Assia Penta, intervista alla scrittrice: “si è donne anche senza essere madri, superiamo il giudizio sociale sulla maternità”
Intervista alla scrittrice Assia Penta: dalla moda al successo dei suoi libri, una riflessione profonda sul diritto di essere donne senza l’obbligo sociale della maternità, superando il giudizio e le pressioni esterne per affermare l’autenticità e la libertà di ogni persona. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇
Roma – C’è una domanda insidiosa che ancora oggi molte donne si sentono rivolgere nella quotidianità, talvolta con superficiale curiosità, altre volte con una velata punta di giudizio morale: «Ma perché non hai figli?». Come se la maternità costituisse una tappa biologicamente obbligatoria, un passaggio inderogabile senza il quale l’identità femminile rimarrebbe incompiuta o manchevole. Eppure, essere donna non significa affatto coincidere esclusivamente con l’essere madre. Per comprendere l’evoluzione dei modelli sociali e delle relazioni affettive contemporanee, vi invitiamo a leggere la nostra sezione dedicata al Territorio.
Esistono donne che scelgono consapevolmente di non avere figli, altre che avrebbero desiderato averne ma che, per complesse circostanze della vita, problemi fisici o percorsi imprevisti, non hanno potuto realizzare questo sogno. Storie profondamente eterogenee, accomunate dal medesimo diritto inalienabile all’autodeterminazione: quello di non doversi giustificare di fronte al tribunale delle aspettative altrui. È da questa riflessione etica che prende le mosse il nostro incontro con Assia Penta, autrice che ha fatto dell’introspezione psicologica e della libertà di essere autenticamente sé stessi il fulcro della propria produzione letteraria.
Dalla moda alla scrittura: il percorso di Assia Penta tra fragilità e accettazione di sé
Dopo aver maturato una significativa esperienza nel mondo della moda, Assia Penta ha individuato nella scrittura narrativa uno spazio privilegiato di rinascita e testimonianza civile. Nei suoi fortunati romanzi e saggi narrativi ha esplorato senza filtri l’accettazione del corpo, le ferite emotive, la violenza psicologica invisibile e la fatica di ricominciare. Titoli come Una curvy in una jungla, Tre donne, Attimi di follia, Voci e ferite della violenza invisibile, Cuori LGBT+ e Amarsi dopo il caos compongono un mosaico letterario che mette al centro la persona. Poco fa vi abbiamo riferito anche dell’incontro al FLA di Pescara con Claudia Conte sulla voce dei giovani e il disagio emotivo.
Oggi il dibattito si concentra sul tema cruciale della maternità intesa come scelta libera e mai come dovere imposto dalla tradizione. Una donna, sottolinea l’autrice, non deve essere valutata in base al fatto di aver dato o meno alla luce dei figli, bensì per la ricchezza del proprio mondo interiore, per le sue passioni, i suoi traguardi intellettuali e il rispetto con cui abita il presente. Tutte le ultime interviste e le novità editoriali sono disponibili nella nostra rubrica Cultura.
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L’intervista ad Assia Penta: oltre gli stereotipi culturali e il peso delle aspettative esterne
Assia, perché ancora oggi si tende a identificare la femminilità con la maternità? «Credo sia il retaggio di un modello culturale che per secoli ha circoscritto la donna alla sola funzione riproduttiva. Sebbene la società sia cambiata, questo schema mentale continua a condizionare gli sguardi. La maternità è un’esperienza straordinaria per chi la desidera, ma non può trasformarsi nell’unico metro di giudizio: una donna è completa a prescindere dalla presenza di figli».
C’è differenza tra chi sceglie di non procreare e chi non ha potuto farlo? «Certamente, sono cammini interiori diversi e non vanno confusi. C’è chi compie una scelta lucida di vita e chi si scontra con dolori fisici o lutti intimi. Il tratto comune, però, è che nessuna persona dovrebbe sentirsi in colpa o costretta a giustificare il proprio vissuto davanti a frasi feroci come “te ne pentirai” o “cambierai idea”, parole che spesso riaprono ferite mai rimarginate».
