Un ricordo che rivestì l’anima: la toccante storia di Mara e il crudele volto della demenza
La memoria può svanire nel nulla, ma l’anima dimentica davvero ciò che ha amato fare? In una toccante, straziante e meravigliosa riflessione narrativa, Sabina Darova racconta la commovente storia di Mara, una donna affetta da grave e crudele demenza precoce. Confusa e smarrita nel presente, Mara ha dimenticato luoghi e familiari, ma non il suo antico lavoro di abile sarta. Davanti a una vecchia fotografia in bianco e nero mostratale da un’infermiera, accade un piccolo e meraviglioso miracolo della mente: non riconosce il volto della donna ritratta, ma riconosce la stoffa e il taglio del vestito che lei stessa le aveva cucito tanti anni prima. E in quel minuscolo e prezioso ricordo ritrovato, ha potuto ritrovare e riabbracciare finalmente se stessa!👇
Roma – Esistono professioni umane, silenziose e faticose che non si misurano in fatturati, uffici o scadenze aziendali, ma si calcolano e si pesano esclusivamente nell’incredibile mole e varietà di vite umane che si è costretti o si ha il privilegio di incrociare sul proprio cammino lavorativo. Chi svolge quotidianamente professioni di ascolto, cura e assistenza medica si ritrova spesso e volentieri ad attraversare un vero e proprio e sterminato mare fatto unicamente di storie: narrazioni liete, racconti tragici e dolorosi, manifestazioni di puro e indomito coraggio e ammissioni di tenera fragilità. In un suo recentissimo e profondissimo editoriale narrativo, intitolato poeticamente “Un ricordo che rivestì ancora una volta l’anima”, la scrittrice Sabina Darova ci accompagna per mano, con enorme e delicato tatto, proprio in una di queste fragili storie. È una narrazione venata di una profondissima e discreta malinconia, capace di colpire e scuotere il lettore nel punto in assoluto più vulnerabile dell’animo umano. L’autrice porta alla luce e all’attenzione del vasto pubblico un fenomeno sociale e sanitario sempre più inquietante, triste e diffuso nella nostra moderna società: il vertiginoso e inarrestabile aumento di persone relativamente giovani, spesso donne tra i sessanta e i settanta anni d’età (definite dall’autrice come “giovani anziane”), che vengono colpite all’improvviso dal crudele e inesorabile ladro dei ricordi: la demenza.
Il mestiere come scudo: l’arte del cucito contro la malattia
La dolorosa e commovente storia che fa da perno centrale all’intero e magistrale racconto ruota attorno a una donna che la scrittrice decide di chiamare amorevolmente con il nome di fantasia di Mara.
La povera, fragile e smarrita Mara vive ormai costantemente e tragicamente intrappolata in un presente liquido e sfuggente, dove i nomi dei propri cari, i luoghi familiari e persino il semplice alternarsi delle stagioni si confondono in una dolorosa e disorientante nebbia mentale. Ma c’è una cosa, una singola, fortissima e luminosa ancora di salvezza che la crudele malattia neurologica non è ancora incredibilmente riuscita a portarle via in modo definitivo: l’incancellabile ricordo legato alla sua antica professione lavorativa. Mara, infatti, è stata una grandissima, talentuosa e abile sarta. Costretta fin dalla gioventù a fuggire e difendersi dalle atrocità e dalle persecuzioni politiche di uno spietato regime comunista, aveva imparato amorevolmente dalla madre la precisissima e antica arte del cucire, trasformando abilmente le sue piccole e laboriose mani nell’unico, solido e vitale strumento di emancipazione e sopravvivenza. Mentre la sua intera identità anagrafica si disgrega e svanisce inesorabilmente giorno dopo giorno sotto i colpi silenziosi della demenza senile, l’inattaccabile memoria meccanica, tattile e artistica del suo antico e amato mestiere resiste stoicamente e caparbiamente, come un preziosissimo e lucente frammento di roccia in mezzo alla forte tempesta del decadimento cognitivo.
L’incontro con la vecchia fotografia: il miracolo di un abito
L’episodio cardine e assolutamente straziante dell’intero, meraviglioso racconto di Sabina Darova si consuma delicatamente e improvvisamente quando un’infermiera della struttura sanitaria si avvicina lentamente alla signora Mara, porgendole con cura tra le mani una vecchissima e consumata fotografia in bianco e nero.
Ciò che accade nei minuti immediatamente successivi è la descrizione di un vero e proprio e fugace miracolo della mente umana. Mara osserva l’immagine consunta con estrema ed esasperante lentezza, accarezzandone i fragili bordi con dita tremanti e segnate dal tempo. Inizialmente sembra non riconoscere alcunché, ma poi, all’improvviso, un guizzo infantile, netto e limpidissimo le accende magicamente lo sguardo spento. Il suo fragile e nodoso dito si posa con estrema e chirurgica sicurezza non sul volto della ragazza ritratta nella vecchia foto, bensì sulle pieghe del suo indumento. “Questo vestito… l’ho cucito io!”, esclama improvvisamente Mara, ritrovando istantaneamente una voce solida, ferma e sicura che non le apparteneva ormai da tantissimo tempo. La memoria professionale della sarta esplode e inonda la stanza di dettagli tecnici, affascinanti e incredibili: si ricorda nitidamente la consistenza leggera e morbida di quella specifica e pregiata stoffa importata dall’Italia, si rammenta della complessità di quel particolare cartamodello, e descrive con orgoglio e commozione come quell’abito scivolasse e cadesse perfettamente sul corpo della ragazza che lo indossava all’epoca. La commozione generale esplode e raggiunge livelli insostenibili quando l’infermiera, in lacrime, rivela teneramente a Mara: “Quella ragazza nella fotografia sono io”.
L’illusione della memoria e il crudele ritorno al buio dello smarrimento
L’abbraccio lungo, sincero, fortissimo e silenzioso che segue questa incredibile rivelazione riesce nel magico, commovente e titanico intento di sconfiggere, fermare e riportare indietro lo scorrere impietoso del tempo, azzerando istantaneamente ogni distanza anagrafica e barriera neurologica.
