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Politica

Scommesse e Decreto Dignità, l’ira di Sforzini contro Giorgetti: “Fa la guerra al calcio e regala l’Italia all’illegalità”

“Lo Stato incassa le tasse dal gioco legale ma vieta gli sponsor, favorendo le scommesse clandestine e affossando lo sport italiano”. ⚽️ 🇮🇹 Duro attacco di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale) contro il Ministro Giorgetti sul Decreto Dignità: “Un proibizionismo inutile. Sblocchiamo le sponsorizzazioni legali per finanziare i piccoli campi di provincia e i settori giovanili”. Leggi l’intervista integrale e le proposte per salvare il calcio italiano! 🏟️ 💶

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Castellar Ponzano (AL) – C’è un paradosso tutto italiano che si consuma sulla pelle dello sport più amato nel nostro Paese. Da una parte ci sono le società di calcio, dai grandi club professionistici fino alle piccole e gloriose squadre dilettantistiche di provincia, che faticano ogni giorno per far quadrare i conti, pagare le bollette degli stadi e mantenere in vita i settori giovanili. Dall’altra c’è lo Stato, che invece di aiutarle decide deliberatamente di tagliare una delle loro fonti di sostentamento più importanti: le sponsorizzazioni del circuito del gioco legale. A lanciare un durissimo atto d’accusa contro questa politica è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank legato a “Futuro Nazionale con Vannacci”), che dal Castello Sforzini punta il dito dritto contro il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Lo statalismo moralistico che uccide i nostri vivai calcistici

La miccia della polemica si è accesa dopo le indiscrezioni sulla volontà del Governo di inasprire ulteriormente il famigerato “Decreto Dignità”, bloccando in modo ancora più stringente qualsiasi forma di pubblicità legata alle scommesse sportive. «Apprendo che il ministro Giancarlo Giorgetti non soltanto intende difendere uno degli errori più gravi compiuti negli ultimi anni ai danni dell’economia del calcio italiano, ma vorrebbe addirittura irrigidirlo», attacca frontalmente Sforzini. «È una scelta economicamente miope, culturalmente proibizionista e politicamente incomprensibile per un ministro che appartiene, o dovrebbe appartenere, a una maggioranza di centrodestra».

Le conseguenze di questo blocco cadono a pioggia su tutto il sistema sportivo nazionale. Il calcio italiano ha un disperato bisogno di capitali freschi per competere a livello internazionale, ma soprattutto per costruire e modernizzare impianti fatiscenti, finanziare i vivai e sostenere il dilettantismo, vera e propria spina dorsale sociale delle nostre città. Mentre i club esteri si fortificano grazie agli sponsor, in Italia si sceglie volontariamente di chiudere i rubinetti di una fonte di finanziamento proveniente da imprese, è bene ricordarlo, perfettamente legali.

Il paradosso di Stato: incassare le tasse ma vietare le sponsorizzazioni

Il cuore del problema, secondo l’analisi di Sforzini, risiede in un’ipocrisia di fondo inaccettabile. «Il paradosso è clamoroso: parliamo di imprese legali, autorizzate, regolamentate e pesantemente tassate dallo Stato italiano. Lo Stato incassa miliardi dal gioco legale, lo disciplina, concede le autorizzazioni e poi pretende quasi che gli operatori autorizzati debbano vergognarsi di esistere e nascondersi», spiega il presidente di Rinascimento Nazionale. «Tutto questo non è liberalismo, non è responsabilità civile, non è nemmeno buona amministrazione. È un banale e dannoso statalismo moralistico».

Oscurare i loghi e i nomi delle aziende legali, infatti, non fa scomparire per magia la voglia di scommettere degli italiani, ma rischia di produrre l’effetto diametralmente opposto. Vietare la comunicazione agli operatori autorizzati rende molto meno riconoscibile, soprattutto per i più giovani, il confine tra il mercato sicuro, tracciabile e regolamentato e la pericolosa giungla del mercato clandestino gestito dalla criminalità organizzata.

“Giorgetti si accoda al PD”: l’appello per una politica economica di libertà

La dura presa di posizione di Sforzini tocca inevitabilmente anche gli equilibri e l’identità politica dell’attuale maggioranza. «Pochi giorni fa avevamo criticato aspramente il Partito Democratico proprio perché proponeva di rafforzare questo divieto assurdo. Oggi dobbiamo constatare qualcosa di politicamente ancora più sorprendente e deludente: a spingere nella stessa direzione è un ministro di centrodestra».

