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Cultura

Tra due lingue e nessuna: l’esilio interiore degli scrittori arabi e la sfida dell’inglese

Qual è il vero significato dell’esilio per uno scrittore? Non è solo la perdita fisica della propria terra, ma è il dramma intimo e lacerante di dover rinunciare alla propria lingua madre per farsi ascoltare dal mondo. Il meraviglioso e struggente manifesto letterario di Hassane Yarti (scrittore marocchino emigrato in Spagna) intitolato “Tra due lingue e nessuna”, affronta magnificamente il dilemma che lacera migliaia di intellettuali arabi della diaspora. L’autore paragona la sua nobile e amata lingua araba a una “pietra pesante” in gola: bellissima, ma incapace di abbattere i muri editoriali e gli algoritmi internazionali che impongono commercialmente l’uso dell’inglese. Yarti descrive il suo doloroso bivio: rifugiarsi nell’arabo diventando inascoltato in Europa, oppure “contaminare” e forzare l’inglese per raccontare i colori e le sofferenze del Marocco? La sua è una sublime metafora di sopravvivenza culturale: “Porto il gelsomino del giardino di mia madre in una borsa per le strade di Barcellona. Scrivere in inglese significa aprire quella borsa in un mercato europeo. Il fiore perderà un po’ del suo profumo, ma arriverà a destinazione”. Leggi la sua splendida e poetica riflessione sul colonialismo culturale, sull’identità e sul vero significato della letteratura nel nostro approfondimento 👇

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Hassane Yarti - Marocco & Spagna

Redazione – L’esilio umano non si consuma esclusivamente, e in maniera dolorosamente fisica, nell’abbandono forzato o volontario della propria terra d’origine per cercare fortuna e pace altrove. La forma di espatrio più profonda, lacerante e invisibile è quella che si consuma silenziosamente e intimamente nel petto e nella mente di uno scrittore quando è costretto a dover scegliere con quale voce comunicare al mondo il proprio dolore. A sollevare magnificamente e poeticamente questo delicatissimo tema esistenziale è l’intellettuale e scrittore Hassane Yarti, autore marocchino trapiantato in Spagna, attraverso un toccante manifesto letterario significativamente e drammaticamente intitolato “Tra due lingue e nessuna!”.
La struggente riflessione dell’autore si apre con un’immagine fisica, cruda e potentissima, che rende perfettamente l’idea dell’impasse culturale vissuto da migliaia di migranti: l’arabo, la sua lingua madre, la sua culla genetica e identitaria, pesa inesorabilmente e costantemente nella sua gola “come una pietra pesante”. L’interrogativo che stritola l’anima dell’autore è un dilemma universale e apparentemente insolubile: se l’arabo fatica in modo cronico a trovare il proprio posto in un mondo globale, spietato e distratto, che parla ormai quasi esclusivamente con un’altra voce dominante e massificata, come può un autore nordafricano utilizzare proprio quella lingua originaria per costruire un solido ponte empatico verso coloro che non sono geneticamente e culturalmente in grado di ascoltarla? Eppure, il bisogno carnale e vitale di esprimersi resta insopprimibile. Lo scrittore sente l’urgenza viscerale di dover raccontare ostinatamente all’altro la propria complessa esistenza, quella di un fiero cittadino marocchino che vive sospeso, straziato e perennemente in bilico tra due idiomi che sembrano non incontrarsi e non conciliarsi mai, se non all’interno del suo stesso petto, costantemente gravato dal peso insopportabile di entrambe le culture. Per un intellettuale della diaspora, infatti, fuggire codardamente in una direzione o nell’altra significa condannarsi a un inevitabile esilio. Il silenzio assoluto è esso stesso l’esilio definitivo, ma anche decidere freddamente di scrivere i propri testi in lingua inglese significa, in un certo qual senso, essere brutalmente bandito e tradotto in una lingua straniera che non ti ha cresciuto, cullato e nutrito. Dunque, l’amletico dubbio si ripropone: rimanere fiero ma inascoltato prigioniero del proprio bellissimo e ricco arabo, oppure presentare, attraverso la propria intima frattura, una formale richiesta d’asilo linguistico all’inglese, la spietata lingua che è diventata l’idioma commerciale del mondo?

Il dibattito culturale nella diaspora: l’anima o la grammatica?

Questa profonda lacerazione interiore non è affatto un caso umano e letterario isolato, ma si inserisce in un solco polemico ben più ampio e strutturato. Di tanto in tanto, infatti, negli accesi e ferventi ambienti intellettuali e culturali dell’ampia diaspora marocchina sparsa per l’Europa, emerge ciclicamente e prepotentemente una domanda estremamente provocatoria e divisiva: quale natura letteraria, identitaria e spirituale possiede realmente la scrittura degli autori arabi contemporanei che decidono, per calcolo o per necessità, di esprimersi in altre lingue occidentali, e in particolar modo in inglese?
Si tratta innegabilmente di una domanda cruciale che si è storicamente intensificata negli ultimissimi anni, correndo parallelamente alle imponenti, drammatiche e vaste ondate migratorie globali. Moltissimi intellettuali, poeti e romanzieri nordafricani si sono infatti ritrovati fisicamente sradicati, catapultati in Paesi del Nord del mondo totalmente indifferenti al loro nobile arabo, sordi al loro antico dialetto amazigh (berbero) e persino al loro spagnolo acquisito, una lingua conquistata faticosamente attraverso sudore e notti insonni di studio. Ed è così prepotentemente emersa un’altra durissima e complessa domanda, per nulla meno urgente della precedente: la letteratura prodotta e scritta interamente in lingua inglese da un cittadino marocchino può ancora essere legittimamente definita, etichettata e studiata come “letteratura marocchina”? Oppure si tratta freddamente e semplicemente di un algido prestito culturale, un travaso di concetti riversato artificialmente in un asettico stampo straniero? Chiunque osservi criticamente e attentamente l’attuale, vivace panorama culturale della diaspora marocchina noterà immediatamente l’esistenza di due rigidi schieramenti accademici che non si incontrano e non dialogano mai. Il primo schieramento sostiene a spada tratta che l’anima umana, e dunque letteraria, rimane sempre ed eternamente la stessa, indipendentemente dalla lingua specifica in cui essa decida di parlare. Secondo questa fazione, quando un autore marocchino descrive magistralmente il profumo inebriante del pane appena cotto sulla brace, quando dipinge un vicolo stretto e brulicante della medina di Fès o di Tétouan, o quando canta il dolore lancinante dell’esilio burocratico che nessun permesso di soggiorno europeo potrà mai guarire, quella resta indiscutibilmente letteratura marocchina, pura e totalmente integra, anche se è stata materialmente plasmata e scritta utilizzando l’alfabeto occidentale di Shakespeare. L’altro opposto e conservatore schieramento, invece, affida l’intera e spinosa questione identitaria esclusivamente alla lingua d’origine, sostenendo che l’arabo formale, l’amazigh rurale o la darija popolare siano l’unico, vero e insostituibile grembo materno dal quale può e deve nascere la letteratura nazionale, e che ogni testo letterario partorito al di fuori di questo sacro recinto linguistico debba essere inevitabilmente considerato come un figlio orfano, totalmente privo di sangue, storia e discendenza.

