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Cultura

Il carattere calabrese tra fierezza e libertà: il ritratto indimenticabile di Alexandre Dumas nella riflessione di Antonino Salsone

La vera fierezza calabrese raccontata da Alexandre Dumas: il ritratto.

Una roccia a strapiombo, un mantello lacero e gli occhi fieri di una statua viva: nelle pagine del Viaggio in Calabria di Alexandre Dumas rivive l’archetipo immortale dell’identità calabrese.

La riflessione di Antonino Salsone celebra una dignità che non conosce compromessi: incurante perché selvaggia, potente perché libera, calma perché forte. Vi riconoscete in questa straordinaria descrizione?

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Pastore

Reggio Calabria – C’è un filo invisibile ma indistruttibile che unisce la grande letteratura europea dell’Ottocento all’anima più profonda e incorrotta del Meridione italiano, custodito nelle pagine dei viaggiatori illuminati che seppero cogliere l’essenza pura del nostro territorio e delle sue antiche genti. A riaprire questo prezioso scrigno di memoria e identità è una riflessione intensa firmata da Antonino Salsone, incentrata sulla figura archetipica del pastore calabrese magistralmente immortalata da Alexandre Dumas padre nella celebre opera Viaggio in Calabria, scritta a seguito delle sue esplorazioni nel Regno delle Due Sicilie.

Il celebre autore de Il Conte di Montecristo e de I tre moschettieri, uomo di sconfinata cultura e sensibilità universale, rimase folgorato dall’apparizione improvvisa di un uomo del popolo lungo i sentieri aspri della regione: “Ora era il pastore calabrese, avvolto nel suo lacero mantello, che se ne stava su una roccia sovrastante la strada e che simile ad una statua dagli occhi vivi ci guardava passare vicino ai suoi piedi senza curiosità e senza minacce, incurante come tutto ciò che è selvaggio, potente come tutto ciò che è libero, calmo come tutto ciò ch’è forte”. Un’istantanea che esalta la dignità atavica di una terra ricca di cultura, storia e fierezza millenaria.

La statua dagli occhi vivi: l’archetipo universale della dignità e della calma interiore

Quell’immagine della statua di pietra dotata di sguardo ardente racchiude in poche righe l’antropologia stessa di un popolo che ha attraversato secoli di dominazioni senza mai piegare la propria spina dorsale. L’assenza di curiosità banale e di ostilità preconcetta definisce una superiorità morale istintiva: chi domina la rupe non ha bisogno di scrutare i viandanti con ansia o timore, ma si limita a esistere con la solennità delle cime d’Aspromonte e della Sila, proprio come ricordato nelle odierne suggestioni filosofiche de Il Mattutino per la domenica di Ognissanti tra memoria e coraggio.

Nella sua disamina, Antonino Salsone decostruisce e celebra i quattro aggettivi scelti dal maestro francese per restituire la sostanza della calabresità: “Incurante (perchè selvaggio), potente (perchè libero), calmo (perchè forte), senza curiosità e senza minacce (perchè troneggiante su una roccia e perchè solido come una statua), quale migliore descrizione della fierezza calabrese? Mi ci ritrovo interamente. E pensare che a dare forma alla sostanza fu un francese illuminato”. Un tributo che rivendica con orgoglio il valore di un’appartenenza che non accetta etichette riduttive nel panorama di cultura e spettacolo contemporaneo.

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Incurante, potente e calmo: le radici psicologiche di una fierezza senza tempo

La forza del ritratto di Alexandre Dumas risiede nella sua capacità di cogliere la libertà assoluta che nasce dalla privazione materiale. Il mantello può essere lacero, ma l’anima di chi lo indossa è regale: essere “incurante” non significa indifferenza cieca, bensì intatta fedeltà alla propria natura selvatica e incontaminata dai compromessi del mondo borghese. La potenza autentica scaturisce unicamente dall’assenza di vincoli servili, mentre la calma imperturbabile è il frutto naturale di una forza interiore che non ha bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.

