Redazione – L’esilio umano non si consuma esclusivamente, e in maniera dolorosamente fisica, nell’abbandono forzato o volontario della propria terra d’origine per cercare fortuna e pace altrove. La forma di espatrio più profonda, lacerante e invisibile è quella che si consuma silenziosamente e intimamente nel petto e nella mente di uno scrittore quando è costretto a dover scegliere con quale voce comunicare al mondo il proprio dolore. A sollevare magnificamente e poeticamente questo delicatissimo tema esistenziale è l’intellettuale e scrittore Hassane Yarti, autore marocchino trapiantato in Spagna, attraverso un toccante manifesto letterario significativamente e drammaticamente intitolato “Tra due lingue e nessuna!”.
La struggente riflessione dell’autore si apre con un’immagine fisica, cruda e potentissima, che rende perfettamente l’idea dell’impasse culturale vissuto da migliaia di migranti: l’arabo, la sua lingua madre, la sua culla genetica e identitaria, pesa inesorabilmente e costantemente nella sua gola “come una pietra pesante”. L’interrogativo che stritola l’anima dell’autore è un dilemma universale e apparentemente insolubile: se l’arabo fatica in modo cronico a trovare il proprio posto in un mondo globale, spietato e distratto, che parla ormai quasi esclusivamente con un’altra voce dominante e massificata, come può un autore nordafricano utilizzare proprio quella lingua originaria per costruire un solido ponte empatico verso coloro che non sono geneticamente e culturalmente in grado di ascoltarla? Eppure, il bisogno carnale e vitale di esprimersi resta insopprimibile. Lo scrittore sente l’urgenza viscerale di dover raccontare ostinatamente all’altro la propria complessa esistenza, quella di un fiero cittadino marocchino che vive sospeso, straziato e perennemente in bilico tra due idiomi che sembrano non incontrarsi e non conciliarsi mai, se non all’interno del suo stesso petto, costantemente gravato dal peso insopportabile di entrambe le culture. Per un intellettuale della diaspora, infatti, fuggire codardamente in una direzione o nell’altra significa condannarsi a un inevitabile esilio. Il silenzio assoluto è esso stesso l’esilio definitivo, ma anche decidere freddamente di scrivere i propri testi in lingua inglese significa, in un certo qual senso, essere brutalmente bandito e tradotto in una lingua straniera che non ti ha cresciuto, cullato e nutrito. Dunque, l’amletico dubbio si ripropone: rimanere fiero ma inascoltato prigioniero del proprio bellissimo e ricco arabo, oppure presentare, attraverso la propria intima frattura, una formale richiesta d’asilo linguistico all’inglese, la spietata lingua che è diventata l’idioma commerciale del mondo?
Il dibattito culturale nella diaspora: l’anima o la grammatica?
Questa profonda lacerazione interiore non è affatto un caso umano e letterario isolato, ma si inserisce in un solco polemico ben più ampio e strutturato. Di tanto in tanto, infatti, negli accesi e ferventi ambienti intellettuali e culturali dell’ampia diaspora marocchina sparsa per l’Europa, emerge ciclicamente e prepotentemente una domanda estremamente provocatoria e divisiva: quale natura letteraria, identitaria e spirituale possiede realmente la scrittura degli autori arabi contemporanei che decidono, per calcolo o per necessità, di esprimersi in altre lingue occidentali, e in particolar modo in inglese?
