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Esteri

Il Wall Street Journal vince in tribunale contro Trump: archiviata la maxi-causa per diffamazione da 10 miliardi

«La Corte ritiene che la causa di diffamazione intentata dal presidente Trump sia priva di fondamento giuridico». Con queste parole il giudice federale Darrin Gayles, in servizio in Florida, ha archiviato la denuncia presentata dal presidente Trump contro il Wall Street Journal (WSJ). Trump aveva chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari perché il WSJ aveva pubblicato una lettera a sfondo sessuale scritta dal presidente e indirizzata a Jeffrey Epstein in occasione del suo compleanno nel 2003. La lettera fu recuperata da un album acquisito da una commissione parlamentare e pubblicata dal WSJ nel settembre dell’anno scorso. Trump aveva negato di esserne l’autore e aveva querelato il WSJ per diffamazione.

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Trump

Redazione-  «La Corte ritiene che la causa di diffamazione intentata dal presidente Trump sia priva di fondamento giuridico». Con queste parole il giudice federale Darrin Gayles, in servizio in Florida, ha archiviato la denuncia presentata dal presidente Trump contro il Wall Street Journal (WSJ). Trump aveva chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari perché il WSJ aveva pubblicato una lettera a sfondo sessuale scritta dal presidente e indirizzata a Jeffrey Epstein in occasione del suo compleanno nel 2003. La lettera fu recuperata da un album acquisito da una commissione parlamentare e pubblicata dal WSJ nel settembre dell’anno scorso. Trump aveva negato di esserne l’autore e aveva querelato il WSJ per diffamazione.

Il giudice aveva già respinto la denuncia nel mese di aprile, ma in questo caso si tratta di una decisione definitiva e Trump non potrà ripresentarla. È una vittoria per la libertà di stampa, ma, allo stesso tempo, anche se in misura minore, per Trump, perché dimostra che non esiterà a denunciare gli organi di stampa quando qualcosa non gli piace. Bisogna ammirare il WSJ, che non ha ceduto cercando un patteggiamento per ridurre i 10 miliardi richiesti. Il WSJ fa parte di News Corp, una delle più grandi organizzazioni mediatiche, che include anche Barron’s, Investor’s Business Daily e altri gruppi editoriali in Australia e Gran Bretagna.

A differenza del WSJ, altri gruppi mediatici hanno scelto la strada del patteggiamento con Trump. Lo ha fatto ABC nel dicembre del 2024, risarcendo il tycoon con 15 milioni di dollari e riconoscendo la responsabilità del conduttore George Stephanopoulos per averlo accusato ingiustamente.

La Walt Disney Company, proprietaria di ABC, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente avrebbe potuto mettere in pericolo. Inoltre, parecchie piattaforme social che avevano bloccato l’account di Trump dopo gli incitamenti che avevano preceduto l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 hanno fatto marcia indietro dopo la sua rielezione nel 2024. Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta, ha persino patteggiato con Trump, pagandogli 25 milioni di dollari per la sospensione del suo account nel 2021. Anche X ha chiuso una causa intentata da Trump per ragioni simili, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. Queste grosse aziende spesso cedono, temendo, con buone ragioni, che Trump possa mettere in pericolo i contratti con il governo e altri interessi commerciali che vanno ben oltre il settore giornalistico. Infatti, per molte di queste aziende, le loro proprietà mediatiche rappresentano solo una piccola parte delle attività commerciali.

Nelle ultime settimane Trump ha subìto altre sconfitte legali. Il giudice federale Timothy Kelly ha revocato il divieto imposto da Trump a CNN, MS Now e Politico di accedere agli spazi della Casa Bianca. In parecchie altre situazioni i giudici gli hanno legato le mani su questioni legate alle elezioni di midterm. Nel caso dei due Sullivan, candidati al Senato in Alaska, e in un’altra controversia sui tentativi di accantonare 20 mila schede elettorali dichiarate sospette da Trump, i magistrati hanno deciso contro il presidente. Persino la Corte Suprema, che spesso ha sostenuto le richieste di Trump, ha negato la richiesta relativa al caso delle schede sospette.

