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Cultura

Il barocco italiano a Dresda sbarca al Museo Napoleonico: opere tornano a Roma dopo trecento anni

Il genio dell’architettura barocca italiana torna finalmente a casa dopo ben 300 anni di esilio dorato! Dal 25 settembre 2026 fino al 10 gennaio 2027, i lussuosi saloni del Museo Napoleonico di Roma ospiteranno la prestigiosa e particolarissima mostra “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica per ammirare un inestimabile nucleo di disegni, progetti architettonici e bozzetti originali del XVIII secolo, custoditi gelosamente in Germania dal Landesamt für Denkmalpflege Sachsen. Il percorso in quattro sale svela il massiccio e geniale lavoro dei maestri italiani, come il celebre architetto romano Gaetano Chiaveri, che a metà del Settecento vennero assoldati alla corte di re Augusto III per trasformare la città di Dresda nella magnifica “Firenze sull’Elba”, costruendovi l’imponente cattedrale della Santissima Trinità (l’edificio più stilisticamente “romano” costruito a nord delle Alpi). In mostra, oltre ai preziosi progetti dei palazzi reali sassoni, spicca anche il più grande e rarissimo disegno attualmente conosciuto dell’artista Giovanni Antonio Pellegrini. Leggi tutti i dettagli sulle opere in esposizione, gli orari e il percorso delle sale nel nostro articolo 👇

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Gaetano Chiaveri (Roma 1689–1770 Foligno), Progetto ideale di un castello per la Sassonia, probabilmente 1736/37 © Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, il fotografo Sven Pank (Ente regionale per la tutela dei beni culturali della Sassonia)

Roma – Il fascino immortale, la magnificenza architettonica e la profonda influenza culturale dell’arte italiana nei secoli continuano a tessere fili invisibili ma solidissimi attraverso l’intera Europa. A celebrare uno dei momenti storici più floridi, suggestivi e affascinanti di questo scambio intellettuale internazionale arriva nella Capitale un evento espositivo di assoluto e primario rilievo.
A partire dalla giornata di venerdì 25 settembre 2026, e per l’intera durata della stagione autunnale e invernale (fino alla chiusura ufficiale prevista per domenica 10 gennaio 2027), i prestigiosi e lussuosi saloni del Museo Napoleonico si preparano a ospitare la particolarissima e ricercatissima mostra intitolata “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica e irripetibile per il pubblico romano: per la primissima volta dopo la bellezza di ben trecento lunghissimi anni, approda fisicamente nella Città Eterna una raffinatissima e preziosa selezione di capolavori assoluti del disegno architettonico europeo risalenti al XVIII secolo. La mostra raccoglie ed espone al grande pubblico un preziosissimo e inestimabile nucleo di delicati disegni originali, rilievi, studi e bozzetti tecnici realizzati a mano da abilissimi artisti, ingegneri e artigiani sia italiani che sassoni. Questa immensa e straordinaria collezione cartacea è gelosamente custodita in Germania, essendo regolarmente e stabilmente presente all’interno della vastissima e tutelata raccolta scientifica di proprietà del Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, ovvero l’autorevole e rigoroso Ente regionale preposto alla tutela e alla conservazione dei beni culturali e architettonici dello Stato della Sassonia. L’attesa esposizione d’arte, magistralmente e minuziosamente curata dai vertici dello stesso ente tedesco, è stata promossa e patrocinata istituzionalmente da Roma Capitale (attraverso l’Assessorato alla Cultura), dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e gode del prezioso e indispensabile sostegno finanziario e logistico del Ministero delle Infrastrutture e dello Sviluppo Territoriale della Sassonia, con tutti i servizi museali e di biglietteria gestiti in loco dalla ben nota Zètema Progetto Cultura.

Dresda, la Firenze sull’Elba: il sogno italiano di re Augusto III

Per comprendere appieno l’altissimo e inestimabile valore storico di questi fogli di carta millimetrata e inchiostro di china, è necessario compiere un avvincente tuffo nel passato, immergendosi nella vibrante atmosfera cortigiana della Germania di metà Settecento.
Alla metà del XVIII secolo, infatti, la maestosa città di Dresda si guadagnò l’impegnativo e lusinghiero appellativo di “Firenze sull’Elba”, proprio in virtù e in onore della sbalorditiva e abbagliante ricchezza dei suoi inestimabili tesori artistici e urbanistici. Sotto il lunghissimo, illuminato e pacifico regno del colto principe elettore Friedrich August II (che divenne anche re di Polonia assumendo il nome regale di August III) e della sua consorte, l’imperatrice Maria Giuseppa, la capitale della Sassonia divenne paradossalmente ma indiscutibilmente uno dei primissimi e più influenti centri propulsori della cultura, dello stile e del gusto italiano in assoluto a nord della catena delle Alpi. I due potenti e ricchissimi sovrani, letteralmente ossessionati e perdutamente appassionati delle bellezze della penisola italiana e amanti sfegatati della tradizionale “opera seria” musicale, non si limitarono banalmente a spendere fortune per collezionare, comprare e importare i classici capolavori della pittura italiana (rastrellando quadri di geni del calibro di Raffaello Sanzio, Correggio, Giorgione o del sommo Tiziano), ma fecero molto di più. Con paghe da capogiro e commesse reali faraoniche, i regnanti sassoni riuscirono abilmente a sedurre, attrarre e trasferire stabilmente alla corte di Dresda una moltitudine impressionante di ineguagliabili maestri e professionisti provenienti dal Bel Paese, tra cui rinomati compositori d’orchestra, cantanti lirici fenomenali, strumentisti di prim’ordine, poeti decadenti, abilissimi scenografi teatrali e geniali architetti di corte, dando vita a un vero e proprio “Rinascimento italiano” in terra di Germania.

