Identità e tradizioni in Grecia: il corso di lingua albanese “Sevasti Qiriazi”
Come si mantengono vive le proprie radici culturali quando si cresce in un Paese straniero? La risposta arriva da Katerini (Grecia), dove la Maestra Majlinda Lipi guida con passione il corso online di lingua e cultura albanese “Sevasti Qiriazi”. In questa profonda intervista curata da Sokol Paja e tradotta da Angela Kosta, emerge tutta l’importanza del ruolo della famiglia e l’affascinante metafora della lingua come un bagaglio invisibile capace di viaggiare attraverso le generazioni👇
Katerini (Grecia) – Mantenere vive e pulsanti le proprie radici culturali, storiche e linguistiche quando si vive stabilmente lontani dalla propria terra d’origine rappresenta una delle sfide sociali ed educative più complesse, affascinanti e delicate per le numerose comunità della diaspora globale. Nel cuore della Grecia, e più precisamente nella vivace cittadina di Katerini, questa nobile missione identitaria viene portata avanti quotidianamente con straordinaria dedizione, passione e innovazione attraverso il corso integrativo di lingua e cultura albanese “Sevasti Qiriazi”. L’iniziativa si pone un obiettivo altissimo: insegnare alle nuove e giovanissime generazioni nate e cresciute in terra ellenica non solo la pura e semplice grammatica, ma l’amore viscerale per le proprie origini. A raccontare i dettagli, i successi, le difficoltà metodologiche e i risvolti patriottici di questo meraviglioso progetto educativo è la Maestra Majlinda Lipi, protagonista di una profonda e toccante intervista realizzata recentemente dal noto giornalista Sokol Paja (per conto di GAZETA DIELLI – USA) e magistralmente tradotta in lingua italiana dall’autrice e traduttrice Angela Kosta.
“L’albanese che ha viaggiato con noi”: il ponte tra le generazioni
L’intervista si apre esplorando immediatamente la complessa genesi e l’evoluzione didattica del progetto educativo in terra greca. Gentile maestra Majlinda, come è stato organizzato e come si è sviluppato il corso di lingua albanese a Katerini? “Il corso integrativo “Sevasti Qiriazi” è attivo da ben otto anni. Negli ultimi tempi si è sviluppato in modo graduale, assumendo un’importanza sempre maggiore e vitale per le nostre famiglie. All’inizio, la sfida principale era avvicinare i bambini alla lingua e convincerli che l’albanese non è soltanto una lingua parlata informalmente in famiglia, ma anche una lingua strutturata che deve essere imparata, scritta e rigorosamente preservata. Oggi abbiamo alunni con diversi livelli di conoscenza. Il nostro lavoro, che attualmente si svolge interamente online tramite metodi visivi e interattivi, non si limita affatto alla sterile grammatica. Cerchiamo costantemente di collegare la lingua alla cultura, alla storia, alle antiche tradizioni, alle canzoni popolari e all’esperienza di vita stessa dei bambini”.
Quale sostegno chiedete ai genitori e alle istituzioni albanesi in Grecia? “Il nostro corso fa orgogliosamente parte della Lega degli Insegnanti Albanesi in Grecia e gode del suo pieno, prezioso e incondizionato sostegno organizzativo. Ciò che però desidereremmo rafforzare ulteriormente è la stretta collaborazione quotidiana con i genitori. Essi hanno un ruolo insostituibile: ciò che viene appreso durante le nostre lezioni deve necessariamente continuare a vivere anche a casa. Quanto più si parla albanese in famiglia, si leggono libri e si incoraggiano i piccoli a comunicare con i nonni, tanto più forte diventa il nostro lavoro didattico”.
Le sfide della diaspora e la conservazione dell’identità nazionale
La conversazione si sposta poi sul profondo significato metaforico del corso e sull’impatto psicologico che l’apprendimento linguistico ha sullo sviluppo dei giovanissimi alunni emigrati. Come è nata la bellissima idea del tema didattico “L’albanese che ha viaggiato con noi”? “È nato osservando la realtà quotidiana. Il greco è la lingua che i nostri bambini utilizzano a scuola, con gli amici e nella società, mentre l’albanese resta prevalentemente la lingua del focolare. Quando le famiglie hanno lasciato l’Albania trasferendosi in altri Paesi, non hanno portato con sé soltanto le valigie fisiche, ma hanno portato i ricordi, le abitudini e, soprattutto, la lingua. Il ‘viaggio’ è una potente metafora: la lingua albanese è passata dai nonni ai genitori e dai genitori ai figli. È partita insieme a noi”.