Queste sconfitte legali non preoccupano Trump, il cui Dipartimento di Giustizia continua a tentare di incriminare i suoi nemici politici. Spicca fra questi il caso di James Comey, ex direttore dell’FBI. Dal settembre 2025 all’ottobre 2026, il ministro della Giustizia dell’amministrazione Trump ha tentato tre volte di incriminare James Comey, ex direttore dell’FBI e avversario politico del presidente.

Queste cause legali costano poco a Trump, ma sono molto pesanti finanziariamente per i suoi avversari, che devono spendere notevoli risorse. Nel caso delle denunce a sfondo politico, anche quando il presidente perde, alla fine ne trae vantaggio. La pubblicità data ai problemi elettorali crea un polverone di insicurezza che potrà essere sfruttato come base per bloccare o invalidare esiti elettorali a lui sfavorevoli. Comunque vada, la litigiosità di Trump manterrà occupati i magistrati.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

Afghanistan, l’istruzione negata: un’intera generazione rischia di perdere il futuro

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Donna Afghana

Redazione- La crisi del sistema educativo si aggrava tra esclusione delle ragazze, carenza di investimenti e aumento della popolazione scolastica. Milioni di bambini rischiano di crescere senza un’istruzione adeguata, mentre il Paese vede ridursi le proprie prospettive di sviluppo.

La crisi dell’istruzione in Afghanistan sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti e non rappresenta più soltanto un problema legato al funzionamento delle scuole. È una questione che coinvolge il futuro di un’intera società, le possibilità di crescita delle nuove generazioni e la capacità del Paese di ricostruire le proprie basi economiche, culturali e sociali.

Secondo i dati presentati nel rapporto congiunto di UNESCO e UNICEF, il 53% dei bambini in età di scuola primaria non frequenta l’istruzione formale. Una condizione che evidenzia le profonde difficoltà del sistema educativo afghano, aggravate dalle restrizioni imposte alle ragazze, dalla scarsità di risorse e dall’aumento della popolazione in età scolare.

Le ragazze escluse dall’istruzione, una ferita per tutta la società

Uno degli aspetti più gravi della situazione riguarda l’esclusione delle ragazze dai percorsi di istruzione secondaria e superiore. Dal 2021, oltre 2,6 milioni di ragazze sono state private della possibilità di proseguire gli studi dopo la scuola primaria.

L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui l’accesso all’istruzione oltre il livello primario è ufficialmente vietato alle ragazze e alle donne.

Questa esclusione non riguarda soltanto il diritto individuale allo studio. Le sue conseguenze investono l’intera società: riducono le possibilità di formazione professionale, limitano l’accesso al lavoro qualificato e privano il Paese di una parte fondamentale delle proprie competenze e risorse umane.

Impedire a milioni di ragazze di studiare significa compromettere anche il futuro delle famiglie e delle comunità. L’istruzione femminile, infatti, svolge un ruolo essenziale nella promozione della salute, nella riduzione della povertà e nella crescita delle generazioni successive.

In questo contesto, le iniziative educative comunitarie, i programmi di alfabetizzazione, le lezioni a distanza e le attività di formazione digitale rappresentano alcune delle poche opportunità rimaste per le adolescenti.

Tra il 9 ottobre e il 9 novembre del periodo considerato dal rapporto, circa 5.300 classi di apprendimento comunitario risultavano attive, coinvolgendo approssimativamente 162.000 persone, di cui il 64% ragazze.

Si tratta di iniziative importanti, ma insufficienti a sostituire il diritto a un’istruzione pubblica, regolare e di qualità.

Più bambini, meno risorse: il sistema scolastico sotto pressione

Alla crisi delle restrizioni si aggiunge un altro problema strutturale: la crescita della popolazione scolastica.

Il numero dei bambini in età scolare è passato da circa 10,4 milioni nel 2019 a 11,5 milioni nel 2024. Questo aumento ha intensificato la pressione sulle strutture scolastiche, sugli insegnanti e sulle risorse disponibili.

Sebbene nel 2025 circa 6,6 milioni di bambini risultassero iscritti alle scuole primarie pubbliche, con un incremento di circa 560.000 iscritti rispetto al 2022, la crescita delle iscrizioni non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della popolazione.

