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Cultura

Nelle lacrime nasce la preghiera e nell’amore risplende la luce: il toccante racconto di Menda Vreto contro l’orrore della guerra

Nelle lacrime nasce la preghiera e nell’amore risplende la luce.

Di fronte alle immagini atroci della guerra che scorrono in TV, la scrittrice Menda Vreto racconta l’incontro con un bambino bisognoso davanti a un panificio e la riscoperta della solidarietà. Anche quando ci sentiamo impotenti, possiamo davvero fare la differenza per chi soffre accanto a noi?

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Amore e luce

Roma – In un’epoca drammaticamente segnata dal moltiplicarsi dei conflitti armati, dal fragore incessante delle bombe e da un flusso continuo di immagini di devastazione che rischia di anestetizzare la nostra sensibilità, la parola scritta torna a farsi balsamo per l’anima e strumento di risveglio morale. Dalla penna sensibile della scrittrice Menda Vreto nasce una riflessione narrativa di straordinaria intensità emotiva intitolata «Nelle lacrime nasce la preghiera, nell’amore risplende la luce». Un testo profondo che indaga il senso di smarrimento e impotenza provato da chi osserva le tragedie dei popoli dilaniati dalla violenza bellica, riscoprendo nella solidarietà quotidiana e nell’empatia l’unico vero antidoto contro l’indifferenza.

Il racconto si apre nella quiete di una stanza illuminata dal chiarore spettrale di un televisore, dove scorrono scene strazianti di città avvolte dal fumo, macerie fumanti e il dramma disperato di una madre che stringe al petto la scarpina impolverata del proprio bambino. Un’immagine lacerante che richiama il valore universale della pace e della fratellanza tra i popoli, al centro degli scambi artistici e letterari internazionali che la nostra testata promuove costantemente all’interno della sezione dedicata alla grande cultura, poesia e letteratura di testimonianza.

La forza del racconto risiede proprio nel contrasto stridente tra l’orrore lontano del fronte e la rassicurante normalità delle nostre case. Guardando fuori dalla finestra una vicina che prepara serenamente la cena mentre il figlio ride spensierato, la protagonista sperimenta quel senso di vertigine che coglie chiunque comprenda quanto sia fragile il bene prezioso della pace: una tavola imbandita, un tetto sicuro e una notte trascorsa senza la paura degli allarmi aerei non sono scontati, ma un miracolo che altrove è diventato un miraggio irraggiungibile.

La lezione del bambino al panificio: condividere il poco per sconfiggere la fame e la solitudine

Di fronte alla tentazione di arrendersi al senso di inutilità, la narrazione di Menda Vreto compie una svolta decisiva attraverso l’incontro casuale con un bambino davanti alla vetrina di un panificio. Il piccolo, vestito con abiti logori, conta e riconta poche monete strette nel palmo, sperando che bastino per portare a casa un tozzo di pane per la mamma malata. L’intervento generoso della protagonista, che provvede ad acquistare generi alimentari per la famiglia bisognosa, si trasforma in una folgorante lezione etica condensata nelle parole del bimbo: «La mamma dice che, anche quando si ha poco, bisogna sempre condividerlo con gli altri».

In quella saggezza infantile e disarmante si rivela il segreto di una convivenza umana autentica, lontana dagli egoismi materiali che spesso inquinano il mondo adulto. Come sottolineato anche nelle opere liriche dedicate alla riscoperta della dignità e della resilienza interiore come le composizioni di Arsinoi Zengo e la poesia di testimonianza, la grandezza dell’animo non si misura dalle ricchezze possedute ma dalla capacità di non chiudere mai gli occhi davanti alla sofferenza del prossimo.

Tornando a casa dopo quell’atto di carità silenziosa, la protagonista comprende una verità fondamentale: essere impotenti di fronte alla possibilità di salvare il mondo intero non significa essere esonerati dal dovere morale di portare sollievo a una singola persona. Un concetto che risuona profondamente nelle dinamiche del nostro territorio e delle reti di volontariato locale, dove il bene comune si edifica attraverso la somma di innumerevoli piccoli gesti.

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Il valore della preghiera e del volontariato: non abituarsi al dolore per restare umani

Le lacrime che scendono silenziose nella notte non sono un segno di debolezza o di resa, ma l’inizio di una preghiera viva. Menda Vreto ci ricorda con parole toccanti che pregare per le madri afflitte, per i padri che difendono i figli a mani nude e per i popoli profughi significa non arrendersi al cinismo dell’abitudine. Il pericolo più subdolo per la nostra società è infatti l’assuefazione al male, il rischio di considerare fisiologiche le immagini di bambini affamati e case ridotte in macerie.

