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Cultura

Dallo scavo clandestino al museo: il viaggio segreto dell’arte rubata

Un reperto appena scavato può essere sporco di terra, privo di documenti e sconosciuto agli studiosi. Quando arriva sul mercato internazionale, può avere una provenienza apparentemente rassicurante e un prezzo che lo rende accessibile soltanto a pochi. Fra questi due momenti si compie il lavoro dei trafficanti: passaggi attraverso intermediari, trasferimenti all’estero, documentazione costruita per rendere credibile una storia diversa da quella reale.
È in questo tratto del viaggio, spesso invisibile al pubblico, che si concentrano le indagini dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Ed è qui che conduce Cronache dell’arte rapita, il libro di Paola Puglisi, pubblicato da Castelvecchi, nato anche dall’incontro con i luogotenenti Roberto Lai e Salvatore Morando.

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Dallo scavo clandestino al museo

In «Cronache dell’arte rapita», Paola Puglisi raccoglie le testimonianze di Roberto Lai e Salvatore Morando. Il libro sarà presentato il 15 ottobre a Roma, al Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri

Redazione-  Un reperto appena scavato può essere sporco di terra, privo di documenti e sconosciuto agli studiosi. Quando arriva sul mercato internazionale, può avere una provenienza apparentemente rassicurante e un prezzo che lo rende accessibile soltanto a pochi. Fra questi due momenti si compie il lavoro dei trafficanti: passaggi attraverso intermediari, trasferimenti all’estero, documentazione costruita per rendere credibile una storia diversa da quella reale.
È in questo tratto del viaggio, spesso invisibile al pubblico, che si concentrano le indagini dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Ed è qui che conduce Cronache dell’arte rapita, il libro di Paola Puglisi, pubblicato da Castelvecchi, nato anche dall’incontro con i luogotenenti Roberto Lai e Salvatore Morando.
Le loro testimonianze portano il lettore dentro un mestiere nel quale bisogna conoscere l’arte, ma anche capire le persone: chi vende, chi fa da tramite, chi sa più di quanto racconta. Una fotografia può contraddire una dichiarazione. Un nome già incontrato può collegare due vicende lontane. Per ricostruire un traffico occorre tenere insieme dettagli che, presi da soli, sembrano non dire nulla.
Il vaso di Assteas, con la raffigurazione del ratto d’Europa, offre un esempio delle distanze che un’opera può percorrere dopo uno scavo clandestino. La sua vicenda, dal territorio italiano al Getty Museum e poi alla restituzione, mostra quanto sia importante risalire ai passaggi precedenti all’ingresso in una collezione. Il prestigio della destinazione finale non cancella ciò che è accaduto prima.
Il tesoro di Ascoli Satriano mette davanti a un’altra conseguenza del traffico: la dispersione. Il trapezoforo con i due grifoni che assalgono una cerva, scelto per la copertina del libro, colpisce per la forza delle figure e per i colori conservati nel marmo. Ma la bellezza del singolo oggetto è soltanto una parte della storia. Ricondurre reperti dispersi al loro insieme significa recuperare relazioni, informazioni, possibilità di comprendere il mondo dal quale provengono.
Le operazioni Ifigenia, Giunone e Gerione richiamano la dimensione organizzata di queste indagini. Il traffico internazionale si alimenta di contatti e triangolazioni: un’opera cambia Paese, viene affidata a un intermediario, ricompare con una nuova versione del proprio passato. Ogni passaggio può allontanarla dal luogo della sottrazione e rendere più difficile individuarne l’origine.
In questo lavoro trovano spazio anche attività sotto copertura, nelle quali l’investigatore deve entrare in contatto con ambienti chiusi e conquistare la fiducia dei propri interlocutori. Sono situazioni che richiedono preparazione, controllo e pazienza. L’obiettivo è raccogliere elementi utili a riconoscere gli oggetti e ricostruire responsabilità e collegamenti.
Poi c’è il caso della Natività di Caravaggio, che introduce nel racconto il peso di una ricerca senza restituzione. Il dipinto scomparso ricorda che l’esito di un’indagine non è mai garantito. Le testimonianze possono essere discordanti, le piste esaurirsi, il tempo rendere più difficile ogni verifica. Eppure quel vuoto continua a chiedere risposte.
Puglisi arriva a queste storie da una vicenda molto vicina: un vaso etrusco ricevuto in regalo dalla sua famiglia negli anni Sessanta e rimasto per anni in un salotto romano. Un oggetto familiare diventa così una domanda sulla provenienza, sul possesso e su ciò che si tende a non vedere quando un reperto viene apprezzato soltanto come decorazione.
Storica dell’arte e bibliotecaria, l’autrice affianca questa esperienza alle voci di Lai e Morando. Ne nasce un racconto che permette di guardare oltre il momento, sempre emozionante, in cui un’opera viene riconsegnata. Prima ci sono il lavoro degli investigatori, il confronto con gli studiosi, la collaborazione istituzionale e la ricerca delle prove. Dopo, torna la possibilità di esporre, studiare e condividere ciò che era stato sottratto.
«Cronache dell’arte rapita» sarà presentato giovedì 15 ottobre 2026, alle ore 17:30, al Museo Storico dell’Arma dei Carabinieri, in Piazza del Risorgimento 46, a Roma. Alla presenza di Paola Puglisi, interverranno il generale di divisione Pasquale Muggeo e il professor Pietro Petraroia.
L’ingresso è gratuito fino a esaurimento dei posti, con prenotazione. Per accreditarsi occorre scrivere direttamente al Museo all’indirizzo museo.storico@carabinieri.it, indicando nome e cognome e facendo riferimento alla presentazione del 15 ottobre.

