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Cultura

L’esodo albanese del 1991 a Brindisi: il ricordo del Generale Luigi Del Vecchio e il traguardo dell’Europa

La notte del 7 marzo 1991 cambiò per sempre la storia italiana. Al porto di Brindisi, in una notte fredda e disperata, giunsero stipati su navi e gommoni improvvisati oltre 27.000 profughi albanesi in fuga dal crollo della feroce dittatura comunista e attratti dal miraggio di ricchezza mostrato dalla televisione italiana. A ricordare e coordinare quei primissimi drammatici momenti di emergenza umanitaria fu il Generale Luigi Del Vecchio, all’epoca ai vertici della Guardia di Finanza locale. Davanti all’impreparazione logistica e allo shock di una nazione intera, si consumò uno sbarco che sembrava l’inizio di una fine, ma che si è rivelato invece il primo fondamentale mattone per una delle più riuscite integrazioni sociali d’Europa. Oggi, con oltre 400.000 albanesi perfettamente inseriti nel tessuto lavorativo e produttivo del nostro Paese, il sogno balcanico si avvicina a compimento: l’ingresso formale dell’Albania nell’Unione Europea, previsto per il 2030. Un traguardo storico e una rivincita straordinaria nata dai lamenti inascoltati nelle stive di trent’anni fa. Leggi il toccante e inedito ricordo del Generale👇

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Luigi Del Vecchio

Brindisi – I drammatici e recenti fatti di cronaca internazionale accaduti a Ceuta, l’exclave autonoma spagnola in terra africana, con l’arrivo caotico e disperato di decine di migliaia di migranti – giunti chi a nuoto, chi scavalcando a mani nude le altissime barriere metalliche poste ai confini – portano inevitabilmente alla mente una memoria storica ormai lontana nel tempo, non rimossa dalla coscienza collettiva del nostro Paese, ma forse soltanto lasciata troppo spesso indietro negli annali. A riavvolgere con estrema lucidità il nastro dei ricordi è la penna di Luigi Del Vecchio, Generale di Brigata della Guardia di Finanza in riserva e stimato scrittore, che in quelle concitate ore del 1991 si trovava esattamente in prima linea per gestire una crisi umanitaria senza alcun precedente storico.
La mente del Generale torna inesorabilmente a quel fatidico 7 marzo 1991, oltre tre decenni fa, un giorno scolpito a fuoco nella storia dell’immigrazione contemporanea. In quelle ore drammatiche, nel porto pugliese di Brindisi giunsero improvvisamente circa 27.000 disperati migranti albanesi – sebbene alcune stime non ufficiali parlino addirittura di oltre 30.000 anime – stipati e ammassati in ogni centimetro quadrato a bordo di vecchie navi mercantili, imbarcazioni di ogni tipo e barchette di fortuna strappate al mare. «Ero lì, in quella giornata indimenticabile, in una notte fredda e portatrice di cattivi presagi», racconta intensamente Del Vecchio, «a coordinare le operazioni di soccorso e controllo della locale Guardia di Finanza, muovendomi quasi alla cieca sulla base delle primissime, frammentarie e improvvisate indicazioni che giungevano dalle istituzioni preposte al vertice». Il panorama che si stagliava dinanzi agli occhi dei soccorritori era apocalittico: un’unica, infinita e drammatica scia umana ammassata sui mezzi di mare, un mosaico umano fatto di pura disperazione, dolore straziante, paura mista a speranza, pianti ininterrotti, volti sporchi, stremati e avvolti dall’anonimato più totale. Erano bocche affamate di cibo dopo giorni di digiuno e assetate di acqua potabile, corpi spinti ai limiti estremi delle peggiori condizioni fisiche e igieniche immaginabili, la gran parte dei quali si sostenevano in piedi sulla banchina soltanto per pura inerzia o istinto di sopravvivenza.

Il crollo della dittatura di Enver Hoxha e il grande sogno della televisione italiana

Il ricordo di quelle ore convulse conserva per il Generale un sapore spiccatamente aspro, segnato indelebilmente dai lamenti disumani che giungevano imploranti dall’interno delle buie e gelide stive, letteralmente assiepate di gente in cerca di aria.
La stampa nazionale e internazionale dell’epoca parlò subito di un’invasione incontrollata, di un vero e proprio assalto ai confini dell’Italia democratica, rievocando spesso esodi di portata biblica. Sicuramente, e senza timore di smentita, si trattò a tutti gli effetti del primo vero, clamoroso e inaspettato flusso migratorio di massa mai registrato nel nostro Paese proveniente dalle coste di un altro Stato sovrano. Il contesto geopolitico di quell’evento era a dir poco incandescente: l’Europa si trovava all’indomani del clamoroso crollo del Muro di Berlino, la cui formidabile ondata di libertà aveva colpito duramente anche le fondamenta dell’Albania. Il Paese balcanico si trovava nelle drammatiche fasi successive alla fine della feroce dittatura comunista e stalinista del leader Enver Hoxha. Un despota spietato che, per oltre lunghissimi quarant’anni, aveva governato il cosiddetto “Paese delle Aquile” col pugno di ferro, portandolo a un totale e paranoico isolamento dal resto del mondo, all’abolizione totale di ogni minima libertà personale, all’imposizione dell’ateismo di Stato, alla più rigida e infruttuosa autarchia industriale, fino a condurlo al collasso economico, alla gravissima crisi alimentare e alla totale mancanza dei beni di primissima necessità (dal pane al sapone, fino ai medicinali di base).
In quel clima di terrore e privazione assoluta, l’Italia situata al di là dell’Adriatico rappresentava per il popolo albanese l’immagine sfavillante del Paese perfetto, il grande sogno proibito, la magnifica illusione del benessere occidentale e della ricchezza a portata di mano. Una visione edulcorata e inebriante che veniva amplificata quotidianamente, quasi come una droga, da ciò che i rari e preziosi televisori a valvole allora esistenti in Albania riuscivano a captare clandestinamente. I nostri sfarzosi programmi del sabato sera ricchi di paillettes, gli spensierati quiz preserali, i lunghissimi contenitori sportivi della domenica, i primi rivoluzionari talk show delle nascenti reti berlusconiane, i grandi film di Hollywood, i programmi musicali dell’indimenticabile Raffaella Carrà erano diventati, per decine di migliaia di albanesi, la sola e unica finestra sul mondo reale. Quello era il mondo dorato che essi, brutalmente privati di ogni cosa materiale e immateriale dal regime comunista, non potevano e non dovevano avere.