Da Gaetano Chiaveri a Canaletto: l’impronta indelebile in Sassonia

L’intensissima, fervente e mondana vita culturale di questa ricca corte cattolica, incastonata geograficamente nel cuore profondo della rigida diaspora della Sassonia storicamente protestante, fu promossa, animata e guidata in modo politico e determinante anche dalla forte e radicata presenza dei gesuiti italiani.
Il simbolo architettonico, liturgico e assoluto di questa particolarissima e fortunata stagione teologica della Controriforma tedesca è senza ombra di dubbio la maestosa e imponente cattedrale della Santissima Trinità. L’immane edificio religioso fu solennemente e ufficialmente inaugurato nel 1751 seguendo pedissequamente e meticolosamente il grandioso progetto edilizio firmato dal formidabile architetto romano Gaetano Chiaveri, una mente brillante che ideò una struttura da molti storici moderni considerata unanimemente come “il singolo edificio stilisticamente più romano che esista a nord delle Alpi”. Nonostante i devastanti e gravissimi danni strutturali subiti in seguito ai tremendi e famigerati bombardamenti aerei alleati del 1945, il possente monumento religioso, dopo i restauri, caratterizza, domina e abbellisce ancora oggi l’intero panorama urbano e lo skyline della città di Dresda. Oltre all’edilizia religiosa, la corte di August III fu un formidabile e letale magnete dorato per i migliori talenti laici dell’epoca: pittori, stuccatori, musicisti di strada, ballerini professionisti e scaltri imprenditori teatrali provenienti dall’Italia si accamparono in Germania, attratti irresistibilmente dall’opulento splendore finanziario della cosiddetta “Età Augustea”. Spicca su tutti la fulgida e iconica figura del pittore di corte Bernardo Bellotto (noto a tutti con il soprannome di Canaletto), originario della splendida e acquitrinosa Venezia, le cui magnifiche, dettagliate e maniacali vedute urbane hanno il merito ineguagliabile di tramandare ai posteri, in modo oggettivo e fotografico, il perfetto aspetto topografico ed estetico della città tedesca di quel preciso periodo storico.

Il percorso in quattro sale: da Roma come modello ai palazzi reali

Il tortuoso e affascinante percorso espositivo organizzato al Museo Napoleonico attinge a piene mani dal tesoro della raccolta scientifica tedesca, strutturandosi in un itinerario logico e didattico rigorosamente suddiviso in quattro distinte sale tematiche.
Curiosamente, la mostra si svolge proprio mentre a Dresda è attualmente e parallelamente in corso d’opera un’ampia, speculare e gemellata retrospettiva espositiva dedicata interamente agli inestimabili dipinti di Correggio provenienti dall’Italia. Nella primissima sala romana, didascalicamente e programmaticamente intitolata “Roma come modello”, i curatori hanno allestito (oltre a una sintetica e chiara presentazione storica della città di Dresda), l’esposizione di sei incredibili e minuziosi disegni tecnici raffiguranti i dettagli plastici e interni di famosissime e barocche chiese romane: troviamo le maestose volute di Sant’Ivo alla Sapienza, gli stucchi di San Carlo alle Quattro Fontane e di Ss. Trinità dei Monti, assieme alle facciate di Villa Albani. Completano l’ambiente iniziale altri due enormi e imponenti fogli di carta: si tratta dell’audace opera giovanile di colui che sarebbe poi diventato il futuro e potente capo architetto sassone, Julius Heinrich Schwarze, il quale proprio a Roma studiò, ricopiò attentamente e rielaborò il famoso progetto stilistico di una chiesa a cupola partorito dalla mente di Filippo Juvarra, trasponendolo e declinandolo in seguito in un proprio progetto di chiesa a Dresda. La seconda, luminosissima sala espositiva è invece interamente e giustamente dedicata alla delicatissima e colossale fase di costruzione muraria della nuova chiesa cattolica di corte a Dresda, ideata dal già citato architetto romano Gaetano Chiaveri. Spiccano in bacheca otto complessi e perfetti fogli progettuali di Chiaveri stesso e dei suoi vari collaboratori. L’opera principe e regina incontrastata di questa specifica sala è però il bellissimo disegno a colori pastello raffigurante l’altare dell’Annunciazione in Sant’Ignazio, magistralmente realizzato dalla rinomata cerchia di Anton Raphael Mengs e destinato a fungere da bozzetto e modello pratico per un sontuoso altare in terra sassone. Anche la terza stanza è un chiaro tributo istituzionale alla figura chiave di Gaetano Chiaveri: i visitatori potranno ammirarvi un totale di ben dieci stupefacenti disegni (alcuni dei quali di formati straordinariamente grandi e srotolati su grandi tavoli illuminati), che rappresentano vividamente i complessi progetti ingegneristici per l’edificazione di un nuovo e immenso palazzo reale, destinato agli ozi e all’amministrazione del principe elettore di Sassonia. L’ultima e quarta sala, infine, si intitola in modo emblematico “Gli italiani a Dresda”. Ospita e protegge dodici rarissimi disegni originali che non mostrano soltanto i freddi progetti per le imponenti architetture o le loro sfarzose decorazioni artistiche e scultoree, ma ritraggono sorprendentemente anche frammenti di vita quotidiana e le reali condizioni abitative degli operai in città. Assolutamente degni di nota e imperdibili per la storia dell’arte europea risultano essere i dettagliati progetti redatti da Giuseppe Galli Bibiena per la complicata e grandiosa decorazione del soffitto della chiesa cattolica di corte. Ma il vero e indiscusso “pezzo forte” conclusivo dell’intera mostra è un gigantesco e rarissimo progetto a mano libera siglato da Giovanni Antonio Pellegrini, concepito per le sue strabilianti e colossali decorazioni pittoriche all’interno dello Zwinger di Dresda: un manufatto delicatissimo che è, a oggi, universalmente considerato e catalogato dai critici e dagli archivisti d’arte come il più grande, integro e vasto disegno artistico attualmente conosciuto e pervenuto del maestro. Un frammento di carta e di assoluto genio umano che, dopo quasi trecento lunghissimi anni di esilio dorato, fa finalmente il suo commovente e meritato ritorno nella sua patria natia.