Quali difficoltà incontrano i bambini albanesi che crescono in Grecia? “Vivono inevitabilmente in una realtà linguistica complessa. Possono comprendere bene l’albanese ma avere difficoltà a parlarlo, oppure parlarlo ma non saperlo scrivere correttamente. Spesso si sentono molto più sicuri quando comunicano in greco e hanno timore di commettere errori grammaticali in albanese. Proprio qui noi insegnanti dobbiamo intervenire con estrema delicatezza: il bambino non deve mai sentirsi giudicato, ma deve essere aiutato a scoprire la bellezza delle proprie origini”.
Quale messaggio finale vorrebbe rivolgere ai genitori e agli studenti del corso? “Ai genitori chiedo di non aspettarsi miracoli se non c’è supporto a casa. Una fiaba, una canzone o una semplice telefonata ai nonni fanno pienamente parte dell’apprendimento linguistico. Ai bambini, invece, dico: non pensate che l’albanese sia solo un ‘dovere’ scolastico. È una lingua che ha compiuto un viaggio lunghissimo e faticoso per arrivare fino a voi. Ora avete l’immenso privilegio e la responsabilità di impararla, arricchirla e, un domani, trasmetterla con orgoglio ai vostri figli, perché il viaggio non deve finire con noi”.
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“Cosa raccontano i tuoi occhi”: l’iridologia protagonista da Mario Vespasiani
Continua con grandissimo successo la sesta edizione della rassegna culturale “Indipendenti Ribelli e Mistici” ideata da Mara e Mario Vespasiani. Sabato 3 ottobre alle ore 18:30, lo Studio d’Arte di Ripatransone ospiterà l’imperdibile incontro “Cosa raccontano i tuoi occhi” con la dottoressa Carmen Fortunato. Una serata interamente dedicata al mondo dell’iridologia e delle pratiche olistiche, per comprendere come l’attenta osservazione dell’iride possa diventare una meravigliosa mappa per conoscere non solo il nostro corpo, ma il nostro intero mondo interiore👇
Ripatransone (Ascoli Piceno) – Il grande, indiscusso e prezioso merito intellettuale della celebre rassegna culturale Indipendenti Ribelli e Mistici è sempre stato quello di aver saputo coraggiosamente e profondamente indagare la complessa realtà circostante, analizzandola con la stessa medesima e rigorosa intensità riservata al vasto e misterioso mondo interiore dell’individuo. Questo lungo e affascinante percorso conoscitivo ha avuto il pregio straordinario di mettere costantemente in stretta relazione diretta esperienze di vita, discipline filosofiche e visioni artistiche apparentemente molto diverse tra loro, ma tutte intimamente accomunate da una stessa e incessante domanda esistenziale: quanto possiamo realmente conoscere di ciò che ci circonda e, allo stesso tempo, di noi stessi? L’esplorazione umana, infatti, può assumere forme, contorni e linguaggi completamente differenti: può declinarsi nel faticoso viaggio geografico ed epico di chi, come il celebre esploratore Giuseppe Tucci, attraversa coraggiosamente territori lontani e impervi per incontrare civiltà, lingue e tradizioni diverse; può trasformarsi in un mistico e profondo percorso spirituale, come avvenuto nella precedente esperienza dialogica tra lo Zen e il Vangelo; oppure, in alternativa, può rivolgersi intimamente e fisicamente verso il corpo e la persona, cercando nuove, sorprendenti e inesplorate modalità di osservazione e interpretazione diagnostica e spirituale.
Carmen Fortunato e l’iridologia: l’iride come mappa dell’individuo
È esattamente all’interno di questo delicatissimo, intimo e affascinante passaggio introspettivo che si avvia e si colloca concettualmente l’atteso incontro culturale e scientifico con la dottoressa Carmen Fortunato.