La fredda accoglienza di Brindisi e la nascita dell’emergenza umanitaria

La lunghissima notte sulla banchina umida e spazzata dal vento del porto di Brindisi trascorse incredibilmente lenta, sospesa tra l’incertezza logistica sul da farsi, la paura dell’ignoto e la totale incredulità di trovarsi improvvisamente di fronte a quella che sarebbe divenuta, in poche ore, una vera e propria emergenza umanitaria internazionale.
L’estenuante attesa per i militari della Guardia di Finanza – così come per tutte le altre Forze dell’Ordine intervenute sul posto, per i coraggiosi sanitari della prima ora e per gli eroici primi volontari accorsi con coperte e viveri – fu un durissimo banco di prova professionale e psicologico che il Generale Del Vecchio conserva ancora vivido nel ricordo. Soltanto alle 10 del mattino seguente, dopo estenuanti vertici e consultazioni, arrivò il tanto atteso ordine formale della Prefettura pugliese di far scendere gradualmente a terra la fiumana di profughi. Brindisi, come città e come comunità, non era minimamente preparata, neanche da un punto di vista strettamente culturale o psicologico, ad affrontare e gestire un evento di tale ciclopica portata. Non era dotata delle infrastrutture logistiche adatte ad arginare l’incredibile gravità di un flusso umano che, nel giro di pochissime ore, balzò prepotentemente sulle prime pagine e nei notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo civile.
L’accoglienza iniziale da parte del capoluogo pugliese, infatti, fu comprensibilmente fredda, disorientata, oltre che estremamente preoccupata per l’ordine pubblico. Mancavano fisicamente le strutture ricettive, le tende, i bagni chimici, i letti e tutto ciò che potesse essere minimamente necessario per garantire ai disperati profughi almeno un primo, dignitoso conforto dopo giorni di gelo in mare. Le scuole cittadine, le parrocchie, le chiese, i palazzetti dello sport, i centri sociali, insomma ogni singolo spazio libero e coperto divenne frettolosamente il luogo ove alloggiare e rifocillare i migranti. Una scena apocalittica che ricordava da vicino le convulse e tragiche ore immediatamente successive a un devastante terremoto. Anzi, forse peggio di un terremoto. La cittadinanza brindisina – vivendo in una sorta di surreale e non dichiarato “lockdown” preventivo – fu caldamente invitata dalle autorità a uscire il meno possibile dalle proprie abitazioni, sia per il concreto timore di possibili e repentine epidemie sanitarie legate alle precarie condizioni igieniche, sia per la paura di improvvisi atti di violenza dettati dalla disperazione e dalla fame.

L’integrazione di oggi e il traguardo europeo verso il 2030

Oggi, con il distacco emotivo che solo la lente della Storia può regalare, è necessario essere intellettualmente onesti e ricordare che, in quella lontana epoca di fine Guerra Fredda, non solo l’accogliente popolazione pugliese, ma i cittadini italiani stessi si interessavano assai poco o nulla alle vicende interne dell’Albania. Il Paese balcanico veniva visto unicamente come una silenziosa e misteriosa casella geografica posizionata al di là del turbolento Mar Adriatico, ostinatamente chiusa al mondo e rigidamente separata dai suoi abitanti dalle follie di un dittatore feroce. Le fondamenta morali e giuridiche su cui si basa la moderna dottrina dell’integrazione e dell’accoglienza strutturata erano, agli inizi degli anni ’90, un concetto politico ancora troppo lontano e vago, se non addirittura politicamente inesistente nel dibattito pubblico.
Eppure, nonostante le paure iniziali e l’assoluta impreparazione logistica di quei giorni bui, il seme della rinascita era già stato piantato sulla banchina pugliese. La realtà migratoria intesa come fenomeno strutturale continua a navigare oggi su rotte e politiche incerte, sulle quali le grandi potenze mondiali non riescono quasi mai a trovare concordanti e solidi punti di incontro diplomatico, ma la storia albanese ha preso fortunatamente un’altra direzione. È fuor di dubbio, infatti, che la grande sfida epocale iniziata quella notte per l’Italia si sia trasformata oggi in uno straordinario miracolo di civiltà. Attualmente, i cittadini di origine albanese regolarmente presenti sul sacro suolo d’Italia (moltissimi dei quali hanno ormai acquisito con pieno diritto la cittadinanza tricolore) sono ampiamente oltre 400.000. Parliamo di una realtà vibrante fatta di lavoratori indefessi, professionisti, medici, artigiani e imprenditori; una delle comunità straniere più solidamente e pacificamente radicate e integrate nel delicato tessuto sociale, economico e lavorativo della Nazione, con una percentuale di presenze elevatissima nel Nord Italia, in particolar modo nella ricca e produttiva Lombardia.
Guardando al futuro, il tanto atteso anno 2030 è ormai visto dai vertici di Bruxelles e Tirana come il traguardo politico, economico e istituzionale più che realistico e doveroso per il definitivo ingresso ufficiale dell’Albania nella grande famiglia dell’Unione Europea. «Tale inarrestabile e progressivo cammino di avvicinamento – da sempre fermamente sostenuto e incoraggiato dai governi dell’Italia – questo ponte di collegamento ideale che costituirà una immensa risorsa strategica non solo per l’Albania, ma per ogni singola nazione del continente europeo, è iniziato, molto probabilmente, proprio in quella tragica, disperata e fredda notte di svariati decenni fa a Brindisi», chiosa con orgoglio il Generale Del Vecchio. «Sono oggi sicuro che quei lamenti racchiusi nelle fetide e umide stive, quegli atroci dolori scolpiti nei volti dei bambini, quelle mani magre aggrappate con la forza della disperazione alle funi delle navi mercantili tiranne, chiedevano a gran voce solo di poter vivere liberamente questo momento». Quel prezioso momento è finalmente arrivato. Il 2030, in fondo, è dietro l’angolo, e l’Europa è pronta ad abbracciare i figli di quel gommone.

