Rimani in contatto con noi
#

Cultura

Regina Resta, la voce poetica dell’impegno civile: la forza della donna tra versi e solidarietà

La cultura italiana non sarebbe la stessa senza la straordinaria, vitale e vulcanica dedizione di donne come Regina Resta! Scrittrice, attivista sociale, volontaria Caritas e fondatrice dell’associazione internazionale VerbumlandiArt, la Resta dedica la sua intera vita alla promozione dell’arte e della solidarietà, portando i suoi eventi persino all’attenzione e al plauso del Quirinale. Ma è attraverso i suoi profondissimi versi poetici che rivela tutta la sua potenza emotiva: dalla dolce carezza romantica di “Amo il buio”, fino allo straziante e disperato grido civile contro lo stupro contenuto nel capolavoro “Quello che resta”. Una vera guerriera della parola che non cerca facili applausi!👇

Pubblicato

a

Regina Resta

Galatone – Il vastissimo e spesso frammentato panorama culturale e letterario italiano e internazionale si nutre silenziosamente e costantemente dell’opera instancabile, profonda e visionaria di figure femminili di straordinario spessore umano e intellettuale. Tra queste spicca senza dubbio l’eccezionale profilo biografico e artistico di Regina Resta: affermata scrittrice, sensibilissima poetessa, vulcanica promotrice culturale e, dal 2012, inossidabile Presidente e instancabile fondatrice di VerbumlandiArt APS (un’associazione culturale di respiro internazionale nata con l’ambiziosa finalità primaria di promuovere la letteratura, l’arte e il complesso dialogo di pace tra popoli e culture differenti). Nata storicamente e orgogliosamente a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, Regina Resta ha saputo fondere magistralmente nel corso della sua esistenza la ferrea razionalità degli studi in Scienze Biologiche (intrapresi in gioventù presso l’Università degli Studi “Federico II”) con un amore sconfinato e viscerale per l’umanesimo, la parola scritta e l’aiuto concreto agli ultimi. Trasferitasi successivamente a Galatone, nel cuore caldo e accogliente del Salento, ha brillantemente affiancato alla faticosa ma gioiosa vita familiare (è felicemente madre di tre figli) uno straordinario, intenso e quarantennale percorso di puro volontariato e impegno sociale, collaborando strettamente con la Caritas Diocesana e ricoprendo l’assai gravoso incarico di responsabile della Caritas Parrocchiale nella Diocesi di Nardò-Gallipoli.

I grandi successi con VerbumlandiArt e i premi internazionali

La grandissima passione per la promozione culturale e l’impegno civile non è mai rimasta confinata nel recinto del privato, ma è letteralmente esplosa sfociando in progetti giganteschi e duraturi che hanno valicato rapidamente i confini nazionali.
Attraverso la sua creatura prediletta, la VerbumlandiArt APS (di cui ricoprirà l’ambita e faticosa carica di Presidente fino al 2027), Regina Resta ha partorito, ideato e concretamente promosso un’infinità di progetti editoriali, premi letterari, festival, rassegne, incontri e convegni in Italia e all’estero. Tra i fiori all’occhiello assoluti della sua sterminata produzione culturale spicca senza ombra di dubbio il Premio Internazionale d’Eccellenza “Città del Galateo – Antonio de Ferrariis”, una manifestazione di tale enorme pregio e importanza da aver persino ottenuto il formale e prestigiosissimo riconoscimento della Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana. A questo colosso si affiancano altre iniziative meravigliose come il Premio “La Voce dei Poeti”, il Festival Italia-Uzbekistan, la Catena Donna per la Pace e l’immenso e toccante progetto “Divinamente Donna”, strutturato e pensato esclusivamente per la sacrosanta valorizzazione sociale della figura femminile e la dura sensibilizzazione contro ogni subdola e schifosa forma di violenza di genere. Un impegno coraggioso e multiforme che la vede attiva anche come editrice del bimestrale VerbumPress e come conduttrice della web-rubrica “Verbumlandia” su MyBoxTV.

