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PAOLO MARSI, L'UMANISTA DEL '400 CHE VISSE A CARSOLI

Gente Ursina Gente Ursina

Redazione- Nacque a Pescina, in Abruzzo, nel 1440, data che si ricava dall’età dichiarata dal M. nell’ottavo carme delle Bembicae peregrinae, composte nel 1468: «Iam mihi bisdenis super octo cadentibus annis» (Della Torre, p. 12), da una famiglia di condizioni modeste e molto numerosa, come si deduce dalla lettera a Giorgio Corner premessa al commento al quarto libro dei Fasti di Ovidio («tam numerosa Marsorum familia»: ibid., p. 14).

Qui il M. si lamentava per aver perso gli ultimi tre fratelli rimastigli dei tredici che aveva, ossia Angelo, frate minorita, di due anni più grande di lui, Antonio, di quattro anni maggiore, e un altro Angelo, di molti anni più piccolo, di cui lo stesso M. si era preso cura, morto per mano di un mercenario turco nei pressi di Frascati nel 1482. Non si possiedono notizie relative al padre; della madre, invece, si deduce che visse a lungo con il M., il quale si prese cura dell’anziana genitrice anche nei momenti più difficili.

Come si ricava da alcuni versi che figurano nel commento ai Fasti (ibid., pp. 18 s.), il M. si trasferì in giovanissima età a Carsoli per divenire alumnus di una potente e illustre casata presso una «montana domus», identificabile con la signoria del patrizio romano Virgilio Orsini. Alla morte dell’Orsini (1457) il M. si stabilì a Roma, dove poté perfezionare gli studi grazie alle opportunità offerte dalla Curia pontificia, presso la quale assunse l’incarico di abbreviatore.

A Roma il M. ebbe modo di conoscere Pomponio Leto e di stabilire con lui un’amicizia destinata a durare. Grazie a questa relazione il M. ebbe accesso all’Accademia fondata da Pomponio Leto, e frequentare numerosi umanisti, tra i quali il conterraneo Antonio Volsco da Piperno.

Nel 1463, dopo circa cinque anni trascorsi in Curia, il M. lasciò Roma per recarsi a Perugia, dove ad attenderlo vi era il protonotario apostolico Giovan Battista Savelli, che divenne governatore della città il 4 maggio 1466.

Durante gli anni perugini il M. compose un poemetto in esametri intitolato Carmen de aureis Augustae Perusiae saeculis per divum Paulum Secundum restitutis libri tres, dedicato al pontefice Paolo II, cui il M. attribuiva il merito delle fiorenti condizioni della città umbra. A Perugia il M. insegnò latino, ricoprendo il medesimo ruolo che era stato, tra gli altri, di Giovanni Battista Valentini detto il Cantalicio e di Antonio Volsco. Il M. ebbe anche modo di stringere rapporti di amicizia con vari personaggi che a quel tempo dimoravano a Perugia, tra cui Giovanni Rosa da Terracina, futuro vescovo di Rimini e governatore di Perugia nel 1486, Stefano Guarnieri da Osimo, cancelliere di Perugia, o i più celebri Iacopo Antiquari e Angelo Decembrio.

Tra la fine del 1467 e gli inizi del 1468 il M. fu costretto ad abbandonare Perugia, a causa di incompatibilità sorte con il vescovo Iacopo Vannucci, forse in seguito alla relazione con una donna dalla quale aveva avuto un figlio illegittimo o forse per invidie sorte in ambito accademico: oltre alle numerose amicizie stabilite in questi anni, infatti, il M. si era inevitabilmente procurato l’inimicizia di alcuni personaggi, come quella di un tale Ferrabò di Verona, cui rivolse alcuni versi carichi di odio e di disprezzo. Partì dunque per Venezia, dove ritrovò Pomponio Leto e godette della protezione del colto e generoso patrizio veneto Bernardo Bembo. A Venezia aprì anche una scuola, grazie all’aiuto di Pomponio e del suo nuovo protettore. In quegli anni il M. progettava di compiere un viaggio in Oriente insieme con Pomponio Leto e si accingeva a salutare gli amici lasciati a Perugia componendo una Epistola ad amicos omnes Perusiam Augustam incolentes, scritta a Venezia sul punto d’imbarcarsi per la Grecia. Il viaggio tuttavia non ebbe luogo, sia perché tra febbraio e marzo 1468 Pomponio Leto fu fatto arrestare da papa Paolo II, che ne chiese l’estradizione, con l’accusa, rivolta ai membri dell’Accademia romana, di cospirazione politica perpetrata nei confronti del pontefice, sia perché B. Bembo, nel frattempo incaricato di un’ambasceria per conto del Senato veneto presso il re Enrico IV di Castiglia, aveva proposto al M. di accompagnarlo insieme con il poeta Antonio Vinciguerra.