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Cultura

Dal gommone all’imprenditoria a Venezia: la storia di riscatto di Fatmir “Mirco” Shtiefni

Scappare nel cuore della notte dalla povertà e dal caos a bordo di un gommone, per poi ritrovarsi decenni dopo a essere uno stimato imprenditore e un attivo esponente politico locale. C’è tutta l’essenza del sogno del riscatto sociale, del sudore e dell’immigrazione sana nella straordinaria storia di Fatmir Shtiefni, conosciuto da tutti nella laguna veneta semplicemente come “Mirco”. Sbarcato minorenne sulle coste di Otranto nel tragico 1997, ha lasciato la sua città di Lezhë (Alessio) in Albania per cercare disperatamente un futuro in Italia, senza sapere nemmeno cosa lo aspettasse. Dalla dura gavetta a Milano fino alla folgorazione e al trasferimento a Venezia, dove oggi è un imprenditore affermato nel delicatissimo settore dell’ospitalità turistica e della ristorazione, creando decine di posti di lavoro. Oggi Fatmir ha deciso di scendere in campo attivamente anche nella politica locale (è passato al partito di Fratelli d’Italia), apprezzando i rapporti esteri del Governo Meloni, ma con un solo, grandissimo obiettivo etico in mente: combattere i pregiudizi attraverso la “cronaca bianca” di chi ha costruito tutto dal nulla col duro lavoro, rivendicando con forza l’identità italo-albanese senza mai dimenticare la propria cultura d’origine. Scopri la sua incredibile, lunga e commovente avventura umana 👇

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Artur Nura

Venezia – La straordinaria e commovente parabola di vita di Fatmir Shtiefni, affettuosamente e universalmente conosciuto da tutti nella laguna veneta con il soprannome italianizzato di “Mirco”, rappresenta molto più di una semplice storia di successo personale. È l’emblema potente, tangibile e luminoso di una vera e propria epopea umana, un racconto intenso di riscatto sociale, sacrificio e integrazione che merita di essere narrato come antidoto contro i pregiudizi. C’è un prima e c’è un inesorabile dopo nella tumultuosa esistenza di questo tenace imprenditore. Il “prima” affonda le sue profonde radici nella lontana Albania, per l’esattezza a Lezhë (Alessio), la storica città visceralmente legata alla leggendaria figura dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg. Il “dopo”, invece, prende brutalmente e drammaticamente il via nel fatidico anno 1997, un periodo segnato da uno dei momenti più bui, violenti, instabili e drammatici dell’intera storia recente del Paese balcanico, travolto dal caos delle piramidi finanziarie e sull’orlo di una sanguinosa guerra civile.
Ha appena 16 anni, quasi 17, quando il giovanissimo Fatmir prende la decisione più difficile e straziante della sua vita: partire alla ricerca di un futuro migliore. In un’Albania ormai allo sbando, attraversata da una crisi economica devastante e da una violenza dilagante e incontrollabile, il ragazzo lascia tutto. Saluta tra le lacrime la sua casa, la sua famiglia d’origine, i suoi amici d’infanzia, abbandona la scuola e i banchi di studio per salire, nel cuore della notte, su un precario gommone di fortuna diretto disperatamente verso le coste dell’Italia. «Sono arrivato da minorenne, sfidando le fredde e insidiose acque del Canale di Otranto. Era buio pesto in mare aperto, e io non sapevo assolutamente cosa mi aspettasse dall’altra parte», ricorda oggi con grande commozione e umiltà, ripercorrendo quegli attimi di puro terrore e speranza. È l’inizio di un lunghissimo e faticoso viaggio di integrazione, un percorso umano e professionale tutt’altro che semplice o scontato. I suoi primi anni in Italia sono infatti segnati inesorabilmente dalla stringente necessità di trovare lavoretti umili per sopravvivere e mantenere se stesso e, contemporaneamente, dall’incrollabile volontà di proseguire gli studi per imparare la lingua e costruirsi una posizione. Ma sarà proprio la dedizione instancabile e quasi maniacale al lavoro a diventare il vero, grande e indistruttibile filo conduttore di tutta la sua storia di immigrato di prima generazione.

Da Milano a Venezia: la folgorazione per la laguna e l’imprenditoria

Il primo, fondamentale e formativo capitolo della sua avventura italiana si svolge all’ombra della Madonnina. Dopo circa sette lunghi anni trascorsi nella frenetica e produttiva Milano, dove apprende i ritmi serrati del lavoro nordico, Mirco decide, in stretta e indissolubile collaborazione con il fratello, di dare una nuova e coraggiosa svolta alla propria esperienza di vita nel Belpaese.
La sua famiglia vanta già una solida, antica e rispettata tradizione imprenditoriale in Albania, prevalentemente nel duro e faticoso settore della produzione industriale di mattoni, e i due giovani fratelli si sentono pronti a cercare una nuova e ambiziosa opportunità di business per mettersi definitivamente in proprio. Questa grandiosa occasione la trovano in Veneto, precisamente a Venezia. «Quando sono arrivato per la prima volta nella laguna, mi si è aperto improvvisamente davanti agli occhi un panorama a dir poco mozzafiato. Mi sono innamorato perdutamente e subito di questa città unica al mondo». La scelta di stabilirsi nel capoluogo veneto non è dettata, infatti, da ragioni puramente ed esclusivamente economiche o di freddo profitto. Venezia, con le sue particolarissime dimensioni a misura d’uomo, i ritmi lenti dettati dall’acqua e i suoi stretti rapporti umani di vicinato, gli ricorda in qualche modo intimo e poetico la sua amata città d’origine al di là dell’Adriatico. A questo fattore emotivo si aggiunge un altro elemento storico e culturale di fondamentale importanza che lo avvicina alla città: la millenaria, secolare e affascinante storia dei rapporti commerciali, diplomatici e umani tra la Serenissima Repubblica di Venezia e il mondo balcanico e albanese. Oggi, a distanza di decenni da quel disperato sbarco notturno a Otranto, Mirco è uno stimato, affermato e instancabile professionista impegnato a tutto tondo nel difficile e competitivo mondo dell’imprenditoria lagunare. Opera con enorme successo e profitto soprattutto nei delicati e vitali settori dell’ospitalità turistica, del commercio al dettaglio e della ristorazione di qualità. Forte dei suoi innegabili risultati, Shtiefni rivendica oggi a testa altissima e con sincero orgoglio il massiccio, onesto e determinante contributo che i tanti imprenditori di origine albanese apportano quotidianamente al tessuto produttivo e alla vita economica della città veneta e dell’Italia intera.