La mancanza di investimenti adeguati, le difficoltà economiche delle famiglie e la carenza di strutture e materiali didattici rendono ancora più difficile garantire un’istruzione accessibile a tutti.

La situazione è particolarmente complessa nelle aree che hanno accolto un numero elevato di cittadini afghani rientrati dai Paesi vicini. Il ritorno di oltre 1,23 milioni di persone nel periodo considerato ha aumentato ulteriormente la domanda di servizi essenziali. Tra loro, più di 245.000 bambini necessitano di sostegno educativo.

Per molte comunità, accogliere questi bambini significa affrontare nuove esigenze scolastiche senza disporre necessariamente di insegnanti, aule e strumenti sufficienti.

Non basta andare a scuola: cresce la preoccupazione per la qualità dell’apprendimento

La crisi educativa afghana non riguarda soltanto il numero di bambini che riescono a frequentare le lezioni. Un problema altrettanto importante è rappresentato dalla qualità dell’insegnamento.

Una valutazione condotta su oltre 55.000 studenti in tutte le 34 province del Paese ha evidenziato gravi lacune nelle competenze fondamentali.

Meno della metà degli alunni della quarta classe possiede le competenze linguistiche minime previste per il livello della terza classe. In matematica, soltanto un quarto degli studenti raggiunge il livello minimo richiesto.

Questi risultati mostrano quanto sia importante investire nella formazione degli insegnanti, migliorare i metodi didattici e garantire la disponibilità di libri e materiali scolastici.

Senza un miglioramento concreto della qualità dell’insegnamento, il semplice aumento delle iscrizioni non sarà sufficiente a garantire ai bambini una preparazione adeguata.

Anche l’educazione nella prima infanzia rimane estremamente limitata: meno dell’1% dei bambini tra i tre e i quattro anni partecipa a programmi educativi specifici. Ciò significa che la maggior parte dei bambini non ha accesso a importanti opportunità di apprendimento e sviluppo prima dell’ingresso nella scuola primaria.

Anche l’università perde una parte del suo futuro

Le difficoltà non si fermano alla scuola primaria e secondaria. Anche il sistema universitario continua a risentire delle restrizioni imposte all’istruzione femminile.

Il numero degli studenti universitari iscritti è passato da circa 189.000 nel 2024 a 208.000 nel 2026. Nonostante questo incremento, il dato rimane molto distante dai circa 430.000 studenti registrati nel 2020.

La diminuzione della partecipazione universitaria rappresenta un ulteriore ostacolo alla formazione di medici, insegnanti, ingegneri, ricercatori e professionisti di cui il Paese ha bisogno.

L’esclusione delle donne dalle università non limita soltanto le loro aspirazioni personali, ma indebolisce anche settori fondamentali per il funzionamento della società e per la ricostruzione nazionale.

Un Paese che riduce le possibilità di formazione delle proprie nuove generazioni rischia di aggravare la dipendenza da competenze esterne e di compromettere la propria capacità di affrontare le sfide future.

Il prezzo della mancata istruzione ricadrà sulle prossime generazioni

La crisi educativa in Afghanistan deve essere considerata una delle questioni centrali per il futuro del Paese. Le conseguenze della mancata istruzione non si manifestano soltanto nel presente, ma possono accompagnare intere generazioni per molti anni.

Un bambino che non impara a leggere, scrivere e utilizzare le competenze matematiche fondamentali avrà maggiori difficoltà ad accedere alla formazione superiore e al mercato del lavoro. Una ragazza privata della possibilità di studiare rischia di vedere limitate le proprie opportunità di autonomia e partecipazione sociale.

Le conseguenze si estendono anche all’economia nazionale, alla lotta contro la povertà e alla possibilità di costruire istituzioni solide.

Per questo motivo, garantire l’accesso all’istruzione non può essere considerato un obiettivo secondario o una questione esclusivamente scolastica. Si tratta di una condizione indispensabile per qualsiasi progetto di sviluppo e ricostruzione.

UNESCO e UNICEF chiedono il ripristino del pieno diritto all’istruzione per le ragazze e le donne afghane, insieme a maggiori investimenti, al miglioramento della qualità dell’insegnamento e alla rimozione degli ostacoli che impediscono ai bambini di frequentare la scuola.

