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Attualità

Il Mattutino dal Castello Sforzini, il segreto dello «Yūgen» e la trasparenza del vetro: la riflessione di Sabato 17 Ottobre 2026 su libertà, responsabilità e coraggio

Il Mattutino dal Castello Sforzini di sabato 17 ottobre 2026 riflette sulla metafora del vetro e sull’antico concetto giapponese di yūgen, ciò che si comprende intimamente senza poterlo spiegare. Un invito ad affrontare la convivenza con se stessi guidati dalla bussola etica di libertà, responsabilità e coraggio. 👇

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Il mattutino del 17 ottobre 2026

Castellar Ponzano – Ci sono albe in cui il silenzio delle colline piemontesi si fa veicolo di interrogativi universali, capaci di scavare oltre la superficie della frenesia quotidiana per toccare le corde più intime della coscienza umana. Nella suggestiva cornice storica del maniero alessandrino, l’appuntamento mattutino con Il Mattutino dal Castello Sforzini di sabato 17 ottobre 2026 offre una meditazione filosofica di rara intensità poetica ed esistenziale. Al centro della riflessione odierna si staglia una triplice traiettoria speculativa: l’apparente neutralità della materia traslucida, l’inesprimibile profondità della parola giapponese yūgen e l’inevitabile confronto con la propria stanza interiore.

Le parole d’apertura racchiudono una folgorante metafora ottica ed esistenziale: «Il vetro non ha colore. Eppure basta inclinarlo perché il mondo gli accada dentro». In questo aforisma risiede la chiave dell’intera fenomenologia della percezione. Il vetro, nella sua trasparenza primordiale, rappresenta l’anima nella sua condizione di purezza recettiva, priva di preconcetti o colorazioni arbitrarie. Tuttavia, la realtà non è mai una registrazione passiva o asettica: è sufficiente una minima inclinazione dell’angolo visuale, una deviazione prospettica, affinché la luce esterna si rifranga, catturando colori, ombre e movimenti dell’universo circostante. Non siamo spettatori immobili del cosmo, ma specchi viventi che conferiscono senso e prospettiva a ciò che accade.

Il mistero dello «Yūgen»: la grazia sottile di ciò che non ha voce

La riflessione del Castello Sforzini compie poi un balzo verso la millenaria sapienza dell’Estremo Oriente, evocando un concetto cardine dell’estetica e della filosofia nipponica: «In giapponese esiste una parola, yūgen, per ciò che si comprende profondamente senza riuscire a dirlo del tutto». Nato nelle corti imperiali medievali e teorizzato dal maestro teatrale Zeami Motokiyo, il termine yūgen (幽玄) sfugge a qualsiasi traduzione univoca nelle lingue occidentali. Indica quella bellezza misteriosa, oscura e insieme luminosa, che si percepisce intuitivamente dietro il velo delle apparenze.

È la consapevolezza che la realtà più autentica non si lascia intrappolare nella gabbia rigida della parola sillabata o della logica razionale. È il velo di nebbia che nasconde la sommità della montagna, l’ombra di un ramo che si riflette su un paravento di carta di riso, l’emozione improvvisa e indicibile dinanzi alla vastità di un cielo autunnale. Cogliere lo yūgen significa accettare il valore del silenzio fecondo, comprendendo che le verità più vertiginose dell’esistenza umana appartengono all’ordine dell’ineffabile, proprio come evidenziato nelle precedenti riflessioni filosofiche di Castellar Ponzano.

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L’inquietante e limpida convivenza: conoscere ciò che abita dentro

Dall’immensità metafisica del concetto orientale, il Mattutino approda a una disarmante constatazione psicologica e intima: «Io vivo sempre insieme a me stesso, e conosco fin troppo bene ciò che abita dentro di me». C’è in questa confessione una lucidità socratica che non concede alibi all’autoinganno. Possiamo mentire al mondo esterno, possiamo indossare maschere di convenienza nei rituali sociali, ma quando ci ritiriamo nella solitudine del nostro io, la convivenza con noi stessi diventa ineluttabile.

