LA GENTE È TUTTA MATTA O COSA? | FILO DIRETTO CON I LETTORI DI ALESSANDRA HROPICH
- Scritto da Alessandra Hropich
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Redazione- Alessandra, ma dimmi tu: non ti sembra che ormai il mondo sia impazzito del tutto? Ovunque vado mi sembra di vedere solo gente nervosa, scontrosa, pronta a litigare per nulla. A lavoro, a scuola, in famiglia, persino al supermercato o in macchina: è come se tutti fossero sul punto di esplodere, come se la calma e il rispetto non esistessero più. Non si cede più il posto a chi ne ha bisogno, nessuno aiuta un anziano in difficoltà, e l’indifferenza è diventata la normalità. Anche quando una persona sta male — e si vede, si capisce — nessuno si muove per aiutarla. È come se la sofferenza non toccasse più nessuno, come se tutti fossero troppo presi da sé stessi per provare un minimo di compassione. Una volta bastava uno sguardo per capire che qualcuno aveva bisogno; oggi, invece, sembra che la gente preferisca voltarsi dall’altra parte. E intanto, le patologie psichiatriche aumentano: ansia, depressione, disturbi dell’umore, rabbia repressa. Ovunque si sente parlare di burnout, di stress cronico, di fragilità emotiva, come se la mente collettiva stesse davvero cedendo sotto il peso di questa vita frenetica e disumana. E poi ci sono i brutti fatti di cronaca, che ogni giorno leggiamo sui giornali o vediamo in TV: violenze, aggressioni, omicidi, famiglie distrutte per futili motivi. Sembra che la rabbia e la follia si siano infiltrate ovunque, come un virus invisibile che contagia la società intera. Non passa giorno senza che arrivi una notizia capace di lasciare sgomenti, di far pensare che l’equilibrio, la ragione e l’umanità stiano sparendo. Mi chiedo: è davvero questa la società in cui viviamo? È possibile che la gente si sia così disabituata all’empatia da non accorgersi più nemmeno della sofferenza o della stanchezza degli altri? O sono io che, cercando ancora equilibrio e gentilezza, mi sento fuori posto in un mondo impazzito?
Carlo da Potenza
Non tutti sono criminali o pazzi, ma la società, di fronte a un grave fatto di cronaca, tende sempre a dire che il colpevole è un pazzo, un malato di mente, uno squilibrato. Esiste un urgente bisogno di classificare gli altri. Dire: “Quello è pazzo” mette un punto fermo sulla condizione di chi si macchia di un delitto. Ricordo quando, da poco laureata, mi trovai in un negozio di alimentari dove una donna dallo sguardo inquietante mi fissava con insistenza. All’improvviso afferrò un pesante e pericoloso oggetto con l’intento di colpirmi, ma il gestore, su mia precisa sollecitazione, intervenne subito per fermarla. Era evidente che si trattava di una persona squilibrata.
Ma non tutti sono pazzi: spesso dietro comportamenti inspiegabili si nascondono menti sofferenti, che la società non sa riconoscere. Tutti parlano di follia, quasi nessuno parla invece della cattiveria delle persone che, pur non essendo malate, provano un piacere sottile nel vedere gli altri soffrire. Bollare qualcuno come “pazzo” è più sbrigativo e rassicurante.
Mi chiedono spesso se si nasce cattivi o se lo si diventa. Io rispondo sempre: entrambe le cose. La frustrazione, l’invidia, l’insoddisfazione spingono molti a desiderare il male altrui, anche solo con pensieri, parole o piccole azioni quotidiane. Ci sono persone cattive che distruggono lentamente, giorno dopo giorno, con atteggiamenti subdoli e manipolatori. La cattiveria è invisibile, ma solo chi è attento e sensibile riesce a riconoscerla.
La cronaca giudiziaria tende a spiegare tutto con la follia o con l’inclinazione al crimine, ma raramente parla della cattiveria consapevole: quella volontà di nuocere che non nasce da una mente malata, bensì da un’anima avvelenata. Essere cattivi, infatti, non significa sempre commettere un reato: spesso è sufficiente restare indifferenti, non tendere la mano, godere in silenzio delle disgrazie altrui o, peggio ancora, alimentarle.
La cattiveria può essere silenziosa, ma non per questo meno distruttiva: vive nell’invidia, nell’apatia, nella mancanza di empatia che oggi sembrano contagiare il mondo.
E allora viene da chiedersi: è meno colpevole chi ti uccide lentamente, psicologicamente, senza lasciare tracce?
Forse no.
L’odio verso l’altro è diventato il motore oscuro di una società che si illude di essere unita, ma che in realtà si tiene insieme solo nel male.
L’ amore, i sentimenti, la solidarietà resistono poco; l’odio, invece, sembra non avere mai fine, e possiede una forza più duratura e contagiosa.
Leggiamo ogni giorno storie di amori che finiscono, ma quasi mai storie di odi che si estinguono.
Forse perché agli esseri umani, da sempre, riesce più facile distruggere che costruire.

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