Questa lettura restituisce alla figura del popolo calabrese una statura mitica che scavalca i luoghi comuni sociologici per approdare alla poesia universale. Laddove altri videro solo povertà o isolamento geografico, lo sguardo acuto e privo di pregiudizi di Dumas riconobbe la maestà di un’esistenza spartana ma sovrana, temprata dal vento e dal silenzio delle valli.

L’omaggio di Antonino Salsone e la lezione moderna di Alexandre Dumas

Riscoprire oggi questa pagina letteraria attraverso la testimonianza di Antonino Salsone assume un valore civile di primaria importanza. In un’epoca caratterizzata da un conformismo omologante e dall’ansia di visibilità digitale, il silenzio immobile di quel pastore sulla roccia si trasforma in un monito potente: la vera dignità risiede nella coerenza con se stessi, nella fedeltà alle proprie radici e nella capacità di guardare il mondo scorrere con imperturbabile lucidità e fierezza.

La Calabria descritta da Alexandre Dumas e rivendicata con passione da Salsone continua a vivere in ogni cittadino che sceglie di camminare a testa alta, consapevole che la vera grandezza di un uomo non si misura da ciò che possiede, ma dalla libertà incrollabile con cui abita la propria terra.

Articolo a cura di Antonino Salsone per Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Silvana Muço Dogani e la scuola di lingua albanese in Abruzzo: una vita a Orsogna per custodire le radici tra integrazione e bilinguismo

Dall’esodo del 1997 a una missione educativa lunga oltre 25 anni: a Orsogna la straordinaria storia di Silvana Muço Dogani, l’insegnante che custodisce la lingua albanese in Abruzzo.

Intervistata da Radio Radicale, la docente racconta la nascita della scuola avviata nel 1999 con soli 4 alunni e lancia un appello alle istituzioni per sostenere gli insegnanti della diaspora tra integrazione, bilinguismo e difesa delle radici.

Quanto è importante per i figli degli emigrati preservare la lingua dei nonni senza perdere il legame con l’Italia? Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Orsogna – La lingua materna non è soltanto un codice per scambiare informazioni, ma l’archivio vivente della memoria, il grembo dell’identità personale e il ponte invisibile che unisce le generazioni attraverso lo spazio e il tempo. È attorno a questa profonda verità pedagogica ed etica che si è sviluppata la straordinaria vicenda umana di Silvana Muço Dogani, insegnante albanese che ha scelto l’Abruzzo per costruire un progetto culturale duraturo. Arrivata nella provincia teatina nel 1997, la docente ha trasformato la propria vocazione educativa in una missione di riscatto e coesione sociale, approfondita nella nostra rubrica di cultura, integrazione comunitaria, scuola e memoria storica, raccontata in una densa intervista rilasciata ad Artur Nura per Radio Radicale all’interno del programma Albania italianofona.

Il cammino di Silvana in terra d’Abruzzo affonda le sue radici nei mesi drammatici del 1997, un anno spartiacque per l’Albania sconvolta dal collasso delle società piramidali e da violenti disordini civili. Già stimata insegnante nella città costiera di Valona, decide di mettersi in viaggio con la propria famiglia alla ricerca di sicurezza, approdando a Orsogna in provincia di Chieti con l’idea iniziale di una permanenza provvisoria. Ben presto, però, l’accoglienza calorosa della comunità abruzzese e la determinazione nel ricostruire la quotidianità trasformano quel rifugio temporaneo in una scelta di vita definitiva, ponendo le basi per un’avventura didattica senza precedenti.

