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SCIENZA E EUROPA| DAL PRIMO NOVECENTO AD OGGI

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Redazione- L’inestricabile rapporto tra la scienza e l’Europa: Michele Fina è tornato ad affrontare il cuore del ciclo di libri di Pietro Greco nel suo appuntamento in diretta Facebook “Un libro, il dialogo, la politica”. Oltre a Greco ospite dell’incontro è stata una delle più importanti scienziate italiane: Lucia Votano, già direttrice dei Laboratori del Gran Sasso. Il dialogo è stato sul testo dei cinque dedicato al Primo Novecento, il penultimo dell’opera, dopo che si era parlato dell’ultimo il 9 agosto scorso. 


Fina ha sottolineato che “questo libro si concentra molto sulla Germania, spiegando come la crisi dell’Europa è stata la crisi della Germania”. L’autore ha raccontato che “già dall’Ottocento la Prussia iniziò a puntare molto sulla scienza, riformando l’università per fare in modo che vi si formassero scienziati a prescindere dalla classe di provenienza. La Germania divenne leader nel campo scientifico e tecnologico, e questo portò a una serie di cambiamenti sociali molto rapidi: vi fu l’urbanizzazione e una serie di conflitti che vennero malgovernati e produssero veri e propri tumori. Penso alle discriminazioni di tipo etnico, quelle nei confronti degli ebrei e degli zingari. Questa incapacità di governare la modernità ha di fatto prodotto la lunga guerra che ha avuto inizio nel 1914”. 


Il cuore dei libri di Greco è la tesi che lo sviluppo scientifico sia stato nei secoli il cuore della costruzione dell’identità europea, del suo sviluppo, dell’acquisizione della sua leadership nel mondo; il declino della scienza in Europa ha di fatto determinato anche il declino del continente sullo scacchiere globale. Per Greco i primi decenni del Novecento sono in questo senso tristemente decisivi: “L’asse scientifico a partire degli anni Trenta si spostò oltreoceano, il trasferimento di Einstein negli Stati Uniti fu di fatto come lo spostamento del Papa. A questo si aggiunsero altri fattori: la persecuzione degli ebrei, visto il loro peso tra gli scienziati, ebbe effetti devastanti anche sul mondo scientifico tedesco, e di riflesso in quello italiano: il nostro era allora il Paese leader nella fisica atomica e nucleare. 


Nel dialogo argomento ricorrente è stato il rapporto tra scienza e libertà nel Paese in cui si pratica, vista la grande corsa attuata dalla Cina in termini di investimenti. Per Michele Fina “la scienza non può che determinare spazi di libertà”. Lucia Votano ha detto che “è difficile fare previsioni sull’evoluzione dello sviluppo della scienza in Cina. Certo, ci sono contraddizioni, non parliamo di una democrazia compiuta nella concezione occidentale”. I numeri sono impressionanti, Votano ha ricordato di essere impegnata in un esperimento in cui la Cina investe da sola il 95 per cento dei 300 milioni necessari al finanziamento, ed è solo un esempio sui miliardi investiti ogni anno. Proprio la scienziata ha messo sul tavolo a questo proposito il problema degli stati europei di oggi rispetto a secoli o decenni fa, per quanto riguarda le spese per la ricerca: “Bisogna vedersela con colossi, come la Cina o gli Stati Uniti. E’ chiaro che anche Stati europei che vantano dei grossi sforzi, come la Germania o la Svezia, da soli non ce la possono fare. Il problema è che l’Europa non è una federazione di Stati, nemmeno dal punto di vista della scienza. Ci si dovrebbe consorziare di più: non è un caso che l’unico esempio europeo di successo in questo campo sia il Cern di Ginevra, l’intuizione di dare vita a un laboratorio dove fossero concentrati fisici dediti alla ricerca di base”. Per Greco è necessario “un governo europeo della ricerca e della formazione, ma è un traguardo difficile, ed è fondamentale che la Germania si spogli un po’ del suo nazionalismo e del suo provincialismo”. 


Concentrando l’attenzione sull’Italia, Votano ha criticato l’assenza della formazione e della ricerca nel dibattito sull’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, Greco sottolineato l’urgenza e l’opportunità rappresentata proprio da queste risorse per raddoppiare o triplicare, a partire dai 20 miliardi annui, gli investimenti in scuola, università, ricerca. Una scelta che sarebbe funzionale a quella di cambiare modello produttivo, per passare a uno a più alto tasso di qualità e specializzazione. Fina ha concluso ricordando che i 1800 miliardi stanziati attraverso un Recovery Fund rappresentano un importante segnale dell’esistenza stessa dell’Unione europea, e ora occorre

“la consapevolezza che si deve partire dalla ricerca: facciamo il secondo passo dopo il primo”.

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