Conoscere ciò che abita dentro di noi non è un esercizio di narcisismo, bensì un atto di severa disciplina etica. Significa riconoscere le nostre ferite, i nostri talenti, i nostri egoismi e le nostre aspirazioni più pure. Solo chi ha guardato negli occhi i propri abissi interiori senza distogliere lo sguardo possiede l’autorità morale per interagire rettamente con il prossimo e per interpretare la complessità della società contemporanea.

La triade etica: «Libertà, responsabilità e coraggio»

La meditazione si conclude con un augurio che si trasforma in un vero e proprio manifesto per affrontare la giornata: «Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». Tre sostantivi che non sono stati accostati casualmente, ma che rappresentano i cardini indissolubili dell’agire umano degno di questo nome:

  • La Libertà: non come arbitrio capriccioso o assenza di vincoli, ma come autodeterminazione dello spirito, capacità di scegliere la propria rotta anche nelle tempeste più violente;
  • La Responsabilità: il contrappeso morale indispensabile della libertà, la consapevolezza che ogni nostra azione, parola o omissione genera conseguenze dirette sulla comunità circostante;
  • Il Coraggio: il fuoco vitale che traduce i principi ideali in fatti concreti, la forza d’animo necessaria per difendere la verità, resistere al conformismo e assumersi il carico delle proprie scelte.

In un’epoca segnata dalla frammentazione dell’attenzione e dalla superficialità dei giudizi, la lezione odierna del Castello Sforzini invita ciascuno di noi a diventare come quel vetro: capaci di inclinarci con sensibilità verso il mondo, custodendo nel profondo del cuore la grazia dello yūgen e l’integrità morale di chi non teme il confronto con la propria coscienza.

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Attualità

Lavoro e dignità, appello a Mattarella e al Governo contro il caro vita: «Il Presidente difenda gli articoli 1 e 3 della Costituzione»

Allarme carovita e lavoro: l’associazione Quei Bravi Ragazzi Family lancia un appello urgente al Governo e al Presidente Sergio Mattarella affinché vengano difesi gli articoli 1 e 3 della Costituzione a tutela di operai, camionisti e famiglie. 👇

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Sergio Mattarella

Roma – Un grido d’allarme limpido, accorato e radicato nella realtà quotidiana di milioni di italiani si leva all’indirizzo delle massime istituzioni della Repubblica. A lanciarlo è Nadia Di Rocco, presidente dell’associazione Quei Bravi Ragazzi Family, realtà da anni in prima linea nella tutela dei diritti umani fondamentali e della dignità della persona. Al centro dell’intervento c’è l’insostenibile impatto del carovita che sta progressivamente schiacciando lavoratori, famiglie, artigiani e imprese, trasformando quello che per la Costituzione dovrebbe essere lo strumento primario di riscatto e libertà in una condizione di cronica e logorante povertà.

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Il richiamo solenne all’articolo 1 della Carta fondamentale rappresenta l’architrave dell’appello: quella formula, scolpita dai padri costituenti, non è nata come una vuota enunciazione celebrativa per le cerimonie ufficiali, ma come un patto d’onore vincolante tra lo Stato e i propri cittadini. Un principio che trova la sua naturale cerniera nell’articolo 3, il quale attribuisce espressamente alla Repubblica il compito inderogabile di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

La mappa del disagio: dai blocchi degli autotrasportatori ai cortei del Nord

Oggi, tuttavia, il divario tra i dettami costituzionali e la vita reale si è trasformato in una voragine inaccettabile. Milioni di persone si alzano all’alba per compiere onestamente il proprio dovere, ma alla fine del mese si trovano nell’impossibilità materiale di pagare bollette energetiche raddoppiate, fare la spesa alimentare quotidiana, sostenere canoni di locazione alle stelle o fare il pieno di carburante per recarsi al lavoro. Un’emergenza sociale trasversale che nelle ultime ore ha generato focolai di protesta spontanea in numerosi territori della Penisola.