Dalla crisi di Valona del 1997 alla cattedra a Orsogna: la storia di Silvana Muço Dogani

Nel ricostruire la propria storia personale, la maestra evidenzia come la separazione dalla terra natia non abbia mai intaccato il senso di appartenenza né la passione per la docenza. La professionalità maturata nelle aule scolastiche albanesi è divenuta la bussola con cui orientarsi nelle difficoltà dell’inserimento in Italia, con la consapevolezza che la conservazione della lingua madre costituisce il requisito essenziale per un’integrazione sana e non assimilazionista, un principio etico che richiama idealmente i valori di dignità e dialogo già celebrati nella nostra pagina letteraria dedicata a Fatbardha Behri Kaçi e la grande poesia di Tirana.

Trasmettere l’albanese ai figli degli emigrati nati o cresciuti in Italia è diventato per Silvana Muço Dogani un dovere morale verso il futuro. L’abbandono della lingua d’origine provoca infatti una dolorosa frattura generazionale all’interno delle famiglie, impedendo ai più giovani di comunicare intimamente con i nonni rimasti in patria e privandoli di un patrimonio lessicale ed emotivo insostituibile. Da questa intuizione è scaturita la scintilla che ha portato alla nascita della prima classe sperimentale nel cuore del borgo teatino.

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La prima scuola di albanese nata con quattro bambini: il sostegno del Comune e la crescita delle adesioni

Era il 1999 quando nacque ufficialmente la scuola di albanese a Orsogna. I primi passi furono tutt’altro che semplici: gli iscritti al corso pomeridiano erano appena quattro bambini, e molti genitori guardavano con scetticismo all’iniziativa, ritenendo erroneamente che parlare la lingua a tavola fosse sufficiente per padroneggiarla. Con tenacia pedagogica, Silvana spiegò alle famiglie che parlare un dialetto domestico non equivale a saper leggere, scrivere e comprendere la sintassi e la grande letteratura albanese, trovando una sponda fondamentale nell’amministrazione comunale di Orsogna che concesse aule e attrezzature per lo svolgimento delle lezioni, un esempio di sinergia virtuosa che illumina il nostro territorio abruzzese.

Con il passare degli anni la percezione della comunità diasporica è radicalmente mutata: le adesioni sono cresciute in modo esponenziale e sono stati i padri e le madri a bussare spontaneamente alla porta della scuola per iscrivere i propri figli. Un traguardo straordinario che testimonia una crescente consapevolezza identitaria, dimostrando come le radici culturali possano convivere armoniosamente con i ritmi di vita italiani all’interno del nostro spazio dedicato a lifestyle, buone pratiche educative e crescita comunitaria.

Bilinguismo, identità e il ruolo della diaspora: l’appello a Radio Radicale per sostenere gli insegnanti

Nel corso dell’intervista a Radio Radicale con Artur Nura, Silvana Muço Dogani ha lanciato un accorato appello alle istituzioni di Tirana e di Roma affinché la rete delle scuole della diaspora non sia lasciata al solo sacrificio economico e volontario dei docenti. Se la fornitura dei manuali scolastici da parte del Ministero dell’Istruzione albanese rappresenta un supporto utile, occorre una politica culturale strutturata e continuativa che riconosca l’inquadramento professionale degli insegnanti, metta a disposizione sedi stabili e sostenga le spese logistiche sostenute dalle associazioni.

Coltivare la lingua albanese in Abruzzo significa infine regalare ai ragazzi il privilegio cognitivo del bilinguismo perfetto: crescere come cittadini italiani a pieno titolo senza rinnegare la storia dei padri. Un modello di cittadinanza matura che dimostra come l’orgoglio per le proprie origini non sia mai chiusura settaria, ma gratitudine verso l’Italia e ponte di fratellanza indissolubile tra le due sponde dell’Adriatico.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

La poesia albanese di Fatbardha Behri Kaçi: tra memoria storica, impegno civile e il lirismo intimo di Tango cieco

Dall’Albania la voce poetica potente e universale di Fatbardha Behri Kaçi nella traduzione italiana curata da Angela Kosta.

Tra le ferite dell’abbandono, la condanna della violenza sulle donne e la danza metafisica di “Tango cieco”, la grande poetessa di Tirana trasforma la memoria e il dolore in un canto di autentica bellezza e riscatto civile.