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Cultura

“Zakonet e Maleve”, il film di Dibran Fylli che spezza la catena del Kanun e della vendetta

La potenza del cinema incontra la storia e le radici della cultura albanese in una pellicola destinata a far discutere. “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, il film scritto, diretto e interpretato da Dibran Fylli, affronta a viso aperto il delicatissimo e scottante tema del Kanun e del “gjakmarrja” (la letale vendetta di sangue). La pellicola racconta il dramma di Zuk Alia, un padre che – per difendere il sacro onore patriarcale della propria famiglia – uccide il ragazzo che si era avvicinato alla figlia. Un gesto folle che innesca una spirale di violenza inaudita. Il film, recensito magistralmente da Angela Kosta, non è però un semplice e passivo racconto di tradizioni arcaiche, ma si trasforma in un potentissimo e universale inno alla pace e al perdono. A opporsi alla faida di sangue si ergerà il saggio Capo del villaggio (“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”) e l’amore innocente della nuova generazione. Fino all’epico scontro finale in cui deporre le armi diventerà il vero, supremo e unico atto d’onore possibile per l’uomo. Scopri l’analisi del film nel nostro articolo completo 👇

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il film di Dibran Fylli

Roma – Tradizione inossidabile, senso dell’onore, legami di sangue della famiglia, amore puro e spietata vendetta. Sono esattamente questi gli immensi e pesantissimi pilastri tematici che attraversano e sorreggono l’intera architettura narrativa di “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, una potente pellicola cinematografica sapientemente sceneggiata e diretta da Dibran Fylli (che ne interpreta magistralmente anche il complesso ruolo principale), e prodotta dalla casa Elsa Production.
La recensione critica curata da Angela Kosta ci guida abilmente attraverso le pieghe di quest’opera densa di significati. Fin dal primissimo episodio, la pellicola affronta coraggiosamente di petto una delle questioni sociologiche e antropologiche in assoluto più complesse, radicate e dolorose legate indissolubilmente alla società tradizionale albanese: il dramma del gjakmarrja (la temuta vendetta di sangue). Il film sviscera senza filtri le tremende conseguenze morali e fisiche che questa antica usanza può produrre quando il sacro onore familiare viene ottusamente interpretato attraverso la fredda e calcolatrice logica della ritorsione violenta. L’intera e drammatica vicenda cinematografica nasce da un sentimento umano apparentemente semplice, innocuo e universale: l’amore spontaneo tra due giovani. Ma in una comunità rurale chiusa, nella quale il severo giudizio sociale del villaggio, l’autorità patriarcale della famiglia e il cieco rispetto delle consuetudini ereditate hanno un peso specifico determinante, persino un sentimento giovanile e innocente può fatalmente trasformarsi nell’innesco di un conflitto mortale.