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Cultura

Due poesie di Michael Lee Johnson: lo scrittore vagabondo e il grido liberatorio del custode

La grande poesia contemporanea americana sbarca in Italia grazie alla magistrale traduzione della scrittrice Irma Kurti! Presentiamo due straordinarie liriche firmate da Michael Lee Johnson, pluripremiato autore statunitense e vincitore di otto prestigiosi Pushcart Prizes: “Scrittore vagabondo”, un viaggio crudo e spirituale lungo i binari gelidi dei treni merci, e “Il sollievo di un custode”, una confessione viscerale e toccante sul peso del dolore e sulla liberazione dell’anima. Un’occasione unica per scoprire l’opera di uno dei poeti più autentici del panorama internazionale e il suo ultimo libro “Lost Leaves”. Leggete l’articolo completo per immergervi nella lettura di questi versi indimenticabili! E se amate leggere, scrivere e custodire migliaia di poesie sempre con voi senza affaticare la vista, scoprite l’imperdibile Kindle Scribe con penna digitale in super offerta su Amazon! 👇

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Michael Lee Johnson

Chicago – La grande poesia contemporanea d’oltreoceano incontra la sensibilità della lingua italiana attraverso un dialogo artistico di rara intensità e potenza evocativa. Arrivano all’attenzione dei lettori italiani due liriche di straordinaria forza espressiva firmate da Michael Lee Johnson, una delle voci più prolifiche, premiate e stimate del panorama letterario americano, magistralmente tradotte e curate dalla poetessa e scrittrice Irma Kurti. Pubblicato in ben 47 Paesi nel mondo, insignito di otto prestigiosi Pushcart Prizes e candidato per altrettante volte al rinomato riconoscimento Best of the Net, Johnson ha saputo costruire nel corso dei decenni un ponte universale tra la parola scritta e i nuovi linguaggi multimediali, come testimoniano gli oltre 420 video-poesia realizzati su YouTube e la direzione editoriale di tre apprezzatissime antologie poetiche. Il suo ultimo volume, intitolato Lost Leaves: Short Poems of Nature & Love (Foglie perdute: brevi poesie sulla natura e sull’amore), scritto a quattro mani proprio con Irma Kurti, è già disponibile a livello internazionale e rappresenta la sintesi perfetta del suo lirismo asciutto, viscerale e privo di orpelli retorici.