“Amo il buio” e “La strada che ancora non vedo”: versi di resilienza

L’enorme spessore intellettuale e organizzativo di Regina Resta trova però la sua massima, pura e incontaminata espressione e sublimazione all’interno della sua sterminata e profondissima produzione poetica. I suoi versi sono lame affilate che accarezzano, consolano e scuotono il lettore nel profondo.
Nella sua splendida lirica “Amo il buio”, la poetessa esplora con enorme maestria, sensualità e delicatezza il tema dell’intimità amorosa e del rifugio sicuro offerto dall’oscurità complice, lontano dagli occhi spietati del mondo esterno:

Amo il buio / quando mi avvolge piano / e diventa rifugio / quando mi nasconde al mondo / e mi lascia soltanto a te. / Nel sonno cerco / quella piccola fessura di luce / che attraversa la stanza / quanto basta per ricordarmi / che esiste ancora la realtà. / Poi arriva la tua carezza / leggera sulla guancia / come una promessa silenziosa / che scioglie ogni paura. / Amo le tue mani / quando mi cercano / quando sfiorano la mia anima / e arrivano là / dove nessuno sa arrivare. / Sono brividi profondi / scosse che attraversano il corpo / e si trasformano in desiderio. / Tu mi sussurri / «bellissima» / e io, senza più difese, / nel buio che ci custodisce / ti grido piano: / ti amo.

Di tenore completamente diverso, ma altrettanto titanico, potente e intimo, è il canto dedicato all’infinita, silente e ostinata resilienza umana, magistralmente dipinto e tratteggiato in “La strada che ancora non vedo”:

Tra i miei alberi / e il silenzio che mi somiglia / nascondo sogni che fanno paura / perché chiedono tutto / e non promettono nulla. / Li nutro di pazienza / li difendo dal dubbio / li rialzo ogni volta / che la vita li piega. / Non faccio rumore. / Non cerco applausi. / Ho imparato che certe vittorie / maturano lontano dagli occhi / e fioriscono quando nessuno guarda. / A chi dice non ce la farai / non rispondo. / Non conoscono la mia terra / né le radici che mi tengono / quando il vento insiste. / Io continuo. / Con la paura in tasca / e il coraggio ancora da scoprire / un passo dopo l’altro / verso ciò che oggi / sembra irraggiungibile.

“Quello che resta”: un grido straziante contro la violenza

Il vero e assoluto capolavoro emotivo, civile e sociale dell’intera poetica di Regina Resta si materializza però inevitabilmente e tragicamente di fronte alla tematica, purtroppo attualissima, dell’orrore indicibile e senza fine della violenza bruta e animale perpetrata brutalmente e vigliaccamente contro le donne.
La sua lirica “Quello che resta” non è affatto una semplice poesia, ma un vero e proprio, devastante e doloroso pugno dritto nello stomaco per il lettore. È un’immedesimazione psicologica assoluta, viscerale, spietata e totale nell’orrore incolmabile, muto e indelebile subito in silenzio dalla vittima sacrificale di uno stupro, la cui anima si spezza definitivamente, anche se le ferite inferte non sono esternamente visibili:

Io so cosa prova una donna stuprata. / So il dolore / quando il corpo diventa prigione / e la paura non trova una porta. / So le lacrime trattenute / lo smarrimento / la disperazione che non fa rumore. / So come si prega dentro di sé / perché finisca / come si invoca Dio / fra i denti serrati / non per essere salvata / ma soltanto / per riuscire a resistere ancora un minuto. / E mentre tutto accade / si muore un poco / senza morire davvero. / Poi viene il silenzio. / Il corpo resta lì / ma qualcosa si è spezzato / in un punto che nessuno vede. / Rimane lo schifo / l’orrore della propria pelle / la vergogna che non appartiene alla vittima / eppure le si incolla addosso. / E rimane una certezza terribile / nessuno potrà mai sapere / fino in fondo / che cosa è accaduto dentro di lei. / Perché certe ferite / non sanguinano. / Restano.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura

