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Cultura

L’arte senza confini di Daniela Karina Tomé: le poesie dall’Argentina nella traduzione di Irma Kurti

L’arte senza confini di Daniela Karina Tomé: le poesie dall’Argentina nella traduzione di Irma Kurti 👇

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Daniela Karina Tomé

Letteratura – Dalle sponde dell’Oceano Atlantico che bagnano Mar del Plata fino alle avenidas sterminate di Buenos Aires, la voce artistica di Daniela Karina Tomé irrompe nel panorama contemporaneo come una potente testimonianza di libertà, impegno civile e polifonia creativa. Nata nel 1968 in una terra feconda di contraddizioni e fermenti culturali, la Tomé incarna la figura autentica dell’artista rinascimentale del terzo millennio: musicista, cantautrice con oltre cinquecento brani composti all’attivo, pittrice, muralista, giornalista e poetessa pluripremiata. Oggi la sua opera sbarca sul territorio italiano grazie alla prestigiosa traduzione firmata dalla poetessa e scrittrice internazionale Irma Kurti.

Fondatrice del movimento culturale «Arte Sin Aduanas» (Arte Senza Dogane) e dell’omonima casa editrice nata nel 2020, Daniela Karina Tomé ha sempre concepito l’espressione artistica non come un piedistallo per l’ego, ma come uno strumento militante di emancipazione umana e riscatto sociale. Con i suoi progetti ha portato laboratori di musica, pittura e poesia all’interno delle carceri e degli istituti per l’infanzia abbandonata, convinta che la bellezza sia l’unico varco capace di abbattere le sbarre dell’emarginazione. Come editore del giornale digitale Humana Resistencia e voce radiofonica indipendente, si batte da decenni in prima linea per la difesa incondizionata dei diritti umani.

La sua produzione musicale – coronata da album iconici come El ojo del ciclón (2013), Por donde ara la lluvia (2020) e Sirena triste – spazia tra il rock d’autore, il blues viscerale, la trova e il folk argentino, riflettendosi intimamente nei suoi quattro libri di poesia. La silloge presentata oggi apre una finestra privilegiata su questo dialogo interculturale e poetico, offrendo tre componimenti emblematici: La perla, Chilometri più in basso e Anima.

Tra l’oceano di Mar del Plata e l’abisso urbano di Buenos Aires

Nella lirica La perla, la Tomé canta l’elemento marino che ha cullato la sua infanzia a Mar del Plata (storicamente ribattezzata la «Perla dell’Atlantico»). Il mare non è soltanto un paesaggio naturale, ma un’entità vivente, «un polmone che si estende nelle arterie» e una presenza ineludibile da cui l’animo umano non potrà mai allontanarsi veramente. È la culla della libertà originaria che chiama a sé chiunque abbia imparato ad ascoltarne il richiamo.

A questa visione primordiale e luminosa fa da contrappunto il disincanto metropolitano di Chilometri più in basso. Qui lo sguardo si sposta sulle strade convulse di Buenos Aires, dove i viali infiniti sembrano recidere il legame con il cielo e la folla in perenne movimento divora l’identità dei singoli, trasformando la solitudine nel volto condiviso di milioni di individui smarriti nella fretta quotidiana.

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Il testo delle poesie di Daniela Karina Tomé

LA PERLA

Qui il mare è un altro sole che splende;
un polmone che si estende nelle arterie;
la libertà che sussurra dalle profondità,
seguendo i tuoi passi…

Anche se pensi che sia distante;
non ti allontanerai mai così tanto,
da non sentire
il mare.

CHILOMETRI PIÙ IN BASSO

…le strade di Buenos Aires
sembrano più lontane dal cielo,
in quel viavai di folle
qualcuno perde il proprio nome,
e aspetta, rannicchiato nella pesantezza dei giorni.

Le navi corrono lungo viali eterni,
un’eterna fretta che divora i segni.
Assediata, sì, la solitudine
occupa il volto di migliaia di persone.

