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Cultura

Dall’Azerbaigian a Jennifer Lopez: la magica poesia del dissidente Bahtiyar Hidayet

La letteratura contemporanea ci regala una sorpresa di una bellezza disarmante! Scopriamo oggi il profilo di Bahtiyar Hidayet, raffinato poeta azero ed ex prigioniero politico che ha fatto innamorare il mondo con la sua penna. Pubblichiamo in esclusiva la traduzione in italiano delle sue due incredibili, commoventi e geniali poesie dedicate nientemeno che alla superstar Jennifer Lopez! Tra versi sull’eterna giovinezza della popstar e la malinconia di un intellettuale “in rovina”, questo omaggio in rima è un gioiello letterario assoluto. Corri a leggerlo!👇

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Bahtiyar Hidayet

Baku – La grande letteratura contemporanea possiede la straordinaria, inesauribile e magica capacità di unire mondi apparentemente lontanissimi e inconciliabili. È esattamente ciò che accade esplorando la profonda e suggestiva opera del poeta azero Bahtiyar Hidayet. Nato in Azerbaigian nel 1974, Hidayet non è un semplice paroliere, ma un intellettuale la cui formazione è solidamente radicata nella coscienza storica e in una finissima osservazione sociale. Alle spalle vanta una lunga e prestigiosa carriera professionale di ben 28 anni come insegnante di storia, ma la sua vita non è stata affatto semplice. Come ex prigioniero politico, il suo percorso personale è stato segnato dalla sofferenza, un dolore che oggi si riversa potentemente nei suoi quattro libri di poesie pubblicati. La sua voce si è imposta come una delle più autorevoli della letteratura contemporanea del suo Paese, tanto che i suoi versi e i suoi articoli sono stati tradotti e ospitati dalle più prestigiose riviste letterarie di tutto il mondo: dagli Stati Uniti all’Europa (Italia compresa), passando per Turchia, India, Iraq, fino ad arrivare in Egitto e Nigeria. Dalla sua base in Azerbaigian, Hidayet continua instancabilmente a costruire meravigliosi ponti culturali attraverso l’arte della parola.

Il sacro e il profano: lo straordinario omaggio a Jennifer Lopez

La vera potenza della poetica di Bahtiyar Hidayet risiede nella sua clamorosa abilità di mescolare temi altissimi, come il tempo, la mortalità e la sofferenza intellettuale, con la cultura pop globale.
Ne sono un esempio magistrale e struggente due suoi recentissimi componimenti dedicati inaspettatamente alla superstar americana Jennifer Lopez. Nelle sue rime, la figura della cantante si trasforma da semplice icona dello spettacolo a vera e propria divinità moderna, un simbolo di bellezza che sconfigge l’invecchiamento. Ma, dietro l’apparente leggerezza dell’omaggio, si nasconde la malinconia di un intellettuale in rovina che implora di essere salvato “dall’inferno” della sua condizione terrena. Di seguito, proponiamo per la prima volta al pubblico italiano la traduzione integrale dei due meravigliosi testi dedicati alla diva.

“Guardando una foto di Jennifer Lopez”

La tua foto in intimo
Scuote il subconscio umano.
Il tuo corpo è come un’antica clessidra,
E tu sei una donna moderna.
Il tempo stesso invecchia, ma tu no.

Il tuo corpo è come una clessidra,
E forse proprio per questo,
Hai tanti ammiratori quanti sono i granelli di sabbia.

Il tuo corpo è come una clessidra.
Gli orologi da polso di chi è innamorato di te
Controllano i loro battiti come medici.
Hanno scoperto il mal di cuore.

Il tuo corpo è come una clessidra,
Mentre gli orologi a muro sono invecchiati.
Ora le lancette di quegli orologi
Sono come anziani che camminano su tre gambe.

E tu, sulle tue due gambe, sei al contempo
La donna più bella di questo mondo
E la più bella del paradiso.

Sei anche come il vino.
Col passare degli anni, la tua qualità aumenta,
E fai impazzire la gente.

Ma la tua voce
È melodiosa come il rintocco di un orologio.
In quale ora piacevole
Del buonumore di Dio sei venuta a questo mondo?

Questa è la poesia più bella
Scritta per te.
Salva il suo autore
Da questo inferno.

