ROMA SVELA IL SUO CUORE CULTURALE: UN GIOVEDÌ TRA ARTE, STORIA E PENSIERO CON LA SOVRINTENDENZA CAPITOLINA
Giovedì 28 maggio Roma ti aspetta con tre eventi culturali imperdibili! 🎨 Esplora arte, storia e filosofia con la Sovrintendenza Capitolina in un’unica giornata. Ingresso libero! 🏛️✨
#RomaCultura #EventiRoma #SovrintendenzaCapitolina #ArteStoria
Redazione- Giovedì 28 maggio si prospetta come una giornata imperdibile per gli amanti della cultura a Roma, grazie a un ricco e variegato calendario di appuntamenti curato dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Tre eventi distinti, distribuiti in alcuni dei luoghi più iconici della Capitale, offriranno un viaggio affascinante tra arte contemporanea, storia medievale e moderna, e approfondimenti letterari e filosofici di grande spessore, tutti ad ingresso libero. Un’occasione unica e gratuita per cittadini e visitatori di esplorare la profondità e la varietà del patrimonio culturale romano.
Il primo appuntamento, fissato per le ore 16.00, si terrà presso la prestigiosa Galleria d’Arte Moderna (GAM) di via Francesco Crispi. Qui, nell’ambito del ciclo “Incontriamoci alla GAM”, si svolgerà un dialogo esclusivo con l’artista Elisa Montessori e Laura Iamurri dell’Università Roma Tre. Questo incontro di rilievo si inserisce nella celebrazione del centenario della GAM, “GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025”, una mostra che prosegue a lungo, fino all’11 ottobre 2026. La conversazione promette di svelare la poliedrica produzione della Montessori, un’artista la cui opera spazia con maestria tra astrazione ed evocazione figurativa, abbracciando pittura, disegno e fotografia. Un’occasione imperdibile per i presenti sarà anche quella di ammirare le opere che la pittrice ha di recente donato alla Galleria, arricchendone la già vasta collezione. Inoltre, in via del tutto eccezionale, il pubblico potrà visionare il suggestivo libro d’artista “Donne – Farfalle” del 2019, un’opera che incarna la delicatezza e la forza della sua poetica. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti, invitando tutti a scoprire un’eccellenza dell’arte contemporanea italiana.
Proseguendo il percorso culturale della giornata, alle ore 16.30, il Museo di Roma a Palazzo Braschi aprirà le sue porte per una conferenza ricca di spunti intitolata “Produzione e potere pubblico in Italia centrale tra XII e XVI secolo”. Questo evento, parte integrante del ciclo “Roma Racconta…”, propone un dialogo stimolante e intergenerazionale tra eminenti storici e archeologi italiani. Interverranno Umberto Longo (Sapienza Università di Roma – Istituto Storico Italiano per il Medioevo), Franco Franceschi (Università degli Studi di Siena), Giorgia Annoscia (Sapienza Università di Roma), Andrea Fara (Sapienza Università di Roma) e, a rappresentare la Sovrintendenza Capitolina, Francesca Zagari. La discussione si concentrerà sul cruciale ruolo della partecipazione pubblica e sull’importanza degli spazi di manifattura nella Roma medievale e moderna. Un’analisi approfondita che promette di gettare nuova luce sui meccanismi economici e sociali che hanno plasmato il cuore d’Italia per secoli. Anche qui, l’accesso alla Sala Tenerani è gratuito fino a esaurimento posti.
Il trittico di eventi culturali si conclude alle 17.00 al Museo di Roma in Trastevere, con un appuntamento dedicato al ciclo “Le parole delle scrittrici”. Sarà la germanista Laura Bocci a guidare il pubblico in un approfondimento sulla straordinaria figura di Rosa Luxemburg (1871-1919). Economista e filosofa di stampo marxista, ma anche appassionata studiosa di scienze e botanica, la Luxemburg è autrice di un toccante “Erbario di prigionia”, composto tra il 1915 e il 1918. Questo incontro svelerà le sfaccettature meno note di una pensatrice rivoluzionaria, esplorando la sua sensibilità per la natura e la sua capacità di trovare bellezza e significato anche nelle condizioni più avverse. Un’occasione preziosa per riscoprire una delle voci più potenti e complesse del XX secolo attraverso una lente inusuale. L’ingresso alla Sala Multimediale è libero, ma la prenotazione è consigliata al numero 060608 per assicurarsi un posto.
