FAMIGLIE FRAGILI E ALLONTANAMENTO DEI MINORI: SERVE UNA PRESA IN CARICO EDUCATIVA, NON UNA FRATTURA IMPROVVISA
- Scritto da Dott.ssa Assunta Di Basilico
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Redazione- In qualità di membro dell’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, membro APEI associazione educatori e pedagogisti italiani, Presidente Associazione Essere Oltre, ho avuto modo di condividere, insieme alla Presidente Nadia Di Rocco, associazione QBRF, e al team degli avvocati che collabora con la nostra realtà, una riflessione approfondita su uno dei temi più delicati e dolorosi del nostro tempo: la gestione delle situazioni familiari critiche che possono condurre all’allontanamento dei figli dal proprio nucleo di origine.
Nel confronto svolto, abbiamo ritenuto necessario considerare e valorizzare con grande attenzione le condizioni di fragilità che interessano molte famiglie, interrogandoci non soltanto sulle difficoltà che emergono, ma soprattutto su come arginare il problema in modo più serio, più umano e più competente. La questione, infatti, non riguarda soltanto il provvedimento finale, ma l’intero impianto di lettura, accompagnamento e intervento che precede o accompagna decisioni tanto incisive sul piano affettivo, educativo e relazionale.
Quando una famiglia vive condizioni di disordine, sofferenza, precarietà educativa o difficoltà genitoriali, non ci si trova dinanzi a un semplice caso da esaminare in modo frettoloso, ma dinanzi a una realtà complessa che richiede osservazione, tempo, competenza e presenza professionale stabile. Ogni nucleo familiare presenta una storia, un equilibrio interno, ferite pregresse, risorse residue e possibilità evolutive che non possono essere comprese attraverso letture parziali o interventi privi di continuità.
La tutela del minore resta, senza dubbio, il punto prioritario. Tuttavia, proprio perché il superiore interesse del bambino deve essere realmente protetto, diventa essenziale interrogarsi sulla qualità dei percorsi che vengono attivati prima, durante e dopo i momenti di crisi. In molti casi, infatti, il rischio non è soltanto quello del disagio familiare già esistente, ma anche quello di produrre ulteriori fratture laddove non si sia investito abbastanza in prevenzione, accompagnamento e rieducazione delle competenze genitoriali.
Da qui nasce una convinzione che, come associazione QBRF, insieme all’associazione Essere Oltre ets, e ad altri movimenti familiari, abbiamo ritenuto importante evidenziare: occorre una più chiara e rigorosa riorganizzazione dei ruoli professionali preposti a tali contesti, in collaborazione con gli avvocati e con le altre figure coinvolte, ma nel rispetto delle competenze specifiche che ciascun ambito richiede. La dimensione giuridica è certamente necessaria, così come lo è il raccordo con le ulteriori professionalità annesse ai percorsi di tutela; ma il lavoro diretto con le famiglie, nei loro ambienti di vita, nei domicili e, quando necessario, anche nelle case famiglia, appartiene in modo centrale all’area educativa e pedagogica.
Sono infatti gli educatori professionali e i pedagogisti le figure chiamate a leggere il bisogno educativo, osservare le dinamiche relazionali, sostenere i genitori nelle loro fragilità, monitorare i comportamenti, orientare il cambiamento e verificare se esistano reali possibilità di recupero del legame e delle funzioni genitoriali. L’educatore opera nella concretezza della vita quotidiana, entra nei contesti, osserva le interazioni, accompagna, rileva criticità e risorse. Il pedagogista, con la sua funzione di supervisione, di indirizzo metodologico e di valutazione, assicura coerenza al percorso, profondità interpretativa e una progettazione educativa non improvvisata.
Questa distinzione non è formale, ma sostanziale. Dove i ruoli non sono sufficientemente chiari, dove le competenze vengono sovrapposte o disperse, dove manca una regia pedagogica forte, si rischia di indebolire proprio il lavoro di recupero che potrebbe fare la differenza. E quando si indebolisce la qualità della presa in carico, il prezzo più alto lo pagano i bambini e le famiglie, che si ritrovano spesso dentro processi vissuti come traumatici, poco comprensibili e difficilmente rielaborabili.
Lavorare con le famiglie fragili non significa giustificare il disordine o ignorare le criticità. Significa, al contrario, affrontarle con strumenti adeguati, con presenza qualificata e con un progetto che non si limiti a fotografare il problema, ma tenti di trasformarlo. Significa intervenire nei domicili quando vi siano margini per sostenere il nucleo nel proprio ambiente, e operare anche nelle case famiglia, laddove ciò si renda necessario, con la medesima attenzione alla continuità educativa, alla relazione e alla possibilità di ricostruzione.
L’allontanamento di un minore, quando inevitabile, non dovrebbe mai essere pensato come un gesto isolato e autosufficiente, ma come parte di un percorso più ampio, nel quale il bambino venga protetto e, nello stesso tempo, la famiglia venga studiata, accompagnata e, ove possibile, aiutata a recuperare equilibrio, consapevolezza e responsabilità. Senza questo lavoro, il rischio è che il provvedimento si esaurisca nella separazione, senza generare una vera evoluzione del contesto familiare.
Dal tavolo di riflessione condiviso con la Presidente Nadia Di Rocco, con l’Avv. Guendalina Chiesi, con la Dott.ssa Francesca Lissandrello Psicologa e Criminologa, con la Dott.ssa Assunta Di Basilico Educatrice, Pedagogista, Psicologa e Mediatrice Familiare, e con il team degli avvocati, è emersa una convinzione precisa: non basta prendere atto delle condizioni critiche, ma occorre valorizzare ogni strada utile a contenerle, riorganizzando i percorsi professionali in modo più efficace, più ordinato nelle competenze e più rispondente ai bisogni concreti delle famiglie e dei minori.
Una società matura non dovrebbe attendere il punto di rottura per intervenire. Dovrebbe, invece, rafforzare una cultura della prevenzione educativa, della supervisione pedagogica e della presa in carico competente, affinché le famiglie possano essere aiutate prima che la crisi diventi insanabile e i bambini possano essere tutelati senza essere travolti da ulteriori fratture affettive.
Proteggere un minore è un dovere. Ma proteggere, quando possibile, significa anche comprendere, accompagnare, vigilare, rieducare e ricostruire. Ed è in questo orizzonte che il ruolo degli educatori e dei pedagogisti deve tornare ad avere centralità, chiarezza e riconoscimento operativo nei contesti familiari più fragili.