“Il 57° compleanno di Jennifer”

Alla tua età —
come può esistere una simile bellezza?
Forse Dio non ha ancora completato il suo capolavoro.
La tua bellezza è sconfinata come il cielo.

I tuoi capelli neri — nuvole scure.
E se quelle nuvole scure
un giorno si trasformeranno in nuvole bianche,
diventerai ancora più bella,
come un cielo terso.

I tuoi occhi sono come il mare:
trascinano la vecchiaia a riva
come un leone marino morto.

Forse questi miei messaggi
ti raggiungeranno quando sarò sottoterra.
Piangerai sotto le coperte,
e i tuoi occhi, come il mare,
respingeranno la vecchiaia
e tu diventerai ancora più giovane.

Ma forse allora saprai che
le stelle non brillano solo nel cielo,
le stelle non vivono solo sul palcoscenico.
Ci sono stelle anche sottoterra —
ad esempio, poeti in rovina,
talenti distrutti.

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Cultura

La poesia di Eglantina Likaj: un magico ponte letterario tra Albania e Italia

La potenza magica della vera poesia riesce a unire i popoli e annullare incredibilmente ogni distanza geografica! Scopriamo oggi il bellissimo e affascinante profilo di Eglantina Delia Likaj: nata in Albania e laureata a Scutari, vive da anni in Italia (a Novara) dove scrive e pubblica meravigliose liriche bilingue. I suoi versi affrontano con chirurgica profondità e delicatezza il dolore struggente dell’emigrazione (“Addio”), il miracolo dell’amore (“Lo sai?”) e le inquietudini più intime dell’esistenza umana. Un viaggio letterario meraviglioso e assolutamente imperdibile da leggere d’un fiato!👇

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Eglantina Likaj

Novara – L’arte della scrittura poetica, quando è autentica, viscerale e profonda, possiede l’incredibile e magico potere di annullare qualsiasi distanza geografica, trasformando le fatiche, i sogni e le nostalgie dell’animo umano in un linguaggio universale e senza confini. È esattamente questa la meravigliosa missione letteraria intrapresa e brillantemente portata avanti da Eglantina Delia Likaj. Nata a Gorre di Laç (in Albania) ma stabilmente trapiantata da tantissimi anni in Italia, precisamente a Novara, questa raffinata autrice rappresenta oggi uno dei ponti culturali più solidi e affascinanti tra le due sponde del Mar Adriatico. Dotata di un solido e prestigioso retroterra accademico (ha conseguito brillantemente la laurea in Lingua e Letteratura Albanese presso la rinomata Università “Luigj Gurakuqi” della storica città di Scutari), Eglantina ha coltivato fin da giovanissima una passione inestinguibile e travolgente per i versi. La sua prolifica produzione letteraria in lingua madre ha già trovato ampi e meritati riconoscimenti, figurando orgogliosamente in antologie di grandissimo respiro come “Muret e Erës – I muri del Vento” e l’autorevole “Antologia dei Poeti Internazionali”. Ma la vera magia del suo percorso artistico consiste nella sua incredibile abilità di scrivere magnificamente anche in italiano, come testimoniato dalla pubblicazione dei suoi versi nell’antologia poetica “M’illumino d’Immenso”. Attraverso la sua penna delicatissima, l’autrice costruisce un dialogo costante tra culture diverse, riuscendo a trasformare la freddezza della vita quotidiana in immagini poetiche di rarissima e cristallina potenza espressiva.

Il distacco e l’emigrazione: la nostalgia straziante della terra nativa

Nelle sue liriche più introspettive e intime, Eglantina Delia Likaj esplora con dolorosa e chirurgica precisione il durissimo trauma del distacco, l’inevitabile sradicamento e il senso di smarrimento che accompagna prepotentemente chi è costretto, per necessità o destino, a reinventare la propria vita in una terra straniera. Nei due componimenti seguenti, la freddezza dell’estraneità si scontra con l’incancellabile ricordo della patria lontana.

COSA CI FACCIO QUA?
Guardo stranita ciò che mi circonda
con occhi insospettiti che spiano ogni mossa
Ascolto incuriosita discorsi intorno a me,
ogni piccolo rumore con orecchie tese
Sento sulla pelle la freddezza umana
per brividi e tremori diventando fontana,
chiedo a me stessa che ci faccio qua?!
E chi mi può rispondere, chi mai lo saprà?