L’imposizione degli algoritmi e il peso del colonialismo digitale

La cruda realtà intellettuale, come spesso e volentieri accade, si posiziona silenziosamente nel mezzo. Sembra infatti che entrambe le barricate accademiche custodiscano intimamente una preziosa parte della verità, senza però possederla interamente ed esclusivamente.
Affinché una letteratura possa essere percepita come autenticamente e visceralmente marocchina, in pura teoria linguistica essa dovrebbe effettivamente e logicamente scaturire e abbeverarsi dalla lingua radicata in quella specifica terra africana. D’altra parte, però, non bisogna mai dimenticare che la vocazione primaria, la spinta vitale e lo scopo ultimo della stessa letteratura è quella fisiologica di dover essere letta e ascoltata, di dover arrivare a destinazione, di riuscire a toccare un cuore che batte in un’altra stanza, o magari in un altro continente di questo pianeta sconfinato. Quando uno sradicato scrittore marocchino che vive la sua complessa quotidianità in Spagna avverte l’urgenza di dire al mondo intero: «Io sono ancora qui, esisto, e porto orgogliosamente con me tutto questo bellissimo e gravoso peso interiore», quale lingua e quale strumento dovrebbe materialmente scegliere? Lo spagnolo rappresenta inevitabilmente la lingua pragmatica del Paese ospitante in cui vive fisicamente. L’inglese rappresenta pragmaticamente la potente, universale e cinica lingua dell’epoca moderna in cui si trova a vivere. L’arabo, invece, rappresenta l’insostituibile e ancestrale lingua della madre, l’idioma segreto che lo chiama e lo culla dolcemente nei sogni notturni. È qui che Yarti introduce una riflessione storica geniale e spietata sul concetto di dominazione: quando, nel secolo scorso, la dura e affascinante lingua francese fu storicamente e politicamente imposta a tutto il Marocco durante il periodo del Protettorato, si trattò storicamente di un’imposizione fisica, brutale ed esplicita, esercitata con prepotenza logistica attraverso l’uso delle armi militari e i timbri della burocrazia dell’amministrazione coloniale. L’onnipresente inglese di oggi, invece, costituisce a tutti gli effetti un’imposizione linguistica e culturale infinitamente più subdola, silenziosa e spietata. Una dittatura moderna esercitata cinicamente attraverso gli insindacabili e invisibili algoritmi della gigantesca editoria internazionale, attraverso le imperscrutabili piattaforme e dinamiche dei social media e tramite i consigli d’amministrazione delle colossali case editrici mondiali, che decidono letteralmente e spietatamente chi debba essere stampato e letto, e chi, invece, debba inevitabilmente rimanere confinato nell’ombra polverosa dell’anonimato. Lo scrittore marocchino contemporaneo che vive a Siviglia, a Madrid o nella caotica Barcellona si trova perennemente, costantemente e angosciosamente davanti a un bivio esistenziale che, in realtà, presenta ben tre, e non due, direzioni possibili: scegliere di scrivere nella comfort zone dell’arabo per raggiungere esclusivamente coloro che già lo comprendono empaticamente; scrivere in fluido spagnolo per poter finalmente entrare in un mercato locale, per quanto vasto ed economicamente ampio esso possa essere; oppure scrivere audacemente in inglese per lanciare la propria personale e piccola rete nell’intero, tempestoso ma sterminato mare del mercato globale. Ma la domanda che logora l’anima è sempre la stessa: che cosa perde irreparabilmente di se stesso l’autore, ogni singola volta che compie una dolorosa scelta linguistica?