La sfida riguarda oggi non soltanto il recupero delle opportunità perdute, ma anche la possibilità di evitare che l’esclusione educativa diventi una condizione permanente.

Negare l’istruzione significa limitare le possibilità di una persona, ma quando questa privazione coinvolge milioni di bambini diventa un problema che riguarda il destino di un intero Paese. L’Afghanistan non rischia soltanto di perdere anni di progresso educativo: rischia di compromettere il futuro della propria società.

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Esteri

Crisi istituzionale in Polonia, l’analisi di Meritocrazia Italia: l’equilibrio dei poteri dello Stato è una sfida che riguarda tutta l’Europa

Crisi istituzionale in Polonia: il monito di Meritocrazia Italia all’Europa.

Il duro scontro sul Tribunale costituzionale a Varsavia impone una riflessione urgente sulla separazione dei poteri dello Stato e sulla necessità di superare la contrapposizione perenne.

Il potere è una funzione temporanea al servizio dei cittadini, non uno strumento di consenso. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Crisi in Polonia

Roma – Le crescenti frizioni che attraversano l’Europa orientale e scuotono le fondamenta dell’ordinamento democratico di Varsavia tornano a interrogare la coscienza giuridica e politica dell’intero continente, richiamando l’attenzione della nostra sezione dedicata alla politica internazionale e alle riforme istituzionali. Il durissimo braccio di ferro in corso tra il Governo e la Presidenza della Repubblica sulla gestione e sulla composizione del Tribunale costituzionale polacco rappresenta un campanello d’allarme che travalica i confini nazionali, offrendo lo spunto per una riflessione di principio promossa dal movimento civico nazionale Meritocrazia Italia.

Al centro della contesa c’è il nodo cruciale della separazione dei poteri, cardine irrinunciabile dello Stato di diritto moderno fin dalle teorizzazioni illuministiche di Montesquieu. In un contesto geopolitico segnato da tensioni crescenti, la salvaguardia della democrazia liberale impone il mantenimento di un delicato equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, evitando che la legittima volontà politica della maggioranza parlamentare si trasformi in una subordinazione della magistratura o in un’erosione degli organi di garanzia costituzionale.

Il conflitto a Varsavia e la tenuta dello Stato di diritto nel quadro dell’Unione Europea

Secondo la disamina diffusa dalla presidenza di Meritocrazia Italia, le vicende polacche devono essere interpretate come una lezione universale che riguarda da vicino tutti i Paesi dell’Unione Europea. «Le vicende che in queste ore stanno interessando la Polonia, con il duro scontro tra il Governo e la Presidenza della Repubblica sulla gestione del Tribunale costituzionale, offrono l’occasione per una riflessione che va ben oltre i confini nazionali», sottolinea il documento, evidenziando come al centro del dibattito vi sia la tenuta stessa della fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche comunitarie.

La posta in gioco tocca i principi fondamentali della convivenza civile: «Al centro c’è una questione essenziale per tutte le democrazie occidentali: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la loro reciproca autonomia e la contestuale necessità di garantire adeguati strumenti di controllo e responsabilità». L’intervento si inserisce in un impegno costante del movimento sui grandi temi civili ed educativi, confermando l’approccio costruttivo già emerso nelle proposte di Meritocrazia Italia per i programmi scolastici e l’educazione civica delle nuove generazioni.

La degenerazione del confronto istituzionale in una guerra di logoramento rischia infatti di paralizzare l’amministrazione della giustizia e di minare la certezza del diritto, elementi indispensabili per la coesione sociale e per lo sviluppo del nostro territorio e della comunità nazionale. Quando i tribunali supremi diventano terreno di scontro ideologico, a perdere è l’intero sistema delle garanzie democratiche.

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Superare la logica della contrapposizione perenne: autonomia e rispetto reciproco delle funzioni

La riflessione di Meritocrazia Italia individua con lucidità la radice del problema, indicando la necessità inderogabile di un profondo rinnovamento della cultura politica e costituzionale: «È indispensabile superare una concezione della politica fondata sulla contrapposizione permanente tra poteri e sull’idea errata che ogni riforma legislativa debba necessariamente tradursi nella vittoria trionfale di una parte e nella sconfitta umiliante dell’altra».