Eva Petropoulou-Lianou in corsa per il Nobel: la poesia greca che guarisce l’anima

Dal giornalismo d’assalto in trincea alla meritatissima e gloriosa candidatura al Premio Nobel per la Pace 2024: la straordinaria vita della poetessa greca Eva Petropoulou-Lianou è un inno alla speranza! Già insignita di premi prestigiosi come il Books for Peace (supportato dall’UNESCO) e il Nelson Mandela Award, l’autrice ha dedicato la sua intera e faticosa esistenza alla difesa dei diritti umani attraverso la letteratura per bambini e la poesia. Nel suo potentissimo, intimo e commovente capolavoro intitolato “Perdono”, la scrittrice esplora le profondità più oscure e fragili dell’anima, chiedendo di saper perdonare non con la logica della vendetta umana, ma con la sublime e inarrivabile compassione di un Angelo. Una lettura profonda, catartica e terapeutica per il cuore!👇

Pubblicato

a

Eva Petropoulou-Lianou

Atene – Nel panorama letterario e culturale internazionale contemporaneo, spesso dominato da narrazioni frenetiche, ciniche e superficiali, esistono figure luminose e rare che dedicano interamente la propria complessa esistenza alla faticosa, silente e nobilissima ricerca della pace e della solidarietà umana. Una di queste straordinarie eccezioni intellettuali è senza ombra di dubbio la grandissima Eva Petropoulou-Lianou. Pluripremiata autrice di enorme successo, sensibile poetessa greca specializzata nella delicatissima narrativa per bambini, orgogliosa Ambasciatrice di Pace e instancabile rappresentante letteraria su scala globale, la sua affascinante biografia personale rappresenta un vero e proprio e inestimabile inno alla forza catartica della parola scritta. Nata professionalmente tra le rigide e fredde redazioni come brillante giornalista d’assalto, Eva ha successivamente, coraggiosamente e felicemente deciso di trasformare radicalmente la propria vocazione comunicativa. È diventata infatti una prolifica scrittrice a tempo pieno, pubblicando numerosi e fortunati libri e contribuendo attivamente e capillarmente a innumerevoli e giganteschi progetti culturali globali. Il suo strenuo e inossidabile impegno civico, unito a una penna di rara sensibilità emotiva, le ha fruttato nel corso degli anni dei riconoscimenti internazionali di altissimo prestigio, tra cui spiccano il rinomato Books for Peace (sostenuto dall’UNESCO) e l’ambito International Nelson Mandela Peace Award. Una carriera monumentale e inarrestabile che l’ha portata oggi a toccare il vertice assoluto e irraggiungibile: la meritatissima candidatura ufficiale al Premio Nobel per la Pace 2024.

Dal giornalismo all’impegno internazionale: una vita per la pace

Il tortuoso, lungo e affascinante percorso umano e professionale di Eva Petropoulou-Lianou non è affatto quello di una poetessa rinchiusa comodamente in una torre d’avorio, lontana dai drammi del mondo.
Al contrario, la sua solida e ruvida formazione giornalistica le ha brutalmente e precocemente permesso di toccare con mano le infinite fragilità, le ingiustizie sociali e le sanguinose divisioni che affliggono quotidianamente la nostra moderna società. Questa dolorosissima e prolungata presa di coscienza civile l’ha spinta inesorabilmente a cercare una potentissima forma di “guarigione” alternativa, trovandola meravigliosamente e definitivamente proprio nella letteratura per l’infanzia e nella poesia. Rivolgersi ai bambini, considerati da Eva come gli unici e veri custodi del nostro fragile futuro, significa infatti seminare oggi le preziose e indispensabili basi per poter costruire faticosamente e caparbiamente una pacifica società di domani. Il suo strenuo impegno in qualità di orgogliosa Ambasciatrice di Pace non si è mai limitato a sterili dichiarazioni d’intenti o vuoti proclami televisivi, ma si è costantemente e capillarmente tradotto in azioni concrete e tangibili: l’ideazione e la partecipazione attiva a innumerevoli progetti educativi transnazionali, l’organizzazione di prestigiosi festival letterari multiculturali e la tenace e duratura creazione di un solido ponte intellettuale tra l’antica saggezza greca e le nuove pulsioni artistiche mondiali.