Identità, gelsomini e il ritorno alla lingua madre per poter piangere

L’autore marocchino suggerisce lucidamente e brillantemente che, per uscire dal vicolo cieco del dibattito, dobbiamo necessariamente distinguere tra tre concetti fondamentali, e non due: la lingua, l’identità e il pubblico.
La lingua, per quanto amata, resta alla fin fine un mero strumento formale di comunicazione. L’identità, al contrario, è l’anima immortale. Il pubblico dei lettori, infine, è il destino finale dell’opera. Lo scrittore nordafricano che oggi sceglie per calcolo e per utilitarismo di scrivere in inglese non sta affatto vilmente vendendo la propria sacra identità nazionale, ma la sta faticosamente, riga dopo riga, rinegoziando con ogni singola, sudata frase che imprime sulla pagina bianca. Ma il vero, gigantesco problema non risiede tanto nella superficiale scelta meccanica della lingua commerciale, quanto piuttosto nel rapporto intimo e stilistico che l’autore instaura con la lingua che ha prescelto. Scrivi il testo in perfetto inglese operando audacemente dall’interno, oppure vi entri sommessamente passando di soppiatto dalla fredda porta sul retro? Il vero banco di prova è proprio questo: sei davvero in grado di trasformare, manipolare e “contaminare” quell’asettico inglese grammaticale con il tuo personalissimo e inebriante profumo marocchino? Riesci a trasportarvi all’interno il ritmo cantilenante, poetico e magico del Malhoun, il vociare caotico dei vicoli orientali e l’assordante silenzio notturno del deserto del Sahara? Oppure ti accontenti di scriverlo in modo freddo, asettico e distaccato, esattamente come lo scriverebbe un qualsiasi e noioso giornalista di cronaca residente a Londra? La differenza abissale e incolmabile tra queste due opzioni è esattamente la medesima, enorme differenza che intercorre tra l’alta letteratura e un banale resoconto di cronaca. «Quando penso al gravoso atto della scrittura in lingua inglese, mi viene immediatamente in mente un’immagine vivida: cammino a passo svelto lungo un’anonima strada trafficata di Barcellona, portando orgogliosamente in una mano una vecchia borsa traboccante di profumati e candidi gelsomini freschi, provenienti direttamente e segretamente dal giardino assolato di mia madre, in Marocco», spiega meravigliosamente Yarti. Il distratto mondo europeo circostante vede solo e unicamente un comunissimo uomo straniero che passa per strada. Ma lo scrittore, intimamente, sa perfettamente quale incredibile e odoroso tesoro ci sia nascosto dentro quella borsa, e sa perfettamente come il suo intenso e inebriante profumo africano cambi percezione a contatto con la gelida aria europea. Scrivere e pubblicare in inglese, per l’esule, significa metaforicamente aprire al pubblico quella borsa, offrendo audacemente e coraggiosamente il gelsomino in un vasto mercato internazionale che non ne ha mai conosciuto né compreso realmente il profumo. Forse, ammette l’autore, lungo l’impervio cammino della traduzione linguistica il fiore perderà inevitabilmente una piccola parte della sua inebriante fragranza originaria, ma arriverà finalmente e gloriosamente a destinazione. Perché scrivere ostinatamente della propria causa umana, del proprio incolmabile dolore e della propria scissa identità interiore in una lingua che non è affatto la propria, è pur sempre una battaglia sacrosanta, coraggiosamente combattuta su uno degli infiniti fronti culturali del nostro tempo. «Alla fine», conclude magistralmente e poeticamente Hassane Yarti, «il mio nobile e fiero arabo non si arrabbierà mai con me per aver semplicemente prestato, per un po’ di tempo, la mia voce umana all’inglese. Lui sa benissimo, esattamente come lo so profondamente io, che torneremo immancabilmente e visceralmente l’uno all’altro in quel preciso momento in cui nessun’altra lingua europea sarà capace di contenermi e confortarmi. Ovvero in quel tragico momento in cui, semplicemente, avrò un disperato bisogno di piangere».

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Cultura

Il barocco italiano a Dresda sbarca al Museo Napoleonico: opere tornano a Roma dopo trecento anni

Il genio dell’architettura barocca italiana torna finalmente a casa dopo ben 300 anni di esilio dorato! Dal 25 settembre 2026 fino al 10 gennaio 2027, i lussuosi saloni del Museo Napoleonico di Roma ospiteranno la prestigiosa e particolarissima mostra “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica per ammirare un inestimabile nucleo di disegni, progetti architettonici e bozzetti originali del XVIII secolo, custoditi gelosamente in Germania dal Landesamt für Denkmalpflege Sachsen. Il percorso in quattro sale svela il massiccio e geniale lavoro dei maestri italiani, come il celebre architetto romano Gaetano Chiaveri, che a metà del Settecento vennero assoldati alla corte di re Augusto III per trasformare la città di Dresda nella magnifica “Firenze sull’Elba”, costruendovi l’imponente cattedrale della Santissima Trinità (l’edificio più stilisticamente “romano” costruito a nord delle Alpi). In mostra, oltre ai preziosi progetti dei palazzi reali sassoni, spicca anche il più grande e rarissimo disegno attualmente conosciuto dell’artista Giovanni Antonio Pellegrini. Leggi tutti i dettagli sulle opere in esposizione, gli orari e il percorso delle sale nel nostro articolo 👇

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Gaetano Chiaveri (Roma 1689–1770 Foligno), Progetto ideale di un castello per la Sassonia, probabilmente 1736/37 © Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, il fotografo Sven Pank (Ente regionale per la tutela dei beni culturali della Sassonia)

Roma – Il fascino immortale, la magnificenza architettonica e la profonda influenza culturale dell’arte italiana nei secoli continuano a tessere fili invisibili ma solidissimi attraverso l’intera Europa. A celebrare uno dei momenti storici più floridi, suggestivi e affascinanti di questo scambio intellettuale internazionale arriva nella Capitale un evento espositivo di assoluto e primario rilievo.
A partire dalla giornata di venerdì 25 settembre 2026, e per l’intera durata della stagione autunnale e invernale (fino alla chiusura ufficiale prevista per domenica 10 gennaio 2027), i prestigiosi e lussuosi saloni del Museo Napoleonico si preparano a ospitare la particolarissima e ricercatissima mostra intitolata “Il barocco italiano a Dresda”. Si tratta di un’occasione letteralmente unica e irripetibile per il pubblico romano: per la primissima volta dopo la bellezza di ben trecento lunghissimi anni, approda fisicamente nella Città Eterna una raffinatissima e preziosa selezione di capolavori assoluti del disegno architettonico europeo risalenti al XVIII secolo. La mostra raccoglie ed espone al grande pubblico un preziosissimo e inestimabile nucleo di delicati disegni originali, rilievi, studi e bozzetti tecnici realizzati a mano da abilissimi artisti, ingegneri e artigiani sia italiani che sassoni. Questa immensa e straordinaria collezione cartacea è gelosamente custodita in Germania, essendo regolarmente e stabilmente presente all’interno della vastissima e tutelata raccolta scientifica di proprietà del Landesamt für Denkmalpflege Sachsen, ovvero l’autorevole e rigoroso Ente regionale preposto alla tutela e alla conservazione dei beni culturali e architettonici dello Stato della Sassonia. L’attesa esposizione d’arte, magistralmente e minuziosamente curata dai vertici dello stesso ente tedesco, è stata promossa e patrocinata istituzionalmente da Roma Capitale (attraverso l’Assessorato alla Cultura), dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e gode del prezioso e indispensabile sostegno finanziario e logistico del Ministero delle Infrastrutture e dello Sviluppo Territoriale della Sassonia, con tutti i servizi museali e di biglietteria gestiti in loco dalla ben nota Zètema Progetto Cultura.