L’associazione ha monitorato direttamente le testimonianze disperate di autotrasportatori e piccoli imprenditori provenienti da Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Molise e Abruzzo. Le mobilitazioni si sono estese lungo i principali snodi viari, con disagi e rallentamenti registrati presso nodi autostradali nevralgici come i caselli di Caserta Sud e Napoli Nord. Parallelamente, nelle grandi città del Nord come Milano, Torino e Bologna, migliaia di studenti, precari e pensionati sono scesi in piazza per rivendicare il diritto a un’esistenza dignitosa. A Milano, un corteo composto da oltre 5.000 persone ha sfilato pacificamente, sebbene l’attenzione dell’opinione pubblica sia stata ingiustamente catalizzata dall’azione vandalica di una sparuta frangia isolata che ha danneggiato arredi urbani nel centro storico.

«La sicurezza e la legalità vanno sempre tutelate e ogni eventuale violazione va accertata con fermezza», sottolinea Nadia Di Rocco. «Ma non si possono usare gli atti di pochi sconsiderati per gettare ombra o ignorare il dramma reale che spinge lavoratori onesti, giovani e pensionati a manifestare. Quando il blocco stradale o il corteo diventano l’unica forma percepita dai cittadini per ottenere ascolto, significa che il patto di fiducia tra le istituzioni e la popolazione è pericolosamente compromesso».

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Diritto e Costituzione

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Carburanti e salari al collasso: «Chi produce ricchezza non può essere lasciato solo»

Le categorie produttive di base si trovano a un punto di non ritorno. Gli autotrasportatori denunciano rincari insostenibili sul gasolio commerciale che erodono completamente i margini operativi di ogni viaggio. Gli agricoltori e gli artigiani affrontano la fiammata dei costi di energia, concimi, materie prime e logistica, mentre i salari reali e gli assegni pensionistici rimangono congelati a livelli di decenni fa, incapaci di sostenere l’onda d’urto dell’inflazione cumulata. Chi lavora la terra, chi trasporta le merci sugli assi autostradali e chi garantisce i servizi essenziali non può essere trattato come un invisibile.

Alla luce di questo quadro emergenziale, Quei Bravi Ragazzi Family chiede al Governo l’apertura immediata di un tavolo di crisi permanente con i rappresentanti diretti delle categorie in agitazione. La richiesta riguarda misure strutturali e urgenti: un taglio incisivo delle accise sui carburanti professionali, interventi straordinari per la tutela del potere d’acquisto dei ceti medi e popolari e tempi certi per l’erogazione dei sostegni alle micro-imprese, evitando promesse dilatorie che rischierebbero di incendiare ulteriormente il clima sociale.

L’appello al Colle: il Presidente Sergio Mattarella garante della coesione sociale

La parte più solenne del documento è rivolta al Quirinale. L’associazione chiama direttamente in causa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua altissima funzione di custode supremo della Carta costituzionale e garante dell’unità della nazione. L’invito al Capo dello Stato è quello di far sentire la propria voce autorevole affinché le istituzioni parlamentari e di governo rimettano al centro dell’azione politica la piena attuazione degli articoli 1 e 3.

«Il Capo dello Stato non deve e non può sostituirsi alle prerogative dell’esecutivo», chiarisce Di Rocco. «Ma ha il dovere morale e costituzionale di farsi interprete di un malessere popolare profondo, che non può e non deve essere minimizzato o derubricato a mera questione di ordine pubblico. La protesta pacifica è il respiro vitale della democrazia, mentre la violenza va condannata senza esitazioni. Ma la risposta migliore non è l’indifferenza, bensì il dialogo e la tempestività degli interventi». Il messaggio si chiude con un monito che suona come una bussola etica per l’intero Paese: «La nostra Repubblica si fonda sul lavoro, non sul sacrificio senza fine di chi lavora. È tempo di ascoltare, intervenire e agire prima che sia troppo tardi».