Dalla meditazione scaturisce l’azione concreta: l’adesione a un gruppo di volontari per raccogliere abiti, cibo e coperte dimostra che la solidarietà autentica non ha bisogno di proclami roboanti. Una scatola di matite colorate infilata nello zaino di un bambino profugo racchiude la speranza che egli possa ancora disegnare un sole splendente, un albero verde e una casa accogliente in cui il cielo non sia più solcato dai caccia militari, unendo l’impegno sociale con le tematiche analizzate nella nostra rubrica di psicologia delle relazioni ed empatia comunitaria.

Questi gesti luminosi dimostrano come anche nel cuore della notte più buia esista la promessa dell’aurora: il dolore può trasformarsi in muri che dividono e generano rancore, oppure in ponti d’amore che avvicinano le coscienze e risanano le ferite dell’umanità.

Costruire la pace nella coscienza di ognuno: il messaggio universale di Menda Vreto

La conclusione della riflessione di Menda Vreto suona come un potente manifesto morale per il nostro tempo: «La pace non comincia soltanto attorno ai tavoli dove si prendono le grandi decisioni politiche. Comincia nella coscienza di ciascuno di noi, nel momento in cui scegliamo di non considerare l’altro un estraneo, quando comprendiamo che il suo dolore non è meno importante soltanto perché non è il nostro. L’amore non è impotenza di fronte al male; è il coraggio di non diventarne parte».

Un appello universale che invita ogni lettore a farsi custode di una fiammella di luce per chi brancola nel buio della disperazione. Se è vero che nessun individuo da solo possiede la forza di cambiare il destino dell’intero pianeta, è altrettanto certo che ciascuno di noi ha il potere straordinario di cambiare per sempre il mondo di una persona attraverso l’ascolto, la cura e la generosità.

Il testo di Menda Vreto rappresenta dunque una preziosa bussola per non smarrire la rotta dell’umanità, invitandoci a riscoprire nella compassione attiva la vera grandezza del nostro essere al mondo.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

La poesia albanese di Arsinoi Zengo: il dramma della povertà e la memoria perduta nella traduzione di Angela Kosta

🔴 La voce e il dramma dei dimenticati nei versi di Arsinoi Zengo.

La poetessa albanese tradotta da Angela Kosta denuncia la fame, la solitudine dell’infanzia orfana e la scomparsa dell’amore nelle toccanti liriche “Melodie d’oblio” e “Gli oscuri colori della vita”.

Un grido potente contro l’egoismo dei potenti e per il diritto allo studio di ogni bambino.

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Arsinoi Zengo

Tirana – La grande lirica dei Balcani torna a vibrare di commozione civile ed empatia umana sulle colonne culturali della nostra testata. Presentiamo oggi un intenso percorso poetico dedicato all’autrice albanese Arsinoi Zengo, tradotta magistralmente per il pubblico italiano dalla scrittrice, giornalista e accademica Angela Kosta, firma di riferimento e colonna portante della redazione di Cavaliere News.

Attraverso una lingua scarna, musicale e intrisa di struggente verità, i versi di Arsinoi Zengo mettono a nudo due dimensioni cruciali dell’esperienza umana: da un lato l’evanescenza dei ricordi amorosi che sfumano nel tempo, dall’altro la cruda denuncia della povertà infantile e dell’abbandono sociale. Una testimonianza etica che dialoga profondamente con l’impegno per la pace e il dialogo tra i popoli promosso sulle nostre pagine, come testimoniato dal recente tributo internazionale a Irma Kurti nominata ambasciatrice nel mondo.

Questa nuova perla letteraria consolida il ponte culturale tra le due sponde dell’Adriatico, offrendo ai lettori del nostro territorio uno spaccato autentico di una terra ricca di dignità e talento. La divulgazione della poesia contemporanea arricchisce la proposta delle nostre sezioni di cultura e letteratura internazionale, dimostrando come la parola scritta sappia farsi carico delle ferite degli ultimi per scuotere le coscienze assopite di chi vive nell’indifferenza.