Quale di queste poesie vi ha emozionato di più? Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Fatbardha Behri Kaçi

Tirana – Il ponte letterario tra l’Italia e i grandi fermenti culturali dell’Europa balcanica si arricchisce di una nuova, luminosa testimonianza poetica. Attraverso lo sguardo critico e la raffinata opera di traduzione della poetessa e saggista Angela Kosta, la nostra testata accoglie nella prestigiosa rubrica di cultura, poesia internazionale e letteratura la voce intensa e poliedrica di Fatbardha Behri Kaçi. Nata nella capitale albanese e formatasi nel rigore del giornalismo d’inchiesta e dell’insegnamento filosofico, l’autrice rappresenta una delle personalità più dense e originali del panorama letterario contemporaneo dell’Albania, capace di intrecciare il recupero delle radici storiche della propria terra a una sensibilità lirica vertiginosa e universale.

La traiettoria biografica e umana di Fatbardha Behri Kaçi testimonia una devozione instancabile verso la parola scritta, intesa come presidio di libertà, consapevolezza civile e riscatto sociale. Laureatasi in Giornalismo all’Università di Tirana nel 1975, ha mosso i primi passi professionali lavorando dal 1974 al 1980 presso la Radio Televisione Albanese. Successivamente, dopo il matrimonio e il trasferimento nella storica città di Scutari, ha intrapreso una feconda carriera docente, dedicandosi per decenni all’insegnamento della Filosofia, della Lingua e della Letteratura e formando intere generazioni di giovani alla bellezza del pensiero critico.

Fatbardha Behri Kaçi poetessa e giornalista: dalla Radio Televisione Albanese all’insegnamento a Scutari

Accanto all’attività didattica e giornalistica, Fatbardha Behri Kaçi ha sviluppato una profonda vocazione saggistica nell’ambito dell’Istituto di Storia, dando alle stampe una monumentale monografia dedicata al celebre giornale «Drita – Luce» di Shahin Kolonja, una delle tribune più nobili e decisive del Rinascimento Nazionale Albanese. Un rigore intellettuale che ha trovato naturale compimento nella scrittura in versi, attestata da sillogi poetiche di grande successo quali «Tango con me stessa», «Afferra il sogno, Sarah», «Un calice d’amore» e la raccolta per l’infanzia «I passi della primavera», condividendo quella passione per la memoria viva già raccontata nel servizio su Caterina Pisegna e la storia centenaria della Marsica.

La cifra stilistica dell’autrice scaturisce da una fusione armoniosa tra il dovere morale della testimonianza e la discesa negli abissi dell’inconscio. I suoi versi affrontano senza retorica le ferite aperte della contemporaneità: il dramma dell’abbandono familiare, la violenza cieca generata dalla gelosia distruttiva e la lotta interiore dell’anima contro le proprie ombre, confermando il ruolo fondamentale delle traduzioni poetiche come nutrimento per il nostro territorio e per il dialogo tra i popoli del Mediterraneo.

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La Ballata dell’abbandono e I petali dispersi: il dolore delle donne e la critica alla violenza

Nella struggente lirica «Ballata dell’abbandono», la poetessa albanese dipinge con tinte fosche la lacerazione di una madre rimasta sola nella notte con tre creature indifese: «Una voce cupa vaga sul far della notte. / Il canto ardente fa piangere la luna. / Le stelle fremono nell’atlante del cielo. / Tre bocche prive di parole, un cinguettio, / il cuore della madre, annerito, fatto a pezzi… straziato… / L’ombra del padre, fuggita, / si fa sempre più nera… / Voce cupa del dolore sul far della notte. / La mente sprofondata della povera madre, / appesa al gancio della luna… ferita a morte…». Un grido di solitudine cosmica in cui la natura stessa partecipa allo strazio umano, amplificando il senso di impotenza e ingiustizia sociale.

