CALAMANI | QUANDO INVESTIRE SULLA CULTURA E' UN DOVERE
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L’Ing. Stefano Calamani ci parla della IV edizione del Festival della Piana del Cavaliere
Redazione- Abbiamo avuto il piacere anche quest’anno di intervistare l’Ing. Stefano Calamani dell’Aisico Srl, ideatore e promotore del Festival della Piana del Cavaliere giunto alla sua quarta edizione che avrà luogo a Configni (Rieti) dal 3 al 23 agosto.
- Cosa vuole dire quest’anno realizzare una manifestazione come il festival?
Come sappiamo uno dei settori più colpiti dalla pandemia è stato ed è quello dello spettacolo dal vivo e, più ampiamente, quello della cultura. Fino a qualche mese fa infatti ci sembrava impossibile realizzare questa quarta edizione del festival un po’ perché non ci sono state direttive specifiche e adatte da attuare, un po’ perché avremmo dovuto iniziare, come ogni anno, dal mese di luglio e non c’era né tempo né la possibilità di realizzare tutti i concerti e gli eventi che erano previsti in totale sicurezza. Nonostante le difficoltà fortunatamente poi, anche con la direttrice artistica Anna Leonardi, si è ripensata la rassegna in modo tale da realizzare spettacoli e concerti solo all’aperto, nel mese di agosto, e le attività al chiuso come le masterclass in modo contingentato e secondo le normative previste per qualsiasi altra situazione che si svolge al chiuso. In questo modo siamo riusciti a stilare un programma certamente ridotto rispetto agli anni precedenti ma comunque ricco, multidisciplinare e con una volontà e uno spirito nuovo: quello di ripartire.Quest’anno, quindi, realizzare una manifestazione di questo tipo è sicuramente un atto di coraggio e significa dare un messaggio importante che è quello di rinascita, è quello di ripartire e ricominciare a fare cultura e musica insieme che, oltre ad essere una cura per l’anima, è un’esigenza, un bisogno di ridare concretamente lavoro e formazione a tutti gli artisti, ai musicisti e ai lavoratori del settore. Uscire dalle nostre case con responsabilità significa anche essere parte della macchina che rimette in moto l’economia e lo spirito di questo paese. C’è bisogno di “uscire a riveder le stelle” come disse il sommo poeta.
- Proprio questa frase tratta dalla divina commedia guiderà la quarta edizione del festival della piana del cavaliere. Il legame con la situazione attuale è evidente. Secondo lei il settore dello spettacolo e della cultura come potrà (ri)uscire dalla grave situazione in cui verte?
Si, la frase protagonista che guida la mission del Festival quest’anno è: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, tratta dall’inferno (canto XXXIV) della Divina Commedia di Dante Alighieri. Il verso è ovviamente passato alla memoria collettiva e si trova in conclusione del canto ad indicare il sollievo di uscire da una situazione buia e di angoscia. Il poeta infatti si lascia alle spalle la profonda notte infernale e si prepara a scalare la montagna della speranza e della redenzione. Speranza che è la stessa di oggi, quella di arrivare in cima a questa montagna e poter vedere un barlume, una luce. Nel nostro caso la speranza di poter tornare, ribadisco, a vivere di cultura, musica, arte. Come dice lei la situazione è grave e sicuramente la pandemia è stato un colpo durissimo ma credo che in questo settore i problemi c’erano già prima di tutto questo. Le difficoltà economiche che si tramutano in difficoltà sociali erano e sono nel riuscire ad affermare il ruolo della cultura, non solo come servizio dedicato ad una fascia ristretta di popolazione ma come motore di identità, comunione, socialità. La situazione attuale può essere la vera spinta per cambiare il modo di pensare l’opera, il teatro, l’arte in Italia. La cultura, tutta, dovrebbe essere accessibile a tutti sia economicamente che intellettualmente. Andare a teatro, assistere ad un concerto di musica classica o visitare una mostra non può essere considerata un’esperienza solo per una élite. Questo può essere cambiato non solo rendendo questo mondo accessibile a tutti economicamente ma anche renderlo più comprensivo. Questo è possibile solo rieducando il paese all’arte e alla cultura in generale, partendo dalla formazione, dalla scuola.