“Siamo italiani a tutti gli effetti”: l’orgoglio del lavoro e l’identità

Uno dei passaggi più intensi, sentiti e centrali del suo racconto biografico riguarda, senza mezzi termini, il modo spesso superficiale, distorto o eccessivamente stigmatizzato in cui la comunità albanese viene storicamente raccontata dai media. Shtiefni non nasconde affatto il suo legittimo e profondo fastidio per alcune etichette semplicistiche e per le generalizzazioni utilizzate a volte da certa stampa scandalistica quando si parla di immigrati.
«Siamo ormai cittadini italiani a tutti gli effetti, sotto ogni punto di vista», sottolinea con grande vigore, ricordando l’enorme contributo sociale e finanziario dato allo Stato attraverso il duro lavoro quotidiano, il regolare pagamento delle tasse, la creazione di fiorenti attività commerciali e, soprattutto, gli innumerevoli posti di lavoro creati dal nulla e offerti anche a cittadini italiani. La sua posizione etica è netta, cristallina e inequivocabile: non bisogna in alcun modo e per nessuna ragione al mondo confondere la vasta e onesta comunità degli albanesi (che lavorano duramente, che si sono integrati alla perfezione e che mandano i figli nelle scuole italiane) con isolati e deprecabili fenomeni criminali, di devianza o di infiltrazione malavitosa. «Noi siamo pienamente e orgogliosamente inseriti nel mercato del lavoro legale e produttivo. Abbiamo una grandissima voglia, un disperato bisogno, una solida cultura familiare e una ferrea disciplina per lavorare». Una rivendicazione forte e chiara, che si accompagna alla legittima e sacrosanta richiesta di essere finalmente considerati come una parte integrante, strutturale e preziosa della moderna società italiana, senza che la mera origine geografica o il cognome straniero diventino automaticamente un’etichetta discriminatoria. Ma l’integrazione totale e riuscita, avverte l’imprenditore, non deve mai significare il cinico e freddo oblio delle proprie preziose radici. Anzi, una delle preoccupazioni principali che affliggono oggi Shtiefni riguarda proprio il delicato rapporto delle nuovissime generazioni (i cosiddetti “nuovi italiani” figli degli immigrati degli anni ’90) con la madrelingua e la millenaria cultura albanese. L’obiettivo, secondo lui, dovrebbe essere quello di rendere l’insegnamento della lingua albanese molto più stabile e strutturato, auspicandone persino un riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni scolastiche locali, affinché la perfetta e riuscita integrazione italiana non passi mai attraverso la triste e irreparabile cancellazione della memoria storica delle proprie origini.

Il salto nella politica locale e il forte legame inossidabile con l’Albania

L’incredibile spinta propulsiva e la grande energia vitale di Mirco non si sono esaurite esclusivamente nel mondo degli affari. La seconda e affascinante parte della sua matura esperienza italiana si svolge infatti sul complesso e scivoloso terreno dell’attivismo civico e della politica locale.
Dopo aver maturato in passato alcune esperienze elettorali a livello locale militando nelle file della sinistra, Shtiefni ha successivamente maturato e compiuto una scelta di campo decisa e ponderata, avvicinandosi e aderendo ufficialmente al partito di Fratelli d’Italia. Una decisione, racconta l’imprenditore, maturata lentamente e razionalmente, dopo aver osservato criticamente per moltissimi anni le dinamiche della politica veneziana e, soprattutto, il modo pratico in cui le diverse forze in campo traducono le proprie grandi idee in azioni concrete per i cittadini. «A noi lavoratori interessa unicamente il terreno della concretezza. Non ci interessano affatto i grandi palchi elettorali con il microfono in mano, in cui si dice sempre ‘faremo questo e faremo quello’ senza mai agire». Il suo approccio pragmatico alla politica è, inevitabilmente e coerentemente, quello classico e pragmatico del vero imprenditore: decisamente meno attenzione e peso alle roboanti dichiarazioni di facciata e molta più sostanza concentrata sui risultati tangibili e verificabili. Pur precisando intellettualmente di non identificarsi necessariamente e ciecamente con ogni singola e specifica posizione locale del partito, e rivendicando a gran voce la propria inalienabile libertà di esprimere opinioni differenti, nel corso del tempo ha manifestato un aperto e convinto apprezzamento personale per l’efficace azione del governo centrale guidato dal Premier Giorgia Meloni. Un plauso rivolto in particolar modo alla grande lungimiranza dimostrata nella complessa politica estera e nella gestione degli ottimi, proficui e strategici rapporti bilaterali instaurati proprio con il governo dell’Albania. Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni dal suo doloroso sbarco in Italia, il suo personalissimo cordone ombelicale con la terra delle aquile non si è mai reciso. Continua a guardare al suo Paese d’origine con grande affetto, considerandolo una nazione dalle immense e inespresse potenzialità, ma non gli risparmia critiche costruttive e paterne. Secondo Shtiefni, per modernizzarsi ed entrare a pieno titolo nell’Europa che conta, Tirana deve urgentemente sconfiggere la piaga della corruzione, smettere di rincorrere il profitto immediato e iniziare a utilizzare le risorse pubbliche per costruire infrastrutture, ospedali e scuole solide per le future generazioni. La sua storia, in fondo, è proprio la quintessenza della cosiddetta “cronaca bianca”: non bisogna essere costretti a scegliere tra l’Italia e l’Albania, ma è possibile abbracciare entrambe le identità, trasformando l’incontro tra due culture in una straordinaria e inesauribile risorsa vitale per costruire un futuro migliore per tutti.

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Cultura

Tra due lingue e nessuna: l’esilio interiore degli scrittori arabi e la sfida dell’inglese

Qual è il vero significato dell’esilio per uno scrittore? Non è solo la perdita fisica della propria terra, ma è il dramma intimo e lacerante di dover rinunciare alla propria lingua madre per farsi ascoltare dal mondo. Il meraviglioso e struggente manifesto letterario di Hassane Yarti (scrittore marocchino emigrato in Spagna) intitolato “Tra due lingue e nessuna”, affronta magnificamente il dilemma che lacera migliaia di intellettuali arabi della diaspora. L’autore paragona la sua nobile e amata lingua araba a una “pietra pesante” in gola: bellissima, ma incapace di abbattere i muri editoriali e gli algoritmi internazionali che impongono commercialmente l’uso dell’inglese. Yarti descrive il suo doloroso bivio: rifugiarsi nell’arabo diventando inascoltato in Europa, oppure “contaminare” e forzare l’inglese per raccontare i colori e le sofferenze del Marocco? La sua è una sublime metafora di sopravvivenza culturale: “Porto il gelsomino del giardino di mia madre in una borsa per le strade di Barcellona. Scrivere in inglese significa aprire quella borsa in un mercato europeo. Il fiore perderà un po’ del suo profumo, ma arriverà a destinazione”. Leggi la sua splendida e poetica riflessione sul colonialismo culturale, sull’identità e sul vero significato della letteratura nel nostro approfondimento 👇