Dresda, la Firenze sull’Elba: il sogno italiano di re Augusto III

Per comprendere appieno l’altissimo e inestimabile valore storico di questi fogli di carta millimetrata e inchiostro di china, è necessario compiere un avvincente tuffo nel passato, immergendosi nella vibrante atmosfera cortigiana della Germania di metà Settecento.
Alla metà del XVIII secolo, infatti, la maestosa città di Dresda si guadagnò l’impegnativo e lusinghiero appellativo di “Firenze sull’Elba”, proprio in virtù e in onore della sbalorditiva e abbagliante ricchezza dei suoi inestimabili tesori artistici e urbanistici. Sotto il lunghissimo, illuminato e pacifico regno del colto principe elettore Friedrich August II (che divenne anche re di Polonia assumendo il nome regale di August III) e della sua consorte, l’imperatrice Maria Giuseppa, la capitale della Sassonia divenne paradossalmente ma indiscutibilmente uno dei primissimi e più influenti centri propulsori della cultura, dello stile e del gusto italiano in assoluto a nord della catena delle Alpi. I due potenti e ricchissimi sovrani, letteralmente ossessionati e perdutamente appassionati delle bellezze della penisola italiana e amanti sfegatati della tradizionale “opera seria” musicale, non si limitarono banalmente a spendere fortune per collezionare, comprare e importare i classici capolavori della pittura italiana (rastrellando quadri di geni del calibro di Raffaello Sanzio, Correggio, Giorgione o del sommo Tiziano), ma fecero molto di più. Con paghe da capogiro e commesse reali faraoniche, i regnanti sassoni riuscirono abilmente a sedurre, attrarre e trasferire stabilmente alla corte di Dresda una moltitudine impressionante di ineguagliabili maestri e professionisti provenienti dal Bel Paese, tra cui rinomati compositori d’orchestra, cantanti lirici fenomenali, strumentisti di prim’ordine, poeti decadenti, abilissimi scenografi teatrali e geniali architetti di corte, dando vita a un vero e proprio “Rinascimento italiano” in terra di Germania.

Da Gaetano Chiaveri a Canaletto: l’impronta indelebile in Sassonia

L’intensissima, fervente e mondana vita culturale di questa ricca corte cattolica, incastonata geograficamente nel cuore profondo della rigida diaspora della Sassonia storicamente protestante, fu promossa, animata e guidata in modo politico e determinante anche dalla forte e radicata presenza dei gesuiti italiani.
Il simbolo architettonico, liturgico e assoluto di questa particolarissima e fortunata stagione teologica della Controriforma tedesca è senza ombra di dubbio la maestosa e imponente cattedrale della Santissima Trinità. L’immane edificio religioso fu solennemente e ufficialmente inaugurato nel 1751 seguendo pedissequamente e meticolosamente il grandioso progetto edilizio firmato dal formidabile architetto romano Gaetano Chiaveri, una mente brillante che ideò una struttura da molti storici moderni considerata unanimemente come “il singolo edificio stilisticamente più romano che esista a nord delle Alpi”. Nonostante i devastanti e gravissimi danni strutturali subiti in seguito ai tremendi e famigerati bombardamenti aerei alleati del 1945, il possente monumento religioso, dopo i restauri, caratterizza, domina e abbellisce ancora oggi l’intero panorama urbano e lo skyline della città di Dresda. Oltre all’edilizia religiosa, la corte di August III fu un formidabile e letale magnete dorato per i migliori talenti laici dell’epoca: pittori, stuccatori, musicisti di strada, ballerini professionisti e scaltri imprenditori teatrali provenienti dall’Italia si accamparono in Germania, attratti irresistibilmente dall’opulento splendore finanziario della cosiddetta “Età Augustea”. Spicca su tutti la fulgida e iconica figura del pittore di corte Bernardo Bellotto (noto a tutti con il soprannome di Canaletto), originario della splendida e acquitrinosa Venezia, le cui magnifiche, dettagliate e maniacali vedute urbane hanno il merito ineguagliabile di tramandare ai posteri, in modo oggettivo e fotografico, il perfetto aspetto topografico ed estetico della città tedesca di quel preciso periodo storico.