Spesso alla donna si chiede di essere perfetta in tutto: carriera, bellezza, famiglia. Non è una gabbia? «Assolutamente sì. C’è un carico mentale insostenibile: bisogna essere realizzate ma non troppo ambiziose, indipendenti ma sempre accoglienti. Questa ricerca di perfezione rischia di soffocare la vera libertà, che consiste nel poter essere sé stesse senza doversi uniformare a un copione già scritto». Ulteriori riflessioni sull’equilibrio emotivo sono consultabili nella nostra rubrica Psicologia delle Relazioni.
Il messaggio agli uomini e l’invito al coraggio: essere donna è un’identità e non un ruolo
Questa battaglia culturale riguarda solo le donne o deve coinvolgere anche gli uomini? «Riguarda tutti. Anche gli uomini devono imparare a superare questo automatismo patriarcale, riconoscendo che la pienezza di una compagna o di una collega non si esaurisce nell’avere un passeggino. Dobbiamo educare a una civiltà del rispetto in cui nessuno venga etichettato o sminuito per le proprie scelte personali».
Quale messaggio vorresti consegnare a chi si sente giudicata perché non ha figli? «Di non permettere a nessuno di stabilire il proprio valore. Non bisogna chiedere scusa né dare spiegazioni. La vita di ogni donna ha un significato immenso per l’amore che semina, per i progetti che costruisce e per la bellezza che porta nel mondo. Essere donna non è un traguardo legato alla maternità: è una libertà, un’identità e un diritto che appartiene a ciascuna di noi». Altri articoli su costume e stili di vita sono disponibili nell’area Lifestyle.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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Dr. Kang Byeong-Cheol tra poesia, pace e diritti umani: la lirica Una sottile intenzione nella traduzione di Angela Kosta
Dalla Corea del Sud all’Italia: la potente lirica che insegna il valore sacro della vita.
Il Dr. Kang Byeong-Cheol, studioso, vicepresidente dell’Istituto per la Pace ed ex membro di PEN International, approda in Italia con la poesia “Una sottile intenzione” nella traduzione di Angela Kosta.
Un monito indimenticabile: basta un solo pensiero per salvare una vita o distruggerla.
Roma – Il fecondo ponte culturale tra l’Oriente e l’Occidente si arricchisce di una voce letteraria di straordinaria levatura etica e filosofica. La luminosa traiettoria intellettuale del Dr. Kang Byeong-Cheol, eminente scrittore, poeta, traduttore e studioso sudcoreano nato a Jeju City nel 1964, approda sulla stampa italiana grazie alla raffinata versione curata dalla scrittrice e accademica Angela Kosta. Una sinergia artistica che dischiude orizzonti di rara intensità, celebrando il valore sacro dell’esistenza e la salvaguardia dei diritti umani per la nostra cultura.
La carriera di Kang Byeong-Cheol affonda le radici nel 1993, quando all’età di ventinove anni debuttò sulla scena con il folgorante racconto Il canto di Shuba. Nel 2005 ha dato alle stampe la sua prima raccolta di racconti, inaugurando una produzione prolifica e poliedrica che conta oggi oltre venti volumi pubblicati tra narrativa, saggi e sillogi poetiche. Un cammino costellato da ben otto premi letterari internazionali che ne hanno consacrato l’autorevolezza presso i più prestigiosi circoli letterari del globo.
Accanto alla vocazione poetica brilla un costante e coraggioso impegno civile. Dal 2009 al 2014 il Dr. Kang ha fatto parte del prestigioso Comitato degli Scrittori in Carcere del PEN International, difendendo la libertà di espressione dei dissidenti perseguitati dai regimi autoritari. Successivamente ha assunto la carica di Vicepresidente di PEN Jeju e ha firmato influenti colonne editoriali per lo storico quotidiano Jemin Ilbo, testimoniando la centralità della parola etica nel dibattito pubblico del territorio asiatico.
Sul versante accademico, ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Politiche presso la Jeju National University. Attualmente ricopre la carica di Vicepresidente dell’Istituto Koreano per la Pace e la Cooperazione ed è il Presidente fondatore dell’Associazione Koreana di Letteratura Mondiale. La sua attività scientifica si intreccia con una visione umanistica volta a superare i conflitti bellici attraverso la diplomazia culturale, tema affine alle meditazioni esistenziali approfondite in La leva della vita e l’arte della pazienza di Menda Vreto.