ADDIO
Primi sospiri, profumi della vita
Primi passi, primi pensieri sensati
Primi abbracci, primi gusti
Sbagliati o giusti, diventate abitudini
Primi suoni, sentimenti del cuore
Prime parole, prime amicizie
Prime uscite col fiato sospeso
Mille occasioni, treni che non ho preso
Prime scelte, prime soddisfazioni
Prime vincite, prime delusioni
Prime per sempre voi rimarrete
Immortalmente impresse nella mia mente
Perforata da mille dubbi, mille perché
Lottavo come matta tra me e me
Decidere di separarmi, di lasciarvi alle spalle
Un dolore che mai smetterà di far male
Terra nativa, terra dei miei cari
Mi tormenterai ad occhi chiusi e aperti
Il sole si spegne dentro l’io mio
Lasciarti oggi e dirti addio

I legami indissolubili: l’amore genitoriale e le promesse di vita

L’affascinante caleidoscopio poetico dell’autrice italo-albanese si arricchisce enormemente quando le sue rime si aprono all’immensità dell’amore in tutte le sue infinite sfaccettature. L’amore filiale, il miracolo assoluto e stravolgente della nascita e il senso di profonda protezione si mescolano a dediche vibranti e piene di luce. I versi si trasformano in una vera e propria dichiarazione di intenti, in una gigantesca ed eterna promessa di presenza costante al fianco delle persone amate, sfidando tempeste umane ed eventi catastrofici.

LO SAI?
Quel giorno impazzirono i battiti del cuore
Gli occhi brillarono come rubini
Sulla tua pelle mani delicate
Tu, arrivasti e io diventai padre
Tutto mi cambiò, mi cambiò la vita
Il mondo entrò fra le tue dita
Mi dissi, mai più sicuro, mai più insicuro
Promisi, per te sarò il più fragile, il più duro
Sarò il cielo sconfinato, lo so, volerai
Sarò la terra abbondante, lo so, tornerai
Sarò il mare assai mosso, tranquillo assai
Sarò il fuoco che per te non si spegnerà mai.

A TE
A te che vedendoti mi porti lacrime negli occhi
E mi fai sentire fragile annebbiandomi la vista
A te che fai splendere il sole come per magia
E riempi di forze quest’anima mia.
Fragile come foglie d’autunno, spezzata
Forte come le radici, ed eccomi rinata
A te che parlandomi fai tremare l’io in me
Dandomi scosse mai esistite
A te che fai tornare la serenità
Con la melodiosa voce in eternità
Paurosa come durante un terremoto in follia
Serena come quando gli angeli fanno melodia
A te che sei divinamente umana
Nell’arco della vita nessuno come te
A te che doni corpo e anima
E da quel primo istante non vivi più la calma
Fortunatamente beata con te
Con te che hai portato in vita me

Le inquietudini umane, i timori e le folgorazioni esistenziali

La grandezza e la versatilità della penna di Eglantina si misurano anche nella sua magistrale capacità di catturare abilmente gli sguardi rubati per strada, i silenzi apparentemente incomprensibili e le paure inconfessabili e recondite legate all’abbandonarsi totalmente all’amore e ai legami. Nelle sue poesie brevi, infine, risiede un’incredibile ed esplosiva forza evocativa in grado di descrivere perfettamente la labilità del tempo che scorre inesorabile sotto lo splendore del cosmo infinito.

MA TU …?!
Eccoti la…
Scorre la vita davanti a te
Sotto il velo lacrimoso dei tuoi occhi
Lo sguardo cerca e non si sa cosa cerca…
Eccoti la…
Stesso angolo, stesso posto
Chi sa cosa mai ti passa per la testa
La mente cerca e non si sa cosa cerca…
Eccoti la…
Sempre solo, abbracciato dall’aria
Accarezzato dal sole nei giorni primaverili
Il tuo spirito cerca e non si sa cosa cerca…
Eccomi qua…
Ti passo davanti ogni giorno
Quello sguardo timido cerco di capire
Ma lo so… non potrò mai riuscire…
Eccomi qua…
Stessa strada, stesso indirizzo
I tuoi pensieri nascosti cerco di capire
Ma lo so… non potrò mai riuscire…
Eccomi qua…
Mai sola, abbracciata da braccia calde
Accarezzata dall’amore incondizionato
Cercando di capire come fai a vivere?!
Ma lo so… non potrò mai riuscire…