- Cosa può fare l’Italia per riavvicinare le persone all’arte, al teatro, alla musica classica?
Rimanendo su quanto detto poco fa le persone devono essere rieducate e preparate per poter essere attratte e riavvicinante a questo mondo e alla cultura. Per quanto riguarda la musica classica, il teatro d’opera, in Italia di certo non mancano le materie prime. Ogni città dalle più grandi alle più piccole hanno un teatro e musicisti, orchestre e in generale delle masse artistiche di grandissima qualità. Il problema sta nel riavvicinare soprattutto quelle fasce di età che stentano a riempire le platee: i giovani. Credo, quindi, che per avvicinarli il paese debba investirci. Investimenti che dovrebbero concretizzarsi in proposte formative all’interno e all’esterno dell’ambiente scolastico, corsi, eventi che abbiano costi agevolati e soprattutto che ci siano anche in quelle aree territoriali che distano dai grandi centri nazionali. Un po’ quello che offriamo noi con il Festival e l’Accademia di alto perfezionamento musicale con la differenza che la “rieducazione” dovrebbe partire fin da subito e non per forza solo per coloro che intendono percorrere una carriera da musicista, da attore o cantante. Il punto è proprio questo: chiunque deve avere i mezzi per poter fruire di un evento culturale, per poter decidere se gli piace o meno un concerto di un’orchestra dopo che ne ha preso parte. Credo che tagliare i fondi a cultura, educazione e non poter coltivare tutto questo è il primo e temibile passo verso una società che regredisce sempre di più. Per questo motivo poter colmare l’inevitabile lacuna quello che può fare l’Italia è riuscire a concretizzare progetti che abbiano come mission la cultura e agevolare anche le aziende più grandi ad investire su questo, facendo capire quanto questa realtà sia degna di essere sostenuta perché i risultati sociali sono tanti e tangibili. Proprio perché il periodo è difficile per tutti ripartire con un obiettivo comune può dare più frutti. Essere tutti insieme, creare una rete con diverse prospettive ma verso un unico scopo può essere la svolta che mancava per ripensare totalmente la società, il mondo culturale e tutto ciò che concerne.
- Tornando al Festival, quale sarà secondo lei il bilancio conclusivo di questa quarta edizione?
La sfida di quest’anno, come ho già detto è solo una: ricominciare. Questo significherà ridare vita a tutti gli eventi che hanno sempre caratterizzato la rassegna e che ne sono il fulcro. Il programma di questa quarta edizione vede infatti, tra gli altri eventi, la riapertura delle masterclass di alto perfezionamento musicale con i concerti di tutti i docenti e degli allievi e la ripartenza dell’Orchestra Filarmonica Vittorio Calamani con più di un concerto. Ci auguriamo dunque che questa rinascita non avvenga solo per noi attraverso la realizzazione di eventi che ci caratterizzano e contraddistinguono rispetto ad altre manifestazioni ma che ci sia anche per il nostro pubblico. Non voglio fare previsioni ma la speranza è che le persone non vedranno l’ora di rivedere e riascoltare dal vivo quello che abbiamo offerto in questi anni e che con i social abbiamo messo a disposizione di tutti durante la quarantena con il web festival “Antecedente”. L’entusiasmo delle persone e del nostro pubblico non si è spento con i social ma credo che questi difficilmente possano sostituire l’atto stesso di recarsi in teatro o in piazza e ascoltare e vedere gli artisti a lavoro. Speriamo e ci aspettiamo che tutti i posti che sono a disposizione, seppur ridotti, verranno occupati!
A prescindere da quale sarà il bilancio conclusivo questa quarta edizione avrà avuto un peso emotivo non indifferente.
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