Kang Byeong-Cheol e l’impegno per la pace con PEN International
L’attività svolta dal Dr. Kang all’interno di PEN International ha segnato profondamente la sua poetica, trasformando la scrittura in uno strumento di emancipazione morale. Difendere gli scrittori in carcere e i giornalisti censurati ha radicato in lui la convinzione che la letteratura sia l’ultimo baluardo contro la barbarie, capace di risvegliare le coscienze assopite e di favorire la comprensione reciproca tra popoli divisi da tensioni geopolitiche.
Tra le sue fatiche letterarie più acclamate dalla critica asiatica spiccano capolavori quali Il suono della foresta di bambù, Leggere il telaio presso la cascata e il celebre volume Dio non gioca a dadi. In queste pagine la natura non fa da mero sfondo decorativo, ma diventa un tempio vivente dove ogni creatura riflette un frammento dell’armonia cosmica e dell’esistenza umana, educando l’animo a una profonda psicologia delle relazioni e alla nonviolenza.
La lirica del maestro di Jeju City si distingue per la straordinaria profondità filosofica e per la costante esplorazione del sacro nella semplicità del quotidiano. I suoi versi invitano l’uomo moderno, spesso frastornato dal frastuono tecnologico, a ritrovare il silenzio interiore per cogliere il palpito segreto della vita, riconoscendo la spiritualità della natura come radice fondante della pace duratura.
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La poesia Una sottile intenzione nella traduzione di Angela Kosta
Il componimento “Una sottile intenzione” rappresenta una sintesi perfetta della visione mistica ed etica del Dr. Kang. L’opera interroga la responsabilità individuale che risiede in ogni nostro moto interiore: un solo pensiero, all’apparenza insignificante, ha il potere cosmico di liberare una farfalla dalla ragnatela o di spezzarle le ali per sempre. Una responsabilità morale che impone vigilanza sul nostro cuore puro.
Una piccola intenzione custodita nel cuore,
un pensiero umile.
Un solo pensiero
può liberare una farfalla
intrappolata nella tela di un ragno,
permettendole di tornare a volare
verso il cielo,
oppure spezzarle le ali
e sottrarle la vita.
Per questo, osserviamo attentamente
anche il più piccolo pensiero
e riflettiamo a lungo su di esso.
Penso agli antichi saggi,
che percorrevano i loro cammini
battendo il terreno con i loro bastoni.
Anche la più piccola creatura
lotta con tutte le proprie forze
per non rinunciare alla vita. Ogni forma di vita è preziosa,
nessuna vita è inferiore a un’altra.
Ogni essere vivente
è una luce unica,
sacra e degna di rispetto.
Un cuore che non permette
a quella luce di spegnersi
diventa una fiaccola eterna,
capace di illuminare il cammino
che ancora dobbiamo percorrere.
La traduzione accurata e luminosa di Angela Kosta riesce a preservare intatto il soffio spirituale dell’originale coreano. Il richiamo agli antichi maestri orientali, che battevano il bastone sulla terra per avvisare e non calpestare gli insetti, assurge a monito per l’umanità contemporanea: riconoscere che ogni essere vivente incarna una scintilla sacra è l’unico rimedio contro la violenza che minaccia il pianeta.
I premi letterari internazionali e il dialogo tra Oriente e Occidente
La levatura mondiale di Kang Byeong-Cheol è certificata dai più autorevoli organismi della critica contemporanea. Nel 2023 ha ottenuto il titolo di Miglior Poeta e Traduttore Internazionale dall’International Center for Poetry Translation in Cina, mentre nel 2025 è stato insignito del riconoscimento di Miglior Poeta Asiatico dell’Anno al celebre Silk Road International Poetry and Art Festival di Dubai.
Il coronamento di questa straordinaria carriera è giunto nel 2026 con il conferimento del prestigioso Prix d’Honneur alla carriera nell’ambito dei rinomati Naji Naaman Literary Prizes, tributo tributato all’insieme della sua opera umanitaria. Riconoscimenti che attestano l’universalità del suo messaggio, capace di toccare le corde più profonde dei lettori di ogni latitudine e lingua.