MI FA PAURA
Mi fa paura il tuo trionfo verso i miei spazi
Spazi isolati fino al tuo arrivo
Ti sei avvicinato mentre eri in partenza
Rendendo naturale la tua presenza
Mi fa paura averti sempre fra i miei pensieri
Pensieri invasori del mio guscio
Ti sei accomodato dentro loro oggi come ieri
Rifiutando di uscire anche dal mio inconscio
Mi fa paura ammettere di volerti
Volerti come la luce del giorno
Ti sei impadronito del mio essere
Mi fa paura volerti sempre intorno

COME SEMPRE
Gioventù!
Un attimo di follia a tu per tu!

TERRA
Passeggeri incerti ospiti
Scena di un teatro amatoriale
Personaggi senza carattere
Sotto lo splendore stellare.

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Cultura

Il capolavoro di Malik Al-Batli: la straziante poesia irachena che commuove il mondo

La straordinaria potenza letteraria di un uomo capace di trasformare il silenzio e la sofferenza dell’Iraq in un urlo di pura bellezza mondiale! Scopriamo l’emozionante e commovente storia di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista originario di Bassora. Tradotto e apprezzato in tutto il mondo, ha confessato: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta”. All’interno dell’articolo troverete il testo integrale della sua straziante poesia “Tala”: un meraviglioso e crudele lamento sull’amore, sull’esilio e sulla morte lungo le polverose strade mediorientali!👇

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Malik Al-Batli

Roma – La straordinaria, catartica e universale potenza salvifica della scrittura risiede spesso e volentieri nell’incrollabile capacità di trasformare le macerie del dolore umano e il silenzio imposto dalla società in versi di assoluta, cristallina e sfolgorante bellezza. La profonda, tormentata e affascinante storia letteraria di Malik Al-Batli, illustre e celebrato poeta, scrittore e giornalista iracheno, rappresenta oggi una delle testimonianze culturali più vivide e toccanti dell’intero panorama mediorientale contemporaneo. Nato nel profondo sud dell’Iraq, per la precisione nella calda e antichissima provincia di Bassora, Al-Batli ha iniziato a respirare e a masticare arte fin dalla più tenera età. Proveniente da una nobile famiglia con radici poetiche profondissime, il giovane autore ha mosso i suoi primissimi passi cimentandosi con la poesia popolare irachena e con il difficilissimo Abu Dhiyya (una delle forme metriche tradizionali più complesse e caratteristiche della sua terra natale), fino a ottenere importantissimi e prestigiosi riconoscimenti internazionali nel corso del 2014.

Il lunghissimo viaggio letterario: da Bassora al resto del mondo

Il percorso intellettuale di questo straordinario autore mediorientale non si è mai accontentato di rimanere confinato all’interno dei rassicuranti confini nazionali.
Nutrito da un’incessante e famelica attività di lettura e di studio forsennato, Malik Al-Batli ha progressivamente abbandonato le forme chiuse per abbracciare coraggiosamente la poesia in prosa e il saggio letterario, raffinando parallelamente la propria maturità linguistica e intellettuale. Il suo innegabile talento lo ha portato a collaborare stabilmente con decine di giornali arabi e piattaforme culturali di primissimo livello. I suoi scritti, carichi di pathos e di lucida analisi, sono comparsi su autorevoli riviste in Turchia, Francia, Inghilterra, India, Cina, Germania e Pakistan, superando incredibilmente ogni barriera linguistica attraverso preziose traduzioni in innumerevoli idiomi stranieri. Autore prolifico e instancabile, vanta all’attivo circa nove meravigliose raccolte poetiche pubblicate (con altre dieci in trepidante attesa di stampa) e opere narrative di altissimo spessore morale, tra cui spicca l’acclamato libro “Un uomo vivo a cui non viene provveduto”, edito da Dar Al-Darawish. Un uomo poli-artistico che ha persino esplorato intensamente il linguaggio della pittura visiva, scegliendo lucidamente di abbandonare le lusinghe dei mass media per restare religiosamente fedele alla propria e incorruttibile vocazione interiore.