ANIMA

Vertiginosa e dolorosa,
oscillante tra i lati del pendolo,
finché non si ferma,
finché le nostre costole e le nostre dita non si placano,
la saliva di questi giorni urgenti.
La ferita che è il mondo,
il dialogo urlato a gran voce tra il cuore
e la mente.
Il silenzio che è l’anima.

La traduzione accurata e poetica di Irma Kurti rende giustizia alla sensibilità graffiante e viscerale di un’artista che continua a lottare per un mondo senza barriere mentali, dove la parola resta il più potente testimone della verità.

A cura di Irma Kurti per Cavaliere News

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Cultura

La poesia americana di Hiram Larew: tra fame nel mondo, memoria e i versi di «Cose sbagliate» tradotti da Irma Kurti

La poesia americana di Hiram Larew: tra fame nel mondo, memoria e i versi di «Cose sbagliate» tradotti da Irma Kurti 👇

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Hiram Larew

Letteratura – Dal cuore pulsante del Maryland fino alle sponde europee, la voce lirica e civile di Hiram Larew rappresenta una delle testimonianze più originali e incisive della poesia statunitense contemporanea. Pluripremiato autore insignito del prestigioso Louisiana Literature Prize, del riconoscimento della Washington Review e nominato per ben quattro volte al prestigioso Pushcart Prize, Larew ha saputo coniugare la finezza estetica della parola con un impegno umanitario di respiro planetario. Oggi le sue opere approdano sul territorio italiano grazie alla preziosa traduzione della poetessa e scrittrice Irma Kurti.

La produzione di Larew – apparsa su riviste di primo piano come Poetry South, The Brown Critique, Contemporary American Voices, Honest Ulsterman e Amsterdam Quarterly – non si è mai rinchiusa nelle torri d’avorio dell’accademia. Docente di cortesia presso cinque università americane e voce culturale di spicco della storica emittente radiofonica WBJC (91.5 FM) di Baltimora all’interno del programma Booknotes, il poeta ha ricevuto borse di studio dall’Arts Councils e dalle Nazioni Unite per la sua straordinaria iniziativa «Poetry X Hunger», un movimento globale che mobilità poeti di ogni continente nella battaglia contro la fame nel mondo. A ciò si affianca la fondazione di «Voices of Woodlawn», un progetto corale che intreccia versi, musica e pittura per fare luce sulla dolorosa memoria della schiavitù negli Stati Uniti.

Lo stile di Hiram Larew si distingue per un’intonazione familiare, schietta, mai incline all’artificio o alla volgarità. I suoi versi traggono linfa da una concreta e appassionata esperienza di vita, dove le immagini quotidiane si caricano di una vibrante allusività filosofica. L’incontro tra la sua sensibilità e la traduzione di Irma Kurti regala due liriche di straordinaria intensità emotiva: Cose sbagliate e Bagnato, tappe preziose di questo fecondo dialogo poetico e culturale.

Imparare dalla fragilità: la lezione delle «Cose sbagliate»

Nel componimento Cose sbagliate, Larew rovescia la logica borghese della perfezione e della sicurezza a tutti i costi. Il poeta avverte l’urgenza quasi fisiologica di mettersi in ascolto delle stonature, delle cene bruciate, dei discorsi complessi e dei corpi sofferenti. È nel contatto intimo con la vulnerabilità – incarnata da un cane con le zecche, da un animale ferito o dal tremore di un bambino spaventato – che l’esperienza si trasfigura in autentica sapienza.

Voltando le spalle alle false certezze protette e chiuse a chiave, l’autore accoglie l’imprevisto come un fulmine necessario: è proprio quando l’ordine precario si spezza che la realtà si spalanca, rivelando il mistero profondo dell’animo umano.

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Il testo delle poesie di Hiram Larew

COSE SBAGLIATE

Devo ascoltare di più le cose sbagliate. Sì
Ho bisogno di lasciare che i discorsi difficili
si avvicinino a me.
Ho bisogno di credere nella verità delle cene bruciate e
di prendere lezioni dai cani
che passano di nascosto con le zecche.

