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