Angela Kosta e la missione della traduzione: dare voce alle anime dei Balcani

La figura di Angela Kosta rappresenta uno degli esempi più virtuosi e instancabili di mediazione letteraria nel panorama editoriale contemporaneo. Poetessa, saggista, critica letteraria e direttrice esecutiva di riviste internazionali, Kosta svolge un ruolo insostituibile nel far conoscere in Italia la voce dei più significativi autori albanesi e internazionali, traducendone le opere con un rigore filologico che non tradisce mai la vibrazione emotiva originaria.

Nel caso delle liriche di Arsinoi Zengo, il lavoro traduttivo di Angela Kosta assume un valore testimoniale di prim’ordine. La lingua albanese, densa di metafore viscerali e di richiami arcaici alla terra e alla famiglia, viene trasposta in italiano preservando la cadenza struggente del canto popolare e la forza lacerante dell’invettiva morale contro l’ingiustizia economica.

Grazie a questa sensibilità, i lettori italiani possono cogliere l’essenza di due composizioni straordinarie, «Melodie d’oblio» e «Gli oscuri colori della vita», che fotografano la parabola umana sospesa tra la nostalgia intima dell’innamoramento e la tragedia collettiva della miseria quotidiana, tematiche care alle analisi di lifestyle, etica e solidarietà sociale.

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La lirica «Melodie d’oblio»: il mistero della distanza e il silenzio dell’assenza

Nella poesia d’apertura, «Melodie d’oblio», Arsinoi Zengo cesella il ritratto psicologico di un incontro mancato, in cui la persona amata scivola gradualmente oltre i confini del reale per perdersi nel nulla. L’incapacità di toccare l’altro, il gioco infantile della presenza negata e la nostalgia lacerante per il proprio paese d’origine compongono una ballata elegiaca di rara bellezza. Di seguito il testo tradotto da Angela Kosta:

Raramente vado a incontrarla,
lì dove un tempo era, ormai la vedo poco.
Mi diceva di venire quando non c’era,
con me giocava come fosse una bambina!

Raramente riuscivo a toccarla,
alzando le spalle, sfiorava il silenzio.
Con la coda dell’occhio cercava di dirmi:
«Anche questa volta, come le altre,
non accadrà più».

E io, poveretto, la seguivo,
ogni volta che sulle sue labbra sussurravo:
«Dove sei? Dove eri?
Dove è finito l’amore?»

Mi assaliva la nostalgia
del paese in cui vivevo.

Ormai non vado più a incontrarla,
lì dove un tempo era, non la vedo più.
Non mi diceva di venire,
perché ormai non c’era più.

Dove sarò?
Dove sarà?
Qualcuno lo sa?

L’interrogativo finale sul destino delle anime disperse risuona come un’eco universale, trasformando una vicenda privata in un canto di spaesamento metafisico che tocca le corde più profonde della memoria personale e collettiva.

Il grido disperato de «Gli oscuri colori della vita»: l’infanzia orfana e l’ingiustizia dei potenti

Se la prima lirica si muove sui toni sussurrati del rimpianto, la successiva «Gli oscuri colori della vita» esplode con la veemenza di un atto d’accusa sociale. Il quadro dipinto da Arsinoi Zengo è doloroso e senza sconti: una casa buia, il gelo della notte, due fette di pane secco, la fame lacerante di un bambino e la fatica disumana dell’orfano costretto a spaccare legna invece di sedere sui banchi di scuola. Ecco i potenti versi tradotti da Angela Kosta:

Un mondo troppo pauroso,
un mondo burrascoso, colmo di problemi,
gente confusa, con il capo chino,
case senza pane, anime inquiete.

La notte bussa lentamente,
il sonno chiama,
ma ad attenderli ci sono soltanto
due fette di pane secco e un coltello.

Il bambino, con la pancia vuota, inizia a dire:
«Cara mamma, dammi un po’ di pane!»

Il povero orfano, che non ha un padre,
deve crescere, ma da nessuna parte
si leva una voce in suo aiuto.

L’ascia procura un po’ di legna secca,
niente scuola, nemmeno istruzione.

Oh, mondo ingrato!
Parlate, gridate,
non abbandonate i poveri!

Dove sono finiti l’amore e l’umanità?

Voi, potenti e proprietari,
donate a coloro che sono stati abbandonati!

Quando sarete nell’altro mondo,
che cosa avrete da confessare?
La vostra anima non troverà pace,
nemmeno l’inferno la tratterrà.

Perciò, affrettatevi finché potete,
date anche a coloro che non hanno voce.

Anch’io vorrei imparare,
come i miei amici,
cercando un luogo caldo
dove poter leggere
e ringraziarvi per sempre!