La potenza catartica dei versi: l’analisi del capolavoro “Perdono”

Ma il vero, enorme e assoluto peso specifico dell’anima intellettuale e artistica della candidata al Premio Nobel si evince in maniera devastante, chirurgica e cristallina immergendosi totalmente e senza alcun pregiudizio nella lettura intima dei suoi splendidi e commoventi versi poetici.
Tra le tantissime, preziose e profonde liriche partorite magistralmente dalla sua penna d’oro, spicca per intensità emotiva, maturità spirituale e urgenza comunicativa la poesia significativamente e semplicemente intitolata “Perdono”. In questa breve ma densissima composizione, l’autrice greca affronta frontalmente e coraggiosamente uno dei sentimenti umani in assoluto più complessi, difficili, dolorosi e divini che esistano. Il perdono non viene affatto banalizzato o descritto come una facile o scontata concessione umana, ma viene elevato poeticamente e spiritualmente a un atto di sovrumano eroismo emotivo. “Una parola che nasce da un cuore coraggioso”, scrive significativamente la Petropoulou-Lianou nel primissimo e incisivo verso, mettendo subito in chiaro l’enorme e incalcolabile fatica psicologica necessaria per riuscire a superare la ferita, lasciare andare il forte e giustificato rancore per poter infine abbracciare la liberazione interiore. La poetessa chiede in modo spiazzante al suo misterioso e sofferente interlocutore di elevare il proprio giudizio terreno, superando per un istante le pesanti e logoranti dinamiche della vendetta umana per avvicinarsi coraggiosamente a una purissima compassione di tipo divino e celestiale.

Il testo integrale della poesia: un ponte tra terra e cielo

La dolorosa supplica spirituale descritta dalla scrittrice si trasforma progressivamente e inesorabilmente nel corso delle strofe in un viaggio mistico, solitario, oscuro e affascinante dell’anima stessa.

Una parola che nasce da un cuore coraggioso. / Non ti chiedo di perdonare come un essere umano, / ti chiedo di perdonare come un Dio, / perché LUI ha la bontà e la generosità / di vedere l’errore dell’essere umano. / Ti chiedo di perdonare non come un uomo, / ma come un Angelo che, ogni giorno e ogni notte, / viaggia dalla Terra al cielo…. / Non ho bisogno di alcun foglio, / verde o blu. / Ho visto il tuo cuore, / lo avevi lì, davanti a me… / Ho compreso quel silenzio, / quel silenzio d’argento. / Sono dannata tra il cielo e la terra… / Sono soltanto un’anima che viaggia da sola… / Alla ricerca del perdono.

In questi potentissimi, vibranti e conclusivi versi finali, l’autrice dipinge con estrema, vivida e dolorosa chiarezza la straziante e disperata solitudine insita nella perenne condizione umana (“Sono dannata tra il cielo e la terra”). Ma proprio in questa immensa fragilità esistenziale si nasconde il seme vitale della speranza ultima: la ricerca ininterrotta e disperata del perdono universale diventa l’unico, possibile e luminoso faro in grado di guidare un’anima tormentata attraverso il buio. Un messaggio universale, profondo e catartico che giustifica ampiamente la sua meritatissima corsa verso il Nobel di Oslo.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Cultura

Un ricordo che rivestì l’anima: la toccante storia di Mara e il crudele volto della demenza