“A casa mi era vietato gridare, per questo sono nato poeta”

La chiave di lettura intima e segreta per poter comprendere appieno la poetica cruda, sanguinante ma sempre elegantissima di Al-Batli risiede in una sua personalissima e fulminante confessione autobiografica.
Il poeta stesso ama infatti definire l’impressionante mole dei suoi traguardi mondiali come un mero e insignificante “piccolo scorcio” di un viaggio interiore sterminato. Nel cuore pulsante del suo petto batte un solo, gigantesco e insopprimibile desiderio: “Scrivere, scrivere e continuare a scrivere”. La dolorosa e bellissima genesi della sua sterminata ispirazione è racchiusa in una frase che lacera l’anima di chi legge: “A casa mi era vietato gridare, e forse per questo sono nato poeta. E lascerò questo mondo da poeta”. È proprio da questo divieto infantile, da questo urlo primordiale strozzato crudelmente in gola, che nasce il bisogno disperato di far sanguinare l’inchiostro sul foglio bianco per denunciare le ingiustizie e i drammi della sua terra.

Il capolavoro “Tala”: l’amore, l’esilio e la tragica morte

Per onorare e celebrare l’immensa statura letteraria di questo straordinario autore, pubblichiamo integralmente uno dei suoi testi più struggenti e dolorosi. La poesia “Tala” è un lamento funebre, un inno all’esilio, un viaggio disperato che unisce Varsavia al sud dell’Iraq, dove l’amore si infrange contro la morte e la polvere dei camion lungo la “Strada Internazionale”. Un capolavoro che trasuda tutta la nobile e antichissima “pazienza” della città di Nasiriyah.

Tala
(di Malik Al-Batali — poeta e scrittore iracheno)

Gloria a Colui che tracciò la strada
da Varsavia alla sete del Sud.
Gloria al nostro dolore—
quanto del nostro sangue beve,
quanto ne versa dai nostri volti.
Gloria a Colui che la portò
dall’infatuazione del Nord
all’inferno del sale,
dai narcisi del mattino
a una camicia che squarcia una ferita
dentro le gole.

Quanto è lungo il viaggio del desiderio,
quanto sono spietate le distanze,
quanto sono crudeli i segreti
che le strade nascondono a coloro che si separano.
O croce che crebbe sulla collina del dolore,
come una palma abbattuta—
che cosa avevi fatto?
E come hai portato
il candore della neve
solo perché fosse crocifisso
sulla palpebra dell’amore?

L’amore qui è follia…
e il Sud è un cimitero del desiderio.
Nasiriyah—
ah, Nasiriyah:
un rotolo di sofferenza,
di pazienza
e di lamento.
Le tue trecce bionde bevvero
tutta la sua amarezza,
finché l’argilla della terra
divenne pane
per i profeti innamorati.

O ramo spezzato,
abbattuto dall’ascia del vento
nel crepuscolo dell’Iraq—
Era Chopin un profeta,
perché il suo esilio diventasse
un esempio per te?
Hai attraversato
il mare del tuo dolore attraverso di lui,
solo perché alla fine
il desiderio ti inghiottisse?

Qui…
a Tal al-Lahm,
la morte indossava il mantello
della strada.
Attendeva i senza fiato,
raccogliendo nel suo sacco
la tenerezza degli stranieri,
e schiacciando nel suo palmo
la farfalla del dolore.

Ah…
era questa l’ora dell’accoglienza?
Era questo
l’amore, Tala?
Trasformare i dolori degli stranieri
in un altro esilio,
trasformare le distanze dell’incontro
in una tomba,
far sanguinare dal cuore
le madri dei defunti,
e mandare il nostro lutto
tra il marciapiede
e il vento del dolore?

Dimmi—
hai irrigato la terra
con le tue ciglia,
finché il suolo divenne un tremore,
e il sangue versato divenne una poesia?

O viaggiatori sulla Strada Internazionale,
non svegliate la straniera.
C’è un sogno
che dorme sotto
la palpebra dell’addio.
Non disturbate
il kajal della gazzella.
Qui, la polvere divenne incenso,
e il nome della straniera
divenne un lamento
sulle labbra dei dolenti.

Siate dunque delicati
con l’aria degli usignoli amari
intorno alla sua croce.
Colei che aveva fame
del volto del suo amato—
la strada la consumò,
dolore dopo dolore,
finché trovò riposo
nella perdita.