In effetti, l’unico modo per imparare
probabilmente è da
un animale ferito o
da un bambino spaventato e tremante.
Sì, i suoni vuoti che trasformano
i miei brividi in saggezza.

Quindi, con tutto questo in mente, penso
di voltare le spalle alle
cose più sicure della vita perché
Sembra
che arrivi un errore o
un fulmine arrabbiato e
Ciò che era stato ordinato e chiuso a chiave
si frammenta in pezzi
si spalanca tutto
in una volta con preoccupazioni e rivelazioni.

BAGNATO

La fama deve essere come guidare
sotto un acquazzone
o strizzare gli occhi per vedere…
cercando di scorgere
cosa c’è di notte
con nessun altro intorno
che parla ad alta voce.

O forse essere conosciuti significa in realtà che
le camicie bagnate sembrano finalmente normali.
Forse, in effetti, se improvvisamente vi vengono i brividi
da tutti i titoli dei giornali
allora quei brividi vi porteranno a
dire semplicemente Va bene, grazie.

A dire il vero, l’acclamazione è probabilmente
come quando i torrenti esondano
il vostro terreno basso
e gli alberi e i cani ridono dall’alto
mentre voi galleggiate
salutando.

Sì, la popolarità deve essere come gli odori di una cantina––
speciali e per tutto il tempo ––
anche dopo che tua nonna ha consegnato il suo biglietto
e se n’è andata per sempre.

In Bagnato, Larew offre invece una decostruzione ironica e impietosa del concetto di fama e celebrità, paragonata a un acquazzone improvviso o a un torrente in piena che sommerge la terraferma. Una riflessione matura e disincantata, che la penna sensibile di Irma Kurti restituisce con mirabile fedeltà lirica.

A cura di Irma Kurti per Cavaliere News

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Cultura

La poesia di Llesh Gjoka e l’eco dell’anima: i versi di «Attesa» nella traduzione di Angela Kosta

La poesia di Llesh Gjoka e l’eco dell’anima: i versi di «Attesa» nella traduzione di Angela Kosta 👇

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Llesh Gjoka

Letteratura – La voce poetica dei Balcani torna a dialogare con la sensibilità contemporanea attraverso l’opera di Llesh Gjoka, una delle figure più sincere e rappresentative della lirica albanese odierna. Nato il 6 febbraio 1957 a Kaçinar, nella suggestiva regione di Lezhë, Gjoka incarna quella nobile tradizione di maestri-poeti che hanno dedicato l’intera esistenza all’educazione delle giovani generazioni e alla custodia della parola letteraria. Un cammino umano e intellettuale che oggi, grazie alla raffinata opera di traduzione della poetessa e saggista Angela Kosta, varca i confini geografici per farsi conoscere sul territorio italiano e internazionale.

Dopo aver frequentato il rinomato liceo «Hydajet Lezha», Gjoka ha perfezionato la propria formazione presso l’Istituto Pedagogico Superiore di Scutari, specializzandosi nell’insegnamento per la scuola primaria. Per decenni ha operato tra i banchi di scuola della sua terra d’origine, trasmettendo a migliaia di studenti l’amore per la lingua, per il rispetto civile e per la bellezza dei versi. Ma la vocazione per la poesia non è mai stata un esercizio accademico o un passatempo marginale: fin dagli anni giovanili, i suoi scritti hanno animato le pagine delle più autorevoli riviste e testate culturali albanesi, come Jeta e Re, Zëri i Rinisë, Mësuesi, Pionieri, Horizonti e, in tempi più recenti, il giornale Lisalba.

Il riconoscimento della sua maturità stilistica è giunto con la pubblicazione delle sue due intense sillogi: Il silenzio del fiume (marzo 2022) e I segni del crepuscolo (giugno 2023). Opere che testimoniano una straordinaria continuità creativa e una capacità rara di scandagliare le inquietudini universali dell’uomo. Oggi, felicemente in pensione, Gjoka continua a essere un punto di riferimento vivo e attivo nel dialogo interculturale e poetico, pubblicando regolarmente contributi che toccano le corde più profonde del cuore.