La memoria può svanire nel nulla, ma l’anima dimentica davvero ciò che ha amato fare? In una toccante, straziante e meravigliosa riflessione narrativa, Sabina Darova racconta la commovente storia di Mara, una donna affetta da grave e crudele demenza precoce. Confusa e smarrita nel presente, Mara ha dimenticato luoghi e familiari, ma non il suo antico lavoro di abile sarta. Davanti a una vecchia fotografia in bianco e nero mostratale da un’infermiera, accade un piccolo e meraviglioso miracolo della mente: non riconosce il volto della donna ritratta, ma riconosce la stoffa e il taglio del vestito che lei stessa le aveva cucito tanti anni prima. E in quel minuscolo e prezioso ricordo ritrovato, ha potuto ritrovare e riabbracciare finalmente se stessa!👇

Pubblicato

a

Sabina Darova

Roma – Esistono professioni umane, silenziose e faticose che non si misurano in fatturati, uffici o scadenze aziendali, ma si calcolano e si pesano esclusivamente nell’incredibile mole e varietà di vite umane che si è costretti o si ha il privilegio di incrociare sul proprio cammino lavorativo. Chi svolge quotidianamente professioni di ascolto, cura e assistenza medica si ritrova spesso e volentieri ad attraversare un vero e proprio e sterminato mare fatto unicamente di storie: narrazioni liete, racconti tragici e dolorosi, manifestazioni di puro e indomito coraggio e ammissioni di tenera fragilità. In un suo recentissimo e profondissimo editoriale narrativo, intitolato poeticamente “Un ricordo che rivestì ancora una volta l’anima”, la scrittrice Sabina Darova ci accompagna per mano, con enorme e delicato tatto, proprio in una di queste fragili storie. È una narrazione venata di una profondissima e discreta malinconia, capace di colpire e scuotere il lettore nel punto in assoluto più vulnerabile dell’animo umano. L’autrice porta alla luce e all’attenzione del vasto pubblico un fenomeno sociale e sanitario sempre più inquietante, triste e diffuso nella nostra moderna società: il vertiginoso e inarrestabile aumento di persone relativamente giovani, spesso donne tra i sessanta e i settanta anni d’età (definite dall’autrice come “giovani anziane”), che vengono colpite all’improvviso dal crudele e inesorabile ladro dei ricordi: la demenza.

Il mestiere come scudo: l’arte del cucito contro la malattia

La dolorosa e commovente storia che fa da perno centrale all’intero e magistrale racconto ruota attorno a una donna che la scrittrice decide di chiamare amorevolmente con il nome di fantasia di Mara.
La povera, fragile e smarrita Mara vive ormai costantemente e tragicamente intrappolata in un presente liquido e sfuggente, dove i nomi dei propri cari, i luoghi familiari e persino il semplice alternarsi delle stagioni si confondono in una dolorosa e disorientante nebbia mentale. Ma c’è una cosa, una singola, fortissima e luminosa ancora di salvezza che la crudele malattia neurologica non è ancora incredibilmente riuscita a portarle via in modo definitivo: l’incancellabile ricordo legato alla sua antica professione lavorativa. Mara, infatti, è stata una grandissima, talentuosa e abile sarta. Costretta fin dalla gioventù a fuggire e difendersi dalle atrocità e dalle persecuzioni politiche di uno spietato regime comunista, aveva imparato amorevolmente dalla madre la precisissima e antica arte del cucire, trasformando abilmente le sue piccole e laboriose mani nell’unico, solido e vitale strumento di emancipazione e sopravvivenza. Mentre la sua intera identità anagrafica si disgrega e svanisce inesorabilmente giorno dopo giorno sotto i colpi silenziosi della demenza senile, l’inattaccabile memoria meccanica, tattile e artistica del suo antico e amato mestiere resiste stoicamente e caparbiamente, come un preziosissimo e lucente frammento di roccia in mezzo alla forte tempesta del decadimento cognitivo.