Il percorso in quattro sale: da Roma come modello ai palazzi reali

Il tortuoso e affascinante percorso espositivo organizzato al Museo Napoleonico attinge a piene mani dal tesoro della raccolta scientifica tedesca, strutturandosi in un itinerario logico e didattico rigorosamente suddiviso in quattro distinte sale tematiche.
Curiosamente, la mostra si svolge proprio mentre a Dresda è attualmente e parallelamente in corso d’opera un’ampia, speculare e gemellata retrospettiva espositiva dedicata interamente agli inestimabili dipinti di Correggio provenienti dall’Italia. Nella primissima sala romana, didascalicamente e programmaticamente intitolata “Roma come modello”, i curatori hanno allestito (oltre a una sintetica e chiara presentazione storica della città di Dresda), l’esposizione di sei incredibili e minuziosi disegni tecnici raffiguranti i dettagli plastici e interni di famosissime e barocche chiese romane: troviamo le maestose volute di Sant’Ivo alla Sapienza, gli stucchi di San Carlo alle Quattro Fontane e di Ss. Trinità dei Monti, assieme alle facciate di Villa Albani. Completano l’ambiente iniziale altri due enormi e imponenti fogli di carta: si tratta dell’audace opera giovanile di colui che sarebbe poi diventato il futuro e potente capo architetto sassone, Julius Heinrich Schwarze, il quale proprio a Roma studiò, ricopiò attentamente e rielaborò il famoso progetto stilistico di una chiesa a cupola partorito dalla mente di Filippo Juvarra, trasponendolo e declinandolo in seguito in un proprio progetto di chiesa a Dresda. La seconda, luminosissima sala espositiva è invece interamente e giustamente dedicata alla delicatissima e colossale fase di costruzione muraria della nuova chiesa cattolica di corte a Dresda, ideata dal già citato architetto romano Gaetano Chiaveri. Spiccano in bacheca otto complessi e perfetti fogli progettuali di Chiaveri stesso e dei suoi vari collaboratori. L’opera principe e regina incontrastata di questa specifica sala è però il bellissimo disegno a colori pastello raffigurante l’altare dell’Annunciazione in Sant’Ignazio, magistralmente realizzato dalla rinomata cerchia di Anton Raphael Mengs e destinato a fungere da bozzetto e modello pratico per un sontuoso altare in terra sassone. Anche la terza stanza è un chiaro tributo istituzionale alla figura chiave di Gaetano Chiaveri: i visitatori potranno ammirarvi un totale di ben dieci stupefacenti disegni (alcuni dei quali di formati straordinariamente grandi e srotolati su grandi tavoli illuminati), che rappresentano vividamente i complessi progetti ingegneristici per l’edificazione di un nuovo e immenso palazzo reale, destinato agli ozi e all’amministrazione del principe elettore di Sassonia. L’ultima e quarta sala, infine, si intitola in modo emblematico “Gli italiani a Dresda”. Ospita e protegge dodici rarissimi disegni originali che non mostrano soltanto i freddi progetti per le imponenti architetture o le loro sfarzose decorazioni artistiche e scultoree, ma ritraggono sorprendentemente anche frammenti di vita quotidiana e le reali condizioni abitative degli operai in città. Assolutamente degni di nota e imperdibili per la storia dell’arte europea risultano essere i dettagliati progetti redatti da Giuseppe Galli Bibiena per la complicata e grandiosa decorazione del soffitto della chiesa cattolica di corte. Ma il vero e indiscusso “pezzo forte” conclusivo dell’intera mostra è un gigantesco e rarissimo progetto a mano libera siglato da Giovanni Antonio Pellegrini, concepito per le sue strabilianti e colossali decorazioni pittoriche all’interno dello Zwinger di Dresda: un manufatto delicatissimo che è, a oggi, universalmente considerato e catalogato dai critici e dagli archivisti d’arte come il più grande, integro e vasto disegno artistico attualmente conosciuto e pervenuto del maestro. Un frammento di carta e di assoluto genio umano che, dopo quasi trecento lunghissimi anni di esilio dorato, fa finalmente il suo commovente e meritato ritorno nella sua patria natia.

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Cultura

“Zakonet e Maleve”, il film di Dibran Fylli che spezza la catena del Kanun e della vendetta

La potenza del cinema incontra la storia e le radici della cultura albanese in una pellicola destinata a far discutere. “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, il film scritto, diretto e interpretato da Dibran Fylli, affronta a viso aperto il delicatissimo e scottante tema del Kanun e del “gjakmarrja” (la letale vendetta di sangue). La pellicola racconta il dramma di Zuk Alia, un padre che – per difendere il sacro onore patriarcale della propria famiglia – uccide il ragazzo che si era avvicinato alla figlia. Un gesto folle che innesca una spirale di violenza inaudita. Il film, recensito magistralmente da Angela Kosta, non è però un semplice e passivo racconto di tradizioni arcaiche, ma si trasforma in un potentissimo e universale inno alla pace e al perdono. A opporsi alla faida di sangue si ergerà il saggio Capo del villaggio (“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”) e l’amore innocente della nuova generazione. Fino all’epico scontro finale in cui deporre le armi diventerà il vero, supremo e unico atto d’onore possibile per l’uomo. Scopri l’analisi del film nel nostro articolo completo 👇

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il film di Dibran Fylli

Roma – Tradizione inossidabile, senso dell’onore, legami di sangue della famiglia, amore puro e spietata vendetta. Sono esattamente questi gli immensi e pesantissimi pilastri tematici che attraversano e sorreggono l’intera architettura narrativa di “Zakonet e Maleve – Le consuetudini delle Montagne”, una potente pellicola cinematografica sapientemente sceneggiata e diretta da Dibran Fylli (che ne interpreta magistralmente anche il complesso ruolo principale), e prodotta dalla casa Elsa Production.
La recensione critica curata da Angela Kosta ci guida abilmente attraverso le pieghe di quest’opera densa di significati. Fin dal primissimo episodio, la pellicola affronta coraggiosamente di petto una delle questioni sociologiche e antropologiche in assoluto più complesse, radicate e dolorose legate indissolubilmente alla società tradizionale albanese: il dramma del gjakmarrja (la temuta vendetta di sangue). Il film sviscera senza filtri le tremende conseguenze morali e fisiche che questa antica usanza può produrre quando il sacro onore familiare viene ottusamente interpretato attraverso la fredda e calcolatrice logica della ritorsione violenta. L’intera e drammatica vicenda cinematografica nasce da un sentimento umano apparentemente semplice, innocuo e universale: l’amore spontaneo tra due giovani. Ma in una comunità rurale chiusa, nella quale il severo giudizio sociale del villaggio, l’autorità patriarcale della famiglia e il cieco rispetto delle consuetudini ereditate hanno un peso specifico determinante, persino un sentimento giovanile e innocente può fatalmente trasformarsi nell’innesco di un conflitto mortale.