La Sovrintendenza Capitolina rinnova così il suo impegno nel promuovere la conoscenza e l’accesso al patrimonio culturale, offrendo ai cittadini e ai visitatori una giornata di arricchimento intellettuale e artistico a tutto tondo. Si ricorda che il programma potrebbe subire variazioni e per tutte le informazioni e prenotazioni è sempre attivo il numero 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00). Dettagli su modalità di accesso e tariffe sono disponibili sui siti www.museiincomuneroma.it e www.sovraintendenzaroma.it. Non perdete l’occasione di partecipare a questi stimolanti incontri, che promettono di arricchire la vostra visione della storia, dell’arte e del pensiero.
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Tracce e Visioni: quando la cultura incontra le persone
La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Redazione- La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Sul palco sono saliti Annalisa Bruchi, Adriana Pannitteri, Laura Delli Colli, Claudia Conte, Eleonora Ivone, Enrico Manera, la Maison Luigi Borbone, Rino Jupiter e Federica Pucciariello. Con loro Ilaria Solazzo, Giovanni Tonti, Renzogallo, Andrea Contorni, Evandra De Rosa, Rosella Giorgetti, Heike Hinneburg, Roberta Gulotta, Christopher Pacioni, Andrea Ciaffaroni, Marco De Angelis e Roberta Testaguzza.
Nomi, professioni e storie differenti, ma un elemento in comune: aver costruito, ciascuno nel proprio campo, un percorso capace di lasciare una traccia.
Ed è proprio la parola traccia a diventare centrale. Una traccia è qualcosa che resta. Una storia, un’idea, un’opera, un incontro. Una visione, invece, è lo sguardo rivolto a ciò che ancora deve arrivare.
La manifestazione ha raccontato entrambe le dimensioni.
La memoria dello spettacolo attraverso i libri dedicati a Raffaella Carrà e Monica Vitti, il giornalismo, la narrativa, la pittura, la scultura, l’illustrazione, l’architettura, l’Alta Moda e l’impegno sociale hanno trovato un unico spazio di confronto.
Tra i riconoscimenti assegnati anche quello a Ilaria Solazzo, premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Per lei la comunicazione non è soltanto un mestiere. È soprattutto un modo per incontrare persone, ascoltare storie e trasformare esperienze individuali in racconti capaci di arrivare agli altri.
E quella del 24 settembre è stata una serata speciale anche per un altro motivo: tra i premiati c’erano infatti persone che fanno parte del suo percorso, professionale e umano, come Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza.
Il Campidoglio è diventato così anche un luogo di incontri, amicizie, ricordi e nuove emozioni.
Abbiamo incontrato Ilaria Solazzo per parlare del premio, del suo lavoro e di cosa significhi oggi fare giornalismo e comunicazione in un mondo nel quale tutto corre velocemente, ma nel quale le storie delle persone continuano ad avere un valore enorme.
Ilaria Solazzo: «Raccontare le persone significa prima di tutto ascoltarle»
Intervista alla giornalista e scrittrice premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione
ROMA, 24 settembre 2026 – La Sala del Carroccio in Campidoglio ha fatto da cornice a una serata dedicata a professionisti e personalità provenienti da mondi diversi.
Tra loro Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista, scrittrice e professionista della comunicazione, che ha ricevuto il Premio “Tracce e Visioni” nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Un riconoscimento arrivato dopo anni dedicati alla scrittura, alle interviste e al racconto di persone appartenenti al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria.
Con lei abbiamo parlato del premio, delle emozioni vissute in Campidoglio e del suo modo di intendere il giornalismo.