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“Scrittore vagabondo”: il profeta della ruggine sui binari d’America

Membro autorevole dell’Illinois State Poetry Society e dell’associazione Poets & Writers, Michael Lee Johnson recupera nella prima lirica, intitolata “Scrittore vagabondo”, l’immaginario mitico e ruvido della Beat Generation e dei poeti hobo che hanno attraversato l’America a bordo dei treni merci. Il protagonista non è un intellettuale da salotto, ma un testimone della polvere, che conta le traversine dei binari come fossero i grani di un rosario laico, marchiando il proprio passaggio sulla lamiera gelida con mozziconi di gesso e matite trafugate. La ruggine, il vento sferzante e l’inchiostro che ghiaccia nella penna diventano metafore potenti di una ricerca spirituale solitaria e lacerante, che interroga Dio e il senso stesso della grazia:

Conta le traverse come grani
di un rosario—
ruote d’acciaio che urlano inni di ferro nell’oscurità.
Nelle sue tasche ci sono matite rubate
e gessetti con la punta smussata—
scarabocchia il suo nome sulle pance dei vagoni merci.

Un profeta della ruggine,
che legge il tempo con le nocche,
il vento soffia gelido tra le costole dello scalo.

Mette da parte la vita
e raramente prega—
il suo nido, un rifugio di calabroni.

L’inchiostro si congela nella sua penna di plastica,
nessuna pietà nel gelo, nessuna misericordia sui binari.
Scrive—chiedendosi se Gesù sia un poeta,
o un pungiglione nelle costole di Adamo.

Dio cancella l’amore dal suo cuore.

“Il sollievo di un custode”: il tabù del dolore e la liberazione

Se la prima poesia esplora l’erranza geografica e dell’anima, il secondo testo proposto, “Il sollievo di un custode” (La confessione di un custode), affronta con coraggio chirurgico uno dei temi più taciuti e complessi dell’animo umano: il peso psicologico ed emotivo del caregiver, ovvero di chi dedica la propria esistenza ad accudire un malato terminale o una persona intrappolata nel dolore. Il nome evocato, Jabez (figura biblica il cui nome significa etimologicamente “dolore” o “fonte di dolore”), diviene l’archetipo della sofferenza prolungata. Quando l’assistito se ne va, accanto al lutto emerge inevitabilmente una vertigine di sollievo, una leggerezza improvvisa e colpevole che il poeta confessa senza ipocrisie. Il ritorno alla vita, alla possibilità di mettersi in viaggio e di riappropriarsi della propria identità, si scontra con la polvere che avvolge le stanze e le poesie mai lette, in un contrasto emotivo di rara potenza catartica:

Quando te ne sarai andato.
Quando finalmente ti lascerò andare, Jabez,
un sollievo mi pervaderà le ossa,
una strana leggerezza sboccerà nel mio petto.
Non dovrò più curare i tuoi dolori,
le tue urla notturne, il rumore incessante.
Non dovrò più inseguire pillole perse nel buio.
Ora ricordo come prendermi cura di me stesso.
Ora le mie parole si attorcigliano
— come la lingua di un serpente a sonagli morto,
affilata dal dolore, velenosa, persistente.
Posso viaggiare di nuovo, mettermi in viaggio.
Progetti da elaborare, luoghi da abitare.
Una VERA carta d’identità nel portafoglio,
un biglietto per qualsiasi luogo.
Jabez, proprio come hai vissuto, senza necrologio,
nessun tributo sul giornale.
Le tue poesie — mai desiderate — raccoglieranno polvere,
in scatole, in stanze ingombre.
Nessun visitatore. Nessun lettore.
Il rimorso aleggia, indesiderato.
Solo un sollievo da custode.

La sinergia tra Michael Lee Johnson e Irma Kurti

L’operazione culturale portata avanti da Irma Kurti nel trasporre in lingua italiana i versi di Michael Lee Johnson merita un plauso particolare. Tradurre poesia non significa effettuare un mero travaso semantico, ma ricreare il ritmo interiore, la musicalità aspra e la crudezza delle immagini originali. Grazie a questo lavoro filologico accurato, il pubblico italiano ha l’opportunità di confrontarsi con una poesia statunitense autentica, che affonda le radici nella realtà quotidiana, nei drammi sociali e nelle contraddizioni più intime della natura umana, confermando come la vera letteratura rimanga il più potente strumento di condivisione e comprensione universale.