La tragedia di Zuk Alia e il peso storico del Kanun albanese

Al centro focale della narrazione si staglia l’imponente figura di Zuk Alia, un personaggio tormentato e vibrante, interpretato intensamente dallo stesso regista Dibran Fylli.
Egli è un uomo profondamente e visceralmente legato ai valori antichi della propria comunità e a una radicata concezione dell’onore, secondo la quale l’immacolata reputazione della famiglia deve essere strenuamente difesa a ogni costo e contro chiunque. Quando un ragazzo si avvicina incautamente a sua figlia, Zuka non legge purtroppo quel gesto spontaneo come la naturale espressione di un sentimento amoroso, ma lo percepisce come una gravissima e intollerabile violazione dell’ordine familiare gerarchico che egli, in veste di capofamiglia, ritiene di dover proteggere. Da questa errata e rigida interpretazione sociologica nasce il seme della tragedia irreparabile. Per comprendere fino in fondo il microcosmo chiuso e asfissiante nel quale si muovono e respirano i personaggi di “Zakonet e Maleve”, è storicamente necessario richiamare alla mente il Kanun di Lekë Dukagjini, uno dei più antichi, importanti e complessi sistemi di diritto consuetudinario di tutta la tradizione balcanica e albanese. Questo famoso Kanun, attribuito mitologicamente al principe Lekë Dukagjini, non può e non deve essere banalmente considerato come una semplice e barbara “legge della vendetta”. Si tratta in realtà di un complessissimo e raffinato sistema di norme civili, tramandate oralmente di generazione in generazione, che per secoli ha regolato minuziosamente innumerevoli aspetti della vita comunitaria e familiare: l’onore personale, il matrimonio, i confini della proprietà, la sacra ospitalità verso lo straniero, i rapporti tra i membri e la composizione pacifica delle controversie. La sua prima forma scritta fu raccolta e sistematizzata fedelmente soprattutto grazie al certosino lavoro etnografico di Shtjefën Gjeçovi, prima della sua storica pubblicazione integrale avvenuta a Scutari nel 1933. È proprio questo immenso e gravoso universo di valori tradizionali a fare da perenne e minaccioso sfondo culturale alla vicenda narrata dalla cinepresa di Fylli.

Il dolore di Bilal e la voce saggia della comunità contro la violenza

Parole pesanti come pietre (onore, appartenenza, responsabilità) acquistano un peso fatale nelle scelte dei protagonisti. Il dramma esplode proprio quando questi alti valori vengono interpretati in maniera dogmatica e rigida, e l’idea nobile di difendere l’onore finisce inevitabilmente per essere associata all’uso brutale della violenza.
La morte violenta del giovane innamorato segna il drammatico punto di non ritorno della sceneggiatura. L’azione omicida compiuta dal padre, infatti, non produce affatto quell’onore pubblico che egli credeva illusoriamente di difendere, ma produce al contrario solo paura, dolore lacerante e una nuova, terribile minaccia che si abbatte sulla sua stessa casa, terrorizzando moglie e figli. Dall’altra parte dell’abisso di questa tragedia si staglia la figura straziante di Bilal, il padre del ragazzo appena ucciso. La sua indicibile sofferenza è quella universale di un genitore a cui è stato strappato il futuro. La promessa sussurrata di vendetta nasce dal dolore purissimo e dal desiderio umano di reagire a un’ingiustizia subita a tradimento. Ma proprio qui la pellicola sferra il suo colpo da maestro e introduce il tema centrale e distruttivo della vendetta di sangue: una morte violenta può generare solo una nuova e legittima richiesta di sangue, e quella nuova morte può, a sua volta, preparare il terreno per l’ennesimo funerale. La vendetta, disconnessa dalla giustizia, si trasforma così in una spietata catena di montaggio della morte che consegna il dolore alle generazioni successive. Nel film assumono allora un rilievo morale di primissimo piano gli uomini della parentela e, soprattutto, il Capo del villaggio, i quali cercano in ogni modo di impedire che la cieca sofferenza di Bilal si trasformi in una nuova tragedia. La loro vitale presenza introduce una dimensione etica importante: all’interno della stessa e rigida comunità rurale che riconosce il peso opprimente delle consuetudini, esistono per fortuna anche voci illuminate che cercano disperatamente la mediazione civile e la pace sociale.

“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”: il disarmo come vero onore

Tra le parole in assoluto più significative, potenti ed emozionanti dell’intera opera cinematografica vi sono proprio quelle pronunciate solennemente dal saggio Capo del villaggio, figura massimamente autorevole, quando cerca disperatamente di fermare con il proprio corpo la spirale inarrestabile della vendetta.
“Nemmeno Dio vuole sangue tra fratelli”. È una frase apparentemente breve, lapidaria, ma che racchiude in sé il senso più profondo e teologico dell’intera vicenda umana. Il saggio si pone fisicamente e moralmente davanti all’immenso dolore di Bilal e ricorda a tutti che il sangue versato non potrà mai restituire la vita a chi è morto prematuramente. La frase dell’anziano diventa così la vera e propria coscienza collettiva e il cuore pulsante del film: l’onore non dovrebbe consistere nella machiavellica capacità di vendicare un torto, ma nella superiore forza d’animo di impedire che quel torto produca altro male nel mondo. Un forte richiamo alla responsabilità civile collettiva che fa da specchio a un’altra, dolcissima linea narrativa del film: la contrastata storia d’amore tra Arben e la figlia di Mark. Anche il loro sentimento viene duramente ostacolato da un conflitto tribale antico, nato molto prima di loro. I due innamorati diventano così il simbolo luminoso di una nuova generazione innocente, costretta a confrontarsi con un passato intriso di sangue che non ha mai scelto, ricordandoci che nessuna nuova generazione dovrebbe mai essere obbligata a pagare il prezzo altissimo delle inimicizie ereditate dagli avi.
È nella parte conclusiva che la pellicola raggiunge il suo momento simbolicamente più epico, alto e liberatorio. Zuk Alia, il carnefice, si presenta fisicamente e umilmente davanti alla casa del rivale Bilal totalmente senza arma. Il suo richiamo disperato nel vento, “O Bilal”, è il momento esatto in cui l’uomo si confronta con l’orrore delle proprie azioni passate. La coraggiosa scelta di presentarsi disarmato al nemico modifica per sempre il significato stesso della forza virile nel Kanun. La vera forza, ci insegna Dibran Fylli in questo capolavoro introspettivo, non è più rappresentata dall’arma o dalla vendetta, ma dall’umana capacità di riconoscere il proprio abisso, di chiedere perdono e di tentare di spezzare finalmente l’infinita e maledetta spirale della violenza.