Dottoressa Solazzo, partiamo dalla domanda più semplice: che effetto Le ha fatto ricevere questo premio proprio in Campidoglio?
Mi ha fatto un effetto molto forte.
Un premio fa piacere, naturalmente, ma quando arriva dopo tanti anni di lavoro lo vivi in maniera diversa. Ti fermi un attimo e guardi indietro.
Pensi alle persone incontrate, alle interviste fatte, alle occasioni che hai avuto e anche alle difficoltà che hai superato?
Il Campidoglio ha dato a tutto questo un significato ancora più particolare. È un luogo che racconta Roma, la sua storia e la sua cultura. Essere lì, in quel momento, mi ha fatto sentire ancora di più la responsabilità di quello che faccio.
La categoria è “Giornalismo e Comunicazione”. Per Lei che differenza c’è tra queste due parole?
Sono vicine, ma non sono la stessa cosa.
Il giornalismo ha una responsabilità precisa: informare, verificare e rispettare chi legge.
La comunicazione è un universo più grande. Comprende il modo in cui raccontiamo qualcosa, il linguaggio che scegliamo, le relazioni che costruiamo e il modo in cui riusciamo a valorizzare una storia.
Nel mio lavoro queste due dimensioni si incontrano continuamente.
E c’è una cosa che per me viene prima di tutto: la persona.
Lei ha intervistato tantissime persone. Che cosa cerca quando incontra qualcuno per un’intervista?
Cerco di ascoltare davvero.
Per me un’intervista non è semplicemente una lista di domande preparate prima. È un incontro.
Mi interessa capire chi ho davanti, cosa c’è dietro il personaggio pubblico, dietro la professione, dietro il successo.
Una persona può raccontarti che cosa fa, ma può anche raccontarti perché lo fa. Ed è proprio lì che spesso nasce la parte più interessante dell’intervista.
Oggi viviamo in un mondo velocissimo, fatto di social, video, contenuti continui. Ha ancora senso fermarsi ad ascoltare una storia?
Assolutamente sì.
Anzi, forse oggi ne abbiamo ancora più bisogno.
Siamo sommersi dalle informazioni, ma avere tante informazioni non significa necessariamente conoscere davvero qualcuno.
Una storia richiede tempo. Richiede ascolto.
Credo che il giornalismo possa ancora creare quello spazio nel quale una persona non sia soltanto un nome o un’immagine, ma possa raccontarsi davvero.
Il titolo del premio è “Tracce e Visioni”. Quale delle due parole sente più vicina al Suo percorso?
In realtà entrambe.
La traccia è tutto ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle: gli incontri, il lavoro, le parole, le persone che abbiamo conosciuto.
La visione è invece quello che immaginiamo per il futuro.
Io credo che non possiamo scegliere soltanto una delle due. Abbiamo bisogno della memoria, ma anche della capacità di guardare avanti.
Tra i premiati c’erano anche Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza, persone che conosce e alle quali è legata. Che effetto Le ha fatto vivere questa serata insieme a loro?
È stata una delle parti più belle.
Quando condividi un momento importante con persone che conosci e stimi, l’emozione cambia.
Ci sono rapporti che nascono dal lavoro e poi diventano amicizia, affetto, condivisione.
Vedere premiate persone alle quali voglio bene mi ha fatto piacere sinceramente.
Credo che una bella amicizia sia anche questo: riuscire a essere felici per i successi degli altri senza pensare soltanto ai propri.
Eleonora Ivone è una persona particolarmente importante per Lei. Il suo riconoscimento ha avuto un’emozione diversa?
Sì, sicuramente.
Eleonora per me è una persona importante e la nostra storia è legata anche alla memoria di Angelo Longoni, che ho avuto la possibilità di conoscere e intervistare.
Ci sono persone che continuano a esserci anche quando fisicamente non ci sono più.
Restano attraverso quello che hanno creato, attraverso le parole, le opere e i ricordi che hanno lasciato.
