è dietro il personaggio pubblico, dietro la professione, dietro il successo.

 

Una persona può raccontarti che cosa fa, ma può anche raccontarti perché lo fa. Ed è proprio lì che spesso nasce la parte più interessante dell’intervista.

 

Oggi viviamo in un mondo velocissimo, fatto di social, video, contenuti continui. Ha ancora senso fermarsi ad ascoltare una storia?

 

Assolutamente sì.

 

Anzi, forse oggi ne abbiamo ancora più bisogno.

 

Siamo sommersi dalle informazioni, ma avere tante informazioni non significa necessariamente conoscere davvero qualcuno.

 

Una storia richiede tempo. Richiede ascolto.

 

Credo che il giornalismo possa ancora creare quello spazio nel quale una persona non sia soltanto un nome o un’immagine, ma possa raccontarsi davvero.

Il titolo del premio è “Tracce e Visioni”. Quale delle due parole sente più vicina al Suo percorso?

In realtà entrambe.

 

La traccia è tutto ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle: gli incontri, il lavoro, le parole, le persone che abbiamo conosciuto.

 

La visione è invece quello che immaginiamo per il futuro.

 

Io credo che non possiamo scegliere soltanto una delle due. Abbiamo bisogno della memoria, ma anche della capacità di guardare avanti.

 

Tra i premiati c’erano anche Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza, persone che conosce e alle quali è legata. Che effetto Le ha fatto vivere questa serata insieme a loro?

 

È stata una delle parti più belle.

 

Quando condividi un momento importante con persone che conosci e stimi, l’emozione cambia.

 

Ci sono rapporti che nascono dal lavoro e poi diventano amicizia, affetto, condivisione.

 

Vedere premiate persone alle quali voglio bene mi ha fatto piacere sinceramente.

 

Credo che una bella amicizia sia anche questo: riuscire a essere felici per i successi degli altri senza pensare soltanto ai propri.

 

Eleonora Ivone è una persona particolarmente importante per Lei. Il suo riconoscimento ha avuto un’emozione diversa?

Sì, sicuramente.

 

Eleonora per me è una persona importante e la nostra storia è legata anche alla memoria di Angelo Longoni, che ho avuto la possibilità di conoscere e intervistare.

 

Ci sono persone che continuano a esserci anche quando fisicamente non ci sono più.

 

Restano attraverso quello che hanno creato, attraverso le parole, le opere e i ricordi che hanno lasciato.

 

Per questo vedere Eleonora ricevere quel riconoscimento mi ha emozionata particolarmente.

 

Il premio Le è stato consegnato da Giovanni Di Negri di Eurocomunicazione. Che cosa ricorda di quel momento?

 

Ricordo soprattutto la gratitudine.

 

Ringrazio Giovanni Di Negri per avermi consegnato il premio e Alessandro Scarnecchia, insieme a Terza Pagina Magazine, per aver creato questa occasione.

 

Ci sono momenti nei quali ti rendi conto che dietro un riconoscimento ci sono tante persone.

 

E questo, per me, è importante.

 

A chi pensa quando guarda questo premio?

Penso alle tante persone che ho incontrato.

 

A quelle conosciute e famose, certo, ma anche a quelle meno conosciute dal grande pubblico.

 

Perché ogni persona ha qualcosa da raccontare.

 

Dedico questo riconoscimento a chi ha scelto di affidarmi una parte della propria storia e mi ha permesso di trasformarla in un racconto.

 

E lo dedico anche a chi non c’è più, ma continua a vivere attraverso la memoria.

 

In particolare ad Angelo Longoni e a Eleonora Ivone, mia dolcissima amica.

 

Secondo Lei un premio è un punto di arrivo o un nuovo inizio?

Io lo vedo come una tappa.

 

È bello ricevere un premio e sarebbe inutile fingere il contrario. Ma non deve diventare un punto fermo.

 

Deve darti energia.

 

Deve farti venire voglia di continuare, di imparare, di migliorare.

 

Alla fine, la cosa più importante non è quanti premi ricevi, ma quanto riesci ancora a metterti in gioco.

 

Dopo “Tracce e Visioni”, quale sarà la Sua prossima visione?

 

Continuare a raccontare.

 

Continuare a incontrare persone, fare domande, ascoltare storie e cercare nuovi punti di vista.

 

Mi piacerebbe continuare a usare la comunicazione per creare connessioni.

 

Perché comunicare non significa soltanto pubblicare qualcosa. Significa mettere in relazione persone, idee ed esperienze.