La supplica conclusiva del piccolo che chiede soltanto un luogo caldo dove poter studiare e leggere smaschera l’ipocrisia dei potenti. Un’opera di straordinario valore etico che conferma la missione di Angela Kosta: trasformare la cultura in un presidio permanente di solidarietà e riscatto per chi non ha voce.

Rubrica poetica internazionale a cura di Angela Kosta per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

La poesia filosofica del belga Antoon Van Den Braembussche: Diventare un’isola e Confessione nella traduzione di Irma Kurti

🔴 La poesia del filosofo belga Antoon Van Den Braembussche tradotta da Irma Kurti.

Il professore emerito e autore di “Thinking Art” esplora il mistero dell’animo umano nelle due raffinate liriche “Diventare un’isola” e “Confessione”.

Una meditazione lirica sul valore dell’amore come rispetto della solitudine e sulla potenza del silenzio.

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Antoon Van Den Braembussche

Roma – Il dialogo tra estetica filosofica e lirismo esistenziale raggiunge vertici di straordinaria profondità sulle pagine culturali del nostro giornale. Dopo aver esplorato il realismo nordico con l’omaggio a Bernt-Olov Andersson curato da Irma Kurti, accogliamo oggi l’opera di una delle menti più raffinate del panorama accademico e letterario europeo: il filosofo e poeta belga Antoon Van Den Braembussche, tradotto per l’Italia dalla sensibilità letteraria della poetessa internazionale Irma Kurti.

Nelle liriche di Van Den Braembussche, il pensiero speculativo non rimane confinato nell’astrazione concettuale, ma si trasforma in parola viva, meditazione sul silenzio e canto dell’anima. Questa continua ricerca di senso e bellezza si inserisce perfettamente nel solco delle riflessioni critiche promosse nelle nostre sezioni di cultura ed estetica contemporanea, offrendo ai lettori del nostro territorio uno sguardo privilegiato sui maestri del pensiero europeo tradotti in oltre quaranta lingue nel mondo.

La traduzione italiana di due capolavori lirici come «Diventare un’isola» e «Confessione» apre squarci inediti sulla dinamica dei sentimenti, sul mistero dell’alterità e sul ruolo rivoluzionario della pausa poetica. Liriche che parlano direttamente al cuore e alla mente degli appassionati di arte e letteratura, confermando come la grande poesia sia capace di superare ogni barriera geografica per farsi patrimonio universale.

Chi è Antoon Van Den Braembussche: da Bruges alle cattedre di Bruxelles e Rotterdam

Nato a Eeklo nel 1946 e residente nella suggestiva e storica città fiamminga di Bruges, Antoon Van Den Braembussche ha segnato per decenni il dibattito europeo sulla critica d’arte e sulla filosofia della cultura. Dal 2011 è professore emerito di Critica d’Arte presso la Vrije Universiteit Brussel (Libera Università di Bruxelles), dopo aver guidato dal 1980 al 2007 le cattedre di Filosofia della Storia ed Estetica presso la prestigiosa Erasmus Universiteit di Rotterdam.

Il suo fondamentale saggio «Thinking Art» (Pensare l’Arte), pubblicato internazionalmente da Springer nel 2009, costituisce ancora oggi un testo di riferimento imprescindibile per la comprensione delle correnti estetiche moderne e del dialogo interculturale tra Occidente e Oriente. Accanto alla monumentale produzione accademica, Van Den Braembussche ha dato alle stampe otto apprezzatissime raccolte poetiche, dove il rigore del filosofo si fonde con la vertigine dell’intuizione mistica e la dolcezza della malinconia fiamminga.

La sua scrittura in versi, caratterizzata da una luminosa chiarezza espressiva e da una rarefatta purezza formale, rifiuta l’artificio retorico per concentrarsi sulla fragilità dell’attimo fuggente. L’attenta e misurata traduzione condotta da Irma Kurti riesce a preservare l’equilibrio millimetrico tra concetto filosofico e battito cardiaco che contraddistingue l’autore belga.

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La lirica «Diventare un’isola»: il rispetto della distanza come forma suprema d’amore

Nella splendida poesia «Diventare un’isola», il pensatore belga affronta uno dei nodi psicologici più delicati dell’esistenza umana: la saturazione causata dalla vicinanza continua e la necessità di rispettare la solitudine dell’altro. In un’epoca che predica la condivisione ossessiva, Van Den Braembussche ricorda che l’amore autentico consiste nel concedere spazio, nel permettere all’amato di ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ecco il testo tradotto da Irma Kurti:

Inaccessibile, tu metti via
i fiori artificiali e le pantofole
all’interno della casa
che profuma di fiori di tiglio.

