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Proximity alla Fondazione D’ARC: l’artista Radenko Milak reinterpreta Roma tra cinema e Dante

Dal 18 ottobre 2026, la Fondazione D’ARC di Roma si prepara ad ospitare un evento culturale imperdibile: “Proximity”, la primissima mostra personale italiana del geniale artista bosniaco Radenko Milak (già acclamato protagonista alla Biennale di Venezia). Attraverso la sua celebre e inconfondibile tecnica dell’acquerello rigorosamente in bianco e nero, l’artista destruttura e reinterpreta magistralmente l’immaginario della Città Eterna. In un affascinante cortocircuito visivo ed emozionale, i miti di Cinecittà dialogano con la cultura popolare e la strada, fino ad arrivare a un maestoso e imponente omaggio pittorico ispirato alla Divina Commedia di Dante Alighieri👇

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5_ Radenko Milak, Roma Città Aperta, 2026_ Courtesy of Piero Atchugarry Gallery and the Artist. Photo by Vaso Milak

Roma – Il fascino immortale, caotico, stratificato e profondamente cinematografico della Città Eterna si appresta a essere magistralmente destrutturato, analizzato e riproposto al grande pubblico attraverso lo sguardo analitico, disincantato e formidabile di uno dei più interessanti e quotati talenti dell’arte contemporanea internazionale. A partire dal prossimo 18 ottobre 2026, e fino al 31 gennaio 2027, i suggestivi, ampi e prestigiosi spazi espositivi della Fondazione D’ARC (situati nel cuore pulsante di Roma, in Via dei Cluniacensi) avranno infatti l’immenso onore di ospitare e inaugurare ufficialmente “Proximity”. Si tratta, a tutti gli effetti, della primissima e attesissima mostra personale italiana interamente dedicata e consacrata al genio creativo di Radenko Milak, talentuoso e profondo artista originario della Bosnia-Erzegovina, già celebre a livello mondiale per aver brillantemente e orgogliosamente rappresentato la propria nazione di origine durante la prestigiosa 57esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia. Sotto l’attenta, sapiente e rigorosa curatela di Giuliana Benassi, l’intero e vasto percorso espositivo romano promette di trasformarsi in una vera e propria e totalizzante esperienza visiva e sensoriale: un gigantesco e frammentato archivio della memoria collettiva in cui l’inconfondibile immaginario cinematografico del Novecento finisce inevitabilmente per fondersi, scontrarsi e dialogare con la spigolosa e genuina cultura popolare della strada, passando persino per le celestiali e infernali allegorie della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Il bianco e nero che immortala la fragile memoria collettiva

L’affascinante, lungo e complesso percorso di genesi creativa che ha portato fisicamente alla realizzazione e all’allestimento di questa importante mostra nasce e trae vitale linfa direttamente dalle strade, dai vicoli e dai monumenti della Capitale.
Le opere esposte, infatti, sono il meraviglioso e tangibile frutto artistico di un intenso e proficuo periodo di residenza culturale che lo stesso Radenko Milak ha trascorso fisicamente a Roma nel corso dei primi mesi del 2026. Durante queste frenetiche settimane di esplorazione urbana, l’artista bosniaco ha metodicamente, curiosamente e instancabilmente attraversato i luoghi simbolo della città, gli scorci più nascosti e le periferie, non per cercare di immortalare banalmente le classiche immagini da cartolina più riconoscibili e inflazionate, ma per rintracciarne ossessivamente le tracce invisibili, le pesanti stratificazioni architettoniche e le infinite contraddizioni sociali, raccogliendo così un prezioso database di riferimenti visivi destinati poi a diventare la materia prima e tangibile della sua personalissima pittura. Il meccanismo estetico e concettuale, che da sempre caratterizza profondamente l’intera pratica artistica di Milak, parte quasi sempre dalla rielaborazione di vecchie fotografie d’archivio, iconici fotogrammi cinematografici sfocati o celebri immagini provenienti dalla caotica stampa e dalla comunicazione di massa. L’artista si appropria di queste immagini, le sottrae violentemente al loro originario e rassicurante contesto storico per poi rimetterle drammaticamente in circolazione attraverso la sublime e delicatissima tecnica dell’acquerello rigorosamente in bianco e nero. Questa precisa scelta estetica rappresenta la vera e propria cifra stilistica e distintiva del suo lavoro: privata dell’informazione del colore, l’immagine perde immediatamente gran parte della sua banale e fredda immediatezza documentaria per assumere i contorni sfumati e malinconici del frammento, del ricordo sbiadito, trasformandosi in un reperto prezioso che appartiene contemporaneamente alla grande Storia dell’umanità e alla fragile memoria collettiva del singolo individuo.