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Cultura

Storia e segreti del Made in Italy: esce “Moda, Confezione, Industria e Commercio”, il nuovo capolavoro di Mario Scanzir

Come è nata la leggenda del “Made in Italy”? Come siamo passati dalle vecchie botteghe dei sarti di paese alle gigantesche industrie della moda ammirate in tutto il mondo? A svelare tutti i segreti economici, storici e culturali di questa rivoluzione è il nuovissimo libro dell’autore Mario Scanzir: “Moda, Confezione, Industria e Commercio”. Uscito in queste ore (e già disponibile su Amazon in formato eBook, copertina flessibile e in una lussuosa versione cartonata da collezione), il saggio ripercorre le tappe fondamentali dell’industria dell’abbigliamento italiano. Un’opera imperdibile per appassionati, professionisti e studenti, che racconta l’evoluzione delle tecniche sartoriali, la nascita dei grandi distretti industriali tessili e le clamorose trasformazioni delle reti di vendita fino ai giorni nostri! Leggete il nostro articolo per scoprire i dettagli dell’opera e come fare per aggiungerla subito alla vostra libreria. E se la storia della sartoria vi ha fatto venire voglia di creare i vostri capi d’abbigliamento direttamente a casa, scoprite la potenza inaudita della Macchina da Cucire Professionale, oggi in maxi offerta su Amazon! 👇

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"Moda, Confezione, Industria e Commercio", il nuovo capolavoro di Mario Scanzir

Grisolia (CS) – Il fascino senza tempo dell’eleganza italiana, la genialità dell’artigianato locale e la potenza dei grandi distretti produttivi si fondono in un’unica, monumentale opera editoriale. È ufficialmente disponibile su Amazon e nelle principali vetrine digitali la nuova e attesissima opera saggistica firmata dallo scrittore Mario Scanzir. Non si tratta di un semplice manuale per addetti ai lavori, ma di un vero e proprio viaggio storico, culturale ed economico estremamente dettagliato. Puoi acquistare subito il libro cliccando qui: “Moda, Confezione, Industria e Commercio”. Il testo traccia con maestria la parabola storica, produttiva e commerciale di un comparto che, più di ogni altro, ha contribuito a rendere leggendario il marchio “Made in Italy” in ogni angolo del pianeta, plasmando l’identità economica dell’Italia moderna.

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Dall’ago del sarto alla grande industria tessile

Frutto di una profonda, viscerale e decennale conoscenza delle complesse dinamiche manifatturiere e distributive del nostro Paese, il libro di Scanzir ricostruisce minuziosamente le innumerevoli tappe fondamentali che hanno letteralmente trasformato il comparto tessile in Italia. L’autore prende per mano il lettore accompagnandolo in un affascinante percorso a ritroso nel tempo: si parte dalle antiche botteghe e dal sapere artigianale inestimabile delle sartorie storiche (dove ogni capo era un pezzo unico cucito su misura), per poi assistere all’esplosione economica e alla nascita della grande confezione in serie. L’opera affronta in modo sistematico l’evoluzione della manifattura, analizzando nel dettaglio le tecniche sartoriali, l’ingegneria che si cela dietro la costruzione di un capo d’abbigliamento e il complesso, a volte traumatico, passaggio all’industrializzazione dei processi di confezione.

Il miracolo dei distretti produttivi del Made in Italy

Una sezione fondamentale dell’opera è dedicata alla grande epopea dell’industria tessile nazionale. Scanzir indaga le aziende iconiche che hanno fatto la storia, ma soprattutto si sofferma sulla strutturazione dei grandi “distretti industriali” (quei poli territoriali ultra-specializzati che hanno fatto la fortuna di intere province italiane). Viene analizzato a fondo il processo decisionale e le coraggiose scelte produttive che hanno definito il concetto stesso di Made in Italy, rendendolo sinonimo mondiale di qualità assoluta, ricercatezza dei materiali e design inimitabile. Un focus particolare è poi dedicato al mercato e alla distribuzione: l’autore descrive chirurgicamente la trasformazione dei canali commerciali, documentando il passaggio epocale dalle botteghe tradizionali di paese ai giganteschi centri d’ingrosso, fino ad arrivare alle moderne piattaforme digitali che regolano il commercio contemporaneo.