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Hassane Yarti - Marocco & Spagna

Redazione – L’esilio umano non si consuma esclusivamente, e in maniera dolorosamente fisica, nell’abbandono forzato o volontario della propria terra d’origine per cercare fortuna e pace altrove. La forma di espatrio più profonda, lacerante e invisibile è quella che si consuma silenziosamente e intimamente nel petto e nella mente di uno scrittore quando è costretto a dover scegliere con quale voce comunicare al mondo il proprio dolore. A sollevare magnificamente e poeticamente questo delicatissimo tema esistenziale è l’intellettuale e scrittore Hassane Yarti, autore marocchino trapiantato in Spagna, attraverso un toccante manifesto letterario significativamente e drammaticamente intitolato “Tra due lingue e nessuna!”.
La struggente riflessione dell’autore si apre con un’immagine fisica, cruda e potentissima, che rende perfettamente l’idea dell’impasse culturale vissuto da migliaia di migranti: l’arabo, la sua lingua madre, la sua culla genetica e identitaria, pesa inesorabilmente e costantemente nella sua gola “come una pietra pesante”. L’interrogativo che stritola l’anima dell’autore è un dilemma universale e apparentemente insolubile: se l’arabo fatica in modo cronico a trovare il proprio posto in un mondo globale, spietato e distratto, che parla ormai quasi esclusivamente con un’altra voce dominante e massificata, come può un autore nordafricano utilizzare proprio quella lingua originaria per costruire un solido ponte empatico verso coloro che non sono geneticamente e culturalmente in grado di ascoltarla? Eppure, il bisogno carnale e vitale di esprimersi resta insopprimibile. Lo scrittore sente l’urgenza viscerale di dover raccontare ostinatamente all’altro la propria complessa esistenza, quella di un fiero cittadino marocchino che vive sospeso, straziato e perennemente in bilico tra due idiomi che sembrano non incontrarsi e non conciliarsi mai, se non all’interno del suo stesso petto, costantemente gravato dal peso insopportabile di entrambe le culture. Per un intellettuale della diaspora, infatti, fuggire codardamente in una direzione o nell’altra significa condannarsi a un inevitabile esilio. Il silenzio assoluto è esso stesso l’esilio definitivo, ma anche decidere freddamente di scrivere i propri testi in lingua inglese significa, in un certo qual senso, essere brutalmente bandito e tradotto in una lingua straniera che non ti ha cresciuto, cullato e nutrito. Dunque, l’amletico dubbio si ripropone: rimanere fiero ma inascoltato prigioniero del proprio bellissimo e ricco arabo, oppure presentare, attraverso la propria intima frattura, una formale richiesta d’asilo linguistico all’inglese, la spietata lingua che è diventata l’idioma commerciale del mondo?

Il dibattito culturale nella diaspora: l’anima o la grammatica?

Questa profonda lacerazione interiore non è affatto un caso umano e letterario isolato, ma si inserisce in un solco polemico ben più ampio e strutturato. Di tanto in tanto, infatti, negli accesi e ferventi ambienti intellettuali e culturali dell’ampia diaspora marocchina sparsa per l’Europa, emerge ciclicamente e prepotentemente una domanda estremamente provocatoria e divisiva: quale natura letteraria, identitaria e spirituale possiede realmente la scrittura degli autori arabi contemporanei che decidono, per calcolo o per necessità, di esprimersi in altre lingue occidentali, e in particolar modo in inglese?
Si tratta innegabilmente di una domanda cruciale che si è storicamente intensificata negli ultimissimi anni, correndo parallelamente alle imponenti, drammatiche e vaste ondate migratorie globali. Moltissimi intellettuali, poeti e romanzieri nordafricani si sono infatti ritrovati fisicamente sradicati, catapultati in Paesi del Nord del mondo totalmente indifferenti al loro nobile arabo, sordi al loro antico dialetto amazigh (berbero) e persino al loro spagnolo acquisito, una lingua conquistata faticosamente attraverso sudore e notti insonni di studio. Ed è così prepotentemente emersa un’altra durissima e complessa domanda, per nulla meno urgente della precedente: la letteratura prodotta e scritta interamente in lingua inglese da un cittadino marocchino può ancora essere legittimamente definita, etichettata e studiata come “letteratura marocchina”? Oppure si tratta freddamente e semplicemente di un algido prestito culturale, un travaso di concetti riversato artificialmente in un asettico stampo straniero? Chiunque osservi criticamente e attentamente l’attuale, vivace panorama culturale della diaspora marocchina noterà immediatamente l’esistenza di due rigidi schieramenti accademici che non si incontrano e non dialogano mai. Il primo schieramento sostiene a spada tratta che l’anima umana, e dunque letteraria, rimane sempre ed eternamente la stessa, indipendentemente dalla lingua specifica in cui essa decida di parlare. Secondo questa fazione, quando un autore marocchino descrive magistralmente il profumo inebriante del pane appena cotto sulla brace, quando dipinge un vicolo stretto e brulicante della medina di Fès o di Tétouan, o quando canta il dolore lancinante dell’esilio burocratico che nessun permesso di soggiorno europeo potrà mai guarire, quella resta indiscutibilmente letteratura marocchina, pura e totalmente integra, anche se è stata materialmente plasmata e scritta utilizzando l’alfabeto occidentale di Shakespeare. L’altro opposto e conservatore schieramento, invece, affida l’intera e spinosa questione identitaria esclusivamente alla lingua d’origine, sostenendo che l’arabo formale, l’amazigh rurale o la darija popolare siano l’unico, vero e insostituibile grembo materno dal quale può e deve nascere la letteratura nazionale, e che ogni testo letterario partorito al di fuori di questo sacro recinto linguistico debba essere inevitabilmente considerato come un figlio orfano, totalmente privo di sangue, storia e discendenza.