Cinecittà, strada e tensioni visive: l’essenza di Proximity

L’indagine artistica e sociologica condotta da Milak nella Capitale italiana non poteva ovviamente prescindere dall’esplorazione attenta e devota dei mitici, immensi e storici studi televisivi e cinematografici di Cinecittà.
È proprio in questa leggendaria fabbrica dei sogni che l’artista ha potuto toccare con mano quella straordinaria e potente capacità, tutta squisitamente cinematografica, di riuscire a trasformare abilmente un luogo fisico e reale in una magica immagine fittizia, in un racconto epico e in una memoria indelebile globale. Questa particolare, morbosa e inossidabile identità cinematografica di Roma ha contribuito enormemente e storicamente a costruirne l’affascinante immaginario turistico e culturale nel resto del mondo. All’interno del percorso espositivo di “Proximity”, le immagini provenienti dal magico mondo del cinema, le icone della musica contemporanea, i feticci della comunicazione di massa e i banali souvenir romani per turisti finiscono per convivere, mescolarsi e accavallarsi all’interno della medesima sala espositiva senza dover necessariamente seguire un rigido ordine cronologico o una noiosa gerarchia accademica e prestabilita. È esattamente ed esclusivamente la loro estrema vicinanza fisica, il loro trovarsi improvvisamente, spiazzantemente e quasi casualmente una posta accanto all’altra, a generare nella mente dello spettatore nuove e imprevedibili associazioni di idee. È proprio all’interno di questa forte ed elettrica tensione visiva ed emotiva che si colloca e si giustifica perfettamente il titolo stesso della mostra, “Proximity” (Prossimità). Come singoli fotogrammi spezzati di una lunga e folle sequenza cinematografica, l’accostamento apparentemente irrazionale delle opere pittoriche attiva inedite sinapsi cerebrali e affascinanti cortocircuiti narrativi che interrogano severamente lo scorrere del tempo.

L’omaggio a Dante Alighieri: l’opera Umbra ante memoriam

Oltre al forte e viscerale legame con il cinema italiano e con le moderne dinamiche sociali di strada, il profondo viaggio intellettuale e artistico romano di Milak si spinge ancora più in profondità, fino ad arrivare a sfiorare e omaggiare solennemente uno dei testi letterari e poetici fondativi dell’intero immaginario culturale italiano e mondiale: la Divina Commedia.
Proprio dal monumentale ed eterno capolavoro di Dante Alighieri prende fisicamente e concettualmente forma Umbra ante memoriam, un’imponente, ambiziosa e complessa opera pittorica inedita che costituisce senza dubbio il vero perno e il fulcro dell’intera mostra romana. Per la realizzazione di questo colossale lavoro, Radenko Milak ha deciso di assumere coraggiosamente l’intricata e rigorosa struttura tripartita tipicamente dantesca (Inferno, Purgatorio, Paradiso) come solido punto di partenza strutturale per poter lavorare e sperimentare, attraverso il proprio delicatissimo e malinconico linguaggio pittorico in bianco e nero, sul mistico, doloroso e affascinante passaggio dal buio dell’ignoranza alla luce della salvezza, trasformando l’opera in una sorta di grande e miracolosa apparizione visiva capace di incantare. Roma, la poetica di Dante, il cinema felliniano, la cultura popolare e i frammenti della storia contemporanea cessano definitivamente di appartenere a universi culturali separati, lontani e incomunicabili, diventando magicamente ed esteticamente le parti complementari e indivisibili di uno stesso e maestoso montaggio artistico. Un affascinante e misterioso atlante visivo contemporaneo nel quale l’artista continua instancabilmente a interrogarsi sul modo in cui le immagini e i ricordi sopravvivono faticosamente al proprio tempo, continuando testardamente a manipolare e costruire la nostra precaria percezione del passato storico.