Perché recitare
distoglie l’attenzione,
crea una cauta distanza.

A volte la vicinanza,
l’intimità e le parole
diventano un eccesso insopportabile.

E l’amore non è altro
che lasciare che l’altro
sia un’isola per un po’.

L’immagine della casa che profuma di fiori di tiglio e il gesto di mettere via gli oggetti quotidiani descrivono con mirabile compostezza la stanchezza della recita sociale. Si tratta di una profonda intuizione emotiva che dialoga a pieno titolo con le riflessioni di psicologia delle relazioni umane, dove la separazione temporanea non è abbandono, ma il presupposto essenziale per ritrovare un’autentica comunione.

La lirica «Confessione»: il potere della pausa e il silenzio che fa morire il lettore

La seconda composizione proposta, intitolata emblematicamente «Confessione», è una dichiarazione di poetica che indaga l’essenza stessa dell’atto letterario. Il poeta non stabilisce un legame con chi legge attraverso il cumulo delle parole, ma attraverso la pausa, il vuoto e la sospensione. È nell’intervallo silenzioso tra una riga e l’altra che scatta l’illuminazione metafisica. Di seguito la traduzione a cura di Irma Kurti:

Sono più vicino a te
perché sono un poeta.

Non per la parola,
ma per la pausa,
il suono che svanisce,
il silenzio
che all’improvviso
cade tra le parole e le righe
e ti fa morire come lettore
ancora e ancora.

Quella morte simbolica del lettore evocata nei versi finali rappresenta in realtà la sua rinascita: spogliato delle proprie certezze, chi legge viene costretto a confrontarsi con il mistero dell’indicibile. Una lezione magistrale che testimonia ancora una volta il valore inestimabile del lavoro di mediazione culturale svolto da Irma Kurti per la nostra redazione, capace di donare ai lettori pagine di purissima bellezza intellettuale.

Rubrica letteraria internazionale a cura di Irma Kurti per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

La poesia operaia svedese di Bernt-Olov Andersson: le liriche Quello e Tra i mondi nella traduzione di Irma Kurti

🔴 La poesia svedese di Bernt-Olov Andersson nella traduzione di Irma Kurti.

Lo scrittore proletario premiato con l’Hedenvind e l’Ivar Lo racconta la vita operaia e l’inverno del Nord nelle due intense liriche “Quello” e “Tra i mondi”.

Un viaggio letterario tra la fatica della fabbrica e la luce della memoria familiare.

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Bernt-Olov Andersson

Roma – La grande letteratura scandinava contemporanea torna ad arricchire le colonne culturali del nostro giornale attraverso una delle voci più potenti e autentiche della poesia del Nord Europa. Presentiamo oggi un focus critico dedicato allo scrittore, drammaturgo e poeta svedese Bernt-Olov Andersson, figura di spicco della cosiddetta arbetarlitteratur (la letteratura operaia svedese), tradotto magistralmente per il pubblico italiano dalla scrittrice e poetessa internazionale Irma Kurti, firma d’eccellenza della nostra testata.

L’opera di Andersson si distingue per la straordinaria capacità di condensare in versi scarni, taglienti e privi di orpelli retorici la durezza della vita proletaria, l’eredità industriale della sua terra d’origine e la ricerca struggente di una luce interiore. Un percorso che dialoga idealmente con le grandi rassegne saggistiche e storiche presenti nelle nostre sezioni di cultura e letteratura internazionale, collegandosi all’impegno per la valorizzazione del pensiero critico che anima quotidianamente il nostro territorio.

La diffusione delle voci poetiche europee riflette l’attenzione dedicata da Cavaliere News ai ponti culturali tra nazioni, sulla scia delle recenti riflessioni sul patrimonio materiale e sociale come la conferenza di Treviso su la tavola nell’Ottocento a Casa dei Carraresi. Attraverso la sensibilità traduttiva di Irma Kurti, i lettori italiani possono accostarsi a due liriche emblematiche, «Quello» e «Tra i mondi», che fotografano la solitudine dell’individuo e la dignità del riscatto sociale, temi centrali per chi segue le rubriche di arte e spettacolo.