Un cortocircuito politico che non può passare inosservato. «Se la destra e la sinistra finiscono per fare a gara su chi proibisce di più, allora qualcuno dovrà ricordare che esiste anche un’altra cultura politica nel nostro Paese: quella della libertà, della responsabilità individuale, dell’impresa e di uno Stato che si limita a stabilire regole chiare, senza pretendere di fare il tutore morale dei cittadini adulti».

La proposta: fondi per i dilettanti e tolleranza zero per la criminalità

Non si tratta però solo di una critica distruttiva. La ricetta proposta da Luca Sforzini è chiara, pragmatica e mira a salvare lo sport di base senza abbassare la guardia sulle patologie sociali. La ludopatia non si combatte oscurando una maglietta di Serie A, ma con la prevenzione sul territorio, l’informazione capillare nelle scuole, i controlli ferrei sui limiti di età e strumenti sanitari e sociali adeguati e ben finanziati.

«La nostra posizione è chiara e l’abbiamo formulata pubblicamente da tempo», rilancia Sforzini. «Chiediamo l’abolizione del divieto per gli operatori autorizzati, una forte semplificazione burocratica e, contemporaneamente, una guerra senza quartiere al gioco illegale e clandestino. Si riaprano le sponsorizzazioni agli operatori legali sotto regole rigorose e trasparenti, tutelando con estrema severità i minori, ma si destini obbligatoriamente una parte delle ingenti risorse generate direttamente al calcio di base, ai vivai, agli impianti di provincia e alle società dilettantistiche che oggi fanno fatica a comprare persino i palloni per i ragazzini».

«Giorgetti scelga da che parte stare», conclude perentorio Sforzini. «O con il proibizionismo fallimentare del Decreto Dignità, oppure con un calcio italiano che vuole tornare a crescere e competere nel mondo. Trasformare gli operatori legali in nemici pubblici, mentre le mafie e il mercato illegale ringraziano e continuano a esistere indisturbati, non è rigore. È semplicemente una pessima politica».

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Politica

La settima arte come scudo dell’identità nazionale e motore di occupazione stanziale: Fabio Rampelli blinda il cinema italiano alla Camera dei Deputati

La settima arte si prende il centro della scena a Montecitorio e il domani della cultura italiana ritrova il suo scudo economico e identitario più forte! Il Vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), è intervenuto al convegno “Dove va il cinema?” presso la Sala della Regina per blindare il ruolo macroeconomico della filmografia nazionale. Rampelli definisce il cinema come una straordinaria “catena del valore” capace di generare occupazione stabile e risposte flessibili per maestranze, tecnici e comparse, esigendo il rilancio monumentale di Cinecittà. Citando il mito di Ricciotto Canudo e parafrasando Federico Fellini, l’esponente di governo lancia un manifesto iper-emotivo e gratuito contro l’asfissia degli schermi digitali: “Il cinema è una grande industria dello Stato che invece di fabbricare microchip produce le immagini con cui vestire i sentimenti umani”. Tutti i dettagli nel nostro articolo! 👇

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Rampelli

Roma – Una luce dorata e travolgente si propaga dagli schermi cinematografici per farsi pilastro della memoria collettiva dello Stato, trasformando le pellicole d’autore in un’autentica officina di civiltà, risorsa terapeutica ed educazione permanente al bello. La settima arte, quando sa spogliarsi dei vecchi e asettici cliché industriali della finzione commerciale e dei filtri digitali degli smartphone, si riscopre l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare e vestire i sentimenti profondi dell’essere umano, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta, lontana dal torpore dell’omologazione globale. Nella giornata di oggi, martedì 22 settembre 2026, i solenni e monumentali spazi della Sala della Regina a Montecitorio hanno ospitato un imponente e attesissimo incontro istituzionale d’alto profilo macroeconomico: nell’indirizzo di saluti elargito per l’apertura del convegno ‘Dove va il cinema?’, il Vicepresidente della Camera dei deputati, Fabio Rampelli (esponente d’élite di Fratelli d’Italia), ha tracciato una fitta e trasparente requisitoria a difesa della produzione audiovisiva tricolore, blindando il valore strategico del comparto, taccuino alla mano e passioni calde.