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Spettacolo a L’Aquila: torna il magico Festival delle Culture tra cinema e tradizioni

Il capoluogo abruzzese si accende di pura magia e si veste magicamente dei meravigliosi colori del mondo intero! Prende ufficialmente il via lunedì 5 ottobre la grandiosa ottava edizione del “Festival delle Culture 2026”, l’attesissima rassegna curata direttamente dai cittadini stranieri residenti a L’Aquila. Il programma, che andrà avanti ininterrottamente per due mesi fino al 28 novembre, prevede uno straordinario viaggio cinematografico attraverso Brasile, India, Argentina e Taiwan! Le prime serate al Palazzetto dei Nobili regaleranno due capolavori del grande cinema mondiale come “Central do Brasil” e “Il lamento sul sentiero”. Uno spettacolo incredibile assolutamente da non perdere!👇

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Festival delle Culture , L'Aquila

L’Aquila – Il suggestivo e maestoso capoluogo abruzzese si prepara a indossare il suo abito più bello, luminoso e internazionale, trasformandosi letteralmente in uno straordinario crocevia di popoli, storie e usanze provenienti da ogni angolo del pianeta. A partire da lunedì 5 ottobre, infatti, gli storici ed eleganti spazi del Palazzetto dei Nobili ospiteranno il tanto atteso, celebrato e prestigioso taglio del nastro della grandiosa ottava edizione del Festival delle Culture 2026. Questa straordinaria e vivacissima kermesse culturale, che vanta ormai una solidissima e appassionata base di pubblico, promette di animare, colorare e arricchire profondamente l’intera vita cittadina per quasi due interi mesi consecutivi. Il lunghissimo e ricco cartellone di eventi, denso di spiritualità e intrattenimento, si snoderà ininterrottamente per tutto l’autunno, per poi culminare e concludersi ufficialmente e in pompa magna il prossimo 28 novembre con un’indimenticabile, spettacolare e corale serata finale di gala ospitata all’interno dell’Auditorium del Parco.

Il multiculturalismo raccontato in prima persona: un format unico

Il segreto del successo inarrestabile e crescente di questa affascinante manifestazione risiede esclusivamente nella sua straordinaria, innovativa e inclusiva formula organizzativa, che la differenzia nettamente da qualsiasi altra fiera o rassegna tematica in circolazione.
L’intero, mastodontico evento non è infatti affidato ad anonime agenzie di spettacolo, ma è ideato, curato e organizzato direttamente e amorevolmente in primissima persona dalle centinaia di cittadini stranieri stabilmente e felicemente residenti nel vasto territorio aquilano. Questi appassionati direttori artistici d’eccezione sono stati accuratamente formati, guidati e supportati costantemente dallo storico e professionale staff del L’Aquila Film Festival. Lo spirito nobile e fondante dell’iniziativa, dunque, resta rigorosamente e orgogliosamente fedele alla sua identità più pura e profonda: affrontare, sviscerare e vivere le complesse tematiche del multiculturalismo adottando non un distaccato e freddo sguardo accademico “calato dall’alto”, bensì valorizzando il punto di vista diretto, viscerale, caldo ed estremamente autentico delle straordinarie culture che vengono di volta in volta raccontate al pubblico.

Un giro del mondo in due mesi: le nazioni protagoniste

Il mastodontico e ambizioso programma autunnale si sviluppa e si dipana orizzontalmente attraverso un ricchissimo e variegato calendario di fittissimi incontri dibattimentali e preziose proiezioni cinematografiche internazionali di primissimo livello.
L’obiettivo dichiarato dagli instancabili organizzatori è quello di permettere agli spettatori di esplorare fisicamente ed emotivamente le antichissime storie, le folcloristiche tradizioni e le inossidabili identità popolari di numerosi e lontanissimi Paesi del mondo, abbattendo ogni pregiudizio. Tra gli assoluti, colorati e indiscussi protagonisti di questa attesissima ottava edizione (in un primissimo elenco artistico che si preannuncia già ricchissimo e per nulla esaustivo) figureranno infatti i meravigliosi suoni e le struggenti tradizioni di nazioni affascinanti come il Brasile, la spirituale India, Taiwan, il misterioso Kazakistan, il caldissimo e passionale scenario dell’Argentina e i colori intensi del Venezuela.