Tutti i formati disponibili per appassionati e collezionisti

Per venire incontro alle diverse esigenze del pubblico moderno, il volume è stato reso disponibile in tre diverse edizioni, pensate appositamente per ogni tipo di lettore e collezionista. Troviamo il comodissimo Formato eBook (Kindle), ideale per la lettura digitale immediata in mobilità su tablet ed e-reader; la classica Copertina Flessibile, ovvero la versione cartacea ideale per lo studio universitario, gli appunti e la consultazione quotidiana; e infine la prestigiosa Copertina Rigida (Hardcover), un’edizione da collezione elegante e di pregio, concepita espressamente per i grandi appassionati del settore, per gli uffici dei professionisti e per le biblioteche specializzate in storia d’impresa.

Come esplorare la libreria di Mario Scanzir

Per acquistare il volume o esplorare le numerose altre opere dell’autore, il procedimento è semplicissimo. Basta accedere alla piattaforma Amazon e digitare “Mario Scanzir” nella barra di ricerca. Entrando nella libreria virtuale dell’autore calabrese, i lettori troveranno subito in evidenza questo nuovissimo e fondamentale testo sulla moda, affiancato da tutti gli altri volumi precedentemente pubblicati. Una bibliografia ricca e variegata che spazia dalle divertenti cronache del Peperoncino Festival ai libri dedicati alla sapienza della cucina e all’arte degli chef, fino ad arrivare alle toccanti memorie e agli intimi racconti di vita personale che hanno reso Scanzir un autore tanto apprezzato e poliedrico.

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Cultura

“Quando una cattiva traduzione fa un torto a un libro”: la profonda riflessione di Menda Vreto sull’anima della letteratura

Sapevate che una cattiva traduzione può letteralmente distruggere l’anima di un capolavoro letterario? In una profonda e lucidissima riflessione intitolata “Quando una cattiva traduzione fa un torto a un libro”, Menda Vreto svela tutti i retroscena e i pericoli del mondo dell’editoria. Tradurre un libro, che sia un romanzo o una poesia, non significa affatto limitarsi ad aprire un dizionario e scambiare le parole da una lingua all’altra. Conoscere l’inglese o il francese non rende automaticamente capaci di tradurre l’ironia, il dolore o i non detti di un grande autore! L’articolo denuncia la pigrizia di certi traduttori che, nel tentativo di rendere il testo più “facile” per il lettore, si arrogano l’incredibile diritto di correggere, spiegare o addirittura “migliorare” lo stile dello scrittore originale, tradendone di fatto la vera essenza. Un errore gravissimo che danneggia non solo il libro, ma anche il lettore, che finirà per credere che quell’autore sia noioso o banale! Leggete questa meravigliosa riflessione per scoprire perché la pagina scritta non mente mai. E per voi che amate immergervi nella letteratura, non perdetevi la rivoluzione tecnologica della lettura: il nuovissimo e-reader su cui è possibile scrivere a mano, oggi in super offerta su Amazon! 👇

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MENDA-VRETO

Cultura e Società – Non basta affatto conoscere le regole grammaticali di una lingua straniera per potersi arrogare il diritto di tradurre un’opera letteraria. Bisogna, prima di tutto, avere la sensibilità e la cultura necessarie per comprendere l’intero universo umano, storico ed emotivo che si nasconde dietro di essa. Parte da questo doloroso e lucido assunto la profonda riflessione firmata da Menda Vreto. A tutti i lettori forti, del resto, è capitato almeno una volta nella vita: ci sono libri che, una volta chiusi, continuano a risuonare dentro di noi, facendoci riflettere a lungo. Ma ce ne sono altri che ci lasciano addosso una strana, inspiegabile sensazione di vuoto, come se un ingranaggio invisibile non avesse funzionato a dovere. Le frasi sono lì, la sintassi del testo sembra assolutamente corretta, il nome dell’autore celebre campeggia a caratteri cubitali in copertina. Eppure, leggendo, sentiamo che manca qualcosa di fondamentale: manca la voce. Si possono tradurre alla perfezione le singole parole, ma si rischia tragicamente di perdere la persona che le ha scritte.