«Attesa»: il tempo piromane e le ferite del cuore aperto

Nella lirica Attesa, tradotta con maestria in lingua italiana da Angela Kosta, Llesh Gjoka affronta uno dei nodi esistenziali più laceranti: la condizione dell’essere umano sospeso tra ciò che è andato perduto e la speranza tenace di un riscatto luminoso. Il tempo non è un fiume che scorre placido, ma un «pendolo vibrante» e persino un «piromane» che lascia dietro di sé cenere e trofei infranti.

La carne porta i lividi e i segni delle ferite inferte dalla vita e dagli amori consumati, mentre i giorni «galoppano senza briglie» lasciando l’anima nuda di fronte al nulla. Eppure, proprio nel momento in cui l’oscurità sembra prendere il sopravvento, il poeta scorge nel disegno dell’alba l’arrivo dell’uccello messaggero dei sogni, simbolo eterno di resurrezione e salvezza interiore.

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Il testo della poesia «Attesa»

E tu aspetti qualcos’altro:
un ricordo dolente,
un grido che risuona tra le costole,
proiettato verso il lungo cammino,
sul pendolo vibrante del tempo,
tra le luci blu che adornano la finestra,
mentre fasci le ferite lasciate
dal cuore spalancato:
lividi gonfi nella carne.

E tu aspetti qualcos’altro,
qualcosa di luminoso, come i neon,
per illuminare i misteri di un amore
che ha lasciato dietro di sé soltanto cenere,
quando tutto è niente e nulla
in questa vita nichilista,
progenie di un fantasma.

Tu aspetti, bruciando,
ardendo per ciò che ha lasciato
il tempo piromane,
raccogliendo frammenti di trofei infranti,
ricomponendo i pezzi disseminati nei giorni
che galopparono senza briglie.

Aspetti, aspetti…
qualcos’altro che verrà
dalla grafomania delle nuvole massacrate,
nel disegno dell’alba:
l’uccello, messaggero dei sogni,
che vive da qualche parte.

La traduzione accurata e vibrante di Angela Kosta riesce a restituire intatta la musicalità austera del verso albanese, regalando ai lettori un’opera di rara intensità emotiva, capace di unire memorie personali e risonanze collettive nel segno della grande poesia.

A cura di Angela Kosta per Cavaliere News

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Cultura

La politica della creatività: il saggio di Menda Vreto sul coraggio di scrivere senza cercare il consenso

La politica della creatività: il saggio di Menda Vreto sul coraggio di scrivere senza cercare il consenso 👇

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il saggio di Menda Vreto

Cultura – Tutti abbiamo una politica nella nostra vita, ed è un errore limitare questo concetto al solo orizzonte dei partiti e delle aule parlamentari. Esiste una politica invisibile ma pervasiva che orienta le nostre scelte quotidiane sul posto di lavoro, tra i banchi di scuola, nelle relazioni umane, nel modo in cui difendiamo le nostre opinioni e cerchiamo di ritagliarci un posto nel mondo. A questa regola non sfugge nemmeno l’arte: anche la creatività, là dove siamo soliti pensare che tutto inizi e si concluda con l’illuminazione di un’idea, è attraversata da decisioni strategiche ed etiche che determinano ciò che scriveremo, il modo in cui guarderemo il mondo attraverso le parole e fin dove quelle parole avranno il coraggio di arrivare sul territorio del pensiero critico.

Uno scrittore che decide di raccontare la vicenda di una persona comune possiede un potere immenso e discrezionale: può fare in modo che quella figura passi inosservata come un’ombra sfocata, oppure può donarle una dignità narrativa che il lettore custodirà nella memoria per anni. Un avvenimento storico può essere celebrato dalla prospettiva comoda dei vincitori, ma può essere illuminato anche dagli occhi feriti di chi ha perso e non ha mai avuto la possibilità di far ascoltare la propria voce. Un personaggio può essere liquidato frettolosamente per gli errori commessi, oppure scandagliato nel buio delle ferite che lo hanno condotto a compiere quelle scelte. Basta mutare il punto di osservazione perché la medesima realtà assuma un significato radicalmente diverso: è questo il prodigio della scrittura, in cui l’autore stabilisce dove si poserà lo sguardo di chi legge.