Attraverso il lavoro appassionato di diffusione curato da Angela Kosta, la poesia del maestro sudcoreano dona alla redazione di Cavaliere News una perla di saggezza senza tempo. Custodire la fiaccola eterna della compassione significa difendere la dignità di ogni creatura, tracciando una rotta di speranza e di fratellanza che unisce idealmente l’Occidente all’Oriente.
Traduzione a cura di Angela Kosta – Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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La leva della vita secondo Menda Vreto: l’arte della pazienza tra ostacoli, relazioni autentiche e il coraggio di aspettare il momento giusto
La leva della vita secondo la scrittrice Menda Vreto: una profonda riflessione sulla fretta del nostro tempo, il coraggio della pazienza e il valore del semaforo rosso come protezione.
Perché correre non significa progredire, la metafora dell’automobile e il segreto per costruire sogni e relazioni autentiche senza farsi travolgere dall’ansia.
Roma – Le cose più preziose e autentiche dell’esistenza hanno bisogno di tempo, pazienza e coraggio per trasformarsi in solida realtà. Nel suo intenso e lucido saggio intitolato “La leva della vita”, la scrittrice Menda Vreto firma una profonda riflessione sulla condizione umana contemporanea, scandagliando con grazia pedagogica quel senso di affanno che troppo spesso pervade le nostre giornate, costringendoci a fare i conti con l’ansia da prestazione e con la paura costante di non essere mai abbastanza veloci.
Ci sono passaggi della vita nei quali vorremmo che tutto si compisse all’istante, bramando di raggiungere immediatamente i nostri obiettivi personali, trovare il posto giusto nel mondo e realizzare i propri sogni. Quando i risultati tardano a manifestarsi e le lancette dell’orologio corrono inesorabili, si insinua il tarlo logorante di sentirsi rimasti indietro rispetto agli altri. Ma la domanda che la Vreto pone è dirompente: siamo davvero in ritardo o, semplicemente, non abbiamo ancora imparato ad aspettare?
La scintilla della meditazione scaturisce da una scena di vita quotidiana: l’attesa di fronte a un semaforo pedonale lungo una strada trafficata. Mentre la maggior parte delle persone attende composta la luce verde, c’è chi non tollera l’interruzione del flusso e decide di scattare comunque, rischiando di provocare una grave situazione di pericolo. Eppure quel colore rosso non era un sopruso, bensì un presidio istituito per proteggere la nostra incolumità. Imparare a rispettare l’attesa significa evitare di precipitare in decisioni sbagliate.
Nella visione dell’autrice, non tutti i segnali di stop rappresentano una punizione avversa del destino. Alcuni limiti esistono per salvarci: il rosso del semaforo ci avvisa che la carreggiata non è sgombra, quello sulle guance svela la presenza della voce della coscienza dopo un errore commesso, mentre nella gestione delle emergenze segnala la necessità di chiedere aiuto. Tutti richiami vitali che invitano a rallentare, abbandonando l’illusione nociva di una fretta compulsiva che consuma ogni respiro sul nostro territorio interiore.
Menda Vreto e la metafora del semaforo rosso come protezione
Imparare a decifrare i semafori della nostra esistenza rappresenta il primo passo verso una matura consapevolezza interiore. Vi sono intuizioni e visioni che necessitano della giusta maturazione dei progetti, studi che richiedono assimilazione e opportunità per le quali non siamo ancora sufficientemente temprati. Non significa non meritare il traguardo, ma comprendere che occorre darsi il tempo indispensabile per sviluppare la capacità di accogliere ciò che desideriamo nel momento giusto.
L’autrice ricorre a un parallelismo esemplare: la preparazione agli esami universitari o scolastici. Desiderare il massimo dei voti non basta se non ci si sottopone alla disciplina quotidiana dello studio, fatta di tentativi, errori corretti e progressiva acquisizione di sicurezza. Presentarsi davanti alla commissione prima del tempo, unicamente per togliersi il pensiero dall’anima, non è un atto di eroismo ma una falsa idea di coraggio che prelude a cocenti delusioni, un tema filosofico già toccato nell’approfondimento su il Mattutino e il coraggio dell’attesa al Castello Sforzini.