Infatti, dopo aver lungamente e attentamente guardato verso il misterioso Oriente e aver indagato le grandi esperienze dell’uomo di fronte all’ignoto assoluto, la rassegna marchigiana porta oggi l’attenzione del pubblico su qualcosa di apparentemente molto più vicino, tangibile, quotidiano e familiare: i nostri stessi occhi. L’iride diventa magicamente e scientificamente il punto nevralgico da cui partire per interrogarsi a fondo sul complesso rapporto tra ciò che vediamo del mondo esterno e ciò che siamo realmente nel profondo, instaurando un dialogo tra la mera osservazione esteriore e la più pura e consapevole conoscenza di sé. La serata speciale sarà interamente e accuratamente dedicata all’affascinante mondo dell’iridologia, un’antica e complessa pratica che, attraverso l’attenta e minuziosa osservazione visiva dell’iride, cercherà di individuare e spiegare le strette corrispondenze esistenti tra le peculiari caratteristiche anatomiche dell’occhio e gli innumerevoli aspetti dello stato generale di salute, fisico e mentale, della persona. L’iridologia appartiene di diritto al vasto ambito delle pratiche olistiche, e questo incontro rappresenterà anche un’imperdibile occasione collettiva per conoscere decisamente meglio e da vicino questa particolarissima disciplina, comprenderne il delicato approccio diagnostico e approfondire l’unico e particolarissimo rapporto olistico che essa stabilisce tra l’attenta osservazione visiva dell’iride, il corpo umano nel suo insieme e l’energia vitale della persona.
Il gesto dell’osservare: metafora di conoscenza e scoperta
L’interesse intellettuale e culturale promosso dall’incontro non risiede e non si esaurisce affatto soltanto nella seppur affascinante pratica clinica, ma sconfina apertamente anche e soprattutto nella preziosa possibilità di riflettere filosoficamente sul gesto stesso dell’osservare l’altro.
Guardare attivamente qualcosa o qualcuno significa, a conti fatti, scegliere arbitrariamente cosa vedere, come interpretarlo attraverso il nostro vissuto emotivo e quali importanti domande porci per comprendere la realtà. In questo specifico senso metafisico, l’occhio diventa esso stesso una potente e universale metafora della conoscenza umana: uno strumento insostituibile attraverso il quale entriamo inevitabilmente in relazione con il caotico mondo esterno, ma che può e deve diventare anche il preziosissimo punto di partenza per rivolgere criticamente lo sguardo verso noi stessi. L’iride intesa come luogo privilegiato di osservazione olistica, il corpo vissuto come un territorio geografico da esplorare e conoscere, e il profondo ascolto di sé come possibile forma di alta consapevolezza mentale e spirituale: saranno esattamente questi alcuni dei delicatissimi temi che animeranno il prossimo appuntamento di Indipendenti Ribelli e Mistici, l’ormai celebre e apprezzata rassegna culturale ideata, curata e sapientemente promossa dal duo artistico composto da Mara e Mario Vespasiani. L’evento prenderà ufficialmente vita sabato 3 ottobre, a partire dalle ore 18:30, all’interno dei prestigiosi spazi dello Studio d’Arte Mario Vespasiani di Ripatransone, dove la dottoressa Fortunato sarà la protagonista indiscussa dell’incontro suggestivamente intitolato “Cosa raccontano i tuoi occhi”.
Lo Studio d’Arte Vespasiani: un autentico laboratorio di idee
L’ennesimo e ambizioso appuntamento in calendario si inserisce armonicamente in una programmazione annuale di grandissima originalità e respiro, che ha saputo nel tempo mettere magistralmente in relazione stretta le arti visive, la spiritualità, la ricerca scientifica e la conoscenza accademica.
