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Esteri

Afghanistan, l’istruzione negata: un’intera generazione rischia di perdere il futuro

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Donna Afghana

Redazione- La crisi del sistema educativo si aggrava tra esclusione delle ragazze, carenza di investimenti e aumento della popolazione scolastica. Milioni di bambini rischiano di crescere senza un’istruzione adeguata, mentre il Paese vede ridursi le proprie prospettive di sviluppo.

La crisi dell’istruzione in Afghanistan sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti e non rappresenta più soltanto un problema legato al funzionamento delle scuole. È una questione che coinvolge il futuro di un’intera società, le possibilità di crescita delle nuove generazioni e la capacità del Paese di ricostruire le proprie basi economiche, culturali e sociali.

Secondo i dati presentati nel rapporto congiunto di UNESCO e UNICEF, il 53% dei bambini in età di scuola primaria non frequenta l’istruzione formale. Una condizione che evidenzia le profonde difficoltà del sistema educativo afghano, aggravate dalle restrizioni imposte alle ragazze, dalla scarsità di risorse e dall’aumento della popolazione in età scolare.

Le ragazze escluse dall’istruzione, una ferita per tutta la società

Uno degli aspetti più gravi della situazione riguarda l’esclusione delle ragazze dai percorsi di istruzione secondaria e superiore. Dal 2021, oltre 2,6 milioni di ragazze sono state private della possibilità di proseguire gli studi dopo la scuola primaria.

L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui l’accesso all’istruzione oltre il livello primario è ufficialmente vietato alle ragazze e alle donne.

Questa esclusione non riguarda soltanto il diritto individuale allo studio. Le sue conseguenze investono l’intera società: riducono le possibilità di formazione professionale, limitano l’accesso al lavoro qualificato e privano il Paese di una parte fondamentale delle proprie competenze e risorse umane.

Impedire a milioni di ragazze di studiare significa compromettere anche il futuro delle famiglie e delle comunità. L’istruzione femminile, infatti, svolge un ruolo essenziale nella promozione della salute, nella riduzione della povertà e nella crescita delle generazioni successive.

In questo contesto, le iniziative educative comunitarie, i programmi di alfabetizzazione, le lezioni a distanza e le attività di formazione digitale rappresentano alcune delle poche opportunità rimaste per le adolescenti.

Tra il 9 ottobre e il 9 novembre del periodo considerato dal rapporto, circa 5.300 classi di apprendimento comunitario risultavano attive, coinvolgendo approssimativamente 162.000 persone, di cui il 64% ragazze.

Si tratta di iniziative importanti, ma insufficienti a sostituire il diritto a un’istruzione pubblica, regolare e di qualità.

Più bambini, meno risorse: il sistema scolastico sotto pressione

Alla crisi delle restrizioni si aggiunge un altro problema strutturale: la crescita della popolazione scolastica.

Il numero dei bambini in età scolare è passato da circa 10,4 milioni nel 2019 a 11,5 milioni nel 2024. Questo aumento ha intensificato la pressione sulle strutture scolastiche, sugli insegnanti e sulle risorse disponibili.

Sebbene nel 2025 circa 6,6 milioni di bambini risultassero iscritti alle scuole primarie pubbliche, con un incremento di circa 560.000 iscritti rispetto al 2022, la crescita delle iscrizioni non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della popolazione.

La mancanza di investimenti adeguati, le difficoltà economiche delle famiglie e la carenza di strutture e materiali didattici rendono ancora più difficile garantire un’istruzione accessibile a tutti.

La situazione è particolarmente complessa nelle aree che hanno accolto un numero elevato di cittadini afghani rientrati dai Paesi vicini. Il ritorno di oltre 1,23 milioni di persone nel periodo considerato ha aumentato ulteriormente la domanda di servizi essenziali. Tra loro, più di 245.000 bambini necessitano di sostegno educativo.

Per molte comunità, accogliere questi bambini significa affrontare nuove esigenze scolastiche senza disporre necessariamente di insegnanti, aule e strumenti sufficienti.

Non basta andare a scuola: cresce la preoccupazione per la qualità dell’apprendimento

La crisi educativa afghana non riguarda soltanto il numero di bambini che riescono a frequentare le lezioni. Un problema altrettanto importante è rappresentato dalla qualità dell’insegnamento.