Chi è Bernt-Olov Andersson: dall’acciaieria di Sandviken ai massimi riconoscimenti letterari

Nato nel 1947 a Kilafors, nella suggestiva regione dell’Hälsingland, Bernt-Olov Andersson è cresciuto a Sandviken, nel Gästrikland, storica cittadina industriale nota in tutto il mondo per le sue imponenti acciaierie. È proprio in questo contesto operaio, scandito dai ritmi duri della fabbrica e dal contrasto tra la metallurgia e la natura boreale circostante, che si è formata la sua sensibilità estetica e civile, facendone uno dei cantori più autorevoli della classe lavoratrice svedese.

Ha debuttato come poeta nel 1976 e da quel momento ha costruito una produzione monumentale che spazia dalla lirica ai romanzi, dai testi teatrali alla saggistica sociale, con numerose opere trasmesse a puntate dalla radio nazionale svedese. Figura di spicco dell’associazionismo culturale, è stato primo vicepresidente dell’Associazione degli scrittori svedesi, presidente della Società degli Scrittori del Nord e dell’Authorcenter North, nonché promotore della prestigiosa Stig Sjödin Society e cantante dei gruppi musicali Band Avd e Starka Band.

La qualità etica ed estetica della sua scrittura è stata consacrata nel 2019 con l’assegnazione della Plaquette Hedenvind, tra i massimi riconoscimenti nordici per la letteratura del lavoro, e nel 2022 con il celebre Premio Ivar Lo. La traduttrice Irma Kurti ne ha catturato le sfumature linguistiche più intime, restituendo al lettore italiano l’asprezza del paesaggio e la viscerale verità dei sentimenti.

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La lirica «Quello»: la cicatrice delle origini e il cordone ombelicale di filo spinato

Nella poesia «Quello», Andersson esplora il trauma della venuta al mondo in un ambiente segnato dalla fatica contadina e dal cinismo operaio. L’immagine d’apertura del cordone ombelicale di filo spinato descrive con crudezza espressionista una nascita vissuta come ferita, dove l’infanzia non gode di tenerezze ma viene battezzata con risate beffarde e acquavite. Ecco il testo integrale tradotto da Irma Kurti:

Sono nato come
Quello
con un cordone ombelicale di filo spinato
intorno al mio collo.

Come sono finito qui?

Osservato da animali domestici e contadini,
cresciuto al latte di mucca e bacche di Nash.
Le donne vicine sospiravano profondamente
con i loro imbonitori da una parte e dall’altra
gli uomini riempivano una fonte battesimale
con risate beffarde e brandy.

Come sono finito qui?

Attraverso la fessura della porta
si sente mia madre piangere in segreto.

L’uomo che ha gettato il seme
ha tirato il cordone ombelicale,
duro come un nodo di nastro grezzo,
e chiamò il suo unico figlio
Quello.

Il pianto segreto della madre dietro la fessura della porta racchiude la disperazione silenziosa delle donne di fronte alla violenza patriarcale e alle privazioni quotidiane, tematiche universali care all’indagine sociologica e alle riflessioni di lifestyle e benessere comunitario.

La magia sospesa di «Tra i mondi»: la palla da bandy e la lanterna di neve nella notte nordica

Di segno completamente diverso ma altrettanto suggestiva è la composizione «Tra i mondi», in cui il poeta svedese immortala la solitudine infantile immersa nell’inverno scandinavo. Nel cono di luce solitaria di un lampione, una palla da bandy dimenticata (lo sport sul ghiaccio tipico dei paesi nordici) brilla come una stella fissa contro il cumulo di neve. Di seguito i versi tradotti da Irma Kurti:

Nel mezzo del cono di luce del lampione c’è
una palla da bandy dimenticata, che brilla come una stella fissa
contro il cumulo di neve.
Da qualche parte là fuori, gli enormi aceri stanno
ondeggiando. Rami neri e scricchiolanti sfregano contro
l’intonaco e i tetti di tegole.
Il bambino si muove lentamente nel cerchio di luce,
mentre il vapore sale dalla sua bocca calda.
Lontano nell’oscurità, riesce a vedere la finestra della sua
cucina brillare come una lanterna di neve.

La finestra illuminata della cucina, descritta come una lanterna di neve nel buio fitto, rappresenta l’archetipo universale del rifugio familiare, quel calore domestico che protegge il fanciullo dal gelo del mondo esterno. Una lirica di rara delicatezza visiva che conferma la grandezza di Bernt-Olov Andersson e la sensibilità magistrale di Irma Kurti nel donarla ai lettori italiani.

Rubrica letteraria internazionale a cura di Irma Kurti per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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