Si è così generato un percorso intellettuale di enorme e crescente interesse, nel quale discipline diametralmente opposte e personalità profondamente differenti vengono messe in un aperto, libero e costruttivo dialogo orizzontale. In questo senso specifico, lo studio di Mario Vespasiani assume un ruolo fondamentale e centrale per il territorio: lo spazio non è soltanto la formale e fredda sede logistica degli incontri mensili, ma diventa esso stesso parte viva e integrante dell’esperienza sensoriale, un luogo magico nel quale l’alta arte pittorica convive quotidianamente con il dialogo filosofico, la curiosità umana e il confronto civile. Qui, il pubblico attento può letteralmente “vivere” un ambiente che favorisce spontaneamente una partecipazione decisamente più diretta, emozionale e personale. È proprio questa formidabile e rara capacità di trasformare un austero centro d’arte in un caloroso punto d’incontro tra linguaggi culturali differenti a rappresentare, senza alcun dubbio, uno degli aspetti più significativi e vincenti dell’impegno civico di Mario Vespasiani come instancabile promotore umano e culturale. Ricordiamo infine a tutti gli interessati che l’ingresso all’evento con Carmen Fortunato (in Corso Vittorio Emanuele II 32-34) è rigorosamente gratuito, ma richiede l’obbligatoria prenotazione tramite un semplice messaggio al numero 333.6361829, per garantire a tutti una fruizione attenta, sicura e confortevole degli spazi espositivi.
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Tracce e Visioni: quando la cultura incontra le persone
La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Redazione- La cultura cambia, si trasforma, mescola linguaggi e soprattutto mette in connessione persone diverse. È proprio questa energia a emergere dalla cerimonia del Premio “Tracce e Visioni”, che il 24 settembre 2026 ha portato nella Sala del Carroccio in Campidoglio un parterre ricco e trasversale.
L’iniziativa è stata ideata da Terza Pagina Magazine e dal suo direttore Alessandro Scarnecchia, e promossa dall’On. Francesca Leoncini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva.
Una serata nella quale giornalismo, letteratura, arte, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale si sono incontrati, mostrando quanto sia variegato il panorama culturale contemporaneo.
Sul palco sono saliti Annalisa Bruchi, Adriana Pannitteri, Laura Delli Colli, Claudia Conte, Eleonora Ivone, Enrico Manera, la Maison Luigi Borbone, Rino Jupiter e Federica Pucciariello. Con loro Ilaria Solazzo, Giovanni Tonti, Renzogallo, Andrea Contorni, Evandra De Rosa, Rosella Giorgetti, Heike Hinneburg, Roberta Gulotta, Christopher Pacioni, Andrea Ciaffaroni, Marco De Angelis e Roberta Testaguzza.
Nomi, professioni e storie differenti, ma un elemento in comune: aver costruito, ciascuno nel proprio campo, un percorso capace di lasciare una traccia.
Ed è proprio la parola traccia a diventare centrale. Una traccia è qualcosa che resta. Una storia, un’idea, un’opera, un incontro. Una visione, invece, è lo sguardo rivolto a ciò che ancora deve arrivare.
La manifestazione ha raccontato entrambe le dimensioni.
La memoria dello spettacolo attraverso i libri dedicati a Raffaella Carrà e Monica Vitti, il giornalismo, la narrativa, la pittura, la scultura, l’illustrazione, l’architettura, l’Alta Moda e l’impegno sociale hanno trovato un unico spazio di confronto.
Tra i riconoscimenti assegnati anche quello a Ilaria Solazzo, premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Per lei la comunicazione non è soltanto un mestiere. È soprattutto un modo per incontrare persone, ascoltare storie e trasformare esperienze individuali in racconti capaci di arrivare agli altri.
E quella del 24 settembre è stata una serata speciale anche per un altro motivo: tra i premiati c’erano infatti persone che fanno parte del suo percorso, professionale e umano, come Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza.
Il Campidoglio è diventato così anche un luogo di incontri, amicizie, ricordi e nuove emozioni.
Abbiamo incontrato Ilaria Solazzo per parlare del premio, del suo lavoro e di cosa significhi oggi fare giornalismo e comunicazione in un mondo nel quale tutto corre velocemente, ma nel quale le storie delle persone continuano ad avere un valore enorme.