Una valutazione condotta su oltre 55.000 studenti in tutte le 34 province del Paese ha evidenziato gravi lacune nelle competenze fondamentali.

Meno della metà degli alunni della quarta classe possiede le competenze linguistiche minime previste per il livello della terza classe. In matematica, soltanto un quarto degli studenti raggiunge il livello minimo richiesto.

Questi risultati mostrano quanto sia importante investire nella formazione degli insegnanti, migliorare i metodi didattici e garantire la disponibilità di libri e materiali scolastici.

Senza un miglioramento concreto della qualità dell’insegnamento, il semplice aumento delle iscrizioni non sarà sufficiente a garantire ai bambini una preparazione adeguata.

Anche l’educazione nella prima infanzia rimane estremamente limitata: meno dell’1% dei bambini tra i tre e i quattro anni partecipa a programmi educativi specifici. Ciò significa che la maggior parte dei bambini non ha accesso a importanti opportunità di apprendimento e sviluppo prima dell’ingresso nella scuola primaria.

Anche l’università perde una parte del suo futuro

Le difficoltà non si fermano alla scuola primaria e secondaria. Anche il sistema universitario continua a risentire delle restrizioni imposte all’istruzione femminile.

Il numero degli studenti universitari iscritti è passato da circa 189.000 nel 2024 a 208.000 nel 2026. Nonostante questo incremento, il dato rimane molto distante dai circa 430.000 studenti registrati nel 2020.

La diminuzione della partecipazione universitaria rappresenta un ulteriore ostacolo alla formazione di medici, insegnanti, ingegneri, ricercatori e professionisti di cui il Paese ha bisogno.

L’esclusione delle donne dalle università non limita soltanto le loro aspirazioni personali, ma indebolisce anche settori fondamentali per il funzionamento della società e per la ricostruzione nazionale.

Un Paese che riduce le possibilità di formazione delle proprie nuove generazioni rischia di aggravare la dipendenza da competenze esterne e di compromettere la propria capacità di affrontare le sfide future.

Il prezzo della mancata istruzione ricadrà sulle prossime generazioni

La crisi educativa in Afghanistan deve essere considerata una delle questioni centrali per il futuro del Paese. Le conseguenze della mancata istruzione non si manifestano soltanto nel presente, ma possono accompagnare intere generazioni per molti anni.

Un bambino che non impara a leggere, scrivere e utilizzare le competenze matematiche fondamentali avrà maggiori difficoltà ad accedere alla formazione superiore e al mercato del lavoro. Una ragazza privata della possibilità di studiare rischia di vedere limitate le proprie opportunità di autonomia e partecipazione sociale.

Le conseguenze si estendono anche all’economia nazionale, alla lotta contro la povertà e alla possibilità di costruire istituzioni solide.

Per questo motivo, garantire l’accesso all’istruzione non può essere considerato un obiettivo secondario o una questione esclusivamente scolastica. Si tratta di una condizione indispensabile per qualsiasi progetto di sviluppo e ricostruzione.

UNESCO e UNICEF chiedono il ripristino del pieno diritto all’istruzione per le ragazze e le donne afghane, insieme a maggiori investimenti, al miglioramento della qualità dell’insegnamento e alla rimozione degli ostacoli che impediscono ai bambini di frequentare la scuola.

La sfida riguarda oggi non soltanto il recupero delle opportunità perdute, ma anche la possibilità di evitare che l’esclusione educativa diventi una condizione permanente.

Negare l’istruzione significa limitare le possibilità di una persona, ma quando questa privazione coinvolge milioni di bambini diventa un problema che riguarda il destino di un intero Paese. L’Afghanistan non rischia soltanto di perdere anni di progresso educativo: rischia di compromettere il futuro della propria società.