Per un singolo, preziosissimo e inestimabile istante di purissima e lucente eternità, Mara non è più l’anziana paziente confusa, disorientata e spaventata rinchiusa in una fredda struttura medica, ma torna a essere orgogliosamente e fieramente l’abile, stimata e preziosa sarta di un tempo, ritrovando finalmente per pochi secondi il pieno contatto con la propria perduta dignità e identità umana. Ma la demenza, come giustamente e amaramente osserva la narratrice, è una malattia spietata, vigliacca, imprevedibile e tremendamente crudele. La debole e flebile finestra sul passato si richiude purtroppo con la stessa tragica ed estrema velocità con cui si era aperta. Terminata l’emozione dell’abbraccio catartico, lo smarrimento più totale ricade nuovamente e inesorabilmente sul volto rugoso di Mara come una spessa e insormontabile coperta di piombo. Fissando dolcemente la sua interlocutrice con l’innocenza spaventata di una bambina smarrita in un bosco, le domanda disperatamente: “Chi sei? Portatemi a casa… sono in ritardo”. Le parole finali di Sabina Darova risuonano amaramente nell’aria silenziosa: quel giorno la paziente Mara non è riuscita purtroppo a ricordare consapevolmente il nome di una persona, ma ricordando la consistenza e le cuciture del suo abito ha potuto ricordare, per qualche magico e prezioso minuto, soprattutto se stessa.
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Luisa Belletti, la donna che trasforma il tempo in nuvole d’amore
Ci sono vite che raccontano il dolore e vite che, attraversandolo, imparano a seminare bellezza. Quella di Luisa Belletti appartiene alla seconda categoria: una donna che ha scelto di non contare ciò che la vita le ha tolto, ma ciò che può ancora donare. Una donna che ha trasformato la propria fragilità in forza, il tempo in presenza e gli incontri in occasioni di rinascita.
Ci sono persone che arrivano nella vita degli altri quasi in punta di piedi e, senza fare rumore, lasciano qualcosa che rimane. Una parola, una carezza, uno sguardo, un gesto di fiducia. Persone che non hanno bisogno di proclamarsi speciali, perché è ciò che fanno a raccontarle.
Redazione- Ci sono vite che raccontano il dolore e vite che, attraversandolo, imparano a seminare bellezza. Quella di Luisa Belletti appartiene alla seconda categoria: una donna che ha scelto di non contare ciò che la vita le ha tolto, ma ciò che può ancora donare. Una donna che ha trasformato la propria fragilità in forza, il tempo in presenza e gli incontri in occasioni di rinascita.
Ci sono persone che arrivano nella vita degli altri quasi in punta di piedi e, senza fare rumore, lasciano qualcosa che rimane. Una parola, una carezza, uno sguardo, un gesto di fiducia. Persone che non hanno bisogno di proclamarsi speciali, perché è ciò che fanno a raccontarle.
Luisa Belletti è una di queste persone.
La sua è una storia che meriterebbe di essere raccontata non soltanto per ciò che ha realizzato, ma soprattutto per ciò che rappresenta. È la storia di una donna che avrebbe potuto lasciare che le difficoltà, la malattia e la disabilità restringessero l’orizzonte della propria esistenza e che, invece, ha scelto una strada completamente diversa: usare il tempo che le è stato donato per donare a sua volta.
È una scelta di straordinaria grandezza umana.
Da oltre vent’anni Luisa convive quotidianamente con una malattia complessa e con una disabilità. Conosce quindi il significato della fatica, dei limiti, delle giornate difficili, delle battaglie che spesso rimangono invisibili agli occhi degli altri.
Eppure, anziché chiudersi dentro ciò che le è accaduto, ha spalancato una porta verso il mondo.
Ha scelto di esserci.
Ha scelto di ascoltare.
Ha scelto di aiutare.
E soprattutto ha scelto di trasformare il proprio vissuto in una possibilità di bene.
È racchiuso in una sua frase il senso più autentico di questo cammino:
«Più la vita mi toglie, più il mio tempo è prezioso e mi spinge a creare situazioni nuove per poter essere d’aiuto».
Parole che non sono semplicemente belle. Sono parole vissute.
Perché il tempo, quando la vita insegna a conoscerne il valore, smette di essere una semplice successione di ore e diventa qualcosa di infinitamente più prezioso. Diventa presenza. Diventa incontro. Diventa ascolto. Diventa possibilità.
Luisa ha scelto di non sprecare il proprio tempo nella domanda «perché proprio a me?», ma di trasformarlo nella domanda più difficile e più generosa: «Cosa posso fare per gli altri?»
La risposta è contenuta nella sua quotidianità.
E contiene anche una concezione molto particolare della parola “persona”.
Per Luisa, infatti, il termine non può essere circoscritto esclusivamente all’essere umano. Persona è, nella sua visione, ogni essere pensante e cognitivo capace di provare emozioni, ogni creatura che vive l’esperienza della vita. Un gatto, un cane, un cavallo, una gallina: non cambia la specie, perché ciò che conta è il riconoscimento dell’esistenza, della sensibilità e della dignità dell’altro.
È una prospettiva che lega indissolubilmente il concetto di persona a quello della cura.
Chi ha ricevuto molto dalla vita, anche quando la propria storia potrebbe apparentemente raccontare il contrario, può sentire il desiderio – e persino il dovere – di restituire qualcosa.
Per Luisa donare significa anche sentirsi utili. Non necessariamente attraverso competenze straordinarie, ma attraverso la capacità, spesso ancora più preziosa, di stare accanto.
Perché si può essere competenti, affermati, avere successo e raggiungere grandi traguardi, ma se si perde la capacità di essere brave persone, tutto il resto rischia di perdere valore.
Autrice del libro “Giù dai tacchi”, pubblicato da Bertoni Editore, Luisa affida anche alla scrittura una parte del proprio percorso. Ma il suo racconto più importante non è soltanto quello custodito nelle pagine di un libro. È quello scritto quotidianamente attraverso le relazioni, le esperienze, gli incontri e le persone alle quali riesce a restituire un frammento di fiducia.
La sua storia ha conosciuto la fragilità sulla propria pelle. Ed è proprio la fragilità ad averle insegnato a guardare oltre la superficie.
Quando si vive direttamente una condizione di vulnerabilità, si comprende che dietro un sorriso può nascondersi una sofferenza enorme e che ciò che appare all’esterno raramente racconta per intero ciò che una persona sta vivendo dentro.
Da questa consapevolezza è nata anche una forma diversa di amore verso se stessa: imparare a non giudicarsi e, proprio per questo, imparare a non giudicare gli altri.
Perché nessuno può conoscere fino in fondo le battaglie invisibili che chi gli sta accanto sta combattendo.
E allora diventano necessarie più delicatezza, più pazienza, più gentilezza.
Nel suo mondo c’è poi un linguaggio particolare, antico e autentico: quello dei cavalli.
Per Luisa il cavallo non è uno strumento, non è un mezzo, non è un oggetto da addestrare per soddisfare le esigenze dell’uomo. È un essere vivente, un’anima libera, una presenza da rispettare.
Sono proprio i cavalli, spesso considerati dal mondo utilitaristico soltanto quando possono essere utilizzati, a trovare nel suo percorso una seconda possibilità. Animali che vengono accolti, rispettati e accompagnati verso una vita dignitosa, nel gruppo, secondo i loro tempi e la loro natura.