L’ambasceria, che il M., benché sconvolto per l’arresto di Pomponio Leto, accettò di compiere al seguito del suo mecenate, durò dalla metà di agosto del 1468 al 24 febbr. 1469.

Da quell’esperienza diplomatica nacque una raccolta di ventuno componimenti in distici elegiaci intitolata, in onore del suo protettore, Bembicae peregrinae, all’interno della quale si trova un resoconto dettagliato del viaggio compiuto via mare da Venezia a Cadice e un altrettanto minuzioso racconto dell’ambasceria svolta a Siviglia. Dalle sponde del Guadalquivir il M. rivolse nostalgici versi agli amici lasciati in Italia, denunciando la noia provata per l’inattività, intervallata solo dai teneri momenti trascorsi in compagnia di una gentildonna del luogo, tale Beatrice, figlia colta e affascinante di un medico di Siviglia.

Rientrato a Venezia, il M. riordinò in pochi giorni i versi composti e li presentò ufficialmente a Bembo il 1° marzo. Gli si presentò tuttavia immediatamente l’occasione di intraprendere un nuovo viaggio, questa volta al seguito di Nicolò Canal, capitano generale da Mar inviato in Oriente per combattere l’avanzata dei Turchi e portare il sultano alla trattativa.

Poté in tal modo assistere personalmente alle imprese del comandante e il 30 luglio 1469 rivolgere al figlio dell’ammiraglio, Giovanni, un breve componimento in distici elegiaci con cui si proponeva di illustrare alcuni dei successi militari ottenuti dal padre (Ad Ioannem Canalem, Nicolai doctoris filium), tramandato dal ms. conservato presso la Bibl. nazionale Marciana di Venezia, Mss. lat., cl. XII, 210 (=4689), c. 10r. La spedizione del Canal ebbe un esito negativo, culminato con la disfatta di Negroponte (1470): l’evento che il M., unendosi al disperato coro di componimenti letterari fioriti per la tragica sconfitta, avrebbe di lì a poco cantato in un poemetto intitolato De crudeli Europontinae urbis excidio sacrosanctae religionis Christianae lamentatio, tramandato dal ms. conservato nella Biblioteca naz. di Firenze, Magliab., VII.1095 e pubblicato in Della Torre, pp. 287-295. Nel poemetto la religione cristiana, personificata, lamenta le gravi perdite subite in Oriente per opera dei Turchi, accennando alla caduta di Costantinopoli e di tutte le altre terre in mano agli invasori e descrivendo il terribile assedio subito da Negroponte sino alla sconfitta definitiva. La disfatta di Negroponte ha il sapore di un episodio eroico, che coinvolse tutta la popolazione, protagonista di un vero e proprio martirio: la religione cristiana riconosceva negli eroi di Negroponte i suoi estremi difensori e li compiangeva, raccomandando al pontefice, nel distico finale, tra i suoi valorosi «pugnantes» lo stesso M., presente all’eccidio della città. Evidente, d’altro canto, è l’intento personale dell’autore, che nel 1471 si trovava nella disperata condizione di disoccupazione, derivata dall’insuccesso militare dell’ammiraglio, nei confronti del quale il M. aveva riposto grandi speranze; dopo la fallimentare spedizione in Oriente Nicolò Canal fu tradotto in ferri a Venezia ed esiliato a Portogruaro e il M. fu costretto a mettersi alla ricerca di un nuovo protettore. La prima edizione veneziana di questo poemetto fu preceduta pertanto da una lettera di dedica per il neocapitano generale della flotta veneta, Pietro Mocenigo, mentre alla seconda edizione dell’opera, pubblicata a Roma, fu premessa una lettera di dedica al pontefice Paolo II.

Dopo un breve periodo di incertezza e di instabilità economica il M. godette della protezione del patrizio veneziano Marco Corner, che gli affidò l’educazione del figlio Giorgio. Ebbe modo di conoscere in quel periodo vari umanisti, tra cui Ermolao Barbaro e Girolamo Bologni da Treviso, i quali apprezzarono la sua abilità poetica.