Si tratta innegabilmente di una domanda cruciale che si è storicamente intensificata negli ultimissimi anni, correndo parallelamente alle imponenti, drammatiche e vaste ondate migratorie globali. Moltissimi intellettuali, poeti e romanzieri nordafricani si sono infatti ritrovati fisicamente sradicati, catapultati in Paesi del Nord del mondo totalmente indifferenti al loro nobile arabo, sordi al loro antico dialetto amazigh (berbero) e persino al loro spagnolo acquisito, una lingua conquistata faticosamente attraverso sudore e notti insonni di studio. Ed è così prepotentemente emersa un’altra durissima e complessa domanda, per nulla meno urgente della precedente: la letteratura prodotta e scritta interamente in lingua inglese da un cittadino marocchino può ancora essere legittimamente definita, etichettata e studiata come “letteratura marocchina”? Oppure si tratta freddamente e semplicemente di un algido prestito culturale, un travaso di concetti riversato artificialmente in un asettico stampo straniero? Chiunque osservi criticamente e attentamente l’attuale, vivace panorama culturale della diaspora marocchina noterà immediatamente l’esistenza di due rigidi schieramenti accademici che non si incontrano e non dialogano mai. Il primo schieramento sostiene a spada tratta che l’anima umana, e dunque letteraria, rimane sempre ed eternamente la stessa, indipendentemente dalla lingua specifica in cui essa decida di parlare. Secondo questa fazione, quando un autore marocchino descrive magistralmente il profumo inebriante del pane appena cotto sulla brace, quando dipinge un vicolo stretto e brulicante della medina di Fès o di Tétouan, o quando canta il dolore lancinante dell’esilio burocratico che nessun permesso di soggiorno europeo potrà mai guarire, quella resta indiscutibilmente letteratura marocchina, pura e totalmente integra, anche se è stata materialmente plasmata e scritta utilizzando l’alfabeto occidentale di Shakespeare. L’altro opposto e conservatore schieramento, invece, affida l’intera e spinosa questione identitaria esclusivamente alla lingua d’origine, sostenendo che l’arabo formale, l’amazigh rurale o la darija popolare siano l’unico, vero e insostituibile grembo materno dal quale può e deve nascere la letteratura nazionale, e che ogni testo letterario partorito al di fuori di questo sacro recinto linguistico debba essere inevitabilmente considerato come un figlio orfano, totalmente privo di sangue, storia e discendenza.
L’imposizione degli algoritmi e il peso del colonialismo digitale
La cruda realtà intellettuale, come spesso e volentieri accade, si posiziona silenziosamente nel mezzo. Sembra infatti che entrambe le barricate accademiche custodiscano intimamente una preziosa parte della verità, senza però possederla interamente ed esclusivamente.
Affinché una letteratura possa essere percepita come autenticamente e visceralmente marocchina, in pura teoria linguistica essa dovrebbe effettivamente e logicamente scaturire e abbeverarsi dalla lingua radicata in quella specifica terra africana. D’altra parte, però, non bisogna mai dimenticare che la vocazione primaria, la spinta vitale e lo scopo ultimo della stessa letteratura è quella fisiologica di dover essere letta e ascoltata, di dover arrivare a destinazione, di riuscire a toccare un cuore che batte in un’altra stanza, o magari in un altro continente di questo pianeta sconfinato. Quando uno sradicato scrittore marocchino che vive la sua complessa quotidianità in Spagna avverte l’urgenza di dire al mondo intero: «Io sono ancora qui, esisto, e porto orgogliosamente con me tutto questo bellissimo e gravoso peso interiore», quale lingua e quale strumento dovrebbe materialmente scegliere? Lo spagnolo rappresenta inevitabilmente la lingua pragmatica del Paese ospitante in cui vive fisicamente. L’inglese rappresenta pragmaticamente la potente, universale e cinica lingua dell’epoca moderna in cui si trova a vivere. L’arabo, invece, rappresenta l’insostituibile e ancestrale lingua della madre, l’idioma segreto che lo chiama e lo culla dolcemente nei sogni notturni. È qui che Yarti introduce una riflessione storica geniale e spietata sul concetto di dominazione: quando, nel secolo scorso, la dura e affascinante lingua francese fu storicamente e politicamente imposta a tutto il Marocco durante il periodo del Protettorato, si trattò storicamente di un’imposizione fisica, brutale ed esplicita, esercitata con prepotenza logistica attraverso l’uso delle armi militari e i timbri della burocrazia dell’amministrazione coloniale. L’onnipresente inglese di oggi, invece, costituisce a tutti gli effetti un’imposizione linguistica e culturale infinitamente più subdola, silenziosa e spietata. Una dittatura moderna esercitata cinicamente attraverso gli insindacabili e invisibili algoritmi della gigantesca editoria internazionale, attraverso le imperscrutabili piattaforme e dinamiche dei social media e tramite i consigli d’amministrazione delle colossali case editrici mondiali, che decidono letteralmente e spietatamente chi debba essere stampato e letto, e chi, invece, debba inevitabilmente rimanere confinato nell’ombra polverosa dell’anonimato. Lo scrittore marocchino contemporaneo che vive a Siviglia, a Madrid o nella caotica Barcellona si trova perennemente, costantemente e angosciosamente davanti a un bivio esistenziale che, in realtà, presenta ben tre, e non due, direzioni possibili: scegliere di scrivere nella comfort zone dell’arabo per raggiungere esclusivamente coloro che già lo comprendono empaticamente; scrivere in fluido spagnolo per poter finalmente entrare in un mercato locale, per quanto vasto ed economicamente ampio esso possa essere; oppure scrivere audacemente in inglese per lanciare la propria personale e piccola rete nell’intero, tempestoso ma sterminato mare del mercato globale. Ma la domanda che logora l’anima è sempre la stessa: che cosa perde irreparabilmente di se stesso l’autore, ogni singola volta che compie una dolorosa scelta linguistica?