La dialettica istituzionale non può essere ridotta a una contesa tra vincitori e vinti: «Il problema primario non è stabilire quale potere dello Stato debba prevalere sull’altro, ma garantire che ciascuno possa esercitare le proprie funzioni sovrane senza invadere quelle altrui e senza sottrarsi alle responsabilità etiche e giuridiche che gli competono». Un principio che tocca le corde più profonde della cultura civile e giuridica, richiamando l’esigenza di arginare sia le tentazioni autoritarie degli esecutivi, sia i rischi di supplenza giudiziaria della magistratura.

La vera forza di una democrazia matura risiede nella capacità degli organi costituzionali di operare in una logica di pesi e contrappesi armonici (checks and balances). Solo attraverso il reciproco rispetto dei confini tracciati dalle Carte costituzionali è possibile preservare l’indipendenza dei giudici garantendo al contempo la piena efficacia dell’azione di governo nell’interesse pubblico.

La qualità della classe dirigente: competenza, senso del limite e funzione del potere pubblico

A giudizio del movimento civico, la soluzione a queste cicliche crisi istituzionali non risiede soltanto nelle norme tecniche o nelle riforme procedurali, ma richiede un salto di qualità etico e morale di chi è chiamato a guidare le istituzioni. «Questo richiede anche una diversa e più elevata qualità della classe dirigente», afferma con chiarezza la nota di Meritocrazia Italia, delineando il profilo ideale dell’uomo di Stato moderno.

I requisiti richiesti sono chiari e non negoziabili: «Servono competenza tecnica, senso del limite, costante capacità di confronto democratico e la consapevolezza matura che il potere è una funzione temporanea da esercitare nell’esclusivo interesse della collettività, non uno strumento di affermazione personale o di conservazione del consenso elettorale a breve termine». Un richiamo al valore del merito, dell’onore e della sobrietà che deve guidare tanto i decisori politici quanto i magistrati.

Il monito che giunge da Varsavia attraverso l’analisi di Meritocrazia Italia suona dunque come un invito per tutta l’Europa: difendere la democrazia significa coltivare la responsabilità istituzionale, anteponendo il bene comune della Repubblica e dei popoli a qualsiasi convenienza di parte.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cronaca

Lutto per la morte di Miso Kovac: a Spalato un fan sfida le onde gelide e la bora per omaggiare la leggenda della musica

Croazia in lutto per la morte del cantante Mišo Kovač: a Spalato un fan si tuffa nel mare gelido durante la bora per rendergli omaggio.

L’incredibile tributo di Ante Atalić Čiki nella baia di Spinut fa il giro del web per ricordare la leggenda della musica balcanica ispirata dai grandi maestri italiani.

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Miso Kovac

Spalato – Ci sono lutti nel mondo dell’arte capaci di scatenare manifestazioni di affetto popolare così viscerali e inconsuete da lasciare un segno indelebile nella cronaca. La Croazia si è svegliata avvolta in un dolore profondo per la scomparsa a 85 anni di Mate Mišo Kovač, autentica icona vivente della canzone balcanica e simbolo identitario della Dalmazia. Alla notizia della sua morte, un ammiratore sfegatato ha deciso di tributargli un saluto estremo che ha fatto rapidamente il giro del web, suscitando commozione tra gli appassionati dello spettacolo internazionale.

L’episodio si è verificato lungo le coste della città dalmata di Spalato, dove l’uomo, identificato come Ante Atalić Čiki, ha deciso di sfidare le raffiche gelide di bora per compiere un’impresa natatoria solitaria. Con una temperatura atmosferica scesa bruscamente a diciassette gradi e acque sferzate dal vento, il protagonista si è tuffato senza esitazione nella baia di Spinut, compiendo un gesto simbolico carico di devozione che supera le consuete celebrazioni viste anche in occasione del recente debutto del Moda Roma Award al MACRO, legando idealmente le sponde adriatiche al nostro territorio costiero.