L’affondo dell’esponente di primo piano della destra italiana non lascia spazio a filtri protettivi o a ipocrisie interpretative, collocando lo stanziamento per la filmografia tra i requisiti irrinunciabili per la proiezione internazionale della penisola nel mondo. Secondo la saggistica programmatica illustrata dal vicepresidente, il cinema non può e non deve essere ridotto e confinato alla sola Categoria del mero intrattenimento passivo per i passeggeri del tempo libero. Al contrario, esso costituisce una complessa e rigorosa catena del valore, un reticolo economico stanziale d’avanguardia in grado di generare contratti di lavoro stabili e risposte flessibili contro la crisi occupazionale rionale, valorizzando il merito dei nostri creativi ed evitando il doloroso esodo delle migliori intelligenze artistiche dello Stato verso le scuderie estere.

Il rilancio di Cinecittà e la tutela delle maestranze: l’imperito dell’industria

Il cuore pulsante dell’intervento di Fabio Rampelli alla Camera dei Deputati ha messo a terra un programma strategico e pluriennale volto a coniugare l’onestà delle idee poetiche alla solidità dei fatturati industriali. I Criteri di sviluppo del settore devono saper garantire in totale trasparenza la sicurezza salariale e la coesione sociale di tutte le componenti della filiera: dalle grandi case di produzione fino alle tute blu dei set, ai tecnici del suono, ai direttori della fotografia, alle comparse e alle centinaia di piccole e medie aziende artigiane dei rioni storici che collaborano all’allestimento delle scene. Un ruolino di marcia serrato che vede come asse centrale il definitivo e monumentale rilancio dei mitici laboratori di Cinecittà, la fabbrica dei sogni romana andata rubata negli occhi del cinema mondiale, che lo Stato ha il dovere civile di proteggere millimetricamente dalle nevrosi dei tagli di spesa.

I dati economici del comparto parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: l’Italia ha il dovere morale di rimanere all’altezza della propria gloriosa e duratura tradizione artistica. Rampelli ha rievocato con finezza saggistica la definizione coniata nei primi del Novecento dal celebre critico Ricciotto Canudo, celebrando il cinema come l’ultima arte, la miracolosa e geometrica summa di tutte le altre discipline umane, dalla letteratura all’architettura, fino alla pittura e alla musica. Un interplay espressivo totale e privo di barriere economiche capace, per usare le parole di un visual anchor immortale del calibro di Federico Fellini, di stabilire un dialogo intimo e diretto con il divino, scacciando l’asfissia protettiva e l’isolamento della vita quotidiana, sintonizzando le scadenze della cultura sulla frequenza del genio italico.

I sentimenti al posto dei microchip: il manifesto di Rampelli a Montecitorio

Il segmento finale della requisitoria firmata dal leader di Fratelli d’Italia si è convertito in una spavalda e sfolgorante riflessione sulla transizione digitale del 2026, abbattendo gli smartphone del conformismo imperante per rimettere al centro il benessere collettivo dell’anima. Il cinema viene radiografato da Rampelli come un’imponente e accogliente industria nazionale dello spirito che, in netta controtendenza rispetto alla fredda e asettica produzione di microchip e algoritmi artificiali della meccatronica transnazionale, possiede l’eccezionale compito etico di fabbricare le immagini e le storie con cui vestire e curare le fragilità e la solitudine della condizione umana contemporanea.

I verbali del convegno sono chiusi, le bozze degli interventi sigillate e i controlli sui futuri investimenti ministeriali della neonata Abruzzo e Lazio Film Commission attivati per l’autunno. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e andate a riempire le poltrone di una vecchia sala rionale della vostra città: riscoprirete che finché ci sarà un regista capace di proiettare sul grande schermo un brivido di pura onestà e bellezza, il domani della nostra nazione sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano. L’appuntamento con la magia dello schermo è cominciato, ed è un viaggio meraviglioso che aspetta solo di essere vissuto.