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Politica

Meritocrazia Italia, il messaggio di Walter Mauriello dopo l’VIII Congresso al Quirino: «Nasce l’Agenzia delle Uscite contro i debiti dello Stato, vince il Prodotto Interno Umano»

VIII Congresso di Meritocrazia Italia al Teatro Quirino: il presidente Walter Mauriello lancia la sfida per l’Agenzia delle Uscite contro i debiti dello Stato e proclama la vittoria del Prodotto Interno Umano sul PIL nel segno della competenza e dell’inclusione. 👇

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Walter Mauriello

Roma – Si sono spente le luci sul prestigioso palcoscenico del Teatro Quirino di Roma, ma l’eco politica, civile e morale dell’VIII Congresso Nazionale di Meritocrazia Italia continua a risuonare con forza nel dibattito istituzionale del Paese. All’indomani della tre giorni congressuale, il Presidente Nazionale del movimento, l’avvocato Walter Mauriello, ha diffuso un intenso e appassionato messaggio pubblico rivolto all’intero Consiglio di Presidenza, ai quadri dirigenti, agli oltre quaranta relatori intervenuti, ma soprattutto ai 38.760 cittadini che hanno seguito i lavori in diretta streaming da ogni regione d’Italia, confermando come la battaglia per il merito sia ormai diventata un moto popolare diffuso e inarrestabile.

«Voi siete la prova vivente che Meritocrazia Italia non è un semplice simbolo elettorale, è un popolo», ha esordito Mauriello nel tracciare il bilancio dell’assise romana. Un popolo che ha scelto di rimettere al centro della vita pubblica i pilastri fondativi del movimento: la valutazione oggettiva come dovere etico irrinunciabile, la premialità come autentica forma di giustizia sociale e la responsabilità individuale come espressione più alta della libertà democratica. «Un Paese senza merito è un Paese senza futuro, condannato a veder vincere chi urla più forte e non chi vale realmente sul campo», ha rimarcato il presidente, sottolineando la dignità di un confronto condotto con garbo istituzionale e fermezza argomentativa insieme a tutte le forze politiche dell’arco parlamentare, senza pregiudizi ideologici né barriere di parte.

Dal Teatro Quirino le sfide legislative: nasce la proposta dell’Agenzia delle Uscite

L’assise del Teatro Quirino non si è limitata a ribadire princìpi ideali, ma ha licenziato un pacchetto di riforme legislative concrete, nate dall’ascolto costante delle categorie produttive e dei territori. Tra i provvedimenti cardine approvati all’unanimità dal Congresso spiccano il Testo Unico del Sociale, una normativa organica per riorganizzare il terzo settore e la tutela delle fragilità, e il Testo Unico sull’Intelligenza Artificiale, concepito per evitare che la rivoluzione digitale mortifichi l’ingegno e l’occupazione umana. A queste si affiancano la riforma meritocratica della Pubblica Amministrazione, un nuovo modello di Sanità che premi le strutture e i medici capaci di curare con efficienza e umanità, la salvaguardia della famiglia e il riconoscimento della formazione permanente come diritto universale e non come privilegio per pochi.

Ma la sfida più dirompente lanciata da Mauriello alle istituzioni riguarda l’approvazione formale dell’istituzione dell’Agenzia delle Uscite, una proposta destinata a sanare una delle più gravi e intollerabili ingiustizie che gravano sull’economia italiana. «Basta con uno Stato a senso unico, che pretende puntualità millimetrica dai cittadini minacciando sanzioni pesantissime e poi si permette di pagare imprese, professionisti e artigiani con ritardi inaccettabili che superano i duecento giorni», ha tuonato Mauriello. L’Agenzia delle Uscite concepita da Meritocrazia Italia avrà il compito vincolante di monitorare i flussi finanziari pubblici, certificare i debiti della Pubblica Amministrazione e comminare sanzioni automatiche agli enti debitori morosi, ristabilendo il principio costituzionale secondo cui la giustizia deve essere uguale per tutti, compreso lo Stato.

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Economia e Società

Paolo Del Debbio – «Le dieci cose che ho imparato» (Piemme)

Una riflessione lucida, coraggiosa e senza filtri sulla società italiana, la dignità del lavoro, la burocrazia statale e il buonsenso necessario per ridare speranza ai cittadini onesti.