È una scelta che racconta molto della donna che la compie.
Perché chi sa riconoscere la dignità di un animale che il mondo considera “inutile” è spesso capace di riconoscere anche la dignità di quelle persone che la società tende a lasciare ai margini.
Con i cavalli Luisa non cerca il dominio, ma l’incontro.
Non necessariamente si sale in sella.
Si sta accanto.
E in quel semplice “stare accanto” è racchiusa una vera filosofia dell’esistenza.
Il cavallo le ha insegnato che non si può costruire una relazione autentica attraverso la forza o l’imposizione. Occorre disarmarsi, ascoltare in silenzio, osservare i dettagli, rispettare tempi, spazi e natura dell’altro.
La stessa lezione, secondo Luisa, vale per i rapporti umani.
Non possiamo pretendere di possedere chi abbiamo accanto, cambiarlo a tutti i costi o imporgli la nostra visione. Una relazione sana nasce dal rispetto della libertà dell’altro.
Stare accanto a qualcuno, indipendentemente dalla specie, senza volerlo dominare ma accogliendolo per quello che è, può diventare una delle forme più pure d’amore.
È attraverso questo rapporto, insieme a diverse pratiche dedicate al benessere, che Luisa contribuisce a creare esperienze capaci di offrire centratura, sollievo e consapevolezza.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai cavalli.
Perché il vero progetto di Luisa sono le persone.
E qui la sua esperienza personale diventa una vera missione.
Mentre si trovava in un letto d’ospedale, sconvolta e perduta, si trovò a vivere la carenza di un servizio di cura e attenzione profonda. In quel momento nacque una promessa: se fosse uscita viva da quella situazione, avrebbe creato quello spazio che a lei era mancato.
Da quella promessa è nato un percorso rivolto a chi vive situazioni di disagio, disabilità, isolamento e fragilità.
Prima ancora di qualsiasi aiuto materiale, certamente fondamentale, Luisa individua un bisogno ancora più profondo: sentirsi visti.
Essere riconosciuti nella propria unicità e non identificati con la malattia, con la disabilità o con l’evento che ha cambiato la propria esistenza.
Una persona può avere bisogno di sostegno pratico, ma può avere soprattutto bisogno di sapere che la propria esistenza ha ancora un valore.
A volte basta ascoltare.
Ascoltare davvero.
Senza interrompere, senza giudicare, senza la fretta di trovare a tutti i costi una soluzione.
Per Luisa, l’ascolto sincero è già un atto d’amore.
La sua attenzione si rivolge così ai bambini e agli adulti con disabilità, a chi improvvisamente deve fare i conti con una malattia, alle vittime di violenza, a chi conosce il bullismo, il mobbing, le dipendenze e la solitudine.
E agli anziani.
Perché una società che dimentica i propri anziani, secondo la sua visione, perde la propria anima, taglia le proprie radici e dimentica la propria memoria.
Gli anziani non sono soltanto persone da assistere. Sono storie, esperienza, saggezza, memoria. Non rappresentano soltanto il passato, ma anche il nostro futuro, perché tutti, se avremo la fortuna di vivere abbastanza a lungo, siamo destinati a diventare anziani.
Creare momenti di aggregazione significa quindi restituire dignità, appartenenza e partecipazione.
Significa ricordare che sentirsi utili, visti e riconosciuti non è un bisogno che scompare con gli anni.
È il respiro stesso della vita.
Nel corso del suo cammino Luisa ha collaborato con realtà impegnate contro la violenza, il bullismo, il mobbing e le dipendenze, costruendo sinergie con centri antiviolenza, associazioni, specialisti sanitari e volontari.
Un lavoro prezioso proprio perché non pretende di sostituirsi alle competenze professionali, ma costruisce ponti.
Ponti tra persone.
Ponti tra mondi.
Ponti tra la sofferenza e la possibilità di tornare a stare bene.
La sua opera ha anche un valore sociale profondo: creare luoghi nei quali nessuno debba sentirsi inutile.
Perché essere aiutati è importante, ma sentirsi ancora capaci di dare qualcosa agli altri può diventare una forma potentissima di rinascita.
E così Luisa crea spazi di coesione, occasioni nelle quali incontrarsi, condividere, sentirsi parte di una comunità.
È una rivoluzione gentile.
Una rivoluzione fatta senza clamore, senza slogan, senza bisogno di riflettori.
Una rivoluzione che parte dal riconoscimento più semplice e più difficile: ogni essere vivente ha un valore.
Forse è proprio questo il filo luminoso che attraversa tutta la sua storia.
Luisa non guarda ciò che una persona non può più fare. Guarda ciò che può ancora essere.
Non si ferma alla malattia. Cerca la persona.
Non vede la disabilità come un’etichetta. Vede l’essere umano nella sua completezza.
Non considera l’anziano come qualcuno che appartiene al passato. Ne riconosce la memoria, la dignità e l’esperienza.
Non guarda un animale come uno strumento. Ne riconosce la libertà.
Ed è questa capacità di andare oltre l’apparenza a rendere il suo percorso così prezioso.
La sua è una storia di resilienza, ma forse definirla soltanto così sarebbe ancora troppo poco.
Perché resilienza significa riuscire a rialzarsi.
Luisa ha fatto qualcosa di ulteriore: si è rialzata per aiutare altri a rialzarsi.
Ha trasformato le proprie ferite in finestre.
E attraverso quelle finestre ha lasciato entrare luce.
In un mondo che spesso ci insegna a difenderci, Luisa insegna ad accogliere.
In una società che misura il valore attraverso ciò che produciamo, ricorda che il valore di una persona non dipende dalla sua efficienza.
In un’epoca nella quale tutti sembrano avere sempre meno tempo, lei ha scelto di rendere il proprio tempo prezioso mettendolo al servizio degli altri.
E allora viene spontaneo pensare a lei come a un angelo terreno.
Non un angelo lontano, astratto, irraggiungibile.
Un angelo con i piedi nella terra, che conosce la fatica, la paura e le giornate difficili. Proprio per questo capace di comprendere il dolore degli altri senza giudicarlo.
Un angelo che non porta miracoli, ma presenza.
Che non promette di cancellare le sofferenze, ma offre una mano per attraversarle.
Che non dice “non avere paura”, ma sembra sussurrare: “Non sei solo.”
E forse è questo il dono più grande che una persona possa fare a un’altra.
Luisa sembra aver compreso che l’amore non è soltanto sentimento.
È responsabilità.
È cura.
È tempo donato.
È attenzione.
È capacità di esserci quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
Ma è anche qualcosa che non chiede necessariamente di essere visto.
Per Luisa il bene autentico non ha bisogno di un palcoscenico. Se facciamo del bene soltanto per ricevere un ringraziamento o un applauso, rischiamo di trasformare il dono in una ricompensa per il nostro ego.