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Politica

Guai per Vannacci sul nome del partito, Sforzini attacca: “Cacci via le cornacchie nere”

Brutta tegola europea per Roberto Vannacci! L’Ufficio Europeo per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) ha infatti bloccato l’utilizzo del marchio “Futuro Nazionale”, dando ragione al ricorso per plagio semantico presentato dall’associazione “Nazione Futura”. Approfittando del pasticcio burocratico, Luca Sforzini (presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) ha lanciato una clamorosa e sarcastica provocazione al Generale: “Siamo pronti a prestargli il nostro simbolo, ma a una condizione: che prenda una gomma gigante e cancelli tutto il suo sciagurato programma filorusso e statalista”. Sforzini ha poi sferrato un attacco durissimo al “cerchio magico” di consiglieri (la vecchia guardia missina) che circonda l’eurodeputato: “Vannacci si sieda al tavolo con noi, ma lasci a casa le sue ‘cornacchie nere’, non sapremmo che farcene”. Leggi tutti i retroscena di questa rovente spaccatura a destra nel nostro approfondimento 👇

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Roberto Vannacci, Futuro Nazionale

Roma – La strada per la costruzione e il consolidamento di un nuovo soggetto politico, soprattutto all’interno della frastagliata e litigiosa galassia della destra conservatrice italiana, si sta rivelando irta di ostacoli, imprevisti burocratici e velenosissimi scambi di battute al vetriolo. A finire improvvisamente nell’occhio del ciclone mediatico e istituzionale è il tanto chiacchierato movimento Futuro Nazionale, la nuova e ambiziosa creatura politica che gravita attorno all’ingombrante e mediatica figura del generale Roberto Vannacci.
La doccia fredda per l’alto ufficiale e per il suo cerchio magico di fidati consiglieri è arrivata direttamente dai gelidi uffici di Bruxelles, scatenando le ironie pungenti dei rivali politici. L’EUIPO (ovvero l’autorevole Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale, l’ente che gestisce i marchi comunitari) ha infatti clamorosamente ammesso e ritenuto valida l’opposizione formale presentata dal movimento Nazione Futura contro la registrazione del nome e del simbolo di Futuro Nazionale, a causa dell’evidente e quasi totale sovrapposizione semantica tra i due brand. Un intoppo legale e burocratico non di poco conto che rischia di bloccare la campagna acquisti del Generale, costringendolo a rivedere in fretta e furia l’intera immagine coordinata della sua neonata associazione politica.

Il pasticcio del marchio e la velenosa ironia di Sforzini

Di fronte a questo inaspettato scivolone burocratico del raggruppamento di Vannacci, le reazioni nel mondo della destra non si sono fatte attendere. La stoccata più feroce, sarcastica e politicamente letale è arrivata senza mezzi termini da Luca Sforzini, vulcanico e intellettuale presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Approfittando del momentaneo disorientamento dei vertici di Futuro Nazionale per la bocciatura europea del simbolo, Sforzini ha deciso di affondare il colpo lanciando una provocazione politica destinata a far rumore. «Abbiamo appreso dalla stampa che l’EUIPO ha bloccato il nome scelto da Vannacci», ha esordito il presidente del Centro Studi con finta e ostentata diplomazia, «e poiché noi intendiamo volare sempre ben al di sopra delle piccole incomprensioni e delle inimicizie di palazzo, ci teniamo a segnalare pubblicamente all’Onorevole Vannacci che, qualora si trovasse nell’urgenza e nella necessità di cercare un nuovo nome per il suo raggruppamento, quello di “Rinascimento Nazionale” è a sua completa disposizione». Un’offerta di “soccorso” chiaramente intrisa di pungente ironia, che ha immediatamente fatto da preludio a un durissimo attacco frontale alle fondamenta stesse del progetto politico dell’europarlamentare.

Lo scontro totale sul programma: il nodo di Mosca e Pechino

L’offerta del marchio, infatti, si è rivelata fin dalle primissime battute un abile Cavallo di Troia per demolire, punto per punto, l’impostazione ideologica del partito di Vannacci. «Logo, simbolo e denominazione glieli prestiamo volentieri e sono disponibili senza alcuna difficoltà», ha continuato inesorabile Luca Sforzini, «ma c’è soltanto una piccola, piccolissima clausola da rispettare. Una clausola che noi, non avendo spiccate tendenze stataliste in economia e non nutrendo particolari ed esotiche fascinazioni politiche per i regimi di Mosca e Pechino, ci rifiutiamo di definire “linea rossa”, a differenza di come invece ama fare il Generale».
La condizione posta da Sforzini per cedere il simbolo non lascia scampo a compromessi: Vannacci dovrebbe letteralmente stracciare, cancellare e riscrivere da zero l’intero impianto valoriale del suo neonato movimento. «Prima di ogni accordo», ha intimato Sforzini, «dovremmo rivedere in maniera dettagliata e certosina lo sciagurato programma politico di Futuro Nazionale, nonché la sua altrettanto sciagurata e pericolosa postura strategica sia in politica interna che sullo scacchiere internazionale». L’accusa mossa al Generale è chiara: la sua eccessiva vicinanza a posizioni antieuropeiste radicali e la sua ambiguità geopolitica nei confronti della Russia di Putin e della Cina rappresentano un ostacolo insormontabile per chi, come Sforzini, difende una visione più occidentale e liberale.