Da qui prende forma l’efficace metafora dell’automobile. Possedere una vettura fiammante e avere davanti a sé un’autostrada libera non serve a nulla se non si possiede la perizia di imparare a guidare. Inserire una marcia senza dosare la frizione e senza conoscere i meccanismi del motore porta inevitabilmente a schiantarsi contro il primo ostacolo. La pazienza agisce esattamente come la leva del cambio: permette di innestare il rapporto corretto, evitando di scambiare il semplice movimento e progresso.
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La pazienza attiva e il coraggio di costruire i propri sogni
Quel muro contro cui talvolta impattiamo si tramuta così nel più severo ma prezioso dei maestri. Gli ostacoli e fallimenti non arrivano per arrestare perennemente il cammino, ma per obbligarci a cambiare direzione e perfezionare le nostre abilità. Chi apprende queste lezioni di vita comprende il valore insostituibile di frenare al momento opportuno per ripartire con maggiore equilibrio e determinazione verso i propri orizzonti di cultura e crescita personale.
Menda Vreto tiene a precisare che la sua idea di pazienza non coincide affatto con la rassegnazione o l’inerzia attendista. Si tratta, al contrario, di una feconda pazienza attiva: significa prepararsi tenacemente nel silenzio, dedicarsi a un lavoro silenzioso quando nessun riflettore illumina la fatica, imparare dagli errori senza scoraggiarsi e continuare a erigere con metodo le fondamenta del proprio avvenire, affinché la struttura possa resistere a qualsiasi intemperia.
Una riflessione che smaschera le insidie della moderna società dell’apparenza, dominata dalla compulsione alla velocità e dalla vetrina dei social network. Nel mondo digitale si osservano costantemente traguardi sfolgoranti ed esistenze perfette, occultando completamente le attese estenuanti, le cadute e i sacrifici invisibili che hanno preceduto il trionfo. Confrontare la propria partenza con il traguardo altrui è una trappola che distrugge la serenità, dimenticando l’assoluta unicità del proprio cammino.
Le relazioni umane autentiche e il tempo della consapevolezza
Il medesimo rigore temporale si applica imprescindibilmente alla sfera dei sentimenti. Le relazioni umane autentiche non possono essere consumate in fretta: esigono dedizione, ascolto profondo e gesti concreti. La fiducia conquistata sul campo non si pretende con arroganza, l’amore coltivato nel tempo rifugge ogni forma di forzatura e il rispetto reciproco si edifica soltanto quando impariamo a riconoscere il valore della dignità propria e altrui.
Prima o poi, la luce rossa si spegnerà e comparirà il tanto atteso semaforo verde. Ma quella via libera acquista significato solo se abbiamo saputo attenderla con saggezza, senza aver calpestato gli altri e senza aver dissipato le nostre risorse migliori. Solo così potremo percorrere la propria strada con passo saldo verso una felicità duratura, certi di aver creato tutte le condizioni di successo per accogliere i doni del destino.
«Se oggi ti sembra di essere fermo, non pensare subito di aver perso tempo», conclude con straordinaria dolcezza Menda Vreto. Trasformare il tempo come alleato consente di diventare più forti, coltivando la certezza che le cose sublimi esigono dedizione. La pazienza resta l’insostituibile leva dell’esistenza: non trattiene nell’immobilità, ma prepara a viaggiare con sicurezza quando la nostra strada sarà finalmente aperta davanti a noi.
Saggio e riflessione a cura di Menda Vreto per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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Oltre il silenzio, dentro l’anima: Paola Sanna presenta «Prima che sia tardi»
Prima che sia tardi: Paola Sanna affida alla poesia il racconto della vita, tra amore, dolore e speranza
Un viaggio intimo tra ricordi, affetti, fragilità e rinascita. Nel volume curato da Costanza Bondi, la parola poetica diventa uno strumento per custodire ciò che davvero conta e non rimandare mai un gesto d’amore.Tutti i dettagli qui sotto 👇
Prima che sia tardi: Paola Sanna affida alla poesia il racconto della vita, tra amore, dolore e speranza
Un viaggio intimo tra ricordi, affetti, fragilità e rinascita. Nel volume curato da Costanza Bondi, la parola poetica diventa uno strumento per custodire ciò che davvero conta e non rimandare mai un gesto d’amore.