La tragedia di Zuk Alia e il peso storico del Kanun albanese

Al centro focale della narrazione si staglia l’imponente figura di Zuk Alia, un personaggio tormentato e vibrante, interpretato intensamente dallo stesso regista Dibran Fylli.
Egli è un uomo profondamente e visceralmente legato ai valori antichi della propria comunità e a una radicata concezione dell’onore, secondo la quale l’immacolata reputazione della famiglia deve essere strenuamente difesa a ogni costo e contro chiunque. Quando un ragazzo si avvicina incautamente a sua figlia, Zuka non legge purtroppo quel gesto spontaneo come la naturale espressione di un sentimento amoroso, ma lo percepisce come una gravissima e intollerabile violazione dell’ordine familiare gerarchico che egli, in veste di capofamiglia, ritiene di dover proteggere. Da questa errata e rigida interpretazione sociologica nasce il seme della tragedia irreparabile. Per comprendere fino in fondo il microcosmo chiuso e asfissiante nel quale si muovono e respirano i personaggi di “Zakonet e Maleve”, è storicamente necessario richiamare alla mente il Kanun di Lekë Dukagjini, uno dei più antichi, importanti e complessi sistemi di diritto consuetudinario di tutta la tradizione balcanica e albanese. Questo famoso Kanun, attribuito mitologicamente al principe Lekë Dukagjini, non può e non deve essere banalmente considerato come una semplice e barbara “legge della vendetta”. Si tratta in realtà di un complessissimo e raffinato sistema di norme civili, tramandate oralmente di generazione in generazione, che per secoli ha regolato minuziosamente innumerevoli aspetti della vita comunitaria e familiare: l’onore personale, il matrimonio, i confini della proprietà, la sacra ospitalità verso lo straniero, i rapporti tra i membri e la composizione pacifica delle controversie. La sua prima forma scritta fu raccolta e sistematizzata fedelmente soprattutto grazie al certosino lavoro etnografico di Shtjefën Gjeçovi, prima della sua storica pubblicazione integrale avvenuta a Scutari nel 1933. È proprio questo immenso e gravoso universo di valori tradizionali a fare da perenne e minaccioso sfondo culturale alla vicenda narrata dalla cinepresa di Fylli.

Il dolore di Bilal e la voce saggia della comunità contro la violenza

Parole pesanti come pietre (onore, appartenenza, responsabilità) acquistano un peso fatale nelle scelte dei protagonisti. Il dramma esplode proprio quando questi alti valori vengono interpretati in maniera dogmatica e rigida, e l’idea nobile di difendere l’onore finisce inevitabilmente per essere associata all’uso brutale della violenza.
La morte violenta del giovane innamorato segna il drammatico punto di non ritorno della sceneggiatura. L’azione omicida compiuta dal padre, infatti, non produce affatto quell’onore pubblico che egli credeva illusoriamente di difendere, ma produce al contrario solo paura, dolore lacerante e una nuova, terribile minaccia che si abbatte sulla sua stessa casa, terrorizzando moglie e figli. Dall’altra parte dell’abisso di questa tragedia si staglia la figura straziante di Bilal, il padre del ragazzo appena ucciso. La sua indicibile sofferenza è quella universale di un genitore a cui è stato strappato il futuro. La promessa sussurrata di vendetta nasce dal dolore purissimo e dal desiderio umano di reagire a un’ingiustizia subita a tradimento. Ma proprio qui la pellicola sferra il suo colpo da maestro e introduce il tema centrale e distruttivo della vendetta di sangue: una morte violenta può generare solo una nuova e legittima richiesta di sangue, e quella nuova morte può, a sua volta, preparare il terreno per l’ennesimo funerale. La vendetta, disconnessa dalla giustizia, si trasforma così in una spietata catena di montaggio della morte che consegna il dolore alle generazioni successive. Nel film assumono allora un rilievo morale di primissimo piano gli uomini della parentela e, soprattutto, il Capo del villaggio, i quali cercano in ogni modo di impedire che la cieca sofferenza di Bilal si trasformi in una nuova tragedia. La loro vitale presenza introduce una dimensione etica importante: all’interno della stessa e rigida comunità rurale che riconosce il peso opprimente delle consuetudini, esistono per fortuna anche voci illuminate che cercano disperatamente la mediazione civile e la pace sociale.

“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”: il disarmo come vero onore

Tra le parole in assoluto più significative, potenti ed emozionanti dell’intera opera cinematografica vi sono proprio quelle pronunciate solennemente dal saggio Capo del villaggio, figura massimamente autorevole, quando cerca disperatamente di fermare con il proprio corpo la spirale inarrestabile della vendetta.
“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”. È una frase apparentemente breve, lapidaria, ma che racchiude in sé il senso più profondo e teologico dell’intera vicenda umana. Il saggio si pone fisicamente e moralmente davanti all’immenso dolore di Bilal e ricorda a tutti che il sangue versato non potrà mai restituire la vita a chi è morto prematuramente. La frase dell’anziano diventa così la vera e propria coscienza collettiva e il cuore pulsante del film: l’onore non dovrebbe consistere nella machiavellica capacità di vendicare un torto, ma nella superiore forza d’animo di impedire che quel torto produca altro male nel mondo. Un forte richiamo alla responsabilità civile collettiva che fa da specchio a un’altra, dolcissima linea narrativa del film: la contrastata storia d’amore tra Arben e la figlia di Mark. Anche il loro sentimento viene duramente ostacolato da un conflitto tribale antico, nato molto prima di loro. I due innamorati diventano così il simbolo luminoso di una nuova generazione innocente, costretta a confrontarsi con un passato intriso di sangue che non ha mai scelto, ricordandoci che nessuna nuova generazione dovrebbe mai essere obbligata a pagare il prezzo altissimo delle inimicizie ereditate dagli avi.
È nella parte conclusiva che la pellicola raggiunge il suo momento simbolicamente più epico, alto e liberatorio. Zuk Alia, il carnefice, si presenta fisicamente e umilmente davanti alla casa del rivale Bilal totalmente senza arma. Il suo richiamo disperato nel vento, “O Bilal”, è il momento esatto in cui l’uomo si confronta con l’orrore delle proprie azioni passate. La coraggiosa scelta di presentarsi disarmato al nemico modifica per sempre il significato stesso della forza virile nel Kanun. La vera forza, ci insegna Dibran Fylli in questo capolavoro introspettivo, non è più rappresentata dall’arma o dalla vendetta, ma dall’umana capacità di riconoscere il proprio abisso, di chiedere perdono e di tentare di spezzare finalmente l’infinita e maledetta spirale della violenza.