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Midterm, disfatta storica per Trump: i democratici conquistano Camera e Senato

Come molti americani, la sera del 3 novembre Donald Trump guardava in televisione gli esiti delle elezioni di midterm. Il presidente, ovviamente, era sintonizzato su Fox News, la sua rete preferita, ed era arrabbiato con i conduttori per le proiezioni delle vittorie democratiche, ma anche con i suoi collaboratori, che non gli avrebbero fornito informazioni precise. In un’intervista al New York Times, proprio quella sera, Trump ha detto che i repubblicani hanno perso perché «il suo nome non era sulla lista elettorale». Vero, però bisogna ricordare che in non pochi comizi aveva esortato i suoi sostenitori ad andare a votare come se lui fosse candidato. E in realtà lo era, perché le elezioni di midterm sono state un referendum sulle sue politiche.Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Donald Trump

Redazione-  Come molti americani, la sera del 3 novembre Donald Trump guardava in televisione gli esiti delle elezioni di midterm. Il presidente, ovviamente, era sintonizzato su Fox News, la sua rete preferita, ed era arrabbiato con i conduttori per le proiezioni delle vittorie democratiche, ma anche con i suoi collaboratori, che non gli avrebbero fornito informazioni precise. In un’intervista al New York Times, proprio quella sera, Trump ha detto che i repubblicani hanno perso perché «il suo nome non era sulla lista elettorale». Vero, però bisogna ricordare che in non pochi comizi aveva esortato i suoi sostenitori ad andare a votare come se lui fosse candidato. E in realtà lo era, perché le elezioni di midterm sono state un referendum sulle sue politiche. Gli americani hanno categoricamente rifiutato l’operato del presidente, come avevano già indicato i sondaggi, che lo vedevano ai minimi storici. Gli esiti elettorali, non ancora definitivi, ci dicono che i democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera e anche quella al Senato.

Trump è dunque in buona parte responsabile della sconfitta storica. Al momento di scrivere, i democratici hanno una forte maggioranza di 237 seggi, contro i 147 dei repubblicani, con 51 ancora da assegnare. Al Senato i democratici hanno conquistato 54 seggi, contro i 44 dei repubblicani. I seggi in Alaska e Mississippi sono ancora da assegnare, ma nel primo Stato la candidata democratica Mary Peltola è in vantaggio di circa 600 voti, mentre nel secondo il candidato democratico Scott Colom è avanti di soli 65 voti. Anche per quanto riguarda le cariche di governatore, i democratici sono in vantaggio per la prima volta in sedici anni. Al momento di scrivere, il partito dell’asinello controllerà la più alta carica in 28 Stati, contro i 20 dei repubblicani, mentre l’esito elettorale negli altri due, Alaska e Kansas, è ancora da determinare.

Gli americani hanno votato per i democratici, ma anche contro Trump. Il carovita, il costo della benzina causato dalla guerra in Iran, la gestione brutale dell’immigrazione e la corruzione sono stati i fattori che hanno spinto gli elettori a votare contro i repubblicani e Trump. Come si sa, il presidente aveva scelto i candidati al Senato in Texas, South Carolina e North Carolina, seguendo il suo principio di fedeltà invece di quello della competenza. La vittoria di James Talarico in Texas è dovuta alle sue capacità politiche, ma anche all’inadeguatezza dell’avversario Ken Paxton, che si è persino rifiutato di partecipare ai dibattiti. Nel caso della South Carolina, Trump ha incoraggiato Darline Graham, sorella di Lindsey Graham, deceduto nel mese di luglio, a candidarsi. La Graham si è rivelata inefficace e, in uno dei dibattiti, ha risposto che non sapeva molto sulla questione se gli Stati Uniti dovessero continuare a sostenere Taiwan. La Graham è stata sconfitta da Anne Andrews in uno Stato che Trump aveva vinto nel 2024 con un margine di 18 punti su Kamala Harris. Nel caso della North Carolina, Trump aveva spinto il senatore in carica Thom Tillis a non ricandidarsi a causa di alcune sue prese di posizione che non gli erano piaciute. Il candidato scelto da Trump, Michael Whatley, è stato sonoramente sconfitto da Roy Cooper con un margine di venti punti.

Alcuni analisti hanno giustamente parlato di tsunami e di un’elezione storica per il numero di candidati appartenenti a gruppi minoritari eletti. Spiccano fra gli ispanici Xavier Becerra, eletto primo governatore ispanico della California, e Gina Hinojosa, eletta alla più alta carica dello Stato del Texas. Keisha Lance Bottoms è stata eletta prima governatrice afroamericana in Georgia e David Crowley è diventato il primo governatore afroamericano in Wisconsin. Deb Haaland è la prima governatrice nativa americana del New Mexico e Peggy Flanagan la prima senatrice nativa americana eletta nel Minnesota. Nel New Hampshire, Chris Pappas è il primo senatore dichiaratamente gay. E nel Michigan Abdul El-Sayed è il primo esponente di religione islamica a essere eletto senatore.