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Il primato dell’uomo sul PIL: l’artigiano sul palco con la dignità di un Ministro

Al centro dell’intera visione congressuale, Meritocrazia Italia ha voluto ribadire il primato indiscusso dell’uomo rispetto ai meri parametri contabili, sancendo la vittoria del “Prodotto Interno Umano” sul Prodotto Interno Lordo. Un principio che non è rimasto un’enunciazione teorica, ma ha trovato la sua rappresentazione più toccante e potente nella scelta di far salire sulla tribuna del Quirino un artigiano falegname, chiamato a parlare con la stessa dignità e la medesima autorevolezza riservata ai membri del Governo e delle istituzioni.

«Un uomo delle mani, del sacrificio e della fatica quotidiana, che ha retto il palco e ha regalato emozioni autentiche alla platea», ha ricordato con orgoglio Walter Mauriello. Un gesto simbolico che incarna la vocazione profonda del movimento: dimostrare che la gente comune, con la sua esperienza e il suo sudore, non è un semplice pubblico pagante a cui chiedere consensi durante le campagne elettorali, ma rappresenta il motore pulsante, l’architrave e la protagonista indiscussa della vera democrazia repubblicana.

La magia dell’inclusione e il ritorno sui territori: «La civiltà si alimenta, non si subisce»

La parte conclusiva del congresso è stata caratterizzata da momenti di altissimo valore artistico ed emotivo, resi possibili dal lavoro del maestro Angelo Ferrara e della squadra di presidenza. Tra le note avvolgenti del violino, il calore del sassofono e coreografie impeccabili, a rubare il cuore dei presenti è stata l’esibizione straordinaria di una giovane ballerina non udente e non vedente, capace di danzare con divina grazia sul palco affidandosi unicamente alle vibrazioni interiori e alla forza dell’anima.

«Questa è la vera magia di Meritocrazia Italia», ha chiosato il presidente Mauriello. «La magia di un movimento che non lascia indietro nessuno, che rifiuta la cultura dello scarto e trasforma le differenze in valore e ricchezza comune. Ora torniamo a lavorare nelle nostre comunità, sui territori, tra la gente. Lo faremo senza arroganza, con umiltà ma con una convinzione granitica: la civiltà si alimenta giorno per giorno con il coraggio delle proprie azioni, non si subisce passivamente». Con questo mandato ideale e programmatico, l’organizzazione si prepara ad affrontare le prossime battaglie legislative, decisa a portare la voce del merito e del lavoro reale nelle aule parlamentari.

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Attualità

Il Mattutino del lunedì dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano: «Due punti determinano una retta, il terzo rende la faccenda interessante»

Il Mattutino del lunedì dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano: una riflessione poetica tra le geometrie dell’imprevisto, la bellezza dei ritorni e gli anni che sanno dare risposte nel segno di libertà, responsabilità e coraggio. 👇

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Il mattutino del 19ottobre2026

Castellar Ponzano – L’alba di lunedì 19 ottobre si fa strada lentamente tra i boschi e le colline dell’alessandrino, avvolgendo le pietre millenarie del Castello Sforzini in una nebbia sottile e luminosa. Il primo giorno della settimana porta con sé il rumore del mondo che riparte, gli impegni che si accavallano, le agende che si riempiono di scadenze e quell’istinto diffuso di cercare traiettorie sicure, prevedibili e rassicuranti. Eppure, proprio quando l’abitudine rischia di appiattire lo sguardo sul quotidiano, la riflessione mattutina invita a fermarsi sulla soglia del tempo, cogliendo il senso profondo delle geometrie dell’esistenza e dei dialoghi minimi che ne scandiscono il valore.

«Due punti determinano una retta. Il terzo, finalmente, rende la faccenda interessante». Inizia con questo postulato geometrico che si trasforma immediatamente in metafora umana l’appuntamento odierno con il Mattutino. La retta è la via più breve tra due punti, è la logica stringente dell’efficienza, della causa e dell’effetto, del dovere che si esaurisce in se stesso. Ma una retta, da sola, non crea spazio: è bidimensionale, rigida, incapace di accogliere la complessità. È solo con l’irruzione del terzo punto – l’imprevisto, l’incontro casuale, il dubbio fecondo, l’emozione inattesa – che la superficie si spalanca, generando un piano, una profondità, un triangolo di relazioni che rende l’avventura della vita degna di essere vissuta.