L’inaugurazione ufficiale con il grande cinema di Brasile e India

Per l’apertura ufficiale del Festival, sapientemente spalmata sui primi due primissimi giorni di programmazione della rassegna, il comitato organizzatore ha deciso di regalare al proprio pubblico due appuntamenti artistici letteralmente imperdibili, all’insegna dei grandi capolavori della cinematografia mondiale.
Si parte col botto lunedì 5 ottobre, nell’esclusiva cornice del Palazzetto dei Nobili, con la proiezione serale del pluripremiato e indimenticabile capolavoro brasiliano del 1998 “Central do Brasil” (diretto magistralmente dal regista Walter Salles). La complessa opera verrà sapientemente introdotta e spiegata al pubblico dalla voce del ricercatore del GSSI Roger de Almeida Matos Junior; per mantenere intatto il caloroso spirito sudamericano, al termine della visione seguirà un festoso e inebriante assaggio di caipirinha. Il giorno successivo, martedì 6 ottobre (sempre al Palazzetto dei Nobili), i riflettori si sposteranno sull’Asia con la proiezione dello storico e struggente capolavoro indiano del 1955 intitolato “Il lamento sul sentiero” (opera prima e miliare del grandissimo Maestro Satyajit Ray), con l’introduzione critica ed emotiva affidata alle parole di Arnab Bhattacharya.

Un grandioso “Work in Progress” culturale in continuo divenire

L’assoluta particolarità del Festival delle Culture 2026 risiede nel suo animo estremamente vitale, dinamico e mai del tutto cristallizzato in rigidi schemi preconfezionati.
La grandiosa manifestazione aquilana si conferma infatti, anno dopo anno, come un vero e proprio e floridissimo cantiere culturale costantemente in magmatico movimento. L’intera e complessa rassegna autunnale scaturisce letteralmente dal lavoro sotterraneo di un vero e proprio think tank intellettuale, multietnico e internazionale che, attraverso l’arma pacifica del continuo e costruttivo confronto e della co-progettazione, continuerà instancabilmente a sviluppare, inserire e proporre nuovissimi e inaspettati appuntamenti, concerti, proiezioni e dibattiti nel corso delle prossime e intense settimane. Per restare sempre costantemente e minuziosamente aggiornati sul programma (e per consultare le variazioni e gli appuntamenti in febbricitante preparazione) gli organizzatori raccomandano caldamente al grande pubblico di visitare regolarmente le pagine web ufficiali della kermesse (cercando semplicemente il sito del L’Aquila Film Festival). Considerato l’enorme afflusso previsto, la prenotazione anticipata del proprio posto in sala risulta praticamente fondamentale per non perdersi lo spettacolo.

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Eventi in Jazz: svelata la magia degli Area Open Project sul palco di Busto Arsizio

3. La grande stagione della musica d’avanguardia rivive a Busto Arsizio: sabato 10 ottobre il Teatro Sociale ospita lo straordinario concerto degli Area Open Project. Un appuntamento imperdibile per riscoprire il sound visionario e rivoluzionario di Demetrio Stratos all’interno del ricco cartellone di Eventi in Jazz. Biglietti disponibili online 👇

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Area Open Project © Roberto Cifarelli

Busto Arsizio (VA) – Lasciarsi rapire dal fascino intramontabile delle note che hanno scosso un’intera generazione significa compiere un viaggio profondo nel cuore pulsante della sperimentazione musicale del nostro Paese. Esiste un’energia sotterranea, primordiale e ribelle che continua a scorrere nelle vene della grande tradizione del jazz italiano, una forza d’impatto capace di abbattere ogni barriera geografica o stilistica e di trasformare un semplice concerto in un’esperienza collettiva indimenticabile. Quando la memoria storica incontra il talento contemporaneo, la musica smette di essere un semplice ricordo del passato e si riappropria del suo ruolo più autentico: quello di scuotere gli animi e parlare direttamente al presente.

Per celebrare questa straordinaria eredità artistica e valorizzare i grandi nomi del panorama nazionale, la nuova attesissima edizione di Eventi in Jazz si prepara a entrare nel vivo della sua programmazione. La prestigiosa rassegna itinerante, che animerà le città di Busto Arsizio e Castellanza fino al prossimo 20 novembre, vede la direzione artistica del discografico Mario Caccia, patron di Abeat Records, ed è realizzata grazie al sostegno fondamentale delle amministrazioni comunali e di partner sensibili del territorio. Dopo il commovente tributo d’apertura dedicato all’indimenticabile Franco Cerri, il festival accende i riflettori su uno dei momenti più attesi e ricchi di fascino dell’intero cartellone.