Il tema della fragilità calpestata e del femminicidio risuona con drammatica urgenza nella poesia «I petali dispersi», dove l’autrice evoca l’archetipo shakespeariano per denunciare il veleno dell’invidia: «La primavera ha scosso / i petali d’aprile… / Sangue stilla, goccia a goccia, / dalle ciglia della luna, / sbiancata dal terrore… / L’alba esita ad arrivare, / perché il sole piange / dietro il monte del dolore… / Due donne, due fiori della vita: / la mano crudele della gelosia / li ha recisi… / Le calunnie d’invidia degli Iago / abbattono il coraggio degli Otello… / Per quali sentieri di luce / vola l’innocenza assassinata?» Una condanna netta della sopraffazione patriarcale che trova piena cittadinanza nei reportage culturali di arte, teatro e letteratura civile.

Tango cieco e la ricerca dell’anima: la lirica esistenziale tradotta e curata da Angela Kosta

Il vertice della ricerca introspettiva e metafisica viene infine toccato nel capolavoro «Tango cieco», dove la danza diventa allegoria dell’esistenza, contesa tra l’inganno dei sensi e l’enigma della sfinge: «Eterico, in fuga, il sogno. / I desideri di porpora feriti. / Soldato di Mefistofele, / sussurro del sangue, / mi calpesta i confini del sé. / Mi spinge a danzare, / cieca nel delirio… / Nel tango respiro, / nel tango bisbiglio / all’orecchio del tempo. / Perché è cieco il tango… / Gli occhi fuggiti / nei baratri del dolore. / Due passi avanti, / un passo indietro… / Giro travolgente, / dolce inganno. / In coppia nel sogno, / con una silhouette… / fantasma di sfinge… / Tango cieco, / risposta… alla sfinge… / della vita…».

Con questa mirabile selezione lirica, resa accessibile al pubblico italiano grazie alla sensibilità traduttiva di Angela Kosta, la voce di Fatbardha Behri Kaçi si impone come una delle espressioni più autentiche della poesia balcanica. Un’opera che trasforma il dolore privato in canto corale di dignità e resistenza, ricordando a ogni lettore che la vera letteratura non offre facili consolazioni, ma accende domande necessarie nel cuore del tempo.

Articolo e traduzione a cura di Angela Kosta per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

L’Aquila Capitale della Cultura 2026, il Sirente e la Valle Subequana nel libro di Massimo Santilli con Dacia Maraini: presentazione al Palazzetto dei Nobili

Il Sirente e la Valle Subequana a L’Aquila Capitale della Cultura 2026!

Venerdì 13 novembre al Palazzetto dei Nobili la presentazione del libro di Massimo Santilli “Sirente Sconosciuto Stupore”, impreziosito dalla prefazione di Dacia Maraini e premiato in Svizzera.

Un viaggio tra vette e borghi con Giustino Parisse, Fabrizio Marinelli (Fondazione Carispaq) e Walter Capezzali per riscoprire il cuore dell’Appennino. Conoscete le meraviglie nascoste della Valle Subequana?

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LOCANDINA EVENTO LAQUILA 13 NOVEMBRE

L’Aquila – Il fascino arcano delle vette appenniniche, il respiro intatto dei borghi medievali e la riscoperta di una geografia dell’anima approdano con solennità nel cuore pulsante del capoluogo d’Abruzzo, nell’anno straordinario che vede la città federiciana protagonista indiscussa come Capitale Italiana della Cultura 2026. Venerdì 13 novembre, a partire dalle ore 17:30, la splendida cornice della Sala lignea del Palazzetto dei Nobili ospiterà la presentazione ufficiale dell’ambizioso libro-progetto intitolato Sirente Sconosciuto Stupore, firmato dall’autore e ricercatore Massimo Santilli e impreziosito dalla prestigiosa prefazione della celebre scrittrice Dacia Maraini, evento cardine per il nostro territorio e per la valorizzazione del patrimonio montano.