«L’ho fatto affinché non si dimentichi, ho nuotato nelle acque gelide per la nostra leggenda della canzone, in memoria dell’amato Mišo Kovač. L’acqua era freddissima, ma in quel momento il mio pensiero andava solo alla sua memoria e non me ne sono curato», ha dichiarato il nuotatore appena risalito sulla banchina, con la voce spezzata dall’emozione e dal freddo. Un tributo che testimonia quanto la musica sappia incidere nell’animo umano, confermando le riflessioni affrontate dalla nostra redazione sulla grande cultura popolare europea.

Il mare dalmata registrava infatti una temperatura di appena diciotto gradi, reso ancora più insidioso dalle raffiche del vento da nord-est che tradizionalmente spazza il litorale adriatico. Il tuffo di Ante Atalić Čiki non è stato una banale bravata da social network, bensì un atto d’amore collettivo che riassume il sentimento di milioni di persone cresciute ascoltando i successi discografici del maestro, considerato una vera e propria voce del popolo.

Il gesto clamoroso di Ante Atalic Ciki nella baia di Spinut a Spalato

La notizia dell’immersione nella baia di Spinut ha immediatamente fatto il giro delle principali testate croate, diventando il simbolo visivo del lutto che attraversa l’intera regione. Rimanere a nuotare tra i flutti gelidi mentre la bora soffiava violenta ha rappresentato per l’ammiratore l’unico modo tangibile per condividere il dolore della perdita con la propria comunità. La gente radunata sul molo ha applaudito il coraggio dell’uomo, riconoscendo in quella nuotata la stessa tempra indomita che Mišo Kovač aveva sempre dimostrato sul palco durante la sua lunga carriera artistica.

Nel corso dei decenni, il cantante aveva saputo incarnare le speranze, i drammi e la fierezza della gente di mare, trasformando ogni suo concerto in un rito laico di comunione. I suoi ritornelli, cantati a squarciagola negli stadi di calcio come inno della squadra locale dell’Hajduk, sono diventati patrimonio comune di intere generazioni. Il gesto di Ante Atalić Čiki ha saputo dare forma fisica al senso di orfanezza provato da una terra che perde uno dei suoi più illustri ambasciatori culturali.

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La carriera leggendaria di Miso Kovac tra Dalmazia e ispirazione italiana

Nato a Sebenico nel 1941, Mišo Kovač ha segnato in modo indelebile la storia musicale dell’Europa sud-orientale, vendendo oltre venti milioni di dischi nel corso di oltre mezzo secolo di successi ininterrotti. Pochi sanno che agli albori della propria avventura artistica, il cantante mosse i primi passi guardando con ammirazione alle grandi stelle della canzone italiana. Il giovane talento si cimentava infatti nell’imitazione di giganti quali Adriano Celentano, Luciano Tajoli e l’indimenticabile Tony Dallara.

Quella matrice melodica italiana, caratterizzata da un fraseggio passionale e da una forte enfasi vocale, ha plasmato in modo decisivo il suo stile espressivo. Kovač è riuscito a fondere la tradizione canzonettistica belcantistica con le struggenti melodie tradizionali della Dalmazia, dando vita a un genere unico capace di unire popoli e culture al di là delle vicende storiche, consacrandolo tra i monumenti della musica mediterranea.

Il cordoglio della Croazia per la scomparsa del cantante e il legame con l’Adriatico

La scomparsa di una personalità così imponente ha suscitato messaggi di profondo cordoglio da parte delle massime istituzioni della Repubblica di Croazia, del mondo dello sport e della società civile. Le radio e le televisioni nazionali hanno modificato i propri palinsesti per trasmettere senza sosta i suoi brani più celebri, mentre centinaia di cittadini si sono spontaneamente radunati nelle piazze principali accendendo ceri e intonando in coro le sue strofe più memorabili a Spalato e Zagabria.

Il mare Adriatico, che il cantante aveva celebrato in decine di brani indimenticabili, è stato il testimone silenzioso del commosso omaggio di Ante Atalić Čiki. Quel tuffo solitario tra le onde sferzate dalla bora rimarrà nella memoria collettiva come l’immagine più pura e autentica della devozione verso un artista: un legame indissolubile che il freddo e il tempo non potranno mai spegnere, nel ricordo eterno del grande Mate Mišo Kovač.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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