LE DISGRAZIE ALTRUI, UN TEATRO SEMPRE PIENO ! | FILO DIRETTO CON I LETTORI DI ALESSANDRA HROPICH
- Scritto da Alessandra Hropich
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Redazione- Gentile Alessandra,lo sa che non ne posso proprio più di vedere immagini di sciagure in tutte le salse e a tutte le ore?
In televisione, sui giornali, sui social: ogni fatto grave o anche solo marginale viene sviscerato fino allo sfinimento. Mi chiedo a cosa serva raccontare ogni dettaglio, ogni particolare, ogni minimo risvolto emotivo.
Non esiste più una semplice informazione dei fatti, ma un approfondimento continuo e ossessivo di ogni disgrazia. Ma noi lettori o telespettatori cosa ci guadagniamo?
Impariamo forse qualcosa?
Diventiamo più consapevoli o più colti?
Se davvero non impariamo mai nulla, perché continuare con dettagli su dettagli di ogni notizia di cronaca nera?
Diventiamo più intelligenti o più imbecilli?
Io opto per la seconda ipotesi.
Ha notato anche lei questo fenomeno o sono solo io a farci caso?
Agostino da Locarno
Le disgrazie altrui sono da sempre lo spettacolo più affollato del teatro umano. Gli spettatori non accorrono per imparare, ma per placare quella sete segreta e inconfessabile di assistere alla caduta degli altri. C’è un brivido sottile, quasi piacevole, nell’osservare la sfortuna altrui da una posizione di sicurezza.
Non è un fenomeno nuovo. Nell’antica Roma, migliaia di persone si riversavano al Colosseo per assistere a uomini che bruciavano vivi o venivano sbranati dalle belve. Oggi, fortunatamente, non c’è il sangue versato nell’arena, ma la dinamica è simile. Non tutti sono capaci di guardare un uomo che brucia come ai tempi del Colosseo, ma molti – e ho potuto constatarlo per anni – stanno perfettamente a loro agio quando apprendono notizie di disgrazie, tragedie e drammi, purché riguardino gli altri. In questi casi, un intimo e taciuto godimento pervade l’ animo di chi si nutre delle disgrazie altrui.
Oggi molti accendono la televisione o scorrono i social per assistere, comodamente seduti sul divano, alle tragedie, agli errori, alle cadute morali o personali degli altri. Queste persone non sono poche, ed è anche per questo che si moltiplicano gli approfondimenti continui sulle stesse tragedie, consumate fino all’esaurimento, in attesa di nuovi eventi traumatici altrui da osservare e metabolizzare.
Sui social, la sete di vendetta e il bisogno di infierire su qualcuno o qualcosa, è una forma di cattiveria camuffata: basta una frase sbagliata, un errore, una fragilità esposta, e subito si scatena lo spettacolo dell’ umiliazione pubblica. Ognuno si sente giudice, giuria ed esecutore, senza conoscere davvero la persona che sta condannando perché si ha voglia di insultare e denigrare qualcuno per sfogare la propria rabbia.
Comunque, i continui e ossessivi approfondimenti su tragedie e fatti di cronaca non rispondono a un bisogno di conoscenza, ma a un bisogno emotivo: ricordare, rivivere e consumare le disgrazie altrui. È una valvola di sfogo per frustrazioni personali, un modo per sentirsi migliori, più forti, più fortunati di chi è caduto, è una via di fuga dalla vita monotona e non gratificante.
Questi approfondimenti, che garantiscono ascolti e clic a televisioni e giornali, non arricchiscono il bagaglio culturale della collettività. Al contrario, spesso, alimentano un’ indignazione di facciata e un piacere nascosto che nessuno è disposto ad ammettere.
Dunque no, Agostino, non è solo lei a farci caso.
La differenza è che lei ha avuto il coraggio di scrivere ciò che pensa e vede.
Glielo dice chi conosce bene l’animo umano e sa che certi divertimenti, proprio perché inconfessabili, restano sempre accuratamente negati.
La curiosità morbosa e continua può nascondere molto di più di un semplice bisogno di informarsi.
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