Identità, gelsomini e il ritorno alla lingua madre per poter piangere
L’autore marocchino suggerisce lucidamente e brillantemente che, per uscire dal vicolo cieco del dibattito, dobbiamo necessariamente distinguere tra tre concetti fondamentali, e non due: la lingua, l’identità e il pubblico.
La lingua, per quanto amata, resta alla fin fine un mero strumento formale di comunicazione. L’identità, al contrario, è l’anima immortale. Il pubblico dei lettori, infine, è il destino finale dell’opera. Lo scrittore nordafricano che oggi sceglie per calcolo e per utilitarismo di scrivere in inglese non sta affatto vilmente vendendo la propria sacra identità nazionale, ma la sta faticosamente, riga dopo riga, rinegoziando con ogni singola, sudata frase che imprime sulla pagina bianca. Ma il vero, gigantesco problema non risiede tanto nella superficiale scelta meccanica della lingua commerciale, quanto piuttosto nel rapporto intimo e stilistico che l’autore instaura con la lingua che ha prescelto. Scrivi il testo in perfetto inglese operando audacemente dall’interno, oppure vi entri sommessamente passando di soppiatto dalla fredda porta sul retro? Il vero banco di prova è proprio questo: sei davvero in grado di trasformare, manipolare e “contaminare” quell’asettico inglese grammaticale con il tuo personalissimo e inebriante profumo marocchino? Riesci a trasportarvi all’interno il ritmo cantilenante, poetico e magico del Malhoun, il vociare caotico dei vicoli orientali e l’assordante silenzio notturno del deserto del Sahara? Oppure ti accontenti di scriverlo in modo freddo, asettico e distaccato, esattamente come lo scriverebbe un qualsiasi e noioso giornalista di cronaca residente a Londra? La differenza abissale e incolmabile tra queste due opzioni è esattamente la medesima, enorme differenza che intercorre tra l’alta letteratura e un banale resoconto di cronaca. «Quando penso al gravoso atto della scrittura in lingua inglese, mi viene immediatamente in mente un’immagine vivida: cammino a passo svelto lungo un’anonima strada trafficata di Barcellona, portando orgogliosamente in una mano una vecchia borsa traboccante di profumati e candidi gelsomini freschi, provenienti direttamente e segretamente dal giardino assolato di mia madre, in Marocco», spiega meravigliosamente Yarti. Il distratto mondo europeo circostante vede solo e unicamente un comunissimo uomo straniero che passa per strada. Ma lo scrittore, intimamente, sa perfettamente quale incredibile e odoroso tesoro ci sia nascosto dentro quella borsa, e sa perfettamente come il suo intenso e inebriante profumo africano cambi percezione a contatto con la gelida aria europea. Scrivere e pubblicare in inglese, per l’esule, significa metaforicamente aprire al pubblico quella borsa, offrendo audacemente e coraggiosamente il gelsomino in un vasto mercato internazionale che non ne ha mai conosciuto né compreso realmente il profumo. Forse, ammette l’autore, lungo l’impervio cammino della traduzione linguistica il fiore perderà inevitabilmente una piccola parte della sua inebriante fragranza originaria, ma arriverà finalmente e gloriosamente a destinazione. Perché scrivere ostinatamente della propria causa umana, del proprio incolmabile dolore e della propria scissa identità interiore in una lingua che non è affatto la propria, è pur sempre una battaglia sacrosanta, coraggiosamente combattuta su uno degli infiniti fronti culturali del nostro tempo. «Alla fine», conclude magistralmente e poeticamente Hassane Yarti, «il mio nobile e fiero arabo non si arrabbierà mai con me per aver semplicemente prestato, per un po’ di tempo, la mia voce umana all’inglese. Lui sa benissimo, esattamente come lo so profondamente io, che torneremo immancabilmente e visceralmente l’uno all’altro in quel preciso momento in cui nessun’altra lingua europea sarà capace di contenermi e confortarmi. Ovvero in quel tragico momento in cui, semplicemente, avrò un disperato bisogno di piangere».