Per questo vedere Eleonora ricevere quel riconoscimento mi ha emozionata particolarmente.
Il premio Le è stato consegnato da Giovanni Di Negri di Eurocomunicazione. Che cosa ricorda di quel momento?
Ricordo soprattutto la gratitudine.
Ringrazio Giovanni Di Negri per avermi consegnato il premio e Alessandro Scarnecchia, insieme a Terza Pagina Magazine, per aver creato questa occasione.
Ci sono momenti nei quali ti rendi conto che dietro un riconoscimento ci sono tante persone.
E questo, per me, è importante.
A chi pensa quando guarda questo premio?
Penso alle tante persone che ho incontrato.
A quelle conosciute e famose, certo, ma anche a quelle meno conosciute dal grande pubblico.
Perché ogni persona ha qualcosa da raccontare.
Dedico questo riconoscimento a chi ha scelto di affidarmi una parte della propria storia e mi ha permesso di trasformarla in un racconto.
E lo dedico anche a chi non c’è più, ma continua a vivere attraverso la memoria.
In particolare ad Angelo Longoni e a Eleonora Ivone, mia dolcissima amica.
Secondo Lei un premio è un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Io lo vedo come una tappa.
È bello ricevere un premio e sarebbe inutile fingere il contrario. Ma non deve diventare un punto fermo.
Deve darti energia.
Deve farti venire voglia di continuare, di imparare, di migliorare.
Alla fine, la cosa più importante non è quanti premi ricevi, ma quanto riesci ancora a metterti in gioco.
Dopo “Tracce e Visioni”, quale sarà la Sua prossima visione?
Continuare a raccontare.
Continuare a incontrare persone, fare domande, ascoltare storie e cercare nuovi punti di vista.
Mi piacerebbe continuare a usare la comunicazione per creare connessioni.
Perché comunicare non significa soltanto pubblicare qualcosa. Significa mettere in relazione persone, idee ed esperienze.
E vorrei che ogni mio articolo, ogni intervista, ogni racconto lasciasse qualcosa a chi lo legge.
Anche solo una curiosità.
Anche solo un’emozione.
Se dovesse spiegare “Tracce e Visioni” con una sola frase, quale sceglierebbe?
Direi che la traccia è quello che lasciamo agli altri.
La visione è quello che decidiamo di costruire da domani.
E forse è proprio questo il senso più bello del premio.
Il 24 settembre non lo considero un traguardo, ma una nuova tappa.
Una pagina importante, sì, ma ancora dentro un libro che sto continuando a scrivere.
Nel Suo percorso ha incontrato tante persone e tante storie. C’è qualcosa che un’intervista ha insegnato a Lei e che oggi porta sempre con sé?
Sì: che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Ogni persona arriva con un mondo che non vediamo immediatamente. A volte bastano una domanda fatta nel modo giusto, un silenzio o un ascolto sincero per far emergere una parte completamente diversa di chi abbiamo davanti.
Le interviste mi hanno insegnato anche a essere curiosa. La curiosità, quando è accompagnata dal rispetto, è una delle qualità più belle che possa avere chi racconta gli altri.
Se potesse lasciare un messaggio a chi oggi vuole avvicinarsi al giornalismo e alla comunicazione, quale sarebbe?
Direi di non avere fretta di arrivare.
Viviamo in un’epoca nella quale sembra che tutto debba accadere subito: visibilità, risultati, riconoscimenti. Ma un percorso vero ha bisogno di tempo.
Studiate, osservate, fate domande, ascoltate e soprattutto non smettete di essere voi stessi. La tecnica si può imparare, gli strumenti cambiano continuamente, ma l’autenticità non passa mai di moda.
E ricordatevi che dietro ogni contenuto ci sono delle persone. Raccontarle significa avere una responsabilità, ma anche una grande opportunità: quella di lasciare una traccia positiva.