Una vittoria schiacciante, dunque, per i democratici che, con la maggioranza in entrambe le Camere, potranno fare da contrappeso al potere del presidente. Infatti, potranno prendere l’iniziativa legislativa, anche se dovranno affrontare la questione del filibuster al Senato, che rende necessaria una maggioranza di 60 voti per superare l’ostruzionismo e approvare nuove leggi. Ci sarebbe poi da ottenere la firma di Trump, che potrebbe, come ha già detto, diventare «Mr. Veto», ossia fare uso della sua prerogativa presidenziale di bloccare le leggi che non gli piacciono. In ogni modo, con la maggioranza in entrambe le Camere, i democratici potrebbero anche avviare inchieste sui membri del gabinetto di Trump, non pochi dei quali si sono comportati in maniera poco etica. Al Senato, ovviamente, avrebbero una forte voce in capitolo sulla conferma dei nuovi membri del gabinetto di Trump, poiché, con l’esito delle elezioni, alcuni potrebbero essere spinti a lasciare l’incarico o potrebbero dimettersi di propria iniziativa. Trump, però, anche da anatra zoppa, continuerebbe ad avere notevoli poteri nei suoi ultimi due anni di mandato, specialmente in politica estera. Ma anche qui i democratici potrebbero imporre dei freni. Oltre ad aver dichiarato che potrebbe fare uso del veto, Trump ha detto che forse sarà possibile cooperare. Si è congratulato con i democratici, dicendo che «hanno fatto un buon lavoro», ma ha aggiunto di non considerare il risultato un «colpo» alla sua persona. Ha continuato affermando che «abbiamo avuto i due anni più grandi della storia per quanto riguarda l’economia e le altre cose compiute». Con il loro recente voto, gli americani hanno indicato chiaramente che non è così e che si aspettano cambiamenti.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Il Wall Street Journal vince in tribunale contro Trump: archiviata la maxi-causa per diffamazione da 10 miliardi

«La Corte ritiene che la causa di diffamazione intentata dal presidente Trump sia priva di fondamento giuridico». Con queste parole il giudice federale Darrin Gayles, in servizio in Florida, ha archiviato la denuncia presentata dal presidente Trump contro il Wall Street Journal (WSJ). Trump aveva chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari perché il WSJ aveva pubblicato una lettera a sfondo sessuale scritta dal presidente e indirizzata a Jeffrey Epstein in occasione del suo compleanno nel 2003. La lettera fu recuperata da un album acquisito da una commissione parlamentare e pubblicata dal WSJ nel settembre dell’anno scorso. Trump aveva negato di esserne l’autore e aveva querelato il WSJ per diffamazione.

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Trump

Redazione-  «La Corte ritiene che la causa di diffamazione intentata dal presidente Trump sia priva di fondamento giuridico». Con queste parole il giudice federale Darrin Gayles, in servizio in Florida, ha archiviato la denuncia presentata dal presidente Trump contro il Wall Street Journal (WSJ). Trump aveva chiesto un risarcimento di 10 miliardi di dollari perché il WSJ aveva pubblicato una lettera a sfondo sessuale scritta dal presidente e indirizzata a Jeffrey Epstein in occasione del suo compleanno nel 2003. La lettera fu recuperata da un album acquisito da una commissione parlamentare e pubblicata dal WSJ nel settembre dell’anno scorso. Trump aveva negato di esserne l’autore e aveva querelato il WSJ per diffamazione.

Il giudice aveva già respinto la denuncia nel mese di aprile, ma in questo caso si tratta di una decisione definitiva e Trump non potrà ripresentarla. È una vittoria per la libertà di stampa, ma, allo stesso tempo, anche se in misura minore, per Trump, perché dimostra che non esiterà a denunciare gli organi di stampa quando qualcosa non gli piace. Bisogna ammirare il WSJ, che non ha ceduto cercando un patteggiamento per ridurre i 10 miliardi richiesti. Il WSJ fa parte di News Corp, una delle più grandi organizzazioni mediatiche, che include anche Barron’s, Investor’s Business Daily e altri gruppi editoriali in Australia e Gran Bretagna.