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Cultura

“Dove abbiamo sbagliato?”: la riflessione di Menda Vreto sulla crisi educativa e sociale

La cronaca ci bombarda ogni giorno di notizie drammatiche: aggressioni, insegnanti picchiati da genitori per un brutto voto, violenza metropolitana e solitudine. Di fronte a questa deriva, la scrittrice Menda Vreto firma un editoriale durissimo ma ricco di speranza, ponendo una domanda cruciale: “Dove abbiamo sbagliato?”. Nella folle corsa per dare tutto e subito ai nostri figli, abbiamo forse dimenticato di insegnare loro il valore fondamentale dell’attesa, della pazienza e dei limiti. E nel tentativo di proteggerci dal mondo esterno innalzando “cancelli” attorno e dentro di noi, abbiamo distrutto il senso di comunità, isolandoci in un freddo universo digitale fatto di contatti finti e sguardi incollati agli schermi degli smartphone. È giunto il momento per gli adulti di fare un passo indietro e tornare alle basi dell’umanità: salutare, chiedere scusa, ascoltare prima di giudicare. Leggi questa meravigliosa e profonda riflessione sulla società moderna e sul ruolo dei genitori nel nostro articolo speciale 👇

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MENDA-VRETO

Roma – Ogni epoca storica porta con sé le proprie endemiche contraddizioni, le proprie fragilità strutturali e le proprie innegabili conquiste. Tuttavia, analizzando lucidamente il tessuto sociale contemporaneo, è impossibile sfuggire a un interrogativo martellante, una domanda scomoda e dolorosa che riecheggia costantemente nelle nostre menti: “Dove abbiamo sbagliato?”.
A lanciare questa profonda e amara riflessione collettiva è Menda Vreto, la cui analisi spietata ma profondamente umana fotografa alla perfezione il lento e inesorabile scivolamento etico della nostra società. Basta accendere la televisione per essere letteralmente travolti da un fiume in piena di cronaca nera e degrado relazionale: notizie quotidiane di aggressioni immotivate, episodi di inaudita violenza urbana, ragazzi sempre più giovani che non nutrono il benché minimo rispetto per il ruolo e l’autorità degli insegnanti, e genitori pronti a scagliarsi con rabbia cieca contro il sistema scolastico per giustificare un brutto voto o un banale rimprovero mosso ai propri figli. Ma il malessere strisciante non si limita ai fatti da telegiornale. Basta osservare attentamente la nostra vita quotidiana per accorgersi di come il tessuto connettivo dell’empatia si stia disgregando persino nei gesti più piccoli e apparentemente insignificanti: vicini di casa che si incrociano sul pianerottolo senza scambiarsi un cenno di saluto, persone che vivono porta a porta per decenni senza conoscersi, adulti che reagiscono con sproporzionata aggressività anche di fronte a una banalissima osservazione nel traffico. Che cosa ci sta realmente succedendo?

I cancelli dell’anima: la perdita della comunità e il mito della protezione

Nessuno vuole cadere nella facile e retorica trappola del “si stava meglio quando si stava peggio”. Anche il passato, come sottolinea acutamente l’autrice, era intriso di povertà dilagante, di insormontabili difficoltà economiche, di palesi ingiustizie sociali e di diffuse violenze domestiche.
Tuttavia, nella vertiginosa corsa verso la modernità e il benessere individuale, rischiamo seriamente di aver smarrito per strada degli antidoti fondamentali per la convivenza civile: il vitale senso del limite, l’arte perduta della pazienza, il profondo rispetto per la libertà altrui e la capacità, oggi quasi del tutto assente, di incassare un “no” e di sopravvivere anche senza ottenere immediatamente tutto ciò che desideriamo. Menda Vreto ricorda una frase emblematica pronunciata da sua madre: «Prima le porte non avevano le chiavi. Oggi non bastano le chiavi, servono anche i cancelli». Questa constatazione materiale nasconde in realtà una tristissima metafora psicologica. Non ci siamo limitati a costruire enormi e insormontabili cancelli di ferro intorno alle nostre abitazioni per difendere le nostre proprietà, ma abbiamo innalzato muraglie invisibili anche e soprattutto dentro di noi. Siamo diventati una società cronicamente diffidente, costantemente sospettosa, cinica e sempre pronta a difendersi dall’altro, percepito ormai solo come una potenziale minaccia. E proprio in questo paranoico tentativo di proteggerci dal mondo esterno, abbiamo drammaticamente dimenticato quanto sia rassicurante e fondamentale sentirsi parte attiva di una comunità solidale.