Il bene più vero, invece, è spesso silenzioso.
Rimane custodito nel segreto della cura.
E allora la domanda non dovrebbe essere continuamente “cosa riceverò in cambio?”, ma piuttosto: “Cosa posso donare oggi?”
È per questo che il suo cammino assume quasi la forma di una poesia.
Una poesia fatta di cavalli che tornano a vivere senza essere utilizzati.
Di persone che tornano a sentirsi importanti.
Di anziani che ritrovano uno spazio.
Di bambini che possono esprimersi.
Di chi affronta una malattia e scopre di non essere definito dalla propria fragilità.
Di chi arriva con una storia difficile e trova qualcuno disposto ad ascoltarla.
Luisa ha scelto di usare il proprio tempo per creare nuvole d’amore da consegnare al mondo.
Nuvole leggere, forse invisibili agli occhi, ma capaci di passare sopra le vite degli altri lasciando qualche goccia di speranza.
E ogni volta che una persona si sente nuovamente vista, ogni volta che qualcuno ritrova un sorriso, ogni volta che un essere vivente viene rispettato anziché utilizzato, quelle nuvole diventano reali.
La sua storia ci ricorda, infine, che non sempre la grandezza di una vita si misura da ciò che si possiede, dai riconoscimenti ricevuti o dai traguardi raggiunti.
A volte si misura semplicemente dal numero di persone che, dopo averti incontrato, hanno ricominciato a credere un po’ di più nella vita.
Luisa Belletti ha scelto di fare proprio questo.
Ha scelto di trasformare ciò che poteva essere una sottrazione in una moltiplicazione d’amore.
La vita le ha tolto qualcosa, ma lei ha risposto donando.
Il tempo le ha ricordato la sua fragilità, ma lei lo ha trasformato in un dono.
La malattia avrebbe potuto restringere il suo mondo, e lei ha scelto invece di allargarlo a chiunque avesse bisogno di un luogo nel quale sentirsi accolto.
Questa è la storia di una donna che non ha permesso alle proprie fragilità di spegnere la luce.
Una donna che ha fatto della propria esperienza una strada verso gli altri.
Una donna che continua a camminare, con passo forse diverso da quello che aveva immaginato, ma con un cuore capace di portare molto lontano.
E mentre il mondo corre, Luisa insegna la bellezza di fermarsi.
Di guardare.
Di ascoltare.
Di stare accanto.
Di riconoscere.
Di amare.
Perché, in fondo, forse il senso più autentico del tempo non è quello che riusciamo a trattenere per noi.
È quello che scegliamo di trasformare in amore per qualcun altro.
E Luisa Belletti, con la sua storia, il suo coraggio e la sua straordinaria umanità, sembra aver fatto proprio questa scelta: rendere il proprio tempo una carezza per il mondo e lasciare, lungo il cammino, nuvole d’amore capaci di far piovere luce sulle vite che incontra.
INTERVISTA
Luisa, nella Sua storia emerge continuamente una parola: “persona”. Lei sembra avere scelto di mettere la persona, con le sue fragilità e la sua dignità, al centro del Suo percorso. Ma cosa significa davvero, per Lei, essere una persona?
Tengo a precisare una cosa: per me la parola “persona” non è un concetto circoscritto unicamente all’essere umano. Ha un valore che deve essere esteso ben oltre la nostra specie. Ogni essere pensante, cognitivo, capace di provare emozioni, ogni essere vivente che sperimenta la vita, per me è a tutti gli effetti una persona.
Questa parola non è a uso esclusivo dell’essere umano, ma abbraccia ogni creatura. Che si tratti di un gatto, di un cane, di un cavallo, di una gallina o di qualsiasi altro animale, non fa differenza: riguarda chiunque viva l’esperienza della vita.
Questo pensiero si lega strettamente al tema della cura. Per me prendermi cura del prossimo è fondamentale, perché mi sento una persona fortunata che ha ricevuto davvero tantissimo dalla vita, anche quando la mia malattia potrebbe far pensare il contrario. E avendo ricevuto così tanto, sento di avere non soltanto la possibilità, ma anche il dovere di donare.
Saper donare significa anche sentirsi utili, sapere di poter essere d’aiuto a qualcuno non soltanto attraverso le proprie competenze, ma semplicemente attraverso la capacità di stare accanto.
Il dono, l’attenzione e il pieno riconoscimento del prossimo sono, a mio avviso, tra le cose più importanti.
Possiamo essere competenti, affermati, avere successo e raggiungere grandi traguardi, ma se perdiamo la capacità di essere brave persone, tutto il resto perde valore.
Essere una brava persona non significa essere perfetti, né piacere a tutti. Significa avere una coscienza, rispettare gli altri, avere empatia e cercare di non ferire mai gratuitamente. Significa esserci quando qualcuno ha bisogno, senza aspettarsi nulla in cambio.
Viviamo in un’epoca che dà un peso enorme all’apparire e molto meno all’essere. Io credo invece che il valore autentico di una persona si misuri soprattutto da come tratta chi non può offrirle nulla in cambio.
Lei ha attraversato personalmente la malattia e la disabilità. Quanto le Sue esperienze hanno modificato il Suo modo di guardare gli altri?
Lo hanno modificato profondamente. Prima di tutto perché la malattia e la fragilità mi hanno insegnato a vedere me stessa come non avevo mai fatto prima.
Quando vivi sulla tua pelle una condizione di vulnerabilità, impari inevitabilmente a guardare le persone oltre la superficie. Capisci che dietro un sorriso può nascondersi una sofferenza enorme e che ciò che appare all’esterno non corrisponde quasi mai a ciò che una persona sta realmente vivendo dentro.
Questa prova mi ha insegnato soprattutto un grande amore per me stessa: mi ha insegnato a non giudicarmi e, di conseguenza, a non giudicare gli altri.
Non possiamo mai conoscere fino in fondo le battaglie invisibili che chi ci sta accanto sta combattendo. Per questo credo che dovremmo essere molto più delicati, pazienti e gentili gli uni con gli altri.
Lei ha pronunciato una frase molto significativa: “Più la vita mi toglie, più il mio tempo è prezioso e mi spinge a creare situazioni nuove per poter essere d’aiuto”. Che significato ha per Lei il tempo?
Il tempo è in assoluto il bene più prezioso che abbiamo, proprio perché è l’unica cosa che non possiamo né comprare né recuperare. La mia storia, la mia esperienza, mi hanno insegnato a non darlo mai per scontato.
Proprio per questo cerco di viverlo e utilizzarlo nel modo che per me ha più senso: facendo qualcosa di utile, creando occasioni di incontro, dedicandomi agli altri, agli animali, a chiunque abbia bisogno di sentirsi visto e accolto.