Il suo luogo di riposo divenne la sua identità,
e le lacrime di Nasiriyah
divennero l’abbraccio
di una madre polacca.
O straniera,
sarà lungo il sonno?
È la nostra sabbia
così dura
come la crudeltà del tuo sogno,
massacrato sotto
la polvere dei camion che passano?
Oppure è screpolata
come la gola
delle donne che piangono?

O dolente,
abbiamo fatto
una poesia del tuo sonno.
I nostri lamenti sono diventati
un tappeto di preghiera sotto di te,
e le nostre grida sono diventate un flauto
che ti accompagna verso il cielo.
Noi siamo il popolo
del dolore, delle grida e del fuoco.
Non lasciamo
una straniera a raffreddarsi
dentro la sua tomba.
Ti abbiamo vestita
con i nostri cuori—
mille sospiri
e un mantello di lutto.

Dormi sulla
terra del rimpianto.
Solo il deserto sa
che chi muore per amore
non chiede a quale fede appartenga,
né rinnega alcuna patria.

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Cultura

Quello che una donna non dice: il commovente manifesto della forza silenziosa femminile

Come sopravvivere al peso invisibile della routine quotidiana? Il meraviglioso e profondo testo “Quello che una donna non dice”, scritto da Menda Vreto, è un commovente inno alla forza silenziosa del mondo femminile. Una riflessione potentissima sull’enorme carico emotivo di chi porta dentro una tempesta ma continua a preparare la cena sorridendo per gli altri. Ma è anche e soprattutto un invito coraggioso a non dimenticarsi mai di sé stesse, a riscoprire i propri sogni e a capire che non è mai troppo tardi per ricominciare ad amarsi senza alcun senso di colpa!👇

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Donna

Roma – In una società che viaggia perennemente a ritmi insostenibili, chiedendo costantemente perfezione, prestazioni impeccabili e sorrisi di facciata, fermarsi a riflettere sulla silenziosa e titanica fatica emotiva che si nasconde dietro la routine quotidiana è diventato un atto rivoluzionario. Il bellissimo, profondo e commovente testo “Quello che una donna non dice”, firmato dalla penna delicata di Menda Vreto, squarcia letteralmente il velo dell’ipocrisia moderna per restituirci un ritratto intimo, autentico e dolcissimo dell’animo femminile.
“Prima di uscire di casa, si guarda allo specchio. Sistema i capelli, mette un po’ di crema sul viso, controlla che tutto sia a posto. Per un istante incontra i propri occhi e sorride. Poi prende la borsa, le chiavi e chiude la porta. Fuori, la giornata la aspetta. Nessuno sa che quella mattina ha dormito poco. Nessuno sa che ieri sera è rimasta sveglia fino a tardi pensando a una frase che non avrebbe voluto sentire. Nessuno sa che, da qualche parte dentro di lei, c’è una domanda alla quale non ha ancora trovato risposta.”

Il peso invisibile della quotidianità: la straordinaria capacità di resistere

La magia e il dolore della condizione femminile risiedono spesso proprio in questa incredibile e logorante dicotomia tra un mondo interiore in tempesta e un mondo esteriore da accudire senza sosta.
“Eppure cammina. Sale sull’autobus, guida nel traffico, accompagna i figli, entra in ufficio, saluta, lavora, risponde al telefono. Sorride. È così che spesso comincia la giornata di una donna. Con cose normali. Con gesti che nessuno nota. Con pensieri che nessuno ascolta. Perché una donna può avere il cuore pieno di domande e, nello stesso momento, ricordarsi di comprare il latte. Può sentirsi fragile e trovare comunque la forza di rassicurare qualcuno. Può avere voglia di piangere e riuscire a far ridere chi le sta accanto. È una delle cose più strane dell’essere umani: possiamo portare dentro una tempesta e, fuori, continuare a preparare la cena. Ma cosa succede quando, per troppo tempo, tutti si abituano alla nostra capacità di resistere? Succede che la nostra forza diventa invisibile. Gli altri smettono di chiedersi se siamo stanchi. Pensano che ce la faremo. Perché ce l’abbiamo sempre fatta.”