Il trionfo della sperimentazione e il mito intramontabile degli Area

L’appuntamento con la storia della musica d’avanguardia è fissato per sabato 10 ottobre 2026, quando lo storico Teatro Sociale di Busto Arsizio aprirà i battenti, a partire dalle ore 21:00, per ospitare la performance degli Area Open Project. Sul palcoscenico salirà una formazione di altissimo livello composta dalla splendida voce di Claudia Tellini, da Patrizio Fariselli alle tastiere e arrangiamenti, Stefano Fariselli al sax, flauto e clarinetto basso, Marco Micheli al contrabbasso e Walter Paoli alla batteria. Non si tratta di un semplice tributo nostalgico, ma di un cammino condiviso volto a mantenere intatto lo spirito visionario, radicale e innovativo di una delle band più rivoluzionarie degli anni Settanta.

Mezzo secolo fa, gli storici Area fondati da icone del calibro di Demetrio Stratos e Giulio Capiozzo ebbero l’immenso coraggio di frantumare i confini tradizionali tra jazz, rock progressivo, suoni contemporanei e improvvisazione pura. Quello degli Area Open Project è un sound potente, viscerale e orgogliosamente irregolare che conserva una sorprendente modernità. Il concerto promette di far vibrare le corde più intime del pubblico attraverso l’esecuzione dei capolavori tratti da album immortali come Arbeit macht frei, Crac! e Caution Radiation Area, dimostrando come quella musica continui a essere fisica, intellettuale, ironica e profondamente emozionante per gli ascoltatori di ogni età.

Dalle notti magiche dello swing all’energia travolgente del groove internazionale

Il viaggio sonoro della rassegna continuerà a stupire il pubblico il sabato successivo, 17 ottobre 2026, con una serata che si preannuncia come la più spensierata e travolgente dell’intera stagione. Il Teatro Sociale ospiterà infatti lo spettacolare concerto del cantante e sassofonista britannico Ray Gelato, una vera e propria leggenda dello swing ironico e coinvolgente. Ad affiancarlo sul palco ci sarà la trascinante band Vik & The Doctors of Jive guidata da Vittorio Marzioli, arricchita dalle esibizioni del campione mondiale juniores di tip tap Tommaso Maria Parazzoli e dalle armonizzazioni vintage anni Quaranta del trio vocale Ladies in Tune.

Successivamente, martedì 20 ottobre 2026, la carovana di Eventi in Jazz si sposterà al Cinema Teatro Dante di Castellanza per accogliere una formazione all stars internazionale dall’anima profondamente Funk, Blues e Soul. I riflettori si accenderanno sul trio del chitarrista italoamericano Davide Pannozzo, impreziosito dalla presenza straordinaria di due fuoriclasse assoluti del ritmo globale: il tastierista Etienne Stadwijk e il mitico batterista Steve Ferrone, icona mondiale delle percussioni che vanta collaborazioni storiche con colossi della musica come Eric Clapton, Michael Jackson, Aretha Franklin e Paul Simon.

Un omaggio commovente e il gran finale nel segno del territorio

Il festival cambierà decisamente registro nella serata di venerdì 30 ottobre 2026, sempre a Castellanza, per un appuntamento dal profondo impatto emotivo: un grande omaggio collettivo alla memoria di Emilio Soana, lo straordinario trombettista jazz scomparso all’inizio del 2025. Sul palco salirà la Simply Bop Big Band insieme a storici compagni di viaggio come Paolo Tomelleri e Rudy Migliardi, affiancati da una parata dei più noti trombettisti italiani, tra cui Mauro Brunini, Alberto Mandarini, Daniele Moretto e Sergio Orlandi, uniti per far squillare gli ottoni in un ultimo grande saluto d’affetto.