Agli inizi del 1473 il M. fece rientro a Roma, dove nel frattempo era stato eletto al soglio pontificio Francesco Della Rovere come papa Sisto IV (1471). A Roma il M. ebbe modo di riprendere gli studi sui classici, in particolare su Ovidio: tornò infatti a lavorare sul commento ai Fasti cominciato dieci anni prima. Lavorò a quel commento per un anno intero, e nel 1474 dedicò la sua fatica al giovane discepolo Giorgio Corner, in segno di gratitudine per la protezione offertagli a Venezia; in seguito al commento fu aggiunta una Ratio astrologiae, una sorta di appendice astrologica che aveva la funzione di spiegare i principali fenomeni astronomici descritti nel testo ovidiano. Al commento a Ovidio seguirono quelli alla Pharsalia di Lucano e alla Rhetorica ad Herennium, cui il M. cominciò a dedicarsi dopo il 1479. A quel periodo risale anche la collaborazione con il Platina (Bartolomeo Sacchi), nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, per la composizione di una raccolta di versi scritti in onore del poema De fastis Christianae religionis di Ludovico Lazzarelli. Partecipò anche, insieme con altri membri dell’Accademia Pomponiana, alla realizzazione di un’antologia in onore di Alessandro Cinuzzi, un giovane senese morto l’8 genn. 1474 a sedici anni. L’iniziativa poetica fu promossa da Demetrio da Lucca e Flavio Ermete e nella stessa raccolta doveva figurare anche un lungo componimento poetico del M. per il giovane patrizio fiorentino Tommaso Tornabuoni, oggi conservato a Cambridge, MA, nella Harvard University Library (Latin manuscripts, 358, cc. 262-266).

Il suo ruolo all’interno dell’Accademia era nel frattempo cresciuto: fu eletto censore insieme con Publio Astreo e Pomponio Leto, liberato nel 1469, su iniziativa del quale fu indetta, nel 1483, una gara poetica nel giorno delle palilie (21 aprile), in occasione della quale il M. recitò un’orazione sul Natale di Roma.

A quel tema il M. si era già dedicato componendo, in ossequio a una consuetudine dei sodali dell’Accademia, alcuni versi encomiastici, confluiti in gran parte, attraverso una lunga autocitazione dei primi 286 versi, nel suo commento ai Fasti, a proposito dei vv. 31-32 del libro quarto, in cui Ovidio riconduce a Elettra la genealogia di Romolo: nacque così il Natalis, un lungo componimento in esametri che tesseva la genealogia dei Cesari da Elettra a Romolo.

La stima all’interno dell’Accademia gli fece guadagnare la chiamata alla cattedra di retorica dello Studio romano, dove cominciò a insegnare nell’anno accademico 1480-81, tenendo un corso sui Carmina di Orazio e sui Tristia di Ovidio. L’anno seguente tenne un corso sui Fasti e, con l’occasione, lavorò alla redazione definitiva del commento all’opera ovidiana, che di lì a poco avrebbe dato alle stampe.

Proprio per seguire da vicino le fasi di stampa conclusive del suo commento, nell’estate 1482 il M. si recò a Venezia.

A quel periodo si riferisce un episodio assai curioso della sua vita: pare che durante il viaggio da Roma a Venezia egli volle sostare a Firenze per far visita a Lorenzo de’ Medici e a Poliziano (Angelo Ambrogini) ma gli fu negato l’ingresso in città, perché proveniente da Roma, da dove era giunta voce che fosse scoppiata un’epidemia di peste. Il M. attese fuori dalle mura fiorentine di poter aver accesso in città e, nel frattempo, rivolse a Poliziano un’epistola metrica affinché intercedesse per il suo ingresso, tramandata dal ms. conservato nella Bibl. Medicea Laurenziana XC sup. 37, c. 133r, e pubblicata da Della Torre (pp. 271 s.).

Non è noto se il M. ebbe infine la possibilità di soggiornare a Firenze; certo è, invece, che ripartì presto, come stabilito, alla volta di Venezia, dove il 24 dic. 1482 fu finalmente pubblicato, per i tipi di Battista Torti, il suo commento ai Fasti di Ovidio.

Pare comunque che il M. non abbia atteso a Venezia l’uscita del commento, perché costretto a tornare a Roma prima della fine dell’anno forse a causa di impellenti questioni finanziarie. A Roma in effetti egli si trovò in una condizione di disagio economico e, per questa ragione, compose un’accorata epistola al pontefice con evidente richiesta di aiuto (Divo Sixto pontifici maximo Paulus Marsus, servulorum minimus, cum humili commendatione foelicitatem), tramandata dal ms. Vat. lat. 5163 (c. 28v) della Biblioteca apostolica Vaticana e dal ms. 1350 della Biblioteca Angelica di Roma. Gli fu quindi confermata la cattedra di retorica nello Studio di Roma.

Il M. morì a Roma alla fine di febbraio del 1484.

Ultima modifica ilMercoledì, 02 Novembre 2022 13:02

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