Redazione- Ci sono libri che si leggono e libri che, pagina dopo pagina, sembrano parlare direttamente al cuore. “Prima che sia tardi”, opera di Paola Sanna, a cura di Costanza Bondi, è una raccolta che si inserisce in quella dimensione letteraria in cui la scrittura diventa testimonianza personale, occasione di riflessione e, soprattutto, condivisione di emozioni universali.
Pubblicato da Bertoni Editore, con data di uscita prevista per il 6 novembre 2026, il volume raccoglie poesie e frammenti di memoria attraverso i quali l’autrice ripercorre il proprio vissuto, intrecciando esperienze personali, legami familiari, amore, sofferenza e speranza. Un percorso narrativo ed emotivo che non cerca di nascondere le fragilità, ma sceglie di attraversarle, riconoscendo nella parola una possibilità di comprensione e rinascita.
Il titolo, “Prima che sia tardi”, racchiude già il senso profondo dell’opera. È un invito a non lasciare in sospeso ciò che merita di essere detto, a non rimandare un abbraccio, una carezza, una telefonata o una dichiarazione d’affetto. È un richiamo alla consapevolezza del tempo, alla necessità di vivere pienamente i rapporti umani e di riconoscere il valore delle persone che accompagnano il nostro cammino.
Nelle pagine della raccolta emergono le ferite dell’anima, la paura della perdita e il coraggio necessario per affrontare le prove che la vita inevitabilmente presenta. I ricordi familiari assumono un ruolo centrale, così come il legame con i figli e con le persone più care, presenze che diventano punti di riferimento nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Paola Sanna costruisce un itinerario fatto di sentimenti autentici, nel quale la sofferenza non rappresenta necessariamente un punto di arrivo, ma può trasformarsi in una nuova consapevolezza. La fede, la gratitudine e la speranza accompagnano questo cammino, restituendo alla poesia una funzione che va oltre la dimensione estetica: quella di dare voce a ciò che spesso rimane nascosto dentro di noi.
La scrittura si fa così spazio di resistenza emotiva. Ogni verso diventa un modo per trattenere un ricordo, dare un nome a una mancanza, riconoscere la bellezza degli affetti e trovare, anche nelle giornate più difficili, una ragione per ricominciare.
Un ruolo significativo è affidato alla cura di Costanza Bondi, che accompagna il progetto editoriale, contribuendo a portare al lettore una testimonianza poetica incentrata sulla dimensione più autentica dell’esperienza umana.
“Prima che sia tardi” non è soltanto una raccolta di poesie e memorie: è un invito a fermarsi, ad ascoltare e a guardare con maggiore attenzione ciò che ci circonda. Perché, nella frenesia quotidiana, si rischia spesso di considerare scontate proprio quelle presenze che rappresentano la parte più preziosa della nostra esistenza.
In un tempo in cui tutto sembra correre velocemente, Paola Sanna sceglie di restituire valore alla lentezza del ricordo, alla profondità dei sentimenti e alla forza delle parole. La poesia diventa una casa nella quale ritrovare emozioni, affrontare assenze e riconoscere la bellezza di ciò che è stato.
Il messaggio che attraversa l’intera opera è semplice quanto universale: non aspettare che sia troppo tardi per dire ciò che si prova. Non rimandare l’amore, non dare per scontata la presenza di chi ci vuole bene, non lasciare che il silenzio prenda il posto delle parole necessarie.
Perché, in fondo, la vita è fatta di istanti che non ritornano, di persone che lasciano impronte indelebili e di sentimenti che meritano di essere espressi mentre siamo ancora in tempo.
E forse è proprio questa la più grande lezione che la poesia di Paola Sanna consegna ai suoi lettori: non è mai superfluo amare, ringraziare e ricordare. L’importante è farlo prima che sia tardi.
Il volume, in lingua italiana, si compone di 102 pagine ed è pubblicato da Bertoni Editore. L’ISBN è 979-1257701086 e il codice ASIN è B0HN36VF8B. La pubblicazione è prevista per il 6 novembre 2026.
Paola Sanna: «Prima che sia tardi, impariamo a dire ciò che il cuore non può più trattenere».
Un dialogo tra poesia, memoria e vita. In occasione dell’uscita della raccolta “Prima che sia tardi”, curata da Costanza Bondi e pubblicata da Bertoni Editore, abbiamo incontrato l’autrice Paola Sanna per esplorare il significato più profondo delle parole, degli affetti e del tempo che ci è concesso.