L’incontro con la vecchia fotografia: il miracolo di un abito

L’episodio cardine e assolutamente straziante dell’intero, meraviglioso racconto di Sabina Darova si consuma delicatamente e improvvisamente quando un’infermiera della struttura sanitaria si avvicina lentamente alla signora Mara, porgendole con cura tra le mani una vecchissima e consumata fotografia in bianco e nero.
Ciò che accade nei minuti immediatamente successivi è la descrizione di un vero e proprio e fugace miracolo della mente umana. Mara osserva l’immagine consunta con estrema ed esasperante lentezza, accarezzandone i fragili bordi con dita tremanti e segnate dal tempo. Inizialmente sembra non riconoscere alcunché, ma poi, all’improvviso, un guizzo infantile, netto e limpidissimo le accende magicamente lo sguardo spento. Il suo fragile e nodoso dito si posa con estrema e chirurgica sicurezza non sul volto della ragazza ritratta nella vecchia foto, bensì sulle pieghe del suo indumento. “Questo vestito… l’ho cucito io!”, esclama improvvisamente Mara, ritrovando istantaneamente una voce solida, ferma e sicura che non le apparteneva ormai da tantissimo tempo. La memoria professionale della sarta esplode e inonda la stanza di dettagli tecnici, affascinanti e incredibili: si ricorda nitidamente la consistenza leggera e morbida di quella specifica e pregiata stoffa importata dall’Italia, si rammenta della complessità di quel particolare cartamodello, e descrive con orgoglio e commozione come quell’abito scivolasse e cadesse perfettamente sul corpo della ragazza che lo indossava all’epoca. La commozione generale esplode e raggiunge livelli insostenibili quando l’infermiera, in lacrime, rivela teneramente a Mara: “Quella ragazza nella fotografia sono io”.

L’illusione della memoria e il crudele ritorno al buio dello smarrimento

L’abbraccio lungo, sincero, fortissimo e silenzioso che segue questa incredibile rivelazione riesce nel magico, commovente e titanico intento di sconfiggere, fermare e riportare indietro lo scorrere impietoso del tempo, azzerando istantaneamente ogni distanza anagrafica e barriera neurologica.
Per un singolo, preziosissimo e inestimabile istante di purissima e lucente eternità, Mara non è più l’anziana paziente confusa, disorientata e spaventata rinchiusa in una fredda struttura medica, ma torna a essere orgogliosamente e fieramente l’abile, stimata e preziosa sarta di un tempo, ritrovando finalmente per pochi secondi il pieno contatto con la propria perduta dignità e identità umana. Ma la demenza, come giustamente e amaramente osserva la narratrice, è una malattia spietata, vigliacca, imprevedibile e tremendamente crudele. La debole e flebile finestra sul passato si richiude purtroppo con la stessa tragica ed estrema velocità con cui si era aperta. Terminata l’emozione dell’abbraccio catartico, lo smarrimento più totale ricade nuovamente e inesorabilmente sul volto rugoso di Mara come una spessa e insormontabile coperta di piombo. Fissando dolcemente la sua interlocutrice con l’innocenza spaventata di una bambina smarrita in un bosco, le domanda disperatamente: “Chi sei? Portatemi a casa… sono in ritardo”. Le parole finali di Sabina Darova risuonano amaramente nell’aria silenziosa: quel giorno la paziente Mara non è riuscita purtroppo a ricordare consapevolmente il nome di una persona, ma ricordando la consistenza e le cuciture del suo abito ha potuto ricordare, per qualche magico e prezioso minuto, soprattutto se stessa.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Cultura

La donna che aveva paura del mondo: la toccante riflessione di Menda Vreto sulla solitudine

Siamo davvero sicuri che le persone solitarie o “ostili” siano semplicemente cattive? La toccante, profondissima e commovente riflessione della scrittrice Menda Vreto (intitolata “La donna che aveva paura del mondo”) smonta crudelmente e pezzo per pezzo i nostri giudizi più banali. Raccontando la storia di Lucia, una donna barricata in casa da anni per difendersi dal dolore di antiche ferite, l’autrice ci dimostra la straordinaria e inarrestabile potenza di un piccolo gesto gentile. Per salvare chi si è isolato dal consorzio umano non servono discorsi eroici o dimostrazioni di forza bruta: a volte basta semplicemente la silenziosa e disinteressata pazienza di raccogliere un mazzo di fiori e restare ostinatamente in piedi fuori da una porta chiusa, aspettando che venga riaperta. Nessuna anima è perduta finché c’è amore!👇