Quando il mio tempo riesce a diventare un rifugio, una carezza o un piccolo beneficio nella vita di qualcun altro, allora sento che quel tempo è stato vissuto davvero, è stato speso nel modo migliore possibile, e tutto ciò mi fa stare bene.
In una società spesso dominata dall’individualismo, perché secondo Lei abbiamo così bisogno di tornare ai valori umani?
Perché senza valori rischiamo di diventare macchine perfette: estremamente efficienti, ma profondamente povere dentro.
Abbiamo un bisogno disperato di recuperare concetti che sono quanto di più rivoluzionario esista: rispetto, gentilezza, lealtà, tenerezza, gratitudine, solidarietà, responsabilità ed educazione.
Spesso si commette l’errore di confondere la gentilezza con la debolezza, o di pensare che avere dei valori sani significhi essere ingenui. Credo sia esattamente il contrario.
Ci vuole un coraggio immenso, una forza straordinaria, per rimanere persone corrette, umane e fedeli a se stesse in un mondo nel quale, troppo spesso, sembra molto più semplice e conveniente pensare soltanto a se stessi a discapito del prossimo.
Lei si occupa anche di persone che vivono situazioni di disagio, disabilità, isolamento e fragilità. Da dove nasce questa missione e qual è la cosa di cui hanno più bisogno?
La missione che porto avanti nasce dalla mia esperienza personale. Mentre mi trovavo in un letto d’ospedale, sconvolta e perduta, patii la carenza di un servizio e promisi che, se fossi uscita viva da quella situazione, avrei creato quello spazio di “cura e attenzione profonda” che a me mancò.
Prima ancora di qualsiasi aiuto materiale, per quanto fondamentale, chi vive nella fragilità ha un bisogno disperato e profondo di sentirsi visto.
Una persona può avere bisogno di sostegno pratico, certo, ma ciò che salva davvero è sapere che la propria esistenza ha un valore, che agli occhi di qualcuno tu esisti davvero e che qualcuno ti vede nella tua completezza, nonostante lo sfregio di ciò che è accaduto.
Abbiamo bisogno di essere riconosciuti nella nostra unicità e non identificati nell’evento o nella malattia dai quali siamo stati investiti.
Spesso basta saper ascoltare. Ascoltare davvero: senza interrompere, senza giudicare, senza la fretta di trovare una soluzione a tutti i costi.
L’ascolto sincero è già, di per sé, un atto d’amore.
E credo che dovremmo ricordarcelo sempre: nessuno, a questo mondo, è inutile. Ognuno di noi ha qualcosa da donare agli altri, un pezzetto di sé da offrire, indipendentemente dall’età, dalla salute o dalla condizione sociale che sta attraversando.
Lei dedica grande attenzione anche agli anziani. Perché è così importante restituire loro un ruolo nella società?
Perché una società che dimentica i suoi anziani è una società che perde la propria anima, che taglia le proprie radici e dimentica la propria memoria.
Troppo spesso commettiamo l’errore di considerarli soltanto come persone da assistere, come un peso da gestire, dimenticando invece tutto il mare di saggezza, di storia e di umanità che hanno ancora da insegnare, da raccontare e da condividere con noi.
Gli anziani non rappresentano solo il passato, ma il nostro futuro, perché tutti lo diventeremo.
Creare momenti di aggregazione e di incontro non è un semplice passatempo: significa restituire loro la dignità e un senso di appartenenza, farli sentire parte viva di un cerchio che continua.
Perché sentirsi utili, visti e riconosciuti non è un bisogno che svanisce con gli anni. È il respiro della vita, ed è fondamentale a qualsiasi età.
Nel Suo rapporto con i cavalli c’è una concezione molto particolare: Lei non parla di dominio, ma di relazione e di rispetto. È lo stesso principio che dovrebbe guidare anche i rapporti umani?
Assolutamente sì, senza alcuna esitazione.
Il cavallo, come gli altri animali, mi ha insegnato una delle lezioni più grandi: non puoi pretendere di costruire un legame autentico attraverso la forza o l’imposizione.
Con loro impari a disarmarti, ad ascoltare in silenzio, a osservare i dettagli e a rispettare profondamente i loro tempi, i loro spazi, la loro natura e, di conseguenza, anche noi stessi.
Credo che valga esattamente lo stesso per le persone.
Non possiamo pretendere di possedere chi abbiamo accanto, di volerlo cambiare a tutti i costi o di imporre la nostra visione. Una relazione sana non nasce dal controllo, ma dal rispetto incondizionato della libertà dell’altro.
Saper stare accanto a qualcuno, indipendentemente dalla specie, senza volerlo dominare, ma accogliendolo per quello che è, è forse una delle forme più pure e luminose d’amore che esistano.
Quanto è importante, secondo Lei, fare del bene senza aspettarsi riconoscimenti?
È fondamentale, perché se facciamo del bene soltanto per ricevere un ringraziamento o un applauso, in fondo non stiamo donando: stiamo cercando una gratificazione, una ricompensa per il nostro ego.
Il bene, quello vero, non ha bisogno di un palcoscenico né di un pubblico.
Spesso i gesti che salvano le giornate, o persino le vite, sono proprio quelli silenziosi, quelli che nessuno vede e che rimangono custoditi nel segreto della cura.
Credo che la chiave della vita stia tutta qui: smettere di camminare chiedendoci continuamente “cosa riceverò in cambio?” e iniziare a domandarci con sincerità: “Cosa posso donare oggi?”
Lei ha collaborato con realtà impegnate contro la violenza, il bullismo, il mobbing e le dipendenze. Che ruolo hanno l’empatia e l’educazione nel prevenire questi fenomeni?
Hanno un ruolo immenso, vitale, che definisce il futuro della nostra società.
Dobbiamo educare fin da piccoli al rispetto del prossimo. E non possiamo farlo soltanto attraverso le parole o i manuali: dobbiamo farlo attraverso la forza silenziosa e potentissima dell’esempio.
Un bambino, un ragazzo, non impara soltanto quello che diciamo; assorbe e riflette ciò che vede fare agli adulti ogni singolo giorno.
Se cresce vedendo rispetto, imparerà a rispettare. Ma se intorno a sé respira violenza, prevaricazione, indifferenza o disprezzo, rischia pericolosamente di considerare tutto questo la normalità.
Ecco perché la vera educazione si gioca nel terreno invisibile del comportamento quotidiano: da come parliamo agli altri a tavola, da come trattiamo chi fa più fatica, da come i nostri occhi sanno accogliere la diversità anziché temerla.
È lì che costruiamo, o distruggiamo, il mondo di domani.
C’è una qualità umana che oggi considera particolarmente rara?