Il titolo della Sua raccolta, “Prima che sia tardi”, sembra quasi un sussurro rivolto alla coscienza di ciascuno di noi. Se dovesse tradurre queste parole in un messaggio destinato al lettore, quale sarebbe?
Credo che nella vita ci siano parole che non dovrebbero conoscere il ritardo. Spesso pensiamo di avere sempre un domani per chiedere scusa, per dichiarare un amore, per stringere una persona a noi o semplicemente per dire «Le voglio bene». Ma il tempo non ci garantisce appuntamenti infiniti. Vorrei che questo libro fosse un invito a vivere con maggiore consapevolezza, senza lasciare che l’orgoglio, la paura o l’abitudine ci impediscano di manifestare i nostri sentimenti. Prima che sia tardi significa, soprattutto, prima che il silenzio diventi definitivo.
Nelle Sue poesie si incontrano amore, dolore, paura della perdita e speranza. È possibile che proprio le ferite più profonde diventino le custodi delle nostre emozioni più autentiche?
Sì, perché alcune ferite ci insegnano a guardare oltre la superficie delle cose. Il dolore non è qualcosa che scegliamo, ma può diventare un luogo di consapevolezza. Ci costringe a fermarci, a interrogarci e a riconoscere ciò che conta davvero. Non credo che la sofferenza renda automaticamente migliori, ma credo che possiamo scegliere cosa farne. Possiamo lasciarci indurire oppure trasformarla in sensibilità, comprensione e amore. La speranza, per me, nasce proprio da questa possibilità.
La memoria familiare e il legame con i figli occupano uno spazio importante nel Suo universo poetico. Quanto della nostra identità appartiene alle persone che abbiamo amato e quanto, invece, rimane soltanto nostro?
Penso che nessuno di noi sia una storia completamente individuale. Siamo anche le persone che ci hanno tenuto per mano, gli abbracci ricevuti, le voci che continuano ad accompagnarci anche quando non possiamo più ascoltarle. I figli, gli affetti familiari e le persone care rappresentano una parte profondissima della nostra identità. Eppure esiste anche uno spazio interiore che appartiene soltanto a noi, dove custodiamo pensieri, paure e sogni. La poesia riesce a mettere in comunicazione questi due mondi: quello che condividiamo e quello che non riusciamo sempre a raccontare.
La paura della perdita è una delle grandi fragilità dell’essere umano. Secondo Lei amiamo davvero qualcuno soltanto quando comprendiamo che potremmo perderlo?
Forse la possibilità della perdita ci rende più consapevoli del valore della presenza. Ma non dovremmo aspettare un’assenza per riconoscere l’importanza di qualcuno. L’amore autentico dovrebbe essere un esercizio quotidiano di attenzione, rispetto e gratitudine. Dovremmo imparare a guardare le persone che abbiamo accanto come qualcosa di prezioso, non come presenze scontate. Perché l’amore non si misura soltanto nella grandezza delle promesse, ma nella delicatezza dei piccoli gesti.
Nella Sua opera emergono anche la fede e la gratitudine. In un mondo spesso attraversato da inquietudini, delusioni e solitudini, la fede può rappresentare un’ancora oppure è qualcosa di più profondo?
Per me la fede è una luce interiore, una possibilità di trovare un significato anche quando non riusciamo a comprendere tutto ciò che accade. Non significa non avere paura o non soffrire. Significa, piuttosto, non permettere al dolore di spegnere completamente la fiducia nella vita. La gratitudine, invece, è un modo per riconoscere il bene anche quando non tutto è perfetto. A volte basta un ricordo, una presenza, un gesto ricevuto per comprendere quanto siamo stati fortunati.
Lei ha scelto la poesia come strumento per raccontarsi. Ma scrivere significa necessariamente liberarsi oppure, qualche volta, significa anche riaprire porte che sarebbe più facile lasciare chiuse?