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Cultura

“Dove abbiamo sbagliato?”: la riflessione di Menda Vreto sulla crisi educativa e sociale

La cronaca ci bombarda ogni giorno di notizie drammatiche: aggressioni, insegnanti picchiati da genitori per un brutto voto, violenza metropolitana e solitudine. Di fronte a questa deriva, la scrittrice Menda Vreto firma un editoriale durissimo ma ricco di speranza, ponendo una domanda cruciale: “Dove abbiamo sbagliato?”. Nella folle corsa per dare tutto e subito ai nostri figli, abbiamo forse dimenticato di insegnare loro il valore fondamentale dell’attesa, della pazienza e dei limiti. E nel tentativo di proteggerci dal mondo esterno innalzando “cancelli” attorno e dentro di noi, abbiamo distrutto il senso di comunità, isolandoci in un freddo universo digitale fatto di contatti finti e sguardi incollati agli schermi degli smartphone. È giunto il momento per gli adulti di fare un passo indietro e tornare alle basi dell’umanità: salutare, chiedere scusa, ascoltare prima di giudicare. Leggi questa meravigliosa e profonda riflessione sulla società moderna e sul ruolo dei genitori nel nostro articolo speciale 👇

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MENDA-VRETO

Roma – Ogni epoca storica porta con sé le proprie endemiche contraddizioni, le proprie fragilità strutturali e le proprie innegabili conquiste. Tuttavia, analizzando lucidamente il tessuto sociale contemporaneo, è impossibile sfuggire a un interrogativo martellante, una domanda scomoda e dolorosa che riecheggia costantemente nelle nostre menti: “Dove abbiamo sbagliato?”.
A lanciare questa profonda e amara riflessione collettiva è Menda Vreto, la cui analisi spietata ma profondamente umana fotografa alla perfezione il lento e inesorabile scivolamento etico della nostra società. Basta accendere la televisione per essere letteralmente travolti da un fiume in piena di cronaca nera e degrado relazionale: notizie quotidiane di aggressioni immotivate, episodi di inaudita violenza urbana, ragazzi sempre più giovani che non nutrono il benché minimo rispetto per il ruolo e l’autorità degli insegnanti, e genitori pronti a scagliarsi con rabbia cieca contro il sistema scolastico per giustificare un brutto voto o un banale rimprovero mosso ai propri figli. Ma il malessere strisciante non si limita ai fatti da telegiornale. Basta osservare attentamente la nostra vita quotidiana per accorgersi di come il tessuto connettivo dell’empatia si stia disgregando persino nei gesti più piccoli e apparentemente insignificanti: vicini di casa che si incrociano sul pianerottolo senza scambiarsi un cenno di saluto, persone che vivono porta a porta per decenni senza conoscersi, adulti che reagiscono con sproporzionata aggressività anche di fronte a una banalissima osservazione nel traffico. Che cosa ci sta realmente succedendo?

I cancelli dell’anima: la perdita della comunità e il mito della protezione

Nessuno vuole cadere nella facile e retorica trappola del “si stava meglio quando si stava peggio”. Anche il passato, come sottolinea acutamente l’autrice, era intriso di povertà dilagante, di insormontabili difficoltà economiche, di palesi ingiustizie sociali e di diffuse violenze domestiche.
Tuttavia, nella vertiginosa corsa verso la modernità e il benessere individuale, rischiamo seriamente di aver smarrito per strada degli antidoti fondamentali per la convivenza civile: il vitale senso del limite, l’arte perduta della pazienza, il profondo rispetto per la libertà altrui e la capacità, oggi quasi del tutto assente, di incassare un “no” e di sopravvivere anche senza ottenere immediatamente tutto ciò che desideriamo. Menda Vreto ricorda una frase emblematica pronunciata da sua madre: «Prima le porte non avevano le chiavi. Oggi non bastano le chiavi, servono anche i cancelli». Questa constatazione materiale nasconde in realtà una tristissima metafora psicologica. Non ci siamo limitati a costruire enormi e insormontabili cancelli di ferro intorno alle nostre abitazioni per difendere le nostre proprietà, ma abbiamo innalzato muraglie invisibili anche e soprattutto dentro di noi. Siamo diventati una società cronicamente diffidente, costantemente sospettosa, cinica e sempre pronta a difendersi dall’altro, percepito ormai solo come una potenziale minaccia. E proprio in questo paranoico tentativo di proteggerci dal mondo esterno, abbiamo drammaticamente dimenticato quanto sia rassicurante e fondamentale sentirsi parte attiva di una comunità solidale.