L’attacco finale: via i consiglieri e le “cornacchie nere”

Ma il vero bersaglio dell’invettiva lanciata dal presidente di Rinascimento Nazionale non è soltanto Vannacci, bensì la variegata corte dei miracoli che circonda e consiglia quotidianamente l’eurodeputato. Il riferimento, tutt’altro che velato, è alla vecchia guardia della destra sociale e missina (figure come Alemanno o esponenti noti come il “Barone Nero” Jonghi Lavarini) che si stanno rapidamente accasando sotto l’ombrello di Futuro Nazionale.
Sforzini definisce il programma del Generale come «brillantemente elaborato con l’esclusivo contributo dei suoi fidi e acuti consiglieri, comunemente denominati “Cornacchie nere”». Una definizione lapidaria e sprezzante che traccia un solco incolmabile all’interno della stessa area culturale. La chiosa del comunicato è una sfida aperta: «Insomma, sul simbolo possiamo tranquillamente trovare un accordo. Sul contenuto, purtroppo, c’è parecchio da lavorare. Se Vannacci fosse disponibile a un bagno di umiltà, il tavolo è aperto. Lui porti solo una gomma da cancellare abbastanza grande per radere al suolo il suo programma. Ma le “Cornacchie nere” le lasci a casa, di loro non sapremmo davvero che farcene». La guerra fredda a destra è ufficialmente dichiarata.

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Politica

Il potere d’acquisto degli italiani torna a correre e batte l’inflazione: Fabio Rampelli gela Elly Schlein ad Agorà e blinda il taglio del cuneo fiscale

I salari degli italiani tornano finalmente a crescere e battono l’inflazione per la prima volta dopo vent’anni di stagnazione! Il Vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), interviene in diretta a su Agorà su Rai Tre per blindare i successi macroeconomici del Governo Meloni contro la propaganda del PD. Rampelli gela Elly Schlein svelando i dati del fisco: grazie al taglio strutturale del cuneo fiscale, miliardi di euro sono entrati nelle tasche delle famiglie e il potere d’acquisto è aumentato, incassando il plauso di economisti d’élite ed ex parlamentari dem come Carlo Cottarelli. Pronta anche la sferzante provocazione sul programma delle opposizioni: “Aspettiamo che la sinistra rimetta il bollo auto, noi difendiamo il merito e la legalità del lavoro”. Tutti i dettagli del match TV nel nostro articolo! 👇

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Roma – Un’ondata di verità macroeconomica e di rigore statistico scuote i laboratori del dibattito politico nazionale, rimettendo l’onestà delle cifre e il benessere reale delle famiglie al centro dell’agenda programmatica dello Stato. I bilanci dei lavoratori e il salario reale, quando si spogliano dei freddi e asettici canali della propaganda di parte e delle nevrosi da campagna elettorale, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente per misurare la tenuta sociale e la qualità della vita dei cittadini, offrendo ai rioni popolari e alle nuove generazioni uno scudo impenetrabile contro la crisi. Nella mattinata di oggi, martedì 22 settembre 2026, gli studi televisivi della trasmissione Agorà, in diretta su Rai Tre, si sono trasformati nel teatro di una durissima, solenne e fitta requisitoria istituzionale: il Vicepresidente della Camera dei deputati, Fabio Rampelli (esponente d’élite di Fratelli d’Italia), è sceso in trincea per blindare i risultati economici del Governo Meloni, stroncando senza filtri protettivi le tesi del centrosinistra sul potere d’acquisto, taccuino alla mano e passioni calde.