Scrivere è entrambe le cose. Ci sono parole che liberano e altre che ci riportano esattamente nel luogo emotivo dal quale vorremmo allontanarci. La scrittura non cancella il passato, ma permette di osservarlo con occhi diversi. Mettere un’emozione sulla carta significa darle uno spazio, riconoscerla e, in qualche modo, smettere di combattere contro di essa. La poesia non sempre guarisce, ma spesso ci aiuta a respirare meglio dentro le nostre stesse fragilità.
Vorrei porLe una domanda forse scomoda: siamo davvero capaci di vivere il presente oppure trascorriamo gran parte della nostra esistenza aspettando qualcosa, rimpiangendo ciò che è stato o temendo ciò che potrebbe accadere?
Credo che questa sia una delle contraddizioni più grandi dell’essere umano. Siamo fisicamente nel presente, ma spesso emotivamente altrove. Ci manca il passato, ci preoccupa il futuro e rischiamo di non accorgerci della bellezza che ci passa accanto. Imparare a vivere il presente è forse una delle conquiste più difficili. Non significa dimenticare ciò che siamo stati o smettere di sognare, ma comprendere che l’unico tempo nel quale possiamo davvero amare, scegliere e agire è quello che stiamo vivendo.
Il Suo libro si intitola “Prima che sia tardi”, ma vorrei ribaltare la prospettiva: secondo Lei esiste un momento in cui è davvero troppo tardi per ricominciare?
Finché dentro di noi rimane la possibilità di sentire, comprendere e desiderare qualcosa di diverso, credo che esista sempre uno spazio per ricominciare. Naturalmente non tutto può essere recuperato e non tutte le persone possono tornare nella nostra vita. Ma possiamo sempre scegliere di non rimanere prigionieri di ciò che abbiamo perduto. Ricominciare non significa necessariamente ritrovare ciò che avevamo, ma imparare a camminare con una nuova consapevolezza.
La raccolta è curata da Costanza Bondi. Quanto è importante, per un’autrice, incontrare qualcuno capace di accompagnare il proprio mondo interiore e contribuire a portarlo verso i lettori?
È importante poter condividere il proprio progetto con una persona che sappia comprenderne il valore umano ed emotivo. Un libro nasce da un’esperienza personale, ma nel momento in cui viene pubblicato smette di appartenere soltanto a chi lo ha scritto. Diventa un incontro, una possibilità di dialogo con persone che magari hanno vissuto emozioni simili. La sensibilità di chi accompagna un’opera in questo percorso può contribuire a valorizzarne il significato.
Se potesse lasciare una sola frase a chi terminerà l’ultima pagina di “Prima che sia tardi”, quale vorrebbe che rimanesse impressa nella sua memoria?
Vorrei che il lettore chiudesse il libro e sentisse il desiderio di compiere un gesto d’amore. Vorrei che pensasse a qualcuno, prendesse il telefono, scrivesse un messaggio, cercasse un abbraccio. Non occorrono sempre grandi discorsi per cambiare il significato di una giornata. A volte una parola pronunciata al momento giusto può diventare un ricordo che accompagnerà qualcuno per tutta la vita.
Un’ultima domanda, Paola. Se la vita fosse una poesia ancora incompiuta, quale verso non vorrebbe mai dimenticare di scrivere?
Scriverei un verso sulla gratitudine. Perché, nonostante le difficoltà, le delusioni e le assenze, la vita continua a offrirci occasioni per amare. Vorrei ricordare che siamo fatti di incontri, di emozioni e di momenti che non possiamo trattenere, ma che possiamo custodire. E soprattutto vorrei non dimenticare mai che il bene va espresso, non soltanto provato.
Ci sono interviste che raccolgono risposte e altre che, attraverso le parole, aprono finestre sull’animo umano. Il dialogo con Paola Sanna restituisce il ritratto di una scrittura che sceglie la vulnerabilità come linguaggio e la memoria come luogo di incontro. “Prima che sia tardi”, curato da Costanza Bondi e pubblicato da Bertoni Editore, si presenta come un invito a riscoprire il valore degli affetti, della fede, della riconoscenza e della presenza.
Perché forse il vero lusso della vita non consiste nell’avere più tempo, ma nel saper dare valore a quello che abbiamo. E se c’è una lezione che queste pagine desiderano consegnare al lettore, è che alcune parole non dovrebbero aspettare un’occasione speciale per essere pronunciate.
L’amore non dovrebbe mai arrivare in ritardo.
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