Ilaria Solazzo: «Raccontare le persone significa prima di tutto ascoltarle»
Intervista alla giornalista e scrittrice premiata nella categoria Giornalismo e Comunicazione
ROMA, 24 settembre 2026 – La Sala del Carroccio in Campidoglio ha fatto da cornice a una serata dedicata a professionisti e personalità provenienti da mondi diversi.
Tra loro Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista, scrittrice e professionista della comunicazione, che ha ricevuto il Premio “Tracce e Visioni” nella categoria Giornalismo e Comunicazione.
Un riconoscimento arrivato dopo anni dedicati alla scrittura, alle interviste e al racconto di persone appartenenti al mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria.
Con lei abbiamo parlato del premio, delle emozioni vissute in Campidoglio e del suo modo di intendere il giornalismo.
Dottoressa Solazzo, partiamo dalla domanda più semplice: che effetto Le ha fatto ricevere questo premio proprio in Campidoglio?
Mi ha fatto un effetto molto forte.
Un premio fa piacere, naturalmente, ma quando arriva dopo tanti anni di lavoro lo vivi in maniera diversa. Ti fermi un attimo e guardi indietro.
Pensi alle persone incontrate, alle interviste fatte, alle occasioni che hai avuto e anche alle difficoltà che hai superato?
Il Campidoglio ha dato a tutto questo un significato ancora più particolare. È un luogo che racconta Roma, la sua storia e la sua cultura. Essere lì, in quel momento, mi ha fatto sentire ancora di più la responsabilità di quello che faccio.
La categoria è “Giornalismo e Comunicazione”. Per Lei che differenza c’è tra queste due parole?
Sono vicine, ma non sono la stessa cosa.
Il giornalismo ha una responsabilità precisa: informare, verificare e rispettare chi legge.
La comunicazione è un universo più grande. Comprende il modo in cui raccontiamo qualcosa, il linguaggio che scegliamo, le relazioni che costruiamo e il modo in cui riusciamo a valorizzare una storia.
Nel mio lavoro queste due dimensioni si incontrano continuamente.
E c’è una cosa che per me viene prima di tutto: la persona.
Lei ha intervistato tantissime persone. Che cosa cerca quando incontra qualcuno per un’intervista?
Cerco di ascoltare davvero.
Per me un’intervista non è semplicemente una lista di domande preparate prima. È un incontro.
Mi interessa capire chi ho davanti, cosa c’è dietro il personaggio pubblico, dietro la professione, dietro il successo.
Una persona può raccontarti che cosa fa, ma può anche raccontarti perché lo fa. Ed è proprio lì che spesso nasce la parte più interessante dell’intervista.
Oggi viviamo in un mondo velocissimo, fatto di social, video, contenuti continui. Ha ancora senso fermarsi ad ascoltare una storia?
Assolutamente sì.
Anzi, forse oggi ne abbiamo ancora più bisogno.
Siamo sommersi dalle informazioni, ma avere tante informazioni non significa necessariamente conoscere davvero qualcuno.
Una storia richiede tempo. Richiede ascolto.
Credo che il giornalismo possa ancora creare quello spazio nel quale una persona non sia soltanto un nome o un’immagine, ma possa raccontarsi davvero.
Il titolo del premio è “Tracce e Visioni”. Quale delle due parole sente più vicina al Suo percorso?
In realtà entrambe.
La traccia è tutto ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle: gli incontri, il lavoro, le parole, le persone che abbiamo conosciuto.
La visione è invece quello che immaginiamo per il futuro.
Io credo che non possiamo scegliere soltanto una delle due. Abbiamo bisogno della memoria, ma anche della capacità di guardare avanti.
Tra i premiati c’erano anche Eleonora Ivone, Adriana Pannitteri, Claudia Conte, Giovanni Tonti e Roberta Testaguzza, persone che conosce e alle quali è legata. Che effetto Le ha fatto vivere questa serata insieme a loro?
È stata una delle parti più belle.
Quando condividi un momento importante con persone che conosci e stimi, l’emozione cambia.
Ci sono rapporti che nascono dal lavoro e poi diventano amicizia, affetto, condivisione.
Vedere premiate persone alle quali voglio bene mi ha fatto piacere sinceramente.