Il ruolo dei genitori: il difficile equilibrio tra amore e limiti necessari

Sul banco degli imputati di questa crisi valoriale finisce inevitabilmente il delicatissimo ruolo genitoriale. La nostra generazione di adulti si è prodigata per dare ai propri figli molto più di quanto avessero a disposizione le generazioni precedenti. Abbiamo riempito le loro stanze di oggetti, comodità e opportunità precluse ai nostri nonni.
Tutto questo è certamente un bene, frutto del progresso, ma ogni tanto dovremmo avere il coraggio intellettuale di fermarci e chiederci: dare tutto, e darlo subito, significa davvero aiutare un bambino a crescere? Un fanciullo ha indubbiamente un disperato bisogno di amore incondizionato, ma ha altrettanto bisogno di imparare il fondamentale concetto dell’attesa. Ha il sacrosanto diritto di essere ascoltato con attenzione, ma ha la necessità fisiologica di scontrarsi con dei paletti e di conoscere l’esistenza dei limiti. Deve assolutamente sapere che può inciampare e sbagliare senza per questo dover essere umiliato o giudicato, ma deve altrettanto imparare che ogni scelta, anche la più piccola, porta inevitabilmente con sé una precisa responsabilità. E, dettaglio ancor più fondamentale, i figli sono vere e proprie spugne che imparano a vivere osservando i nostri comportamenti quotidiani. Se noi adulti, di fronte a un errore, andiamo spasmodicamente alla ricerca di un capro espiatorio, i nostri figli impareranno a non assumersi mai le proprie responsabilità. Se noi reagiamo urlando e sbraitando di fronte alla minima contrarietà, loro assimileranno la rabbia come l’unico strumento normale e lecito per ottenere ciò che desiderano dalla vita. Al contrario, se avranno la fortuna di vedere un adulto capace di ascoltare in silenzio, di fare un passo indietro chiedendo umilmente scusa e di rispettare chi ha opinioni divergenti, riceveranno una lezione magistrale che nessun libro di testo o corso universitario potrà mai eguagliare.

L’illusione dei social network e il rumore assordante delle cattive notizie

A complicare inesorabilmente questo già fragile e incrinato ecosistema relazionale è intervenuta, con la forza di uno tsunami, la tecnologia. I social network e la digitalizzazione estrema ci hanno indubbiamente fornito possibilità inesplorate e straordinarie: oggi possiamo comunicare in tempo reale con persone dall’altra parte del globo, reperire informazioni infinite, imparare nuove nozioni e condividere passioni comuni.
Ma il rovescio della medaglia è agghiacciante: ci hanno spinto a vivere la nostra unica esistenza filtrandola continuamente attraverso la freddezza di uno schermo luminoso. Viviamo nel tremendo paradosso moderno di poter vantare migliaia di contatti, follower e amici virtuali, conoscendo in realtà pochissimo o nulla di chi dorme nella stanza accanto o del vicino di pianerottolo. A questa alienazione digitale si somma la letale narrazione mediatica contemporanea: la cattiva notizia fa sempre un rumore assordante, mentre il bene è costretto a viaggiare sottotraccia. Un brutale pestaggio urbano diventa immediatamente un virale caso di cronaca nazionale, amplificato dai talk show e dai giornali. Una persona normale che, nel più totale e meraviglioso anonimato, spende il proprio tempo per aiutare un anziano in difficoltà, per ascoltare un vicino sprofondato nella solitudine o per accompagnare un disabile a fare la spesa, invece, non finirà quasi mai in televisione. Questo meccanismo perverso, che premia il sensazionalismo macabro, non significa affatto che il bene sia estinto. Significa soltanto che dobbiamo lottare per non permettere alle valanghe di notizie negative di convincerci che la solidarietà umana sia ormai un lontano e sbiadito ricordo del passato.