La gentilezza disinteressata. Quella vera, che non nasce dal bisogno di apparire buoni.
E aggiungerei la capacità di gioire sinceramente per il bene degli altri.
Oggi sembra che la felicità altrui debba necessariamente diventare una minaccia. Io credo invece che dovremmo imparare a essere felici quando qualcuno vicino a noi sta bene.
La felicità condivisa non diminuisce: si moltiplica.
Lei viene descritta come una persona capace di portare luce nelle vite che incontra. Ma chi porta luce agli altri da dove trova la forza?
Mi lusinga, ma la verità è che la forza non è qualcosa che possediamo una volta per tutte; a volte la troviamo proprio nell’intreccio delle relazioni, nel contatto profondo con gli altri.
Non credo di essere soltanto io a dare: ricevo ogni giorno una quantità immensa di luce dalle persone che incontro e dagli animali con cui condivido il mio cammino.
Ogni incontro mi attraversa e mi lascia in eredità un pezzetto di meraviglia e tanta energia.
Forse la vera ricchezza dell’esistenza è proprio questa: comprendere che non dobbiamo scegliere, che possiamo essere contemporaneamente fragili e fortissimi, bisognosi di cura eppure capaci di donarla.
È in questo scambio silenzioso che la vita continua a illuminarsi.
Se potesse lasciare un insegnamento alle nuove generazioni, quale sarebbe?
Direi loro di non avere paura di essere persone dall’animo buono.
In un mondo che spesso confonde la durezza con la forza, scegliete la gentilezza.
In un mondo che premia l’apparenza, scegliete l’autenticità.
In un mondo che insegna a competere, imparate anche a collaborare.
E soprattutto non vergognatevi della vostra sensibilità.
Essere sensibili significa essere capaci di sentire il mondo.
Se dovesse spiegare in poche parole il senso della Sua vita, cosa direbbe?
Direi semplicemente che sto cercando di dare un senso profondo al tempo che mi è stato concesso.
La vita ci viene affidata come un dono prezioso, e io vorrei restituirne almeno una parte attraverso qualcosa di buono.
Vorrei che chiunque incroci il mio cammino potesse sentirsi, anche solo per un istante, profondamente accolto, ascoltato e importante.
Non sappiamo mai quanto tempo abbiamo a disposizione, ma possiamo sempre scegliere come impiegarlo. E io ho scelto di utilizzarlo al meglio che posso.
Se alla fine riuscirò a lasciare dietro di me un po’ di amore, qualche sorriso inaspettato e la certezza, in qualcuno, di non essere stato solo, allora avrò dato un significato pieno al mio viaggio.
Perché, in fondo, credo che l’essenza di una persona gentile sia tutta qui: passare nella vita degli altri in punta di piedi, senza mai spegnere la loro luce, ma cercando, ogni volta che possiamo, di accenderne un po’ di più.
Forse, alla fine, il mondo non è soltanto quello che ci viene consegnato, ma soprattutto quello che noi scegliamo di colorare.
Non possiamo decidere tutte le sfumature della vita, né cancellare le sue ombre, le sue ferite e le sue giornate di pioggia. Possiamo però scegliere con quali colori attraversarle.
E forse non servono colori accesi, capaci di abbagliare. Servono piuttosto i delicati colori pastello delle emozioni, della buona educazione, del rispetto, della gentilezza, dell’empatia, della solidarietà.
Colori apparentemente tenui, ma capaci di trasformare un paesaggio intero.
Un sorriso può essere un colore.
Una parola gentile può diventare una pennellata.
Un gesto disinteressato può illuminare una giornata.
Un abbraccio può riempire una tela rimasta bianca troppo a lungo.
È questa la lezione più preziosa che sembra arrivare dalla storia di Luisa Belletti: non siamo semplici spettatori del mondo nel quale viviamo. Siamo chiamati a colorarlo.
Ogni giorno, attraverso il modo in cui scegliamo di parlare, di ascoltare, di rispettare e di prenderci cura degli altri, aggiungiamo una sfumatura al grande quadro dell’umanità.
E allora scegliamo colori gentili.
Scegliamo il rosa della tenerezza, l’azzurro della serenità, il giallo della speranza, il verde della rinascita, il lilla della sensibilità.
Coloriamo con la buona educazione ciò che la maleducazione ha reso grigio.
Coloriamo con l’empatia ciò che l’indifferenza ha lasciato solo.
Coloriamo con l’amore ciò che il dolore ha scolorito.
Perché forse la vera rivoluzione non consiste nel cambiare il mondo intero, ma nel non permettere che il mondo cambi la parte migliore di noi.
E se ognuno di noi avesse il coraggio di lasciare, lungo il proprio cammino, una piccola nuvola d’amore, una parola buona, un gesto gentile, una carezza invisibile, allora forse, giorno dopo giorno, quella tela immensa che chiamiamo vita avrebbe finalmente i colori più belli.
I colori pastello dell’umanità.
Quelli che non fanno rumore.
Quelli che non feriscono gli occhi, ma arrivano dritti al cuore.
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Eva Petropoulou-Lianou in corsa per il Nobel: la poesia greca che guarisce l’anima
Dal giornalismo d’assalto in trincea alla meritatissima e gloriosa candidatura al Premio Nobel per la Pace 2024: la straordinaria vita della poetessa greca Eva Petropoulou-Lianou è un inno alla speranza! Già insignita di premi prestigiosi come il Books for Peace (supportato dall’UNESCO) e il Nelson Mandela Award, l’autrice ha dedicato la sua intera e faticosa esistenza alla difesa dei diritti umani attraverso la letteratura per bambini e la poesia. Nel suo potentissimo, intimo e commovente capolavoro intitolato “Perdono”, la scrittrice esplora le profondità più oscure e fragili dell’anima, chiedendo di saper perdonare non con la logica della vendetta umana, ma con la sublime e inarrivabile compassione di un Angelo. Una lettura profonda, catartica e terapeutica per il cuore!👇
Atene – Nel panorama letterario e culturale internazionale contemporaneo, spesso dominato da narrazioni frenetiche, ciniche e superficiali, esistono figure luminose e rare che dedicano interamente la propria complessa esistenza alla faticosa, silente e nobilissima ricerca della pace e della solidarietà umana. Una di queste straordinarie eccezioni intellettuali è senza ombra di dubbio la grandissima Eva Petropoulou-Lianou. Pluripremiata autrice di enorme successo, sensibile poetessa greca specializzata nella delicatissima narrativa per bambini, orgogliosa Ambasciatrice di Pace e instancabile rappresentante letteraria su scala globale, la sua affascinante biografia personale rappresenta un vero e proprio e inestimabile inno alla forza catartica della parola scritta. Nata professionalmente tra le rigide e fredde redazioni come brillante giornalista d’assalto, Eva ha successivamente, coraggiosamente e felicemente deciso di trasformare radicalmente la propria vocazione comunicativa. È diventata infatti una prolifica scrittrice a tempo pieno, pubblicando numerosi e fortunati libri e contribuendo attivamente e capillarmente a innumerevoli e giganteschi progetti culturali globali. Il suo strenuo e inossidabile impegno civico, unito a una penna di rara sensibilità emotiva, le ha fruttato nel corso degli anni dei riconoscimenti internazionali di altissimo prestigio, tra cui spiccano il rinomato Books for Peace (sostenuto dall’UNESCO) e l’ambito International Nelson Mandela Peace Award. Una carriera monumentale e inarrestabile che l’ha portata oggi a toccare il vertice assoluto e irraggiungibile: la meritatissima candidatura ufficiale al Premio Nobel per la Pace 2024.