Credo che una bella amicizia sia anche questo: riuscire a essere felici per i successi degli altri senza pensare soltanto ai propri.
Eleonora Ivone è una persona particolarmente importante per Lei. Il suo riconoscimento ha avuto un’emozione diversa?
Sì, sicuramente.
Eleonora per me è una persona importante e la nostra storia è legata anche alla memoria di Angelo Longoni, che ho avuto la possibilità di conoscere e intervistare.
Ci sono persone che continuano a esserci anche quando fisicamente non ci sono più.
Restano attraverso quello che hanno creato, attraverso le parole, le opere e i ricordi che hanno lasciato.
Per questo vedere Eleonora ricevere quel riconoscimento mi ha emozionata particolarmente.
Il premio Le è stato consegnato da Giovanni Di Negri di Eurocomunicazione. Che cosa ricorda di quel momento?
Ricordo soprattutto la gratitudine.
Ringrazio Giovanni Di Negri per avermi consegnato il premio e Alessandro Scarnecchia, insieme a Terza Pagina Magazine, per aver creato questa occasione.
Ci sono momenti nei quali ti rendi conto che dietro un riconoscimento ci sono tante persone.
E questo, per me, è importante.
A chi pensa quando guarda questo premio?
Penso alle tante persone che ho incontrato.
A quelle conosciute e famose, certo, ma anche a quelle meno conosciute dal grande pubblico.
Perché ogni persona ha qualcosa da raccontare.
Dedico questo riconoscimento a chi ha scelto di affidarmi una parte della propria storia e mi ha permesso di trasformarla in un racconto.
E lo dedico anche a chi non c’è più, ma continua a vivere attraverso la memoria.
In particolare ad Angelo Longoni e a Eleonora Ivone, mia dolcissima amica.
Secondo Lei un premio è un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Io lo vedo come una tappa.
È bello ricevere un premio e sarebbe inutile fingere il contrario. Ma non deve diventare un punto fermo.
Deve darti energia.
Deve farti venire voglia di continuare, di imparare, di migliorare.
Alla fine, la cosa più importante non è quanti premi ricevi, ma quanto riesci ancora a metterti in gioco.
Dopo “Tracce e Visioni”, quale sarà la Sua prossima visione?
Continuare a raccontare.
Continuare a incontrare persone, fare domande, ascoltare storie e cercare nuovi punti di vista.
Mi piacerebbe continuare a usare la comunicazione per creare connessioni.
Perché comunicare non significa soltanto pubblicare qualcosa. Significa mettere in relazione persone, idee ed esperienze.
E vorrei che ogni mio articolo, ogni intervista, ogni racconto lasciasse qualcosa a chi lo legge.
Anche solo una curiosità.
Anche solo un’emozione.
Se dovesse spiegare “Tracce e Visioni” con una sola frase, quale sceglierebbe?
Direi che la traccia è quello che lasciamo agli altri.
La visione è quello che decidiamo di costruire da domani.
E forse è proprio questo il senso più bello del premio.
Il 24 settembre non lo considero un traguardo, ma una nuova tappa.
Una pagina importante, sì, ma ancora dentro un libro che sto continuando a scrivere.
Nel Suo percorso ha incontrato tante persone e tante storie. C’è qualcosa che un’intervista ha insegnato a Lei e che oggi porta sempre con sé?
Sì: che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Ogni persona arriva con un mondo che non vediamo immediatamente. A volte bastano una domanda fatta nel modo giusto, un silenzio o un ascolto sincero per far emergere una parte completamente diversa di chi abbiamo davanti.
Le interviste mi hanno insegnato anche a essere curiosa. La curiosità, quando è accompagnata dal rispetto, è una delle qualità più belle che possa avere chi racconta gli altri.
Se potesse lasciare un messaggio a chi oggi vuole avvicinarsi al giornalismo e alla comunicazione, quale sarebbe?
Direi di non avere fretta di arrivare.
Viviamo in un’epoca nella quale sembra che tutto debba accadere subito: visibilità, risultati, riconoscimenti. Ma un percorso vero ha bisogno di tempo.