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La dittatura dell’ego sui social e il coraggio dell’umiltà: la lezione di Menda Vreto
Nell’era dei social network, dire continuamente “io” sembra diventato l’unico modo per esistere. Ma l’editoriale di Menda Vreto ci invita a una riflessione profonda: nella letteratura e nella vita, ostentare i successi nascondendo la fatica e lo studio rischia di dare un pessimo esempio ai più giovani. Abbiamo bisogno di recuperare il valore dell’umiltà, della critica costruttiva e del silenzio. Perché alla fine non conteranno i premi vinti, ma ciò che avremo lasciato agli altri👇
Roma – Viviamo immersi in un tempo storico in cui raccontare noi stessi, ostentare i nostri successi e mettere in vetrina la nostra quotidianità è diventato un gesto quasi naturale e scontato. I social network ci hanno fornito uno spazio digitale enorme, un megafono globale per mostrare costantemente ciò che facciamo, ciò che pensiamo e i traguardi che abbiamo raggiunto. Non dobbiamo più aspettare pazientemente che siano gli altri a parlare di noi o a recensire le nostre opere: possiamo farlo direttamente, ogni singolo giorno, in qualsiasi momento della giornata. E forse, proprio a causa di questa immensa facilità di autorappresentazione, nasce una domanda semplice ma profondamente umana: perché sentiamo così spesso, in maniera quasi compulsiva, il pressante bisogno di dire “io”? “Io ho fatto questo”, “Io sono arrivato fin qui”, “Io ho ricevuto questo prestigioso riconoscimento”, “Io sono stato scelto”, “Io posso dare ottimi consigli”. Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non c’è necessariamente cattiveria o arroganza in questo naturale bisogno. L’intrinseco desiderio di essere visti e riconosciuti appartiene alla natura umana. Tutti noi, in qualche modo, abbiamo un profondo bisogno psicologico di sentirci ascoltati e apprezzati dalla comunità. Il problema sorge, in tutta la sua gravità, quando l’approvazione degli altri diventa un elemento ossessivo e indispensabile per poterci sentire importanti.
Il rischio della vanità letteraria e l’importanza dell’opera
A quel punto del percorso, il risultato oggettivo non sembra più essere sufficiente per la nostra soddisfazione personale: deve essere per forza mostrato pubblicamente al mondo.
Il premio letterario deve essere raccontato e sbandierato. Il libro appena pubblicato deve essere accompagnato continuamente e quasi fastidiosamente dal nome ingombrante dell’autore e dai suoi successi pregressi. L’esperienza personale dell’individuo rischia così di non essere più condivisa con il nobile scopo di risultare utile agli altri, ma esclusivamente per confermare egoisticamente il proprio valore sociale. Ed è proprio allora che il pronome “io” può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in una continua e quasi patetica richiesta di conferma e rassicurazione: “Guardatemi, riconoscetemi, ditemi che valgo”. Questa profonda riflessione sociologica diventa ancora più importante e decisiva quando entra a gamba tesa nel delicato mondo della cultura e della scrittura. La grande letteratura dovrebbe essere, prima di tutto, uno spazio sacro di ascolto reciproco. Un libro dovrebbe permetterci di incontrare un’altra persona, un’altra complessa esperienza, un altro modo di guardare e interpretare il mondo. Quando invece ogni discorso letterario torna continuamente a concentrarsi sull’autore, sui suoi risultati di vendita, sui riconoscimenti ricevuti e sulla sua presunta importanza mediatica, si corre il grave rischio che l’immagine pubblica della persona diventi paradossalmente più importante dell’opera stessa. Abbiamo ancora bisogno di spiegare continuamente chi siamo, oppure possiamo avere il coraggio di lasciare che siano le nostre parole a parlare per noi?
Il confronto sui social e la responsabilità verso i giovani
Le piattaforme social hanno inevitabilmente modificato anche il nostro modo di confrontarci con gli altri professionisti, alterando la percezione della realtà.