L’atto finale della manifestazione andrà in scena venerdì 20 novembre 2026 con un attesissimo concerto spin-off che riporterà la rassegna al Teatro Sociale di Busto Arsizio. A chiudere il cerchio sarà il quartetto di Chicco Gussoni, eccellenza musicale del territorio e chitarrista tra i più richiesti del panorama pop internazionale per i suoi lavori al fianco di Sting, Battiato e Brian May. Gussoni condividerà il palco con Tony Guerrieri alla voce, Johnny Pozzi al pianoforte e Dario Tanghetti alle percussioni, sigillando una stagione culturale straordinaria che dimostra come il jazz, nella sua essenza più autentica e indomabile, continui a essere la colonna sonora perfetta per illuminare il futuro delle nostre comunità.

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Misteri dell’eredità giacente: Antonella Sotira svela l’eterno fascino del testamento

Siamo davvero destinati a svanire nel nulla o possiamo eternare la nostra volontà anche dopo la vita? In un’epoca segnata dall’isolamento sociale e dallo sfaldamento dei legami, la stesura di un testamento resta uno strumento di immenso potere e un profondo atto d’amore. L’avvocato Antonella Sotira (Direttore dell’Ufficio Successioni del Tribunale di Roma) presenta il suo nuovo libro “L’enigma dell’eredità giacente” affrontando a viso aperto i tabù tutti italiani legati alla morte e alla scaramanzia. In questa esclusiva e illuminante intervista integrale, l’autrice svela i segreti dei genealogisti alla ricerca dei famosi “zii d’America”, l’importanza di decidere il proprio futuro e il fascino storico delle antiche matrone romane. Una lettura indispensabile per imparare a vivere meglio!👇

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Antonella Sotira

Roma – La faticosa, caotica e inarrestabile corsa quotidiana della nostra moderna società ci spinge costantemente e inesorabilmente a ignorare, allontanare e rimuovere dal dibattito pubblico uno degli interrogativi più antichi, misteriosi e affascinanti dell’intera condizione umana. Cosa resta realmente e tangibilmente di noi, delle nostre fatiche e dei nostri sogni, quando il nostro viaggio terreno giunge inevitabilmente alla sua conclusione naturale? Cosa desideriamo profondamente che gli altri ricordino della nostra essenza, del nostro particolarissimo modo di vivere, di amare e di pensare? Siamo davvero destinati a svanire nel nulla, diventando semplicemente “frasi vuote nella testa ed il cuore di simboli pieno”, per citare i celebri e struggenti versi del grande cantautore Francesco Guccini? Oppure possiamo, in qualche modo, imitare l’ingegno, l’astuzia e la forza d’animo delle antiche matrone romane, riuscendo a eternare la nostra volontà e il nostro potere attraverso la solennità inattaccabile del testamento? A queste domande scomode, ma assolutamente necessarie per vivere con maggiore e serena consapevolezza il nostro presente, risponde con straordinaria lucidità l’avvocato Antonella Sotira. Direttore del prestigioso Ufficio Successioni del Tribunale di Roma, Sotira è l’autrice del brillante volume “L’enigma dell’eredità giacente” (pubblicato recentemente dalla casa editrice Giappichelli), un saggio che scardina i nostri tabù.

L’analisi lucida di una società in profonda trasformazione

La poliedrica e coltissima autrice di questo indispensabile manuale, pensato intelligentemente non solo per i giuristi esperti ma anche per i normali cittadini, non si limita a snocciolare aridi codici e commi di legge.
La sua è una vera e propria, profonda e spietata analisi antropologica che tocca i nervi scoperti della nostra contemporaneità: l’isolamento sociale sempre più diffuso, il tragico e silenzioso abbandono degli anziani nelle metropoli, il doloroso sfaldamento dei legami parentali tradizionali e la gravissima perdita di patrimoni che non sono unicamente economici, ma profondamente spirituali e morali. Leggendo le sue pagine, il lettore viene messo dinanzi a interrogativi cruciali e a parole che la nostra cultura reputa “scomode”, difficili da pronunciare e da accettare razionalmente: morte, perdita, testamento, solitudine. Ma Antonella Sotira ci ricorda una verità istituzionale inconfutabile: “La morte è un affare di Stato”. Capire i meccanismi burocratici, patrimoniali e affettivi che scattano nel momento del trapasso significa riappropriarsi della propria dignità. Per approfondire questi temi cruciali, vi proponiamo l’illuminante dialogo con l’autrice.