Tra talento e opportunità: cosa si cela dietro la pubblicazione

La politica della creatività non si esaurisce nell’intimità solitaria della stesura. Essa prosegue con forza quando il testo cerca la propria strada verso il pubblico attraverso le pagine di riviste, collane editoriali e giornali. Anche il traguardo della pubblicazione risponde a logiche, dinamiche relazionali e scelte di opportunità. Alcuni scritti trovano spazio perché possiedono una voce dirompente, stimolano la riflessione e trasmettono un messaggio urgente; altri accedono alla ribalta perché gli autori fanno parte di determinati circoli intellettuali o coltivano legami continuativi con le redazioni. La collaborazione fa parte del dibattito culturale contemporaneo, ma l’interrogativo sorge spontaneo: un testo viene diffuso perché ha davvero qualcosa da dire o perché la firma è riuscita a garantirsi una vetrina privilegiata?

Tra la scrittura e il lettore esiste uno spazio complesso in cui si intrecciano valutazione qualitativa, pubbliche relazioni e politiche editoriali. Per questa ragione, vedere un’opera stampata non costituisce di per sé la prova inconfutabile del suo valore immortale, così come la mancata pubblicazione non è affatto il segnale dell’assenza di talento. Ma il rischio più insidioso si annida quando chi crea comincia a scegliere non ciò che sente nel profondo, bensì ciò che presume possa essere gradito, accettato e promosso dall’establishment.

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La trappola del compiacimento e la paura della libertà

Un autore può concepire un’intuizione formidabile ma decidere di abbandonarla perché ritenuta troppo audace o scomoda per i canoni dominanti. Può addomesticare il finale di un racconto per evitare di turbare le certezze del pubblico, oppure eliminare un personaggio dissacrante che minaccia la quiete della trama. Dietro queste rinunce si cela spesso la paura inconfessata che la libertà di espressione possa costare più cara dell’approvazione che si mendica. Ma a forza di levigare le asperità per farsi comprendere da tutti, si finisce paradossalmente per non dire più nulla di significativo.

Si possono adoperare vocaboli preziosi e cesellare periodi impeccabili, ma se al testo manca quell’inquietudine viscerale che sfida il lettore, l’opera rimarrà sterile, incapace di vivere oltre la superficie della carta. È in questa tensione che si manifesta la vera politica della creatività: nella scelta tra ciò che sentiamo il dovere di creare e ciò che permettiamo a noi stessi di esprimere. Non si tratta di ricercare a ogni costo lo scandalo o la posa provocatoria; talvolta una storia semplice, restituita con disarmante onestà, custodisce più verità di un artificio letterario costruito a tavolino.

La letteratura che disturba: il coraggio di non accontentare nessuno

Anche chi legge gioca un ruolo determinante in questa partita. Spesso il pubblico cerca nei libri conferme rassicuranti, finali consolatori e personaggi moralmente perfetti con cui identificarsi. Un protagonista che non si pente o una poesia che rifiuta risposte preconfezionate possono infastidire. Tuttavia, il compito supremo della letteratura non è mai stato quello di accarezzare le convinzioni vigenti, ma di scuoterle, costringendoci a misurarci con verità che preferiremmo ignorare. Se esigiamo che ogni autore ci sussurri soltanto ciò che desideriamo ascoltare, impoveriamo lo spazio stesso dell’arte.

Le grandi opere che resistono all’usura del tempo non sono quelle che hanno cercato di blandire i propri contemporanei, ma quelle che hanno saputo custodire un enigma, una ferita aperta, una scheggia di autenticità. La creatività non richiede perfezione formale per dirsi riuscita: esige di essere viva, pulsante e libera dalla tirannia del consenso. In ultima analisi, la libertà più grande e sacra di chi scrive consiste nel non svendere il proprio diritto a dire la verità pur di essere accettato.

A cura di Menda Vreto per Cavaliere News

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