Dal giornalismo all’impegno internazionale: una vita per la pace
Il tortuoso, lungo e affascinante percorso umano e professionale di Eva Petropoulou-Lianou non è affatto quello di una poetessa rinchiusa comodamente in una torre d’avorio, lontana dai drammi del mondo.
Al contrario, la sua solida e ruvida formazione giornalistica le ha brutalmente e precocemente permesso di toccare con mano le infinite fragilità, le ingiustizie sociali e le sanguinose divisioni che affliggono quotidianamente la nostra moderna società. Questa dolorosissima e prolungata presa di coscienza civile l’ha spinta inesorabilmente a cercare una potentissima forma di “guarigione” alternativa, trovandola meravigliosamente e definitivamente proprio nella letteratura per l’infanzia e nella poesia. Rivolgersi ai bambini, considerati da Eva come gli unici e veri custodi del nostro fragile futuro, significa infatti seminare oggi le preziose e indispensabili basi per poter costruire faticosamente e caparbiamente una pacifica società di domani. Il suo strenuo impegno in qualità di orgogliosa Ambasciatrice di Pace non si è mai limitato a sterili dichiarazioni d’intenti o vuoti proclami televisivi, ma si è costantemente e capillarmente tradotto in azioni concrete e tangibili: l’ideazione e la partecipazione attiva a innumerevoli progetti educativi transnazionali, l’organizzazione di prestigiosi festival letterari multiculturali e la tenace e duratura creazione di un solido ponte intellettuale tra l’antica saggezza greca e le nuove pulsioni artistiche mondiali.
La potenza catartica dei versi: l’analisi del capolavoro “Perdono”
Ma il vero, enorme e assoluto peso specifico dell’anima intellettuale e artistica della candidata al Premio Nobel si evince in maniera devastante, chirurgica e cristallina immergendosi totalmente e senza alcun pregiudizio nella lettura intima dei suoi splendidi e commoventi versi poetici.
Tra le tantissime, preziose e profonde liriche partorite magistralmente dalla sua penna d’oro, spicca per intensità emotiva, maturità spirituale e urgenza comunicativa la poesia significativamente e semplicemente intitolata “Perdono”. In questa breve ma densissima composizione, l’autrice greca affronta frontalmente e coraggiosamente uno dei sentimenti umani in assoluto più complessi, difficili, dolorosi e divini che esistano. Il perdono non viene affatto banalizzato o descritto come una facile o scontata concessione umana, ma viene elevato poeticamente e spiritualmente a un atto di sovrumano eroismo emotivo. “Una parola che nasce da un cuore coraggioso”, scrive significativamente la Petropoulou-Lianou nel primissimo e incisivo verso, mettendo subito in chiaro l’enorme e incalcolabile fatica psicologica necessaria per riuscire a superare la ferita, lasciare andare il forte e giustificato rancore per poter infine abbracciare la liberazione interiore. La poetessa chiede in modo spiazzante al suo misterioso e sofferente interlocutore di elevare il proprio giudizio terreno, superando per un istante le pesanti e logoranti dinamiche della vendetta umana per avvicinarsi coraggiosamente a una purissima compassione di tipo divino e celestiale.
Il testo integrale della poesia: un ponte tra terra e cielo
La dolorosa supplica spirituale descritta dalla scrittrice si trasforma progressivamente e inesorabilmente nel corso delle strofe in un viaggio mistico, solitario, oscuro e affascinante dell’anima stessa.
Una parola che nasce da un cuore coraggioso. / Non ti chiedo di perdonare come un essere umano, / ti chiedo di perdonare come un Dio, / perché LUI ha la bontà e la generosità / di vedere l’errore dell’essere umano. / Ti chiedo di perdonare non come un uomo, / ma come un Angelo che, ogni giorno e ogni notte, / viaggia dalla Terra al cielo…. / Non ho bisogno di alcun foglio, / verde o blu. / Ho visto il tuo cuore, / lo avevi lì, davanti a me… / Ho compreso quel silenzio, / quel silenzio d’argento. / Sono dannata tra il cielo e la terra… / Sono soltanto un’anima che viaggia da sola… / Alla ricerca del perdono.
In questi potentissimi, vibranti e conclusivi versi finali, l’autrice dipinge con estrema, vivida e dolorosa chiarezza la straziante e disperata solitudine insita nella perenne condizione umana (“Sono dannata tra il cielo e la terra”). Ma proprio in questa immensa fragilità esistenziale si nasconde il seme vitale della speranza ultima: la ricerca ininterrotta e disperata del perdono universale diventa l’unico, possibile e luminoso faro in grado di guidare un’anima tormentata attraverso il buio. Un messaggio universale, profondo e catartico che giustifica ampiamente la sua meritatissima corsa verso il Nobel di Oslo.