L’imposizione degli algoritmi e il peso del colonialismo digitale

La cruda realtà intellettuale, come spesso e volentieri accade, si posiziona silenziosamente nel mezzo. Sembra infatti che entrambe le barricate accademiche custodiscano intimamente una preziosa parte della verità, senza però possederla interamente ed esclusivamente.
Affinché una letteratura possa essere percepita come autenticamente e visceralmente marocchina, in pura teoria linguistica essa dovrebbe effettivamente e logicamente scaturire e abbeverarsi dalla lingua radicata in quella specifica terra africana. D’altra parte, però, non bisogna mai dimenticare che la vocazione primaria, la spinta vitale e lo scopo ultimo della stessa letteratura è quella fisiologica di dover essere letta e ascoltata, di dover arrivare a destinazione, di riuscire a toccare un cuore che batte in un’altra stanza, o magari in un altro continente di questo pianeta sconfinato. Quando uno sradicato scrittore marocchino che vive la sua complessa quotidianità in Spagna avverte l’urgenza di dire al mondo intero: «Io sono ancora qui, esisto, e porto orgogliosamente con me tutto questo bellissimo e gravoso peso interiore», quale lingua e quale strumento dovrebbe materialmente scegliere? Lo spagnolo rappresenta inevitabilmente la lingua pragmatica del Paese ospitante in cui vive fisicamente. L’inglese rappresenta pragmaticamente la potente, universale e cinica lingua dell’epoca moderna in cui si trova a vivere. L’arabo, invece, rappresenta l’insostituibile e ancestrale lingua della madre, l’idioma segreto che lo chiama e lo culla dolcemente nei sogni notturni. È qui che Yarti introduce una riflessione storica geniale e spietata sul concetto di dominazione: quando, nel secolo scorso, la dura e affascinante lingua francese fu storicamente e politicamente imposta a tutto il Marocco durante il periodo del Protettorato, si trattò storicamente di un’imposizione fisica, brutale ed esplicita, esercitata con prepotenza logistica attraverso l’uso delle armi militari e i timbri della burocrazia dell’amministrazione coloniale. L’onnipresente inglese di oggi, invece, costituisce a tutti gli effetti un’imposizione linguistica e culturale infinitamente più subdola, silenziosa e spietata. Una dittatura moderna esercitata cinicamente attraverso gli insindacabili e invisibili algoritmi della gigantesca editoria internazionale, attraverso le imperscrutabili piattaforme e dinamiche dei social media e tramite i consigli d’amministrazione delle colossali case editrici mondiali, che decidono letteralmente e spietatamente chi debba essere stampato e letto, e chi, invece, debba inevitabilmente rimanere confinato nell’ombra polverosa dell’anonimato. Lo scrittore marocchino contemporaneo che vive a Siviglia, a Madrid o nella caotica Barcellona si trova perennemente, costantemente e angosciosamente davanti a un bivio esistenziale che, in realtà, presenta ben tre, e non due, direzioni possibili: scegliere di scrivere nella comfort zone dell’arabo per raggiungere esclusivamente coloro che già lo comprendono empaticamente; scrivere in fluido spagnolo per poter finalmente entrare in un mercato locale, per quanto vasto ed economicamente ampio esso possa essere; oppure scrivere audacemente in inglese per lanciare la propria personale e piccola rete nell’intero, tempestoso ma sterminato mare del mercato globale. Ma la domanda che logora l’anima è sempre la stessa: che cosa perde irreparabilmente di se stesso l’autore, ogni singola volta che compie una dolorosa scelta linguistica?

Identità, gelsomini e il ritorno alla lingua madre per poter piangere

L’autore marocchino suggerisce lucidamente e brillantemente che, per uscire dal vicolo cieco del dibattito, dobbiamo necessariamente distinguere tra tre concetti fondamentali, e non due: la lingua, l’identità e il pubblico.
La lingua, per quanto amata, resta alla fin fine un mero strumento formale di comunicazione. L’identità, al contrario, è l’anima immortale. Il pubblico dei lettori, infine, è il destino finale dell’opera. Lo scrittore nordafricano che oggi sceglie per calcolo e per utilitarismo di scrivere in inglese non sta affatto vilmente vendendo la propria sacra identità nazionale, ma la sta faticosamente, riga dopo riga, rinegoziando con ogni singola, sudata frase che imprime sulla pagina bianca. Ma il vero, gigantesco problema non risiede tanto nella superficiale scelta meccanica della lingua commerciale, quanto piuttosto nel rapporto intimo e stilistico che l’autore instaura con la lingua che ha prescelto. Scrivi il testo in perfetto inglese operando audacemente dall’interno, oppure vi entri sommessamente passando di soppiatto dalla fredda porta sul retro? Il vero banco di prova è proprio questo: sei davvero in grado di trasformare, manipolare e “contaminare” quell’asettico inglese grammaticale con il tuo personalissimo e inebriante profumo marocchino? Riesci a trasportarvi all’interno il ritmo cantilenante, poetico e magico del Malhoun, il vociare caotico dei vicoli orientali e l’assordante silenzio notturno del deserto del Sahara? Oppure ti accontenti di scriverlo in modo freddo, asettico e distaccato, esattamente come lo scriverebbe un qualsiasi e noioso giornalista di cronaca residente a Londra? La differenza abissale e incolmabile tra queste due opzioni è esattamente la medesima, enorme differenza che intercorre tra l’alta letteratura e un banale resoconto di cronaca. «Quando penso al gravoso atto della scrittura in lingua inglese, mi viene immediatamente in mente un’immagine vivida: cammino a passo svelto lungo un’anonima strada trafficata di Barcellona, portando orgogliosamente in una mano una vecchia borsa traboccante di profumati e candidi gelsomini freschi, provenienti direttamente e segretamente dal giardino assolato di mia madre, in Marocco», spiega meravigliosamente Yarti. Il distratto mondo europeo circostante vede solo e unicamente un comunissimo uomo straniero che passa per strada. Ma lo scrittore, intimamente, sa perfettamente quale incredibile e odoroso tesoro ci sia nascosto dentro quella borsa, e sa perfettamente come il suo intenso e inebriante profumo africano cambi percezione a contatto con la gelida aria europea. Scrivere e pubblicare in inglese, per l’esule, significa metaforicamente aprire al pubblico quella borsa, offrendo audacemente e coraggiosamente il gelsomino in un vasto mercato internazionale che non ne ha mai conosciuto né compreso realmente il profumo. Forse, ammette l’autore, lungo l’impervio cammino della traduzione linguistica il fiore perderà inevitabilmente una piccola parte della sua inebriante fragranza originaria, ma arriverà finalmente e gloriosamente a destinazione. Perché scrivere ostinatamente della propria causa umana, del proprio incolmabile dolore e della propria scissa identità interiore in una lingua che non è affatto la propria, è pur sempre una battaglia sacrosanta, coraggiosamente combattuta su uno degli infiniti fronti culturali del nostro tempo. «Alla fine», conclude magistralmente e poeticamente Hassane Yarti, «il mio nobile e fiero arabo non si arrabbierà mai con me per aver semplicemente prestato, per un po’ di tempo, la mia voce umana all’inglese. Lui sa benissimo, esattamente come lo so profondamente io, che torneremo immancabilmente e visceralmente l’uno all’altro in quel preciso momento in cui nessun’altra lingua europea sarà capace di contenermi e confortarmi. Ovvero in quel tragico momento in cui, semplicemente, avrò un disperato bisogno di piangere».