L’esempio degli adulti: riscoprire l’umanità e l’educazione nelle piccole cose

Forse, arrivati a questo punto di non ritorno, la domanda cruciale non dovrebbe più essere “Che cosa è successo di male ai nostri figli?”. Dovremmo invece guardarci allo specchio con severa onestà e chiederci: “Che genere di esempio stiamo offrendo noi adulti?”.
Educare una nuova generazione non significa soltanto fare prediche e riempirsi la bocca di belle parole o di alti ideali astratti. Educare significa comportarsi in modo ineccepibile quando siamo preda della rabbia cieca, mantenere l’integrità morale quando nessuno ci sta guardando o controllando, ammettere la sconfitta quando abbiamo palesemente torto, ed esercitare la più pura compassione quando ci imbattiamo in qualcuno decisamente più debole e indifeso di noi. Per salvare noi stessi e il nostro futuro, forse dobbiamo semplicemente tornare all’essenza delle cose semplici e dimenticate: abituarci nuovamente a salutare il prossimo, imparare a ringraziare per un gesto gentile, ascoltare attivamente l’altro prima di emettere sentenze frettolose, chiedere sinceramente scusa quando sbagliamo, rispettare profondamente chi sta lavorando, coltivare la rara virtù della pazienza e, ogni tanto, avere il coraggio rivoluzionario di spegnere lo smartphone e riporlo in un cassetto per tornare a guardare negli occhi le persone che diciamo di amare. Nessuno di noi, singolarmente, ha il potere sovrannaturale di cambiare tutto ciò che di brutto accade nel mondo globale. Possiamo, però, scegliere deliberatamente che cosa coltivare nel nostro piccolo mondo quotidiano. In fondo, la tanto vituperata “società” non è un’entità astratta o un nemico lontano: la società siamo noi. Siamo noi all’interno delle nostre case, nelle dinamiche delle nostre famiglie, nelle aule delle nostre scuole, nelle assemblee dei nostri condomini e sui marciapiedi delle nostre strade. Come ci ricorda Menda Vreto, forse non abbiamo affatto bisogno di tornare nostalgicamente indietro nel tempo. Forse dobbiamo solo continuare ad andare avanti, premurandoci però di portare nel nostro zaino alcune cose che rischiamo di perdere per sempre: l’educazione, il rispetto, la responsabilità e, su tutto, una profonda e sincera umanità. Dunque, la vera domanda da porci oggi non è più “Dove abbiamo sbagliato?”, ma “Cosa possiamo fare, da questo preciso istante, per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo leggermente più umano?”.

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Cultura

I diari di Hiba Abu Nada: la voce poetica di Gaza spezzata dalle bombe

La follia della guerra spegne la vita, ma non può cancellare la forza eterna della poesia. Tra le innumerevoli vittime innocenti del conflitto di Gaza c’è anche Hiba Abu Nada, pluripremiata scrittrice, scienziata e attivista palestinese morta a 32 anni sotto i bombardamenti a Khan Yunis. Prima di morire, la poetessa ha affidato i suoi ultimi, strazianti pensieri a un diario: “I bambini a cui non è stato assegnato un nome muoiono prima di nascere”, scriveva, denunciando l’indifferenza del mondo e raccontando il dolore di veder morire i propri amici uno dopo l’altro. Un testamento spirituale potentissimo e commovente, in cui l’autrice chiedeva a gran voce la fine delle ostilità. “In Paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando”, annotava nei suoi ultimi giorni. Leggi nel nostro articolo gli estratti più toccanti del suo diario e scopri la storia di una delle voci letterarie più brillanti del mondo arabo 👇

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Hiba Abu Nada

Gaza – La spietata e inesorabile brutalità della guerra non si limita a distruggere abitazioni, infrastrutture ed economie, ma compie un crimine ancora più efferato: cancella fisicamente i pensieri, i sogni e le voci intellettuali di un intero popolo. Nel buio atroce del conflitto che ha insanguinato la Striscia di Gaza, spegnendo la vita di innumerevoli innocenti, una luce in particolare ha smesso di brillare nell’ottobre del 2023, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama letterario mediorientale e internazionale.
Quella luce apparteneva a Hiba Abu Nada (all’anagrafe Hiba Kamal Saleh Abu Nada), una brillante e pluripremiata poetessa, romanziera, insegnante e attivista per i diritti umani palestinese. Nata alla Mecca nel giugno del 1991, Hiba ha trovato tragicamente la morte a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, vittima della devastazione causata dai raid aerei durante l’escalation del conflitto tra Israele e Hamas. Prima che il buio e le macerie inghiottissero la sua giovanissima vita, la poetessa ha affidato i suoi ultimi, strazianti pensieri a un diario personale. Le sue parole, tradotte magistralmente e con grande commozione da Angela Kosta, rappresentano oggi un testamento spirituale di inestimabile valore, un grido di dolore lancinante che ci costringe a guardare in faccia il vero e orribile volto della guerra, invocando con disperazione un’unica parola: Pace.

Il freddo della morte e la speranza tradita: l’appello per la pace

Leggere gli ultimi appunti vergati da Hiba nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte significa immergersi in un mare di angoscia e rassegnazione, ma anche di straordinaria e indomita dignità. Le sue parole sono un atto di accusa silenzioso contro l’indifferenza del mondo.
«I bambini a cui non è stato ancora assegnato un nome muoiono prima di nascere», scriveva la poetessa, racchiudendo in una singola frase tutta l’assurdità e l’ingiustizia di un conflitto che non risparmia nemmeno chi si trova ancora nel grembo materno. Tradurre questi brani, come sottolineato dalla stessa curatrice italiana, significa sentire fisicamente il freddo della morte incombere sulle case degli innocenti e sulle città sconvolte dai proiettili. L’isolamento e il senso di abbandono emergono prepotentemente negli appunti del 19 ottobre 2023, quando Hiba si rivolgeva direttamente ai potenti e ai grandi nomi del mondo arabo:

«Agli arabi famosi che non parlano di noi… Ascoltate! Non chiamate nessuno che non faccia nulla, perché, se non risolviamo immediatamente la questione della guerra, questa è negligenza».