Vediamo continuamente persone che mostrano risultati brillanti, premi, libri pubblicati, fotografie patinate, successi e riconoscimenti ufficiali. Ma raramente, quasi mai, ci viene permesso di vedere tutto ciò che c’è dietro a quei traguardi: gli errori clamorosi, le dolorose rinunce, gli anni faticosi di studio, le porte chiuse in faccia, le notti insonni, le umane insicurezze e le enormi difficoltà. Vediamo soltanto il risultato finale splendente, ignorando deliberatamente il percorso faticoso. E questo meccanismo distorto può diventare particolarmente pericoloso e delicato quando i destinatari del messaggio sono i giovani. Un ragazzo può osservare ciò che gli adulti mostrano trionfalmente online e convincersi erroneamente che il successo sia qualcosa di immediato, di facile, quasi naturale. Per questo gli adulti hanno oggi una grande responsabilità etica: non devono raccontare soltanto dove sono brillantemente arrivati, ma anche la ripida strada che hanno dovuto percorrere. Dire a un giovane “puoi farcela” è certamente importante per motivarlo. Ma è altrettanto fondamentale dirgli onestamente: “Dovrai studiare tanto, dovrai impegnarti duramente, dovrai sbagliare spesso e, qualche volta, dovrai avere tantissima pazienza”.
Il valore inestimabile della critica costruttiva e dello studio
Nel vasto e complesso mondo della scrittura e dell’editoria abbiamo urgentemente bisogno di recuperare il sano valore della critica letteraria.
Criticare analiticamente un testo non significa necessariamente o malignamente voler ferire l’animo di chi lo ha scritto. Una critica seria e fondata può essere, al contrario, un altissimo gesto di rispetto intellettuale. Può indicare che una certa parte può essere migliorata, che una traduzione va accuratamente rivista, che un’idea merita di essere sviluppata con maggiore respiro. Naturalmente anche colui che critica deve essere armato di profonda umiltà. Non esiste un critico infallibile che abbia sempre ragione. Anche chi ha studiato a lungo può prendere degli abbagli; anche chi insegna all’università continua a imparare dai propri allievi. La critica costruttiva dovrebbe quindi avere sempre due compagni di viaggio inseparabili: la massima competenza tecnica e il totale rispetto umano. L’approccio non dovrebbe mai essere: “Io sono migliore di te”, ma piuttosto: “Possiamo guardare insieme ciò che può diventare migliore”. Questa sottile ma cruciale differenza è fondamentale, soprattutto quando ci rivolgiamo per correggere le nuove generazioni.
Che cosa lasciamo agli altri? Il fine ultimo della cultura
Forse, giunti a questo punto della riflessione, dovremmo cambiare radicalmente la prospettiva della nostra domanda originaria.
Invece di chiederci continuamente ed egocentricamente “Quanto sono importante?”, potremmo iniziare a chiederci: “Che cosa sto lasciando concretamente agli altri?”. Un buon libro può tramandare una solida conoscenza. Una poesia profonda può suscitare un’emozione indimenticabile. Un insegnante appassionato può indicare una direzione di vita. Una parola giusta può rimanere impressa nella memoria di un ragazzo per moltissimi anni. E forse tutto questo vale infinitamente di più di qualsiasi effimero applauso social. La scrittura, in fondo, nasce da un bisogno umano primordiale e antichissimo: lasciare una traccia duratura del proprio passaggio. Scrivere non è mai stato soltanto un modo narcisistico per dire “io esisto”. È stato, fin dalla notte dei tempi, un mezzo potentissimo per dire: “Qualcosa di me può essere utile a te”. Cresciamo veramente come intellettuali e come persone solo quando capiamo che il nostro valore non aumenta affatto occupando fisicamente o virtualmente più spazio degli altri. Cresce a dismisura solo quando ciò che siamo riesce a lasciare un seme buono anche nel prossimo. Perché, in definitiva, non è importante soltanto arrivare in cima. È essenziale prestare attenzione a ciò che lasciamo fiorire lungo il cammino.