 

E vorrei che ogni mio articolo, ogni intervista, ogni racconto lasciasse qualcosa a chi lo legge.

 

Anche solo una curiosità.

 

Anche solo un’emozione.

Se dovesse spiegare “Tracce e Visioni” con una sola frase, quale sceglierebbe?

Direi che la traccia è quello che lasciamo agli altri.

 

La visione è quello che decidiamo di costruire da domani.

 

E forse è proprio questo il senso più bello del premio.

 

Il 24 settembre non lo considero un traguardo, ma una nuova tappa.

 

Una pagina importante, sì, ma ancora dentro un libro che sto continuando a scrivere.

Targa vinta dalla giornalista Ilaria Solazzo

Nel Suo percorso ha incontrato tante persone e tante storie. C’è qualcosa che un’intervista ha insegnato a Lei e che oggi porta sempre con sé?

Sì: che non bisogna mai dare nulla per scontato.

 

Ogni persona arriva con un mondo che non vediamo immediatamente. A volte bastano una domanda fatta nel modo giusto, un silenzio o un ascolto sincero per far emergere una parte completamente diversa di chi abbiamo davanti.

 

Le interviste mi hanno insegnato anche a essere curiosa. La curiosità, quando è accompagnata dal rispetto, è una delle qualità più belle che possa avere chi racconta gli altri.

 

Se potesse lasciare un messaggio a chi oggi vuole avvicinarsi al giornalismo e alla comunicazione, quale sarebbe?

 

Direi di non avere fretta di arrivare.

 

Viviamo in un’epoca nella quale sembra che tutto debba accadere subito: visibilità, risultati, riconoscimenti. Ma un percorso vero ha bisogno di tempo.

 

Studiate, osservate, fate domande, ascoltate e soprattutto non smettete di essere voi stessi. La tecnica si può imparare, gli strumenti cambiano continuamente, ma l’autenticità non passa mai di moda.

 

E ricordatevi che dietro ogni contenuto ci sono delle persone. Raccontarle significa avere una responsabilità, ma anche una grande opportunità: quella di lasciare una traccia positiva.

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Cultura

La dittatura dell’ego sui social e il coraggio dell’umiltà: la lezione di Menda Vreto

Nell’era dei social network, dire continuamente “io” sembra diventato l’unico modo per esistere. Ma l’editoriale di Menda Vreto ci invita a una riflessione profonda: nella letteratura e nella vita, ostentare i successi nascondendo la fatica e lo studio rischia di dare un pessimo esempio ai più giovani. Abbiamo bisogno di recuperare il valore dell’umiltà, della critica costruttiva e del silenzio. Perché alla fine non conteranno i premi vinti, ma ciò che avremo lasciato agli altri👇

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Menda Vreto

Roma – Viviamo immersi in un tempo storico in cui raccontare noi stessi, ostentare i nostri successi e mettere in vetrina la nostra quotidianità è diventato un gesto quasi naturale e scontato. I social network ci hanno fornito uno spazio digitale enorme, un megafono globale per mostrare costantemente ciò che facciamo, ciò che pensiamo e i traguardi che abbiamo raggiunto. Non dobbiamo più aspettare pazientemente che siano gli altri a parlare di noi o a recensire le nostre opere: possiamo farlo direttamente, ogni singolo giorno, in qualsiasi momento della giornata. E forse, proprio a causa di questa immensa facilità di autorappresentazione, nasce una domanda semplice ma profondamente umana: perché sentiamo così spesso, in maniera quasi compulsiva, il pressante bisogno di dire “io”? “Io ho fatto questo”, “Io sono arrivato fin qui”, “Io ho ricevuto questo prestigioso riconoscimento”, “Io sono stato scelto”, “Io posso dare ottimi consigli”. Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non c’è necessariamente cattiveria o arroganza in questo naturale bisogno. L’intrinseco desiderio di essere visti e riconosciuti appartiene alla natura umana. Tutti noi, in qualche modo, abbiamo un profondo bisogno psicologico di sentirci ascoltati e apprezzati dalla comunità. Il problema sorge, in tutta la sua gravità, quando l’approvazione degli altri diventa un elemento ossessivo e indispensabile per poterci sentire importanti.