Pubblicato

a

Paura del mondp

Roma – Viviamo distrattamente e freneticamente circondati da esistenze silenziose, sfiorando quotidianamente decine di porte serrate a doppia mandata dietro le quali, molto spesso e tragicamente, si nascondono abissi di inesprimibile, muta e prolungata sofferenza. Proprio a questa invisibile, vasta e dolorosissima platea di anime ferite e isolate è dedicata l’ultima, profondissima e toccante riflessione narrativa firmata dalla sensibile penna della scrittrice Menda Vreto, intitolata suggestivamente “La donna che aveva paura del mondo”. Attraverso il racconto delicato, crudo e metaforico della vita di Lucia, una donna barricata da anni all’interno della propria abitazione per sfuggire al brutale contatto umano, l’autrice ci invita coraggiosamente e lucidamente ad abbandonare i nostri superficiali pregiudizi sociali per compiere un viaggio empatico all’interno della più oscura solitudine umana. Il racconto di Vreto non è semplicemente la narrazione cronistica di un salvataggio emotivo, ma rappresenta in tutto e per tutto un vero e proprio manifesto psicologico sulla vitale, disperata e strutturale necessità di amore che caratterizza l’essere umano, e sulla pazienza straordinaria, ostinata e rivoluzionaria che è categoricamente richiesta a chiunque desideri veramente guarire le profonde ferite psicologiche invisibili del prossimo.

Il silenzio assordante di una casa: il dolore che isola

L’inizio del racconto ci presenta una dicotomia visiva tanto affascinante quanto spaventosamente comune nelle nostre moderne comunità sociali.
Esistono infatti abitazioni che, osservate distrattamente dall’esterno, appaiono ancora vitali, curate e colorate: i giardini rigogliosi e fioriti, le finestre apparentemente intatte, le tende che danzano lievi al ritmo del vento serale. Eppure, una volta varcata la soglia, l’aria diventa istantaneamente irrespirabile, densa e carica di un’atmosfera stagnante. Non si tratta affatto della drammatica e materiale povertà economica, e nemmeno dei visibili e debilitanti danni fisici causati da una grave malattia organica. Il nemico invisibile e spietato che ha spento lentamente e inesorabilmente quelle mura domestiche è “quella lenta assenza d’amore che consuma l’anima più della malattia”. È esattamente così che trascorreva la sua intera, cupa esistenza la protagonista Lucia, auto-esiliatasi crudelmente dal consorzio umano, incapace di aprire la porta a chiunque. La reazione istintiva, superficiale e banale dei compaesani di fronte a un simile ed estremo e radicale isolamento è quella tristemente tipica del giudizio sommario: etichettare sbrigativamente e crudelmente la persona come pazza, incomprensibile, ostile o fondamentalmente cattiva e misantropa. Ma, come ci ricorda meravigliosamente l’autrice: “spesso gli uomini chiamano cattiveria ciò che invece è soltanto una ferita troppo lunga”.

Il rifiuto come scudo: la paura dietro la diffidenza

L’arrivo della narratrice davanti a quella temuta e sbarrata porta di legno chiusa da anni, in un corridoio odoroso di polvere e tempo inesorabilmente fermo, segna il delicatissimo ed esplosivo punto di svolta emotivo dell’intera vicenda narrata.
Alla semplice, calma e rassicurante dichiarazione di intenzioni pacifiche (“Non sono venuta per farti del male”), la reazione violenta e istintiva di Lucia è quella di urlare disperatamente, ordinando alla presunta intrusa di andare immediatamente via. Qualsiasi persona normale, offesa o spaventata da tanta aggressività verbale, avrebbe istantaneamente voltato le spalle per andarsene indignata, liquidando il caso come irrisolvibile o senza speranza. Menda Vreto, invece, coglie lucidamente e compassionevolmente la profonda verità psicologica celata e dissimulata da quelle urla disperate: in quelle parole tremanti non vi era mai stato alcun reale odio verso il prossimo, ma vi dimorava unicamente, tragicamente e disperatamente una gigantesca, antica e consumata paura emotiva. L’anima umana, come un animale selvatico ferito a morte dalle trappole dei cacciatori, non nasce mai diffidente e aggressiva. Lo diventa inevitabilmente e strutturalmente soltanto dopo aver subito ed elaborato troppe, insopportabili delusioni, troppi abbandoni improvvisi e troppa umiliante solitudine senza via di fuga.