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Regina Resta, la voce poetica dell’impegno civile: la forza della donna tra versi e solidarietà
La cultura italiana non sarebbe la stessa senza la straordinaria, vitale e vulcanica dedizione di donne come Regina Resta! Scrittrice, attivista sociale, volontaria Caritas e fondatrice dell’associazione internazionale VerbumlandiArt, la Resta dedica la sua intera vita alla promozione dell’arte e della solidarietà, portando i suoi eventi persino all’attenzione e al plauso del Quirinale. Ma è attraverso i suoi profondissimi versi poetici che rivela tutta la sua potenza emotiva: dalla dolce carezza romantica di “Amo il buio”, fino allo straziante e disperato grido civile contro lo stupro contenuto nel capolavoro “Quello che resta”. Una vera guerriera della parola che non cerca facili applausi!👇
Galatone – Il vastissimo e spesso frammentato panorama culturale e letterario italiano e internazionale si nutre silenziosamente e costantemente dell’opera instancabile, profonda e visionaria di figure femminili di straordinario spessore umano e intellettuale. Tra queste spicca senza dubbio l’eccezionale profilo biografico e artistico di Regina Resta: affermata scrittrice, sensibilissima poetessa, vulcanica promotrice culturale e, dal 2012, inossidabile Presidente e instancabile fondatrice di VerbumlandiArt APS (un’associazione culturale di respiro internazionale nata con l’ambiziosa finalità primaria di promuovere la letteratura, l’arte e il complesso dialogo di pace tra popoli e culture differenti). Nata storicamente e orgogliosamente a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, Regina Resta ha saputo fondere magistralmente nel corso della sua esistenza la ferrea razionalità degli studi in Scienze Biologiche (intrapresi in gioventù presso l’Università degli Studi “Federico II”) con un amore sconfinato e viscerale per l’umanesimo, la parola scritta e l’aiuto concreto agli ultimi. Trasferitasi successivamente a Galatone, nel cuore caldo e accogliente del Salento, ha brillantemente affiancato alla faticosa ma gioiosa vita familiare (è felicemente madre di tre figli) uno straordinario, intenso e quarantennale percorso di puro volontariato e impegno sociale, collaborando strettamente con la Caritas Diocesana e ricoprendo l’assai gravoso incarico di responsabile della Caritas Parrocchiale nella Diocesi di Nardò-Gallipoli.
I grandi successi con VerbumlandiArt e i premi internazionali
La grandissima passione per la promozione culturale e l’impegno civile non è mai rimasta confinata nel recinto del privato, ma è letteralmente esplosa sfociando in progetti giganteschi e duraturi che hanno valicato rapidamente i confini nazionali.
Attraverso la sua creatura prediletta, la VerbumlandiArt APS (di cui ricoprirà l’ambita e faticosa carica di Presidente fino al 2027), Regina Resta ha partorito, ideato e concretamente promosso un’infinità di progetti editoriali, premi letterari, festival, rassegne, incontri e convegni in Italia e all’estero. Tra i fiori all’occhiello assoluti della sua sterminata produzione culturale spicca senza ombra di dubbio il Premio Internazionale d’Eccellenza “Città del Galateo – Antonio de Ferrariis”, una manifestazione di tale enorme pregio e importanza da aver persino ottenuto il formale e prestigiosissimo riconoscimento della Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana. A questo colosso si affiancano altre iniziative meravigliose come il Premio “La Voce dei Poeti”, il Festival Italia-Uzbekistan, la Catena Donna per la Pace e l’immenso e toccante progetto “Divinamente Donna”, strutturato e pensato esclusivamente per la sacrosanta valorizzazione sociale della figura femminile e la dura sensibilizzazione contro ogni subdola e schifosa forma di violenza di genere. Un impegno coraggioso e multiforme che la vede attiva anche come editrice del bimestrale VerbumPress e come conduttrice della web-rubrica “Verbumlandia” su MyBoxTV.
“Amo il buio” e “La strada che ancora non vedo”: versi di resilienza
L’enorme spessore intellettuale e organizzativo di Regina Resta trova però la sua massima, pura e incontaminata espressione e sublimazione all’interno della sua sterminata e profondissima produzione poetica. I suoi versi sono lame affilate che accarezzano, consolano e scuotono il lettore nel profondo.
Nella sua splendida lirica “Amo il buio”, la poetessa esplora con enorme maestria, sensualità e delicatezza il tema dell’intimità amorosa e del rifugio sicuro offerto dall’oscurità complice, lontano dagli occhi spietati del mondo esterno:
Amo il buio / quando mi avvolge piano / e diventa rifugio / quando mi nasconde al mondo / e mi lascia soltanto a te. / Nel sonno cerco / quella piccola fessura di luce / che attraversa la stanza / quanto basta per ricordarmi / che esiste ancora la realtà. / Poi arriva la tua carezza / leggera sulla guancia / come una promessa silenziosa / che scioglie ogni paura. / Amo le tue mani / quando mi cercano / quando sfiorano la mia anima / e arrivano là / dove nessuno sa arrivare. / Sono brividi profondi / scosse che attraversano il corpo / e si trasformano in desiderio. / Tu mi sussurri / «bellissima» / e io, senza più difese, / nel buio che ci custodisce / ti grido piano: / ti amo.
Di tenore completamente diverso, ma altrettanto titanico, potente e intimo, è il canto dedicato all’infinita, silente e ostinata resilienza umana, magistralmente dipinto e tratteggiato in “La strada che ancora non vedo”:
Tra i miei alberi / e il silenzio che mi somiglia / nascondo sogni che fanno paura / perché chiedono tutto / e non promettono nulla. / Li nutro di pazienza / li difendo dal dubbio / li rialzo ogni volta / che la vita li piega. / Non faccio rumore. / Non cerco applausi. / Ho imparato che certe vittorie / maturano lontano dagli occhi / e fioriscono quando nessuno guarda. / A chi dice non ce la farai / non rispondo. / Non conoscono la mia terra / né le radici che mi tengono / quando il vento insiste. / Io continuo. / Con la paura in tasca / e il coraggio ancora da scoprire / un passo dopo l’altro / verso ciò che oggi / sembra irraggiungibile.
“Quello che resta”: un grido straziante contro la violenza
Il vero e assoluto capolavoro emotivo, civile e sociale dell’intera poetica di Regina Resta si materializza però inevitabilmente e tragicamente di fronte alla tematica, purtroppo attualissima, dell’orrore indicibile e senza fine della violenza bruta e animale perpetrata brutalmente e vigliaccamente contro le donne.
La sua lirica “Quello che resta” non è affatto una semplice poesia, ma un vero e proprio, devastante e doloroso pugno dritto nello stomaco per il lettore. È un’immedesimazione psicologica assoluta, viscerale, spietata e totale nell’orrore incolmabile, muto e indelebile subito in silenzio dalla vittima sacrificale di uno stupro, la cui anima si spezza definitivamente, anche se le ferite inferte non sono esternamente visibili:
Io so cosa prova una donna stuprata. / So il dolore / quando il corpo diventa prigione / e la paura non trova una porta. / So le lacrime trattenute / lo smarrimento / la disperazione che non fa rumore. / So come si prega dentro di sé / perché finisca / come si invoca Dio / fra i denti serrati / non per essere salvata / ma soltanto / per riuscire a resistere ancora un minuto. / E mentre tutto accade / si muore un poco / senza morire davvero. / Poi viene il silenzio. / Il corpo resta lì / ma qualcosa si è spezzato / in un punto che nessuno vede. / Rimane lo schifo / l’orrore della propria pelle / la vergogna che non appartiene alla vittima / eppure le si incolla addosso. / E rimane una certezza terribile / nessuno potrà mai sapere / fino in fondo / che cosa è accaduto dentro di lei. / Perché certe ferite / non sanguinano. / Restano.
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