Il ruolo dei genitori: il difficile equilibrio tra amore e limiti necessari

Sul banco degli imputati di questa crisi valoriale finisce inevitabilmente il delicatissimo ruolo genitoriale. La nostra generazione di adulti si è prodigata per dare ai propri figli molto più di quanto avessero a disposizione le generazioni precedenti. Abbiamo riempito le loro stanze di oggetti, comodità e opportunità precluse ai nostri nonni.
Tutto questo è certamente un bene, frutto del progresso, ma ogni tanto dovremmo avere il coraggio intellettuale di fermarci e chiederci: dare tutto, e darlo subito, significa davvero aiutare un bambino a crescere? Un fanciullo ha indubbiamente un disperato bisogno di amore incondizionato, ma ha altrettanto bisogno di imparare il fondamentale concetto dell’attesa. Ha il sacrosanto diritto di essere ascoltato con attenzione, ma ha la necessità fisiologica di scontrarsi con dei paletti e di conoscere l’esistenza dei limiti. Deve assolutamente sapere che può inciampare e sbagliare senza per questo dover essere umiliato o giudicato, ma deve altrettanto imparare che ogni scelta, anche la più piccola, porta inevitabilmente con sé una precisa responsabilità. E, dettaglio ancor più fondamentale, i figli sono vere e proprie spugne che imparano a vivere osservando i nostri comportamenti quotidiani. Se noi adulti, di fronte a un errore, andiamo spasmodicamente alla ricerca di un capro espiatorio, i nostri figli impareranno a non assumersi mai le proprie responsabilità. Se noi reagiamo urlando e sbraitando di fronte alla minima contrarietà, loro assimileranno la rabbia come l’unico strumento normale e lecito per ottenere ciò che desiderano dalla vita. Al contrario, se avranno la fortuna di vedere un adulto capace di ascoltare in silenzio, di fare un passo indietro chiedendo umilmente scusa e di rispettare chi ha opinioni divergenti, riceveranno una lezione magistrale che nessun libro di testo o corso universitario potrà mai eguagliare.

L’illusione dei social network e il rumore assordante delle cattive notizie

A complicare inesorabilmente questo già fragile e incrinato ecosistema relazionale è intervenuta, con la forza di uno tsunami, la tecnologia. I social network e la digitalizzazione estrema ci hanno indubbiamente fornito possibilità inesplorate e straordinarie: oggi possiamo comunicare in tempo reale con persone dall’altra parte del globo, reperire informazioni infinite, imparare nuove nozioni e condividere passioni comuni.
Ma il rovescio della medaglia è agghiacciante: ci hanno spinto a vivere la nostra unica esistenza filtrandola continuamente attraverso la freddezza di uno schermo luminoso. Viviamo nel tremendo paradosso moderno di poter vantare migliaia di contatti, follower e amici virtuali, conoscendo in realtà pochissimo o nulla di chi dorme nella stanza accanto o del vicino di pianerottolo. A questa alienazione digitale si somma la letale narrazione mediatica contemporanea: la cattiva notizia fa sempre un rumore assordante, mentre il bene è costretto a viaggiare sottotraccia. Un brutale pestaggio urbano diventa immediatamente un virale caso di cronaca nazionale, amplificato dai talk show e dai giornali. Una persona normale che, nel più totale e meraviglioso anonimato, spende il proprio tempo per aiutare un anziano in difficoltà, per ascoltare un vicino sprofondato nella solitudine o per accompagnare un disabile a fare la spesa, invece, non finirà quasi mai in televisione. Questo meccanismo perverso, che premia il sensazionalismo macabro, non significa affatto che il bene sia estinto. Significa soltanto che dobbiamo lottare per non permettere alle valanghe di notizie negative di convincerci che la solidarietà umana sia ormai un lontano e sbiadito ricordo del passato.

L’esempio degli adulti: riscoprire l’umanità e l’educazione nelle piccole cose

Forse, arrivati a questo punto di non ritorno, la domanda cruciale non dovrebbe più essere “Che cosa è successo di male ai nostri figli?”. Dovremmo invece guardarci allo specchio con severa onestà e chiederci: “Che genere di esempio stiamo offrendo noi adulti?”.
Educare una nuova generazione non significa soltanto fare prediche e riempirsi la bocca di belle parole o di alti ideali astratti. Educare significa comportarsi in modo ineccepibile quando siamo preda della rabbia cieca, mantenere l’integrità morale quando nessuno ci sta guardando o controllando, ammettere la sconfitta quando abbiamo palesemente torto, ed esercitare la più pura compassione quando ci imbattiamo in qualcuno decisamente più debole e indifeso di noi. Per salvare noi stessi e il nostro futuro, forse dobbiamo semplicemente tornare all’essenza delle cose semplici e dimenticate: abituarci nuovamente a salutare il prossimo, imparare a ringraziare per un gesto gentile, ascoltare attivamente l’altro prima di emettere sentenze frettolose, chiedere sinceramente scusa quando sbagliamo, rispettare profondamente chi sta lavorando, coltivare la rara virtù della pazienza e, ogni tanto, avere il coraggio rivoluzionario di spegnere lo smartphone e riporlo in un cassetto per tornare a guardare negli occhi le persone che diciamo di amare. Nessuno di noi, singolarmente, ha il potere sovrannaturale di cambiare tutto ciò che di brutto accade nel mondo globale. Possiamo, però, scegliere deliberatamente che cosa coltivare nel nostro piccolo mondo quotidiano. In fondo, la tanto vituperata “società” non è un’entità astratta o un nemico lontano: la società siamo noi. Siamo noi all’interno delle nostre case, nelle dinamiche delle nostre famiglie, nelle aule delle nostre scuole, nelle assemblee dei nostri condomini e sui marciapiedi delle nostre strade. Come ci ricorda Menda Vreto, forse non abbiamo affatto bisogno di tornare nostalgicamente indietro nel tempo. Forse dobbiamo solo continuare ad andare avanti, premurandoci però di portare nel nostro zaino alcune cose che rischiamo di perdere per sempre: l’educazione, il rispetto, la responsabilità e, su tutto, una profonda e sincera umanità. Dunque, la vera domanda da porci oggi non è più “Dove abbiamo sbagliato?”, ma “Cosa possiamo fare, da questo preciso istante, per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo leggermente più umano?”.

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