Ma nonostante l’amarezza per un mondo che sembrava aver girato lo sguardo altrove, la sua penna non ha mai tremato di fronte al proprio ineluttabile destino: «Se moriamo, sappiate che siamo felici e irremovibili. Sappiate anche che noi siamo dalla parte della giustizia in questo mondo», annotava fieramente solo poche ore prima di perdere la vita sotto i bombardamenti.

L’addio di una poetessa: gli ultimi pensieri prima dell’oscurità

Ciò che colpisce maggiormente nei frammenti del diario di Hiba Abu Nada è la lucida e spietata cronaca di un annientamento quotidiano, un conto alla rovescia macabro in cui la morte diventa un’abitudine impossibile da metabolizzare.
La sua narrazione si concentra sulla progressiva scomparsa dei propri affetti e sull’impossibilità di elaborare il lutto in mezzo al caos. «La lista dei miei amici si sta riducendo, trasformandosi in tante bare sparse qua e là», scriveva la scrittrice palestinese con il cuore spezzato. «Non posso aiutare i miei amici inseguendo i razzi. Non posso riportarli indietro! Non posso restituire loro la vita! Non posso piangere! Non so cosa fare! […] Nessuna icona può restituirmi i miei amici». La frenesia della guerra priva gli esseri umani persino del diritto universale di piangere i propri morti e di salutarli dignitosamente per l’ultima volta: «Non c’è tempo per grandi funerali o per veri e propri addii. Un grande razzo sta arrivando. Ci accontenteremo di un bacio frettoloso sulla fronte e di un rapido addio, aspettando la nuova morte», appuntava amaramente il 9 ottobre. La poetessa ci consegna l’immagine apocalittica di una città che cancella i propri confini e i propri errori usando letteralmente “la gomma per cancellare dei bambini” e una pioggia di proiettili, mentre la morte, descritta come una grande chiatta, ondeggia a destra e a sinistra mietendo vite e svuotando il campo.

Da “L’ossigeno non è per i morti” al martirio sotto i razzi

La vita e la carriera di Hiba Abu Nada non si limitano agli ultimi drammatici giorni di assedio, ma riflettono il percorso di una donna eccezionale, profondamente innamorata dello studio, della letteratura e della vita stessa.
Laureata con il massimo dei voti in Biochimica presso l’Università Islamica di Gaza e successivamente dotata di un prestigioso master in Nutrizione Clinica conseguito all’Università Al-Azhar, Hiba era una mente scientifica prestata con enorme e indiscusso successo alla poesia e alla narrativa. Il suo immenso talento letterario era stato riconosciuto e consacrato a livello internazionale già nel 2017, quando il suo meraviglioso e profetico romanzo, intitolato “L’ossigeno non è per i morti”, era stato insignito dell’ambitissimo Sharjah Award per la creatività letteraria araba. Nei suoi scritti, passati e recenti, la giovane attivista ha sempre raccontato senza filtri la complessa realtà della Striscia di Gaza, intrecciando i temi della guerra e della perenne sofferenza con un indomabile desiderio di libertà, giustizia e rispetto dei diritti umani. La sua voce poetica, purtroppo zittita per sempre dalla polvere e dalle esplosioni a Khan Yunis, ha continuato a testimoniare strenuamente la durissima realtà vissuta dalla popolazione palestinese fino all’ultimo istante in cui le è stato concesso di respirare.

Un’eredità letteraria incancellabile: “In Paradiso c’è una nuova Gaza”

Nonostante l’oscurità totale che l’aveva circondata nei suoi ultimi giorni, la grandezza intellettuale e spirituale di Hiba Abu Nada si palesava nella sua straordinaria e quasi miracolosa capacità di intravedere spiragli di luce e speranza in mezzo alla distruzione più assoluta e spietata.
«Viviamo ora in una miseria indescrivibile. Eppure, in mezzo a tutto questo, sento il profumo della Pace», scriveva il 13 ottobre, descrivendo il dolore che si mescola agli abiti insanguinati dei medici e all’amore degli insegnanti che abbracciano i loro piccoli alunni terrorizzati. L’immagine più potente e commovente che ci lascia in eredità, tuttavia, è quella di una città sdoppiata, ricostruita altrove: «Stiamo costruendo una seconda città. I medici sono rimasti senza pazienti e senza sangue. Gli insegnanti sono rimasti senza scuole. […] In Paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora con i martiri». Oggi, il mondo della letteratura araba e internazionale piange una delle sue figlie più sensibili e talentuose, vittima innocente dell’ennesima follia umana. L’augurio di tutti, oggi, è che la sua anima possa riposare in pace e che il suo più grande e inconfessabile sogno, quello di una patria libera e in pace per il suo popolo palestinese, non debba rimanere per sempre confinato nelle pagine insanguinate di un diario incompiuto.

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