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Cultura

Il barocco italiano a Dresda sbarca al Museo Napoleonico: opere tornano a Roma dopo trecento anni

Il genio dell’architettura barocca italiana torna finalmente a casa dopo ben 300 anni di esilio dorato! Dal 25 settembre 2026 fino al 10 gennaio 2027, i lussuosi saloni del Museo Napoleonico di Roma ospiteranno la prestigiosa e particolarissima mostra “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica per ammirare un inestimabile nucleo di disegni, progetti architettonici e bozzetti originali del XVIII secolo, custoditi gelosamente in Germania dal Landesamt für Denkmalpflege Sachsen. Il percorso in quattro sale svela il massiccio e geniale lavoro dei maestri italiani, come il celebre architetto romano Gaetano Chiaveri, che a metà del Settecento vennero assoldati alla corte di re Augusto III per trasformare la città di Dresda nella magnifica “Firenze sull’Elba”, costruendovi l’imponente cattedrale della Santissima Trinità (l’edificio più stilisticamente “romano” costruito a nord delle Alpi). In mostra, oltre ai preziosi progetti dei palazzi reali sassoni, spicca anche il più grande e rarissimo disegno attualmente conosciuto dell’artista Giovanni Antonio Pellegrini. Leggi tutti i dettagli sulle opere in esposizione, gli orari e il percorso delle sale nel nostro articolo 👇

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Gaetano Chiaveri (Roma 1689–1770 Foligno), Progetto ideale di un castello per la Sassonia, probabilmente 1736/37 © Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, il fotografo Sven Pank (Ente regionale per la tutela dei beni culturali della Sassonia)

Roma – Il fascino immortale, la magnificenza architettonica e la profonda influenza culturale dell’arte italiana nei secoli continuano a tessere fili invisibili ma solidissimi attraverso l’intera Europa. A celebrare uno dei momenti storici più floridi, suggestivi e affascinanti di questo scambio intellettuale internazionale arriva nella Capitale un evento espositivo di assoluto e primario rilievo.
A partire dalla giornata di venerdì 25 settembre 2026, e per l’intera durata della stagione autunnale e invernale (fino alla chiusura ufficiale prevista per domenica 10 gennaio 2027), i prestigiosi e lussuosi saloni del Museo Napoleonico si preparano a ospitare la particolarissima e ricercatissima mostra intitolata “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica e irripetibile per il pubblico romano: per la primissima volta dopo la bellezza di ben trecento lunghissimi anni, approda fisicamente nella Città Eterna una raffinatissima e preziosa selezione di capolavori assoluti del disegno architettonico europeo risalenti al XVIII secolo. La mostra raccoglie ed espone al grande pubblico un preziosissimo e inestimabile nucleo di delicati disegni originali, rilievi, studi e bozzetti tecnici realizzati a mano da abilissimi artisti, ingegneri e artigiani sia italiani che sassoni. Questa immensa e straordinaria collezione cartacea è gelosamente custodita in Germania, essendo regolarmente e stabilmente presente all’interno della vastissima e tutelata raccolta scientifica di proprietà del Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, ovvero l’autorevole e rigoroso Ente regionale preposto alla tutela e alla conservazione dei beni culturali e architettonici dello Stato della Sassonia. L’attesa esposizione d’arte, magistralmente e minuziosamente curata dai vertici dello stesso ente tedesco, è stata promossa e patrocinata istituzionalmente da Roma Capitale (attraverso l’Assessorato alla Cultura), dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e gode del prezioso e indispensabile sostegno finanziario e logistico del Ministero delle Infrastrutture e dello Sviluppo Territoriale della Sassonia, con tutti i servizi museali e di biglietteria gestiti in loco dalla ben nota Zètema Progetto Cultura.

Dresda, la Firenze sull’Elba: il sogno italiano di re Augusto III

Per comprendere appieno l’altissimo e inestimabile valore storico di questi fogli di carta millimetrata e inchiostro di china, è necessario compiere un avvincente tuffo nel passato, immergendosi nella vibrante atmosfera cortigiana della Germania di metà Settecento.
Alla metà del XVIII secolo, infatti, la maestosa città di Dresda si guadagnò l’impegnativo e lusinghiero appellativo di “Firenze sull’Elba”, proprio in virtù e in onore della sbalorditiva e abbagliante ricchezza dei suoi inestimabili tesori artistici e urbanistici. Sotto il lunghissimo, illuminato e pacifico regno del colto principe elettore Friedrich August II (che divenne anche re di Polonia assumendo il nome regale di August III) e della sua consorte, l’imperatrice Maria Giuseppa, la capitale della Sassonia divenne paradossalmente ma indiscutibilmente uno dei primissimi e più influenti centri propulsori della cultura, dello stile e del gusto italiano in assoluto a nord della catena delle Alpi. I due potenti e ricchissimi sovrani, letteralmente ossessionati e perdutamente appassionati delle bellezze della penisola italiana e amanti sfegatati della tradizionale “opera seria” musicale, non si limitarono banalmente a spendere fortune per collezionare, comprare e importare i classici capolavori della pittura italiana (rastrellando quadri di geni del calibro di Raffaello Sanzio, Correggio, Giorgione o del sommo Tiziano), ma fecero molto di più. Con paghe da capogiro e commesse reali faraoniche, i regnanti sassoni riuscirono abilmente a sedurre, attrarre e trasferire stabilmente alla corte di Dresda una moltitudine impressionante di ineguagliabili maestri e professionisti provenienti dal Bel Paese, tra cui rinomati compositori d’orchestra, cantanti lirici fenomenali, strumentisti di prim’ordine, poeti decadenti, abilissimi scenografi teatrali e geniali architetti di corte, dando vita a un vero e proprio “Rinascimento italiano” in terra di Germania.