Quando la forza diventa un’abitudine per gli altri: il bisogno di esserci

Quell’invisibilità emotiva genera spesso una solitudine feroce, colmata da frasi di circostanza che nascondono un disperato bisogno di cura e di accudimento reciproco.
“E così una donna impara a dire «non importa» quando invece importa. «Va tutto bene» quando non va bene affatto. «Ci penso io» quando avrebbe bisogno che, almeno una volta, qualcuno pensasse a lei. Forse è questo che non dice. Non dice che anche lei vorrebbe, qualche volta, arrivare a casa e non dover essere responsabile di nulla. Vorrebbe trovare qualcuno che abbia già preparato la cena. Qualcuno che le dica di sedersi. Qualcuno che si accorga dal suo silenzio che quella giornata è stata troppo lunga. Non chiede miracoli. Chiede presenza. E forse è proprio qui che dovremmo imparare a volerci più bene: nei dettagli. Nel messaggio mandato senza un motivo. Nel caffè lasciato sul tavolo. Nella telefonata di chi dice: «Non ho bisogno di niente, volevo solo sentirti.» Nell’abbraccio che arriva prima delle domande. Nella persona che resta anche quando non sappiamo spiegare cosa abbiamo. Perché non tutto il dolore ha un nome. A volte è soltanto stanchezza. A volte è nostalgia. A volte è la sensazione di aver dato troppo per troppo tempo. A volte è il bisogno di ritrovare una parte di sé che, negli anni, è rimasta indietro.”

Le piccole grandi rivoluzioni personali e il coraggio di ricominciare

Eppure, il testo di Menda Vreto ci insegna meravigliosamente che non è mai troppo tardi per risvegliare quella ragazza piena di sogni che si era solo momentaneamente assopita sotto il peso delle responsabilità.
“Penso alla donna che un giorno apre un cassetto e trova una fotografia di quando era giovane. La guarda a lungo. Non sorride perché era più bella allora. Sorride perché si ricorda di una ragazza che aveva desideri, curiosità, sogni. E forse comprende che quella ragazza non è scomparsa. È ancora lì. Aspettava soltanto di essere ascoltata. Allora comincia a fare qualcosa per sé. Non necessariamente qualcosa di grande. Si iscrive a un corso. Riprende a dipingere. Impara una lingua. Parte per un fine settimana. Va al cinema da sola. Ricompra quel libro che aveva sempre voluto leggere. Sono gesti piccoli. Ma certe rivoluzioni cominciano proprio dalle cose piccole. Cominciano quando una donna smette di rimandare continuamente se stessa. E non serve avere vent’anni per ricominciare. Non serve avere tutto chiaro. Non serve sapere dove porterà quella nuova strada. A volte basta il coraggio di fare il primo passo. Anche dopo una separazione. Anche dopo un fallimento. Anche dopo una perdita. Anche dopo anni vissuti pensando più agli altri che a sé.”

Scegliersi senza sensi di colpa: l’amore per se stesse come cura

Il bellissimo e struggente appello finale è un invito all’indulgenza e all’amore incondizionato verso sé stesse, al di là dei ruoli imposti e delle fatiche patite.
“Perché nessuna età è troppo avanti per tornare a desiderare qualcosa. Nessuna vita è così complicata da non poter contenere un nuovo inizio. E nessun errore dovrebbe avere il potere di raccontare tutta la nostra storia. Una donna può aver scelto male e imparare. Può aver amato la persona sbagliata e amare ancora. Può aver perso tempo e ritrovarlo in un modo diverso. Può aver avuto paura e, nonostante la paura, continuare. Può essere caduta. E può rialzarsi senza dover spiegare a nessuno quanto sia costato farlo. Forse abbiamo bisogno di questo più spesso: di smettere di chiedere alle persone perché non sono più forti e iniziare a chiederci come possiamo rendere un po’ più leggero il loro cammino. Perché dietro una donna che sembra avere tutto sotto controllo potrebbe esserci semplicemente una persona che sta facendo del suo meglio. E fare del proprio meglio non significa essere perfetti. Significa esserci. Anche nei giorni storti. Anche quando le energie sono poche. […] E magari un giorno ti sveglierai, aprirai la finestra, respirerai profondamente e capirai una cosa semplice: non dovevi diventare un’altra donna. Dovevi soltanto tornare a essere quella che, da qualche parte dentro di te, non avevi mai smesso di essere.”

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