Il rischio della vanità letteraria e l’importanza dell’opera

A quel punto del percorso, il risultato oggettivo non sembra più essere sufficiente per la nostra soddisfazione personale: deve essere per forza mostrato pubblicamente al mondo.
Il premio letterario deve essere raccontato e sbandierato. Il libro appena pubblicato deve essere accompagnato continuamente e quasi fastidiosamente dal nome ingombrante dell’autore e dai suoi successi pregressi. L’esperienza personale dell’individuo rischia così di non essere più condivisa con il nobile scopo di risultare utile agli altri, ma esclusivamente per confermare egoisticamente il proprio valore sociale. Ed è proprio allora che il pronome “io” può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in una continua e quasi patetica richiesta di conferma e rassicurazione: “Guardatemi, riconoscetemi, ditemi che valgo”. Questa profonda riflessione sociologica diventa ancora più importante e decisiva quando entra a gamba tesa nel delicato mondo della cultura e della scrittura. La grande letteratura dovrebbe essere, prima di tutto, uno spazio sacro di ascolto reciproco. Un libro dovrebbe permetterci di incontrare un’altra persona, un’altra complessa esperienza, un altro modo di guardare e interpretare il mondo. Quando invece ogni discorso letterario torna continuamente a concentrarsi sull’autore, sui suoi risultati di vendita, sui riconoscimenti ricevuti e sulla sua presunta importanza mediatica, si corre il grave rischio che l’immagine pubblica della persona diventi paradossalmente più importante dell’opera stessa. Abbiamo ancora bisogno di spiegare continuamente chi siamo, oppure possiamo avere il coraggio di lasciare che siano le nostre parole a parlare per noi?

Il confronto sui social e la responsabilità verso i giovani

Le piattaforme social hanno inevitabilmente modificato anche il nostro modo di confrontarci con gli altri professionisti, alterando la percezione della realtà.
Vediamo continuamente persone che mostrano risultati brillanti, premi, libri pubblicati, fotografie patinate, successi e riconoscimenti ufficiali. Ma raramente, quasi mai, ci viene permesso di vedere tutto ciò che c’è dietro a quei traguardi: gli errori clamorosi, le dolorose rinunce, gli anni faticosi di studio, le porte chiuse in faccia, le notti insonni, le umane insicurezze e le enormi difficoltà. Vediamo soltanto il risultato finale splendente, ignorando deliberatamente il percorso faticoso. E questo meccanismo distorto può diventare particolarmente pericoloso e delicato quando i destinatari del messaggio sono i giovani. Un ragazzo può osservare ciò che gli adulti mostrano trionfalmente online e convincersi erroneamente che il successo sia qualcosa di immediato, di facile, quasi naturale. Per questo gli adulti hanno oggi una grande responsabilità etica: non devono raccontare soltanto dove sono brillantemente arrivati, ma anche la ripida strada che hanno dovuto percorrere. Dire a un giovane “puoi farcela” è certamente importante per motivarlo. Ma è altrettanto fondamentale dirgli onestamente: “Dovrai studiare tanto, dovrai impegnarti duramente, dovrai sbagliare spesso e, qualche volta, dovrai avere tantissima pazienza”.

Il valore inestimabile della critica costruttiva e dello studio

Nel vasto e complesso mondo della scrittura e dell’editoria abbiamo urgentemente bisogno di recuperare il sano valore della critica letteraria.
Criticare analiticamente un testo non significa necessariamente o malignamente voler ferire l’animo di chi lo ha scritto. Una critica seria e fondata può essere, al contrario, un altissimo gesto di rispetto intellettuale. Può indicare che una certa parte può essere migliorata, che una traduzione va accuratamente rivista, che un’idea merita di essere sviluppata con maggiore respiro. Naturalmente anche colui che critica deve essere armato di profonda umiltà. Non esiste un critico infallibile che abbia sempre ragione. Anche chi ha studiato a lungo può prendere degli abbagli; anche chi insegna all’università continua a imparare dai propri allievi. La critica costruttiva dovrebbe quindi avere sempre due compagni di viaggio inseparabili: la massima competenza tecnica e il totale rispetto umano. L’approccio non dovrebbe mai essere: “Io sono migliore di te”, ma piuttosto: “Possiamo guardare insieme ciò che può diventare migliore”. Questa sottile ma cruciale differenza è fondamentale, soprattutto quando ci rivolgiamo per correggere le nuove generazioni.