Da Gaetano Chiaveri a Canaletto: l’impronta indelebile in Sassonia

L’intensissima, fervente e mondana vita culturale di questa ricca corte cattolica, incastonata geograficamente nel cuore profondo della rigida diaspora della Sassonia storicamente protestante, fu promossa, animata e guidata in modo politico e determinante anche dalla forte e radicata presenza dei gesuiti italiani.
Il simbolo architettonico, liturgico e assoluto di questa particolarissima e fortunata stagione teologica della Controriforma tedesca è senza ombra di dubbio la maestosa e imponente cattedrale della Santissima Trinità. L’immane edificio religioso fu solennemente e ufficialmente inaugurato nel 1751 seguendo pedissequamente e meticolosamente il grandioso progetto edilizio firmato dal formidabile architetto romano Gaetano Chiaveri, una mente brillante che ideò una struttura da molti storici moderni considerata unanimemente come “il singolo edificio stilisticamente più romano che esista a nord delle Alpi”. Nonostante i devastanti e gravissimi danni strutturali subiti in seguito ai tremendi e famigerati bombardamenti aerei alleati del 1945, il possente monumento religioso, dopo i restauri, caratterizza, domina e abbellisce ancora oggi l’intero panorama urbano e lo skyline della città di Dresda. Oltre all’edilizia religiosa, la corte di August III fu un formidabile e letale magnete dorato per i migliori talenti laici dell’epoca: pittori, stuccatori, musicisti di strada, ballerini professionisti e scaltri imprenditori teatrali provenienti dall’Italia si accamparono in Germania, attratti irresistibilmente dall’opulento splendore finanziario della cosiddetta “Età Augustea”. Spicca su tutti la fulgida e iconica figura del pittore di corte Bernardo Bellotto (noto a tutti con il soprannome di Canaletto), originario della splendida e acquitrinosa Venezia, le cui magnifiche, dettagliate e maniacali vedute urbane hanno il merito ineguagliabile di tramandare ai posteri, in modo oggettivo e fotografico, il perfetto aspetto topografico ed estetico della città tedesca di quel preciso periodo storico.

Il percorso in quattro sale: da Roma come modello ai palazzi reali

Il tortuoso e affascinante percorso espositivo organizzato al Museo Napoleonico attinge a piene mani dal tesoro della raccolta scientifica tedesca, strutturandosi in un itinerario logico e didattico rigorosamente suddiviso in quattro distinte sale tematiche.
Curiosamente, la mostra si svolge proprio mentre a Dresda è attualmente e parallelamente in corso d’opera un’ampia, speculare e gemellata retrospettiva espositiva dedicata interamente agli inestimabili dipinti di Correggio provenienti dall’Italia. Nella primissima sala romana, didascalicamente e programmaticamente intitolata “Roma come modello”, i curatori hanno allestito (oltre a una sintetica e chiara presentazione storica della città di Dresda), l’esposizione di sei incredibili e minuziosi disegni tecnici raffiguranti i dettagli plastici e interni di famosissime e barocche chiese romane: troviamo le maestose volute di Sant’Ivo alla Sapienza, gli stucchi di San Carlo alle Quattro Fontane e di Ss. Trinità dei Monti, assieme alle facciate di Villa Albani. Completano l’ambiente iniziale altri due enormi e imponenti fogli di carta: si tratta dell’audace opera giovanile di colui che sarebbe poi diventato il futuro e potente capo architetto sassone, Julius Heinrich Schwarze, il quale proprio a Roma studiò, ricopiò attentamente e rielaborò il famoso progetto stilistico di una chiesa a cupola partorito dalla mente di Filippo Juvarra, trasponendolo e declinandolo in seguito in un proprio progetto di chiesa a Dresda. La seconda, luminosissima sala espositiva è invece interamente e giustamente dedicata alla delicatissima e colossale fase di costruzione muraria della nuova chiesa cattolica di corte a Dresda, ideata dal già citato architetto romano Gaetano Chiaveri. Spiccano in bacheca otto complessi e perfetti fogli progettuali di Chiaveri stesso e dei suoi vari collaboratori. L’opera principe e regina incontrastata di questa specifica sala è però il bellissimo disegno a colori pastello raffigurante l’altare dell’Annunciazione in Sant’Ignazio, magistralmente realizzato dalla rinomata cerchia di Anton Raphael Mengs e destinato a fungere da bozzetto e modello pratico per un sontuoso altare in terra sassone. Anche la terza stanza è un chiaro tributo istituzionale alla figura chiave di Gaetano Chiaveri: i visitatori potranno ammirarvi un totale di ben dieci stupefacenti disegni (alcuni dei quali di formati straordinariamente grandi e srotolati su grandi tavoli illuminati), che rappresentano vividamente i complessi progetti ingegneristici per l’edificazione di un nuovo e immenso palazzo reale, destinato agli ozi e all’amministrazione del principe elettore di Sassonia. L’ultima e quarta sala, infine, si intitola in modo emblematico “Gli italiani a Dresda”. Ospita e protegge dodici rarissimi disegni originali che non mostrano soltanto i freddi progetti per le imponenti architetture o le loro sfarzose decorazioni artistiche e scultoree, ma ritraggono sorprendentemente anche frammenti di vita quotidiana e le reali condizioni abitative degli operai in città. Assolutamente degni di nota e imperdibili per la storia dell’arte europea risultano essere i dettagliati progetti redatti da Giuseppe Galli Bibiena per la complicata e grandiosa decorazione del soffitto della chiesa cattolica di corte. Ma il vero e indiscusso “pezzo forte” conclusivo dell’intera mostra è un gigantesco e rarissimo progetto a mano libera siglato da Giovanni Antonio Pellegrini, concepito per le sue strabilianti e colossali decorazioni pittoriche all’interno dello Zwinger di Dresda: un manufatto delicatissimo che è, a oggi, universalmente considerato e catalogato dai critici e dagli archivisti d’arte come il più grande, integro e vasto disegno artistico attualmente conosciuto e pervenuto del maestro. Un frammento di carta e di assoluto genio umano che, dopo quasi trecento lunghissimi anni di esilio dorato, fa finalmente il suo commovente e meritato ritorno nella sua patria natia.

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