L’iniziativa, promossa con il patrocinio ufficiale concesso dal Comune dell’Aquila e organizzata in sinergia con l’Archeoclub d’Italia, vedrà l’apertura dei lavori affidata al saluto istituzionale del Vice Sindaco avvocato Raffaele Daniele, a cui seguiranno i calorosi interventi dei Sindaci della Valle Subequana, territorio a cui è interamente dedicata questa vasta opera di promozione culturale, consolidando la tradizione di fratellanza comunitaria già celebrata con gli eventi del Decennale dedicati a Corradino Palmerini a Paganica.

Il manifesto dell’Appennino aquilano: il rigore scientifico e le scoperte inedite di Massimo Santilli

Autore stimato e appassionato studioso di abruzzesistica, conosciuto e apprezzato in città anche per la sua preziosa attività professionale all’interno della storica Biblioteca Provinciale Salvatore Tommasi, Massimo Santilli propone un’indagine sorprendente e rigorosa. Il volume documenta con immagini mozzafiato le meraviglie naturali del Monte Sirente e le rarità architettoniche e antropologiche della Valle Subequana, definendone con esattezza il perimetro geo-culturale e restituendo dignità storiografica a un comprensorio troppo spesso rimasto ai margini dei grandi circuiti turistici, inserendosi tra i grandi appuntamenti di cultura, arte e letteratura d’Abruzzo.

Frutto di anni di meticolose ricerche d’archivio, rilievi sul campo e interviste alla popolazione anziana, l’opera si configura come un vero e proprio progetto multimediale ed editoriale: il libro include infatti un suggestivo documentario video e una dettagliata cartina letteraria, considerati dalla critica un manifesto civile per la rinascita delle aree interne appenniniche, arricchito da una copiosa bibliografia analitica posta a coronamento del testo.

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Il parterre dei relatori al Palazzetto dei Nobili: Parisse, Marinelli, Capezzali e Acone

La serata del 13 novembre vedrà alternarsi al tavolo dei relatori alcune delle voci più autorevoli dell’intellettualità regionale. Tra i contributi più attesi figura quello del giornalista e scrittore Giustino Parisse, storico testimone delle vicende aquilane, affiancato dal professor Fabrizio Marinelli, Presidente della Fondazione Carispaq, istituzione da sempre in prima linea nel finanziamento e nel sostegno alle eccellenze artistiche ed editoriali della provincia dell’Aquila.

A completare il qualificato panel di discussione interverranno il professor Walter Capezzali, Presidente Emerito della gloriosa Deputazione Abruzzese di Storia Patria, e la dottoressa Maria Rita Acone, Presidente dell’Archeoclub dell’Aquila, co-organizzatrice dell’evento. Un confronto a più voci che saprà valorizzare la visione organica di una storica città-territorio in cui il centro urbano e le valli montane cooperano attivamente in vista delle grandi celebrazioni di eventi e rassegne culturali del 2026.

Il riconoscimento internazionale: il trionfo allo Switzerland Literary Prize 2026

A confermare l’eccezionale caratura letteraria e documentale dell’opera è giunto di recente un prestigioso traguardo oltreconfine. Il volume di Massimo Santilli è stato infatti insignito dell’autorevole Switzerland Literary Prize (Premio Letterario della Svizzera, Edizione 2026), riconoscimento conferito da una giuria internazionale che ha inteso premiare la capacità dell’autore di fondere poesia del paesaggio, rigore scientifico e tutela dell’identità comunitaria.

La presentazione aquilana al Palazzetto dei Nobili si preannuncia gremita di appassionati, storici, escursionisti e semplici cittadini, desiderosi di riscoprire attraverso le parole di Dacia Maraini e le ricerche di Santilli quello stupore incontaminato che solo il silenzio millenario del Sirente sa regalare all’anima di chi sa contemplarlo con rispetto e devozione.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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