I fiori selvatici e il potere rivoluzionario dei piccoli gesti

La straordinaria intuizione risolutiva della narratrice non si concretizza attraverso lunghi e complessi discorsi filosofici o forzature fisiche per abbattere la porta, ma passa attraverso la rivoluzionaria e commovente potenza di un gesto semplice, minuscolo e assolutamente disinteressato.
Uscita nel disordinato e selvatico giardino della casa, raccoglie un improvvisato e colorato mazzo di fiori selvatici, intesi metaforicamente come creature viventi e fragili che, esattamente come l’isolata Lucia, patiscono atrocemente la terribile sofferenza di non essere mai guardate e amate da nessuno. Il gesto di porgere sommessamente quei semplici fiori attraverso lo stretto, buio e spaventoso spiraglio della porta schiusa innesca un autentico, istantaneo e irripetibile miracolo umano ed emotivo. Lucia, con le mani tremanti per il terrore e l’emozione repressa, accetta quel piccolo e inatteso dono come se si trattasse di una sacra e rarissima reliquia religiosa, e reagisce compiendo l’atto più intimo, vulnerabile e spiazzante possibile: un bacio disperato. Un bacio silenzioso, privo di parole, privo di sorrisi e privo di finzioni, che conteneva in un solo attimo “tutta la fame d’affetto accumulata in anni di solitudine”. La straziante constatazione finale è amara, dura ma assolutamente vera: il corpo umano può forse sopportare stoicamente la fame materiale e il freddo glaciale, ma senza la vitale e necessaria fiamma dell’amore, la mente e lo spirito si spengono lentamente, svanendo fino a dimenticare la propria stessa esistenza e umanità.

Nessuno è perduto se qualcuno bussa con gentilezza

La morale profonda, universale e rassicurante che chiude magistralmente questo piccolo ma immenso e luminoso capolavoro letterario di riflessione si pone in netto e totale contrasto con le logiche utilitaristiche, frenetiche e prestazionali del mondo moderno.
Siamo spesso erroneamente, ostinatamente e presuntuosamente convinti che per “salvare” realmente una persona depressa o in gravi difficoltà psicologiche siano strettamente e obbligatoriamente necessarie grandi, eroiche ed eclatanti azioni pubbliche o complicatissimi discorsi motivazionali. In realtà, la medicina più efficace, potente e introvabile di tutte è semplicemente la silenziosa, solida e incrollabile costanza della presenza umana pura. Come ci insegna delicatamente Menda Vreto, il nostro cuore spaventato è del tutto simile a quella vecchia porta di legno chiusa e impolverata: più la vita ci ha profondamente ferito e tradito, più ci barrichiamo dentro per terrore di esporci a nuove sofferenze. Ma anche nel punto più profondo, nero e gelido dell’abisso dell’isolamento volontario, ogni essere umano continua disperatamente e segretamente a sperare, attendere e pregare che arrivi finalmente qualcuno disposto a bussare a quella porta con semplice, disinteressata e ostinata gentilezza. La vera, ultima e luminosa speranza del genere umano risiede proprio nella consapevolezza che nessuna singola anima è irrimediabilmente perduta e dannata, finché esisterà su questa terra una sola, incredibile persona capace di offrire amore senza pretendere assolutamente nulla in cambio.

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google

Rimani sempre aggiornato!

Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.

⭐ Seguici su Google
Continua a Leggere

Articoli di Tendenza