Che cosa lasciamo agli altri? Il fine ultimo della cultura

Forse, giunti a questo punto della riflessione, dovremmo cambiare radicalmente la prospettiva della nostra domanda originaria.
Invece di chiederci continuamente ed egocentricamente “Quanto sono importante?”, potremmo iniziare a chiederci: “Che cosa sto lasciando concretamente agli altri?”. Un buon libro può tramandare una solida conoscenza. Una poesia profonda può suscitare un’emozione indimenticabile. Un insegnante appassionato può indicare una direzione di vita. Una parola giusta può rimanere impressa nella memoria di un ragazzo per moltissimi anni. E forse tutto questo vale infinitamente di più di qualsiasi effimero applauso social. La scrittura, in fondo, nasce da un bisogno umano primordiale e antichissimo: lasciare una traccia duratura del proprio passaggio. Scrivere non è mai stato soltanto un modo narcisistico per dire “io esisto”. È stato, fin dalla notte dei tempi, un mezzo potentissimo per dire: “Qualcosa di me può essere utile a te”. Cresciamo veramente come intellettuali e come persone solo quando capiamo che il nostro valore non aumenta affatto occupando fisicamente o virtualmente più spazio degli altri. Cresce a dismisura solo quando ciò che siamo riesce a lasciare un seme buono anche nel prossimo. Perché, in definitiva, non è importante soltanto arrivare in cima. È essenziale prestare attenzione a ciò che lasciamo fiorire lungo il cammino.

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Cultura

“Dove la notte non arriva”: il ciclo poetico sulla resilienza di Fejzë Demiri

La poesia ha il potere di curare le cicatrici dell’anima. Direttamente dal Kosovo, vi presentiamo l’emozionante ciclo poetico inedito di Fejzë Demiri: “Dove la notte non arriva”. Cinque splendide composizioni, tradotte da Arbër Ramadani, che esplorano la fatica di vivere, il coraggio di rialzarsi senza chiedere aiuto e la ferrea volontà di non lasciare mai al dolore e al passato l’ultima parola sul proprio destino. Leggi questi meravigliosi versi👇

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Fejzë Demiri

Pristina – La grande letteratura universale e la poesia contemporanea possiedono lo straordinario, innato e medicamentoso potere di trasformare il dolore più intimo e lacerante in una potente, luminosa e catartica forma di resistenza umana. Arriva direttamente dai tormentati, complessi ma culturalmente vivacissimi territori del Kosovo una delle testimonianze liriche più toccanti e profonde degli ultimi tempi. Il ciclo poetico intitolato “Dove la notte non arriva”, vergato dalla sapiente e sensibile penna dell’autore balcanico Fejzë Demiri e magistralmente tradotto per il pubblico italiano da Arbër Ramadani, si presenta ai lettori come un viaggio introspettivo crudo, onesto e meraviglioso attraverso le cicatrici dell’esistenza. L’opera non è affatto un passivo elogio della sofferenza, ma una fiera, ostinata e orgogliosa dichiarazione di sopravvivenza. I versi di Demiri esplorano tematiche universali quali la fatica del vivere quotidiano, l’isolamento del dolore, la forza inarrestabile della speranza e la capacità, tutta umana, di non lasciarsi definire dalle proprie ferite. Attraverso cinque delicati passaggi lirici, il poeta kosovaro ci accompagna letteralmente per mano fuori dal buio, dimostrando come un semplice e faticoso passo in avanti possa rappresentare la più grande delle vittorie contro la rassegnazione totale.

La forza della resilienza: la soglia del dolore prolungato

Il ciclo poetico si apre con un’intensa, malinconica e viscerale riflessione sulla natura stessa del dolore e sulla sua straordinaria capacità di trasformare l’animo umano, forgiandolo come l’acciaio attraverso i giorni più oscuri.
Ho attraversato notti che non avevano nome,
con il cuore stretto fra pietra e vento.
Ho imparato che anche il dolore,
quando resta abbastanza a lungo,
può diventare una soglia.
Ci sono giorni che passano senza rumore
e tuttavia incidono la pelle del tempo.
Sotto la cenere degli anni,
qualcosa continua a respirare:
non una promessa,
ma un piccolo fuoco che rifiuta di spegnersi.
Non mi ha salvato l’assenza della tempesta.
Mi ha salvato il gesto più povero e più difficile:
un passo, poi un altro,
quando ogni strada sembrava chiedermi
di non esistere più.
Ora non domando alla vita
la grazia di essere facile.
Le domando soltanto la verità.
Perché chi ha abitato il buio
non ha bisogno di molte stelle:
ne riconosce una sola,
anche quando trema
all’estremità del cielo.