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“Dove la notte non arriva”: il ciclo poetico sulla resilienza di Fejzë Demiri
La poesia ha il potere di curare le cicatrici dell’anima. Direttamente dal Kosovo, vi presentiamo l’emozionante ciclo poetico inedito di Fejzë Demiri: “Dove la notte non arriva”. Cinque splendide composizioni, tradotte da Arbër Ramadani, che esplorano la fatica di vivere, il coraggio di rialzarsi senza chiedere aiuto e la ferrea volontà di non lasciare mai al dolore e al passato l’ultima parola sul proprio destino. Leggi questi meravigliosi versi👇
Pristina – La grande letteratura universale e la poesia contemporanea possiedono lo straordinario, innato e medicamentoso potere di trasformare il dolore più intimo e lacerante in una potente, luminosa e catartica forma di resistenza umana. Arriva direttamente dai tormentati, complessi ma culturalmente vivacissimi territori del Kosovo una delle testimonianze liriche più toccanti e profonde degli ultimi tempi. Il ciclo poetico intitolato “Dove la notte non arriva”, vergato dalla sapiente e sensibile penna dell’autore balcanico Fejzë Demiri e magistralmente tradotto per il pubblico italiano da Arbër Ramadani, si presenta ai lettori come un viaggio introspettivo crudo, onesto e meraviglioso attraverso le cicatrici dell’esistenza. L’opera non è affatto un passivo elogio della sofferenza, ma una fiera, ostinata e orgogliosa dichiarazione di sopravvivenza. I versi di Demiri esplorano tematiche universali quali la fatica del vivere quotidiano, l’isolamento del dolore, la forza inarrestabile della speranza e la capacità, tutta umana, di non lasciarsi definire dalle proprie ferite. Attraverso cinque delicati passaggi lirici, il poeta kosovaro ci accompagna letteralmente per mano fuori dal buio, dimostrando come un semplice e faticoso passo in avanti possa rappresentare la più grande delle vittorie contro la rassegnazione totale.
La forza della resilienza: la soglia del dolore prolungato
Il ciclo poetico si apre con un’intensa, malinconica e viscerale riflessione sulla natura stessa del dolore e sulla sua straordinaria capacità di trasformare l’animo umano, forgiandolo come l’acciaio attraverso i giorni più oscuri. Ho attraversato notti che non avevano nome,
con il cuore stretto fra pietra e vento.
Ho imparato che anche il dolore,
quando resta abbastanza a lungo,
può diventare una soglia.
Ci sono giorni che passano senza rumore
e tuttavia incidono la pelle del tempo.
Sotto la cenere degli anni,
qualcosa continua a respirare:
non una promessa,
ma un piccolo fuoco che rifiuta di spegnersi.
Non mi ha salvato l’assenza della tempesta.
Mi ha salvato il gesto più povero e più difficile:
un passo, poi un altro,
quando ogni strada sembrava chiedermi
di non esistere più.
Ora non domando alla vita
la grazia di essere facile.
Le domando soltanto la verità.
Perché chi ha abitato il buio
non ha bisogno di molte stelle:
ne riconosce una sola,
anche quando trema
all’estremità del cielo.
Il Nome che Resta: la vittoria solitaria sulle ferite della vita
La seconda composizione esplora il tema della sconfitta apparente. L’autore ci insegna che il vero coraggio non risiede affatto nel non cadere mai, ma nell’imparare a rialzarsi in perfetto silenzio. IL NOME CHE RESTA Ho perduto ore, stagioni,
alcuni sogni lungo la strada.
Ma non ho consegnato il mio nome
alla lingua della resa.
Il mondo mi ha visto cadere.
Io ho imparato a rialzarmi
senza testimoni,
senza applausi,
senza che nessuno sapesse.
Ho portato sulle spalle
giorni che sembravano più pesanti
della mia stessa ombra,
domande rimaste senza voce,
un silenzio che nessuna parola
sapeva tradurre.
Eppure sono rimasto.
Non perché la paura fosse scomparsa,
ma perché, nel punto più profondo della paura,
una voce continuava a dire:
cammina.