Studiate, osservate, fate domande, ascoltate e soprattutto non smettete di essere voi stessi. La tecnica si può imparare, gli strumenti cambiano continuamente, ma l’autenticità non passa mai di moda.
E ricordatevi che dietro ogni contenuto ci sono delle persone. Raccontarle significa avere una responsabilità, ma anche una grande opportunità: quella di lasciare una traccia positiva.
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La dittatura dell’ego sui social e il coraggio dell’umiltà: la lezione di Menda Vreto
Nell’era dei social network, dire continuamente “io” sembra diventato l’unico modo per esistere. Ma l’editoriale di Menda Vreto ci invita a una riflessione profonda: nella letteratura e nella vita, ostentare i successi nascondendo la fatica e lo studio rischia di dare un pessimo esempio ai più giovani. Abbiamo bisogno di recuperare il valore dell’umiltà, della critica costruttiva e del silenzio. Perché alla fine non conteranno i premi vinti, ma ciò che avremo lasciato agli altri👇
Roma – Viviamo immersi in un tempo storico in cui raccontare noi stessi, ostentare i nostri successi e mettere in vetrina la nostra quotidianità è diventato un gesto quasi naturale e scontato. I social network ci hanno fornito uno spazio digitale enorme, un megafono globale per mostrare costantemente ciò che facciamo, ciò che pensiamo e i traguardi che abbiamo raggiunto. Non dobbiamo più aspettare pazientemente che siano gli altri a parlare di noi o a recensire le nostre opere: possiamo farlo direttamente, ogni singolo giorno, in qualsiasi momento della giornata. E forse, proprio a causa di questa immensa facilità di autorappresentazione, nasce una domanda semplice ma profondamente umana: perché sentiamo così spesso, in maniera quasi compulsiva, il pressante bisogno di dire “io”? “Io ho fatto questo”, “Io sono arrivato fin qui”, “Io ho ricevuto questo prestigioso riconoscimento”, “Io sono stato scelto”, “Io posso dare ottimi consigli”. Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non c’è necessariamente cattiveria o arroganza in questo naturale bisogno. L’intrinseco desiderio di essere visti e riconosciuti appartiene alla natura umana. Tutti noi, in qualche modo, abbiamo un profondo bisogno psicologico di sentirci ascoltati e apprezzati dalla comunità. Il problema sorge, in tutta la sua gravità, quando l’approvazione degli altri diventa un elemento ossessivo e indispensabile per poterci sentire importanti.
Il rischio della vanità letteraria e l’importanza dell’opera
A quel punto del percorso, il risultato oggettivo non sembra più essere sufficiente per la nostra soddisfazione personale: deve essere per forza mostrato pubblicamente al mondo.
Il premio letterario deve essere raccontato e sbandierato. Il libro appena pubblicato deve essere accompagnato continuamente e quasi fastidiosamente dal nome ingombrante dell’autore e dai suoi successi pregressi. L’esperienza personale dell’individuo rischia così di non essere più condivisa con il nobile scopo di risultare utile agli altri, ma esclusivamente per confermare egoisticamente il proprio valore sociale. Ed è proprio allora che il pronome “io” può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in una continua e quasi patetica richiesta di conferma e rassicurazione: “Guardatemi, riconoscetemi, ditemi che valgo”. Questa profonda riflessione sociologica diventa ancora più importante e decisiva quando entra a gamba tesa nel delicato mondo della cultura e della scrittura. La grande letteratura dovrebbe essere, prima di tutto, uno spazio sacro di ascolto reciproco. Un libro dovrebbe permetterci di incontrare un’altra persona, un’altra complessa esperienza, un altro modo di guardare e interpretare il mondo. Quando invece ogni discorso letterario torna continuamente a concentrarsi sull’autore, sui suoi risultati di vendita, sui riconoscimenti ricevuti e sulla sua presunta importanza mediatica, si corre il grave rischio che l’immagine pubblica della persona diventi paradossalmente più importante dell’opera stessa. Abbiamo ancora bisogno di spiegare continuamente chi siamo, oppure possiamo avere il coraggio di lasciare che siano le nostre parole a parlare per noi?