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L’illusione del dizionario e il vero lavoro del traduttore

Nel suo saggio, Menda Vreto centra un punto nodale dell’editoria contemporanea: l’eccessiva facilità con cui, oggi, ci si presenta sul mercato come traduttori. La mera conoscenza di una lingua viene troppo spesso considerata, a torto, una prova sufficiente per assumersi l’onere immenso di trasferire un romanzo o una raccolta poetica da una cultura all’altra. Ma conoscere perfettamente l’italiano non significa automaticamente saper tradurre i tormenti di Pirandello; conoscere il francese non ci eleva magicamente a traduttori dei versi oscuri di Baudelaire. La lingua, insomma, è soltanto il punto di partenza meccanico. Subito dopo comincia il vero lavoro autoriale: comprendere a fondo l’epoca storica in cui l’opera ha preso vita, la cultura specifica nella quale si è formato l’autore, il suo peculiare modo di pensare, l’ironia sottile, i non detti, i riferimenti storici e quelle sfumature psicologiche che nessun dizionario al mondo potrà mai restituirci. Se il traduttore si limita pigramente ad adottare il primo significato suggerito dal vocabolario, avrà forse semplificato il proprio lavoro in termini di tempistiche, ma avrà irrimediabilmente impoverito il testo, derubando il lettore.

Il traduttore non deve “spiegare” né “correggere” l’autore

Un altro rischio gigantesco evidenziato da Vreto è la pericolosa linea di confine che separa il tradurre dallo spiegare. La letteratura, per sua stessa definizione, non è un manuale d’istruzioni per il montaggio di un mobile e non ha il dovere morale di consegnarci concetti già masticati e pronti all’uso. Un autore geniale può decidere volontariamente di lasciare una frase splendidamente aperta, di rendere un sentimento inesprimibile, o di forzare una ripetizione. Il traduttore non dovrebbe mai arrogarsi il diritto di correggere o appianare tutto questo senza una valida ragione, soltanto perché gli sembra più facile rendere il testo più “fluido”. A volte, nel maldestro tentativo di «aiutare» il lettore, il traduttore gli sottrae crudelmente il piacere intellettuale della scoperta. Peccato ancora più grave è quello di voler «migliorare» l’autore originale: se un libro è volutamente aspro o strano, addolcirlo significa tradirlo, creando di fatto un autore diverso che non è mai esistito.

La poesia e la responsabilità di dire “Non l’ho capito”

Nella traduzione della poesia, questa responsabilità assume contorni sacrali. Il poeta non sceglie una parola solo per il suo significato letterale, ma per il suo suono, per il ritmo che imprime al verso, per la carica emotiva che fa esplodere. Se tradotta meccanicamente, la poesia muore: sopravvive forse il significato, ma scompare per sempre la musica. Di fronte a questa complessità, Menda Vreto lancia un appello all’umiltà intellettuale: quando un traduttore non comprende appieno un verso, dovrebbe fermarsi e cercare. Ammettere «non l’ho ancora capito» non è affatto un segno di debolezza, ma la massima dimostrazione di serietà professionale. Molto più allarmante è il traduttore pieno di sé, che non dubita mai delle proprie capacità e colma le lacune dell’autore con le proprie inaccettabili supposizioni.

Il patto tradito con il lettore e i doveri dell’editore

In ultima analisi, la riflessione tocca le gravi responsabilità della filiera editoriale. Una casa editrice seria non può e non deve accontentarsi di una bella copertina patinata, di un’ottima campagna di marketing sui social network e di un buon numero di vendite. L’editore ha il dovere morale di prendersi cura del testo, garantendo revisioni meticolose. Una cattiva traduzione, infatti, fa un danno incalcolabile: inganna il lettore che non conosce la lingua originale. Quel lettore, fidandosi ciecamente dell’intermediario, di fronte a un testo scialbo penserà che la colpa sia dell’autore, e magari non leggerà mai più nulla di quello scrittore. La vera misura del successo di una traduzione si ha solo quando permette al lettore di incontrare l’anima dell’autore, senza mai sentire la mano invisibile del traduttore appoggiata sulla propria spalla.

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