Ancora un passo.
Forse la vittoria non è arrivare intatti.
Forse è arrivare feriti
senza permettere alle ferite
di pronunciare il nostro nome.
Ciò che ci ha spezzato
può restare nella memoria.
Non deve però diventare
il nostro destino.
Ciò che il dolore non seppe prendere: la fame di creare
In questo terzo e fondamentale frammento, la lirica si fa più intima. Demiri descrive il dolore come un ospite non gradito che depreda la casa interiore, ma che non riesce a rubare l’essenza vitale. CIÒ CHE IL DOLORE NON SEPPE PRENDERE Il dolore venne alla mia porta
con mani fredde,
senza fretta.
Provò a prendermi la speranza,
la voce,
il domani.
Ma non trovò tutto.
Lasciò intatta
la capacità di amare,
la fame di creare,
il bisogno ostinato
di consegnare al mondo
almeno una parola buona.
Ho conosciuto la fatica
e, nel suo fondo, la dignità.
Ho conosciuto la solitudine
e, nel suo silenzio, una voce.
Ci sono perdite
che non fanno rumore.
Eppure, proprio là dove sembra
non essere rimasto nulla,
qualcosa conserva il proprio respiro.
Ciò che ho sofferto
non è tutta la mia storia.
È una stanza attraversata,
non la casa intera.
È il punto da cui ho imparato
a guardare più lontano,
senza chiedere al passato
il permesso di continuare.
La Forma Segreta del Ritorno: smettere di appartenere al passato
La guarigione, secondo i magnifici versi del poeta, non giunge mai con l’aspetto di un miracolo eclatante, ma si manifesta in gesti minuscoli, invisibili, come l’aprire una semplice porta al mattino. LA FORMA SEGRETA DEL RITORNO Un giorno smetterò di contare
quante volte la vita mi ha ferito.
Conterò invece
le volte in cui ho scelto
di non diventare la mia ferita.
Forse ci sarà un mattino semplice:
una finestra socchiusa,
la luce ferma sulle mani,
un respiro che non chiede nulla,
il mondo che ricomincia
senza annunciarsi.
Allora comprenderò
che la guarigione non sempre
arriva con il volto di un miracolo.
A volte è quasi invisibile.
È alzarsi.
Respirare.
Aprire una porta.
Ricominciare.
La pace, forse,
non è cancellare ciò che è stato.
È poterlo guardare
senza inginocchiarsi davanti ad esso.
E andare avanti
non come chi ha dimenticato,
ma come chi finalmente
ha smesso di appartenere
alla propria ferita.
Finché il domani respira: l’ultima parola negata all’oscurità
L’opera si chiude con un profondo, rassicurante e laico inno alla speranza. Un invito ad accettare l’esistenza delle tenebre, ma conservando la ferma e lucida consapevolezza dell’esistenza del sole. FINCHÉ IL DOMANI RESPIRA Se la strada si allunga,
non significa che abbia smarrito il senso.
Se il cielo si oscura,
il sole non ha smesso di esistere:
ha soltanto oltrepassato
per qualche ora il nostro sguardo.
Ho camminato con il peso degli anni,
con sogni rimasti a metà,
con domande che cercavano
un nome abbastanza grande
da contenerle.
Eppure ogni passo
ha lasciato una traccia.
Sono ancora qui.
A volte è tutto ciò che posso dire.
A volte è già abbastanza.
Non prometto una vita
senza dolore.
Prometto soltanto
di continuare a cercare
ciò che sa renderlo più piccolo:
una parola,
un incontro,
un’idea,
una pagina,
una luce.
Perché il domani non deve essere grande
per essere possibile.
Finché esiste un giorno dopo,
la notte non possiede l’ultima parola.
E finché un uomo
riesce ancora a pronunciare
il proprio nome,
qualcosa in lui
sta già tornando alla luce.
(Traduzione italiana a cura di Arbër Ramadani – Pristina, Kosovo)
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