L’intervista integrale: il testamento spiegato tra diritto e sentimenti

Come può un fatto privato e doloroso, divenire affare di Stato?
Negli uffici dello Stato, la morte ha quasi più rilevanza della vita. Si pagano tasse di successione, si trascrivono i testamenti e gli atti di accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, si registrano gli inventari dei grossi compendi, e quando non ci sono eredi o quando nessuno accetta l’eredità, i beni vacanti si devolvono allo Stato. Diceva bene Thomas Mann, che “la morte di un uomo riguarda meno lui che chi gli sopravvive”. Della morte si avvantaggia chi resta. I curatori dell’eredità giacente ad esempio, sono professionisti che guadagnano nel gestire i patrimoni relitti.

Senza alcun tecnicismo ci spieghi cos’è l’eredità giacente
E’ un istituto previsto dal nostro codice civile con cui il legislatore si preoccupa di conservare e tutelare il patrimonio di coloro che muoiono senza avere eredi o senza aver fatto testamento o di chi ha rinunciato all’eredità magari per paura dei debiti o anche solo per avversione, acredine nei confronti del deceduto. Un vero enigma, un misterioso crocevia fra miserie umane, conflitti parentali ed interessi economici, anche dello Stato, ed a cui si rimedia con la ricerca degli eredi curata dai genealogisti o con la previdente redazione di un testamento.

Chi sono i genealogisti ed a cosa servono
Sono dei professionisti della ricerca dei legami parentali rilevanti ai fini successori. Il nostro legislatore prevede che l’eredità può devolversi sino al sesto grado di parentela. Ma non è facile ricostruire gli alberi genealogici. Esistono società internazionali come ad esempio la francese Coutot-Roehrig che da oltre 200 anni assicurano e consegnano patrimoni ad eredi sparsi in tutto il mondo. Sembra incredibile ma il “famoso zio d’America” è ancora oggi una fortuna auspicabile per ognuno di noi. Ho visto arrivare a molti eredi insperate fortune accumulate da defunti che non avevano mai visto o frequentato in vita. Così come ho visto molti lasciti testamentari a favore di fondazioni benefiche o di semplici amici che a differenza dei parenti erano stati vicini al defunto.

In Italia sono molti a fare testamento o è vero che esistono tabù e pregiudizi scaramantici che rendono il testamento una parola invisa?
Il nostro è un Paese in cui si fanno pochi testamenti, credo che la ragione sia di tipo culturale e che la scaramanzia giochi una parte preponderante. Il mio libro lancia un monito: dobbiamo sentire il dovere morale e sociale di testare. Vi sono consigli di letture notarili e di letteratura per risvegliare la cultura della scrittura testamentaria. In fondo fare testamento è l’escamotage giuridico per assicurarci da vivi il diritto di parlare e di incidere nella vita degli altri anche dopo la morte. Testare è un atto d’amore e non necessariamente l’ultimo atto d’amore. Potrebbe essere il primo di una nuova storia d’amore o il primo passo per riappacificarsi con familiari ed amici.

Cosa serve per fare testamento?
Semplicemente del tempo per riflettere su cosa vogliamo che resti di noi. Su come e per cosa vogliamo essere ricordati. Poi occorre avere piena capacità di intendere e volere, una grafia chiara ed esprimersi in modo sintetico ed imperativo: “Voglio che, dispongo che”. Bisogna conservare l’atto in una busta chiusa e non svelarne il contenuto o, come accadeva per le matrone romane, saper usare il testamento come atto per accentrare potere e tenere uniti a sé familiari o punire i nemici. Nel libro c’è una interessante divagazione di diritto romano sul potere e la libertà femminile delle matrone.

C’è un’età per fare testamento?
No. Noi italiani equipariamo il testamento alla vecchiaia o alla malattia. Ogni età ed ogni fase della vita può indurci a fare un bilancio anche senza avere la percezione di un imminente pericolo. Senza contare che in ogni momento possono farsi modiche o revoche di precedenti disposizioni. Credo che l’età giusta sia quella in cui ci sentiamo realizzati e responsabili delle sorti di chi ci sta accanto e che ci dovrebbe sopravvivere. La morte, come la chiamano in alcune civiltà, è la Signora della Vita. Occuparci della morte è un modo per vivere meglio e avere consapevolezza di ciò che abbiamo e di come vorremmo essere ricordati.

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