Il confronto sui social e la responsabilità verso i giovani
Le piattaforme social hanno inevitabilmente modificato anche il nostro modo di confrontarci con gli altri professionisti, alterando la percezione della realtà.
Vediamo continuamente persone che mostrano risultati brillanti, premi, libri pubblicati, fotografie patinate, successi e riconoscimenti ufficiali. Ma raramente, quasi mai, ci viene permesso di vedere tutto ciò che c’è dietro a quei traguardi: gli errori clamorosi, le dolorose rinunce, gli anni faticosi di studio, le porte chiuse in faccia, le notti insonni, le umane insicurezze e le enormi difficoltà. Vediamo soltanto il risultato finale splendente, ignorando deliberatamente il percorso faticoso. E questo meccanismo distorto può diventare particolarmente pericoloso e delicato quando i destinatari del messaggio sono i giovani. Un ragazzo può osservare ciò che gli adulti mostrano trionfalmente online e convincersi erroneamente che il successo sia qualcosa di immediato, di facile, quasi naturale. Per questo gli adulti hanno oggi una grande responsabilità etica: non devono raccontare soltanto dove sono brillantemente arrivati, ma anche la ripida strada che hanno dovuto percorrere. Dire a un giovane “puoi farcela” è certamente importante per motivarlo. Ma è altrettanto fondamentale dirgli onestamente: “Dovrai studiare tanto, dovrai impegnarti duramente, dovrai sbagliare spesso e, qualche volta, dovrai avere tantissima pazienza”.
Il valore inestimabile della critica costruttiva e dello studio
Nel vasto e complesso mondo della scrittura e dell’editoria abbiamo urgentemente bisogno di recuperare il sano valore della critica letteraria.
Criticare analiticamente un testo non significa necessariamente o malignamente voler ferire l’animo di chi lo ha scritto. Una critica seria e fondata può essere, al contrario, un altissimo gesto di rispetto intellettuale. Può indicare che una certa parte può essere migliorata, che una traduzione va accuratamente rivista, che un’idea merita di essere sviluppata con maggiore respiro. Naturalmente anche colui che critica deve essere armato di profonda umiltà. Non esiste un critico infallibile che abbia sempre ragione. Anche chi ha studiato a lungo può prendere degli abbagli; anche chi insegna all’università continua a imparare dai propri allievi. La critica costruttiva dovrebbe quindi avere sempre due compagni di viaggio inseparabili: la massima competenza tecnica e il totale rispetto umano. L’approccio non dovrebbe mai essere: “Io sono migliore di te”, ma piuttosto: “Possiamo guardare insieme ciò che può diventare migliore”. Questa sottile ma cruciale differenza è fondamentale, soprattutto quando ci rivolgiamo per correggere le nuove generazioni.
Che cosa lasciamo agli altri? Il fine ultimo della cultura
Forse, giunti a questo punto della riflessione, dovremmo cambiare radicalmente la prospettiva della nostra domanda originaria.
Invece di chiederci continuamente ed egocentricamente “Quanto sono importante?”, potremmo iniziare a chiederci: “Che cosa sto lasciando concretamente agli altri?”. Un buon libro può tramandare una solida conoscenza. Una poesia profonda può suscitare un’emozione indimenticabile. Un insegnante appassionato può indicare una direzione di vita. Una parola giusta può rimanere impressa nella memoria di un ragazzo per moltissimi anni. E forse tutto questo vale infinitamente di più di qualsiasi effimero applauso social. La scrittura, in fondo, nasce da un bisogno umano primordiale e antichissimo: lasciare una traccia duratura del proprio passaggio. Scrivere non è mai stato soltanto un modo narcisistico per dire “io esisto”. È stato, fin dalla notte dei tempi, un mezzo potentissimo per dire: “Qualcosa di me può essere utile a te”. Cresciamo veramente come intellettuali e come persone solo quando capiamo che il nostro valore non aumenta affatto occupando fisicamente o virtualmente più spazio degli altri. Cresce a dismisura solo quando ciò che siamo riesce a lasciare un seme buono anche nel prossimo. Perché, in definitiva, non è importante soltanto arrivare in cima. È essenziale prestare attenzione a ciò che lasciamo fiorire lungo il cammino.
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