L’affondo del vicepresidente di Montecitorio ha radiografato con precisione chirurgica e saggistica il ruolino di marcia impresso dall’esecutivo a partire dall’autunno del 2022, un’opera di squadra eccezionale programmata per scacciare il torpore di due decenni di immobilismo finanziario e favorire il merito del lavoro. Rampelli ha espresso profondo rammarico per l’atteggiamento sistematicamente indisponibile all’interplay democratico dimostrato dai vertici del Partito Democratico, evidenziando come l’opposizione preferisca arroccarsi dietro gli smartphone dei cliché ideologici piuttosto che analizzare i verbali ufficiali dell’economia dello Stato. Una chiusura ermetica che collide persino con i recenti e temporanei spiragli di dialogo che la segretaria del PD, Elly Schlein, aveva faticosamente tentato di aprire sui dossier caldi della crisi energetica internazionale e sulle scadenze delle politiche industriali comuni.

La fine della stagnazione ventennale: la radiografia dei salari più forti dell’inflazione

Il cuore pulsante della requisitoria di Fabio Rampelli ad Agorà ha messo a nudo la falsità delle narrazioni della sinistra attraverso un bilancio storico e millimetrico dei redditi tricolori. Dopo ben vent’anni di paralizzante e dolorosa stagnazione monetaria ereditata dai passati governi tecnici e di centrosinistra, i dati reali dimostrano con i fatti che, a partire dal 2023, le buste paga degli italiani hanno finalmente ripreso a salire in modo stabile e duraturo. I Criteri di calcolo economico blindano un successo strutturale incontestabile: l’incremento delle retribuzioni si è consolidato a fronte di un tasso di inflazione che la cabina di regia di Giorgia Meloni è riuscita a far oscillare stabilmente tra il 2% e il 3,5%, dopo aver ereditato dallo shock macroeconomico precedente una spaventosa fiammata dei prezzi vicina all’8% complessivo.

I dati d’altronde parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi interpretativi: per la prima volta nell’ultimo ventennio, la crescita nominale dei salari viaggia a una velocità superiore rispetto all’indice dei prezzi al consumo. Questo cortocircuito virtuoso ha generato risposte flessibili e repentine per il welfare familiare, traducendosi in un aumento reale del potere d’acquisto e in un comfort funzionale perfetto per contrastare la povertà rionale. Il merito di questo miracolo d’area vasta va interamente attribuito alla determinazione civile con cui il governo ha varato e difeso il taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo, una misura d’avanguardia che ha elargito in totale trasparenza e immesso direttamente nelle tasche delle tute blu e dei lavoratori dipendenti diversi miliardi di euro l’anno, limitando al massimo l’esodo e la contrazione dei consumi interni.

L’asse con l’economista Carlo Cottarelli e la provocazione sul bollo auto

La postura e l’onestà intellettuale del vicepresidente della Camera hanno trovato un solido e inaspettato visual anchor nelle analisi scientifiche elargite da autorevoli accademici storicamente distanti dalle scuderie del centrodestra. Rampelli ha solennemente ricordato come gli straordinari risultati del ruolino di marcia governativo siano stati ampiamente certificati, apprezzati e lodati da illustri economisti dello Stato ed ex parlamentari dello stesso Partito Democratico del calibro del professor Carlo Cottarelli. Una promozione tecnica e priva di barriere ideologiche che blinda la tenuta etica delle riforme finanziarie varate a Roma, dimostrando che quando la politica opera con rigore e trasparenza per il benessere collettivo, le polemiche dei salotti radical chic si sciolgono nel vuoto pneumatico dei rimorsi di bottega.

Il segmento finale dell’intervento di Rampelli su Rai Tre si è convertito in una spavalda e affilata provocazione politica rivolta alle imminenti piattaforme programmatiche del centrosinistra in vista delle future scadenze delle urne. «Abbiamo fatto dal 2022 il massimo bene possibile date le condizioni disastrose ereditate, e se persino i loro massimi economisti lo riconoscono, davvero non c’è nulla di cui discutere», ha concluso con assoluta fermezza civile l’esponente di Fratelli d’Italia, spegnendo le nevrosi dei conduttori. «Aspettiamo tuttavia con curiosità che nel prossimo programma elettorale del centrosinistra compaia ufficialmente il ripristino del bollo auto, una tassa tanto cara all’opposizione e che noi abbiamo sempre combattuto per difendere la libertà dei cittadini». I verbali della trasmissione sono sigillati e le telecamere spente, ma la battaglia per la difesa del lavoro della scuderia Meloni continua a viaggiare sulle strade del Paese, pronta a proteggere il domani delle nostre smart land.

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