A differenza del WSJ, altri gruppi mediatici hanno scelto la strada del patteggiamento con Trump. Lo ha fatto ABC nel dicembre del 2024, risarcendo il tycoon con 15 milioni di dollari e riconoscendo la responsabilità del conduttore George Stephanopoulos per averlo accusato ingiustamente.

La Walt Disney Company, proprietaria di ABC, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente avrebbe potuto mettere in pericolo. Inoltre, parecchie piattaforme social che avevano bloccato l’account di Trump dopo gli incitamenti che avevano preceduto l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 hanno fatto marcia indietro dopo la sua rielezione nel 2024. Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta, ha persino patteggiato con Trump, pagandogli 25 milioni di dollari per la sospensione del suo account nel 2021. Anche X ha chiuso una causa intentata da Trump per ragioni simili, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. Queste grosse aziende spesso cedono, temendo, con buone ragioni, che Trump possa mettere in pericolo i contratti con il governo e altri interessi commerciali che vanno ben oltre il settore giornalistico. Infatti, per molte di queste aziende, le loro proprietà mediatiche rappresentano solo una piccola parte delle attività commerciali.

Nelle ultime settimane Trump ha subìto altre sconfitte legali. Il giudice federale Timothy Kelly ha revocato il divieto imposto da Trump a CNN, MS Now e Politico di accedere agli spazi della Casa Bianca. In parecchie altre situazioni i giudici gli hanno legato le mani su questioni legate alle elezioni di midterm. Nel caso dei due Sullivan, candidati al Senato in Alaska, e in un’altra controversia sui tentativi di accantonare 20 mila schede elettorali dichiarate sospette da Trump, i magistrati hanno deciso contro il presidente. Persino la Corte Suprema, che spesso ha sostenuto le richieste di Trump, ha negato la richiesta relativa al caso delle schede sospette.

Queste sconfitte legali non preoccupano Trump, il cui Dipartimento di Giustizia continua a tentare di incriminare i suoi nemici politici. Spicca fra questi il caso di James Comey, ex direttore dell’FBI. Dal settembre 2025 all’ottobre 2026, il ministro della Giustizia dell’amministrazione Trump ha tentato tre volte di incriminare James Comey, ex direttore dell’FBI e avversario politico del presidente.

Queste cause legali costano poco a Trump, ma sono molto pesanti finanziariamente per i suoi avversari, che devono spendere notevoli risorse. Nel caso delle denunce a sfondo politico, anche quando il presidente perde, alla fine ne trae vantaggio. La pubblicità data ai problemi elettorali crea un polverone di insicurezza che potrà essere sfruttato come base per bloccare o invalidare esiti elettorali a lui sfavorevoli. Comunque vada, la litigiosità di Trump manterrà occupati i magistrati.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Crisi istituzionale in Polonia, l’analisi di Meritocrazia Italia: l’equilibrio dei poteri dello Stato è una sfida che riguarda tutta l’Europa

Crisi istituzionale in Polonia: il monito di Meritocrazia Italia all’Europa.

Il duro scontro sul Tribunale costituzionale a Varsavia impone una riflessione urgente sulla separazione dei poteri dello Stato e sulla necessità di superare la contrapposizione perenne.

Il potere è una funzione temporanea al servizio dei cittadini, non uno strumento di consenso. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Crisi in Polonia

Roma – Le crescenti frizioni che attraversano l’Europa orientale e scuotono le fondamenta dell’ordinamento democratico di Varsavia tornano a interrogare la coscienza giuridica e politica dell’intero continente, richiamando l’attenzione della nostra sezione dedicata alla politica internazionale e alle riforme istituzionali. Il durissimo braccio di ferro in corso tra il Governo e la Presidenza della Repubblica sulla gestione e sulla composizione del Tribunale costituzionale polacco rappresenta un campanello d’allarme che travalica i confini nazionali, offrendo lo spunto per una riflessione di principio promossa dal movimento civico nazionale Meritocrazia Italia.

Al centro della contesa c’è il nodo cruciale della separazione dei poteri, cardine irrinunciabile dello Stato di diritto moderno fin dalle teorizzazioni illuministiche di Montesquieu. In un contesto geopolitico segnato da tensioni crescenti, la salvaguardia della democrazia liberale impone il mantenimento di un delicato equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, evitando che la legittima volontà politica della maggioranza parlamentare si trasformi in una subordinazione della magistratura o in un’erosione degli organi di garanzia costituzionale.