Il Nome che Resta: la vittoria solitaria sulle ferite della vita

La seconda composizione esplora il tema della sconfitta apparente. L’autore ci insegna che il vero coraggio non risiede affatto nel non cadere mai, ma nell’imparare a rialzarsi in perfetto silenzio.
IL NOME CHE RESTA
Ho perduto ore, stagioni,
alcuni sogni lungo la strada.
Ma non ho consegnato il mio nome
alla lingua della resa.
Il mondo mi ha visto cadere.
Io ho imparato a rialzarmi
senza testimoni,
senza applausi,
senza che nessuno sapesse.
Ho portato sulle spalle
giorni che sembravano più pesanti
della mia stessa ombra,
domande rimaste senza voce,
un silenzio che nessuna parola
sapeva tradurre.
Eppure sono rimasto.
Non perché la paura fosse scomparsa,
ma perché, nel punto più profondo della paura,
una voce continuava a dire:
cammina.
Ancora un passo.
Forse la vittoria non è arrivare intatti.
Forse è arrivare feriti
senza permettere alle ferite
di pronunciare il nostro nome.
Ciò che ci ha spezzato
può restare nella memoria.
Non deve però diventare
il nostro destino.

Ciò che il dolore non seppe prendere: la fame di creare

In questo terzo e fondamentale frammento, la lirica si fa più intima. Demiri descrive il dolore come un ospite non gradito che depreda la casa interiore, ma che non riesce a rubare l’essenza vitale.
CIÒ CHE IL DOLORE NON SEPPE PRENDERE
Il dolore venne alla mia porta
con mani fredde,
senza fretta.
Provò a prendermi la speranza,
la voce,
il domani.
Ma non trovò tutto.
Lasciò intatta
la capacità di amare,
la fame di creare,
il bisogno ostinato
di consegnare al mondo
almeno una parola buona.
Ho conosciuto la fatica
e, nel suo fondo, la dignità.
Ho conosciuto la solitudine
e, nel suo silenzio, una voce.
Ci sono perdite
che non fanno rumore.
Eppure, proprio là dove sembra
non essere rimasto nulla,
qualcosa conserva il proprio respiro.
Ciò che ho sofferto
non è tutta la mia storia.
È una stanza attraversata,
non la casa intera.
È il punto da cui ho imparato
a guardare più lontano,
senza chiedere al passato
il permesso di continuare.

La Forma Segreta del Ritorno: smettere di appartenere al passato

La guarigione, secondo i magnifici versi del poeta, non giunge mai con l’aspetto di un miracolo eclatante, ma si manifesta in gesti minuscoli, invisibili, come l’aprire una semplice porta al mattino.
LA FORMA SEGRETA DEL RITORNO
Un giorno smetterò di contare
quante volte la vita mi ha ferito.
Conterò invece
le volte in cui ho scelto
di non diventare la mia ferita.
Forse ci sarà un mattino semplice:
una finestra socchiusa,
la luce ferma sulle mani,
un respiro che non chiede nulla,
il mondo che ricomincia
senza annunciarsi.
Allora comprenderò
che la guarigione non sempre
arriva con il volto di un miracolo.
A volte è quasi invisibile.
È alzarsi.
Respirare.
Aprire una porta.
Ricominciare.
La pace, forse,
non è cancellare ciò che è stato.
È poterlo guardare
senza inginocchiarsi davanti ad esso.
E andare avanti
non come chi ha dimenticato,
ma come chi finalmente
ha smesso di appartenere
alla propria ferita.

Finché il domani respira: l’ultima parola negata all’oscurità

L’opera si chiude con un profondo, rassicurante e laico inno alla speranza. Un invito ad accettare l’esistenza delle tenebre, ma conservando la ferma e lucida consapevolezza dell’esistenza del sole.
FINCHÉ IL DOMANI RESPIRA
Se la strada si allunga,
non significa che abbia smarrito il senso.
Se il cielo si oscura,
il sole non ha smesso di esistere:
ha soltanto oltrepassato
per qualche ora il nostro sguardo.
Ho camminato con il peso degli anni,
con sogni rimasti a metà,
con domande che cercavano
un nome abbastanza grande
da contenerle.
Eppure ogni passo
ha lasciato una traccia.
Sono ancora qui.
A volte è tutto ciò che posso dire.
A volte è già abbastanza.
Non prometto una vita
senza dolore.
Prometto soltanto
di continuare a cercare
ciò che sa renderlo più piccolo:
una parola,
un incontro,
un’idea,
una pagina,
una luce.
Perché il domani non deve essere grande
per essere possibile.
Finché esiste un giorno dopo,
la notte non possiede l’ultima parola.
E finché un uomo
riesce ancora a pronunciare
il proprio nome,
qualcosa in lui
sta già tornando alla luce.

(Traduzione italiana a cura di Arbër Ramadani – Pristina, Kosovo)

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