La geometria dell’imprevisto: quando la vita supera la linea retta

Accettare quel «terzo punto» significa avere il coraggio di non considerarsi mai arrivati a destinazione. Significa comprendere che i piani tracciati a tavolino per la settimana o per gli anni a venire sono solo un’ipotesi di lavoro, destinata a essere felicemente sconvolta dalla realtà. Nella fretta contemporanea di voler prevedere tutto, di voler incanalare ogni gesto verso un tornaconto immediato, dimentichiamo che la vera bellezza nasce quasi sempre dalle deviazioni, dagli inciampi calcolati, da quegli elementi apparentemente di disturbo che rompono la linearità sterile della routine per donarci una nuova prospettiva sul mondo.

Colui che cammina solo su una retta non guarda né a destra né a sinistra, consuma il tragitto senza abitarlo. L’invito che si leva dall’antico maniero piemontese è invece quello di accogliere il terzo elemento come un dono: l’ascolto di una voce diversa, la pazienza di fermarsi ad osservare un dettaglio trascurato, la disponibilità a lasciarsi sorprendere da ciò che non era stato programmato nell’orario di lavoro.

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Lasciare qualcosa da tornare a prendere: l’arte delicata dei legami

Il Mattutino si sposta poi su una scena di vita ordinaria, quasi cinematografica, colta attraverso il filtro sottile di una parete condivisa: «Dall’appartamento accanto: “Hai preso tutto?” – “No. Ho lasciato apposta qualcosa da tornare a prendere”». In questo scambio fulmineo tra due persone si condensa tutta la saggezza dei legami umani più autentici. Lasciare qualcosa indietro non è una distrazione, ma un atto di premeditata speranza. È il rifiuto cosciente dell’addio definitivo, è la firma invisibile apposta su una promessa di ritorno.

Chi porta via tutto chiude le porte, fa il vuoto, azzera i debiti e i crediti dell’anima. Chi invece lascia intenzionalmente un libro sul comodino, una sciarpa sull’attaccapanni, una parola sospesa a metà prima di uscire di casa, costruisce un ponte verso il futuro. È il riconoscimento che la nostra felicità non risiede nell’autosufficienza solitaria, ma nella capacità di dipendere dolcemente dagli altri, di lasciare varchi aperti attraverso cui il filo invisibile delle relazioni possa continuare a scorrere senza spezzarsi.

Gli anni delle domande e gli anni delle risposte: libertà, responsabilità e coraggio

La terza frammentazione del testo tocca le corde del tempo lungo dell’esistenza: «Ci sono anni che fanno domande e anni che danno risposte». Quante volte attraversiamo stagioni intere della nostra vita dominate dal buio, dall’incertezza, da interrogativi dolorosi che sembrano cadere nel vuoto? Sono gli anni in cui ci chiediamo perché certe strade si siano interrotte, perché certi sforzi non abbiano dato frutto, quale sia la direzione da imprimere al nostro cammino. Anni faticosi, dove si semina nel fango senza vedere germogli.

Ma a quegli anni, ci ricorda il Mattutino, ne succedono altri: gli anni della maturità, della consapevolezza e della raccolta, in cui i nodi finalmente si sciolgono e il disegno complessivo si rivela chiaro agli occhi del cuore. Le risposte arrivano sempre, ma richiedono la pazienza di chi sa abitare le domande senza fuggire.

Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano per questo lunedì di ottobre. Un invito limpido a non farsi schiacciare dal peso delle ore e ad affrontare la settimana guidati da tre parole cardinali: libertà di scegliere la propria rotta, responsabilità di aver cura di ciò che ci circonda e coraggio di vivere appieno ogni incontro che il destino vorrà regalarci.

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