Il conflitto a Varsavia e la tenuta dello Stato di diritto nel quadro dell’Unione Europea

Secondo la disamina diffusa dalla presidenza di Meritocrazia Italia, le vicende polacche devono essere interpretate come una lezione universale che riguarda da vicino tutti i Paesi dell’Unione Europea. «Le vicende che in queste ore stanno interessando la Polonia, con il duro scontro tra il Governo e la Presidenza della Repubblica sulla gestione del Tribunale costituzionale, offrono l’occasione per una riflessione che va ben oltre i confini nazionali», sottolinea il documento, evidenziando come al centro del dibattito vi sia la tenuta stessa della fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche comunitarie.

La posta in gioco tocca i principi fondamentali della convivenza civile: «Al centro c’è una questione essenziale per tutte le democrazie occidentali: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la loro reciproca autonomia e la contestuale necessità di garantire adeguati strumenti di controllo e responsabilità». L’intervento si inserisce in un impegno costante del movimento sui grandi temi civili ed educativi, confermando l’approccio costruttivo già emerso nelle proposte di Meritocrazia Italia per i programmi scolastici e l’educazione civica delle nuove generazioni.

La degenerazione del confronto istituzionale in una guerra di logoramento rischia infatti di paralizzare l’amministrazione della giustizia e di minare la certezza del diritto, elementi indispensabili per la coesione sociale e per lo sviluppo del nostro territorio e della comunità nazionale. Quando i tribunali supremi diventano terreno di scontro ideologico, a perdere è l’intero sistema delle garanzie democratiche.

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Superare la logica della contrapposizione perenne: autonomia e rispetto reciproco delle funzioni

La riflessione di Meritocrazia Italia individua con lucidità la radice del problema, indicando la necessità inderogabile di un profondo rinnovamento della cultura politica e costituzionale: «È indispensabile superare una concezione della politica fondata sulla contrapposizione permanente tra poteri e sull’idea errata che ogni riforma legislativa debba necessariamente tradursi nella vittoria trionfale di una parte e nella sconfitta umiliante dell’altra».

La dialettica istituzionale non può essere ridotta a una contesa tra vincitori e vinti: «Il problema primario non è stabilire quale potere dello Stato debba prevalere sull’altro, ma garantire che ciascuno possa esercitare le proprie funzioni sovrane senza invadere quelle altrui e senza sottrarsi alle responsabilità etiche e giuridiche che gli competono». Un principio che tocca le corde più profonde della cultura civile e giuridica, richiamando l’esigenza di arginare sia le tentazioni autoritarie degli esecutivi, sia i rischi di supplenza giudiziaria della magistratura.

La vera forza di una democrazia matura risiede nella capacità degli organi costituzionali di operare in una logica di pesi e contrappesi armonici (checks and balances). Solo attraverso il reciproco rispetto dei confini tracciati dalle Carte costituzionali è possibile preservare l’indipendenza dei giudici garantendo al contempo la piena efficacia dell’azione di governo nell’interesse pubblico.

La qualità della classe dirigente: competenza, senso del limite e funzione del potere pubblico

A giudizio del movimento civico, la soluzione a queste cicliche crisi istituzionali non risiede soltanto nelle norme tecniche o nelle riforme procedurali, ma richiede un salto di qualità etico e morale di chi è chiamato a guidare le istituzioni. «Questo richiede anche una diversa e più elevata qualità della classe dirigente», afferma con chiarezza la nota di Meritocrazia Italia, delineando il profilo ideale dell’uomo di Stato moderno.

I requisiti richiesti sono chiari e non negoziabili: «Servono competenza tecnica, senso del limite, costante capacità di confronto democratico e la consapevolezza matura che il potere è una funzione temporanea da esercitare nell’esclusivo interesse della collettività, non uno strumento di affermazione personale o di conservazione del consenso elettorale a breve termine». Un richiamo al valore del merito, dell’onore e della sobrietà che deve guidare tanto i decisori politici quanto i magistrati.

Il monito che giunge da Varsavia attraverso l’analisi di Meritocrazia Italia suona dunque come un invito per tutta l’Europa: difendere la democrazia significa coltivare la responsabilità istituzionale, anteponendo il bene comune della Repubblica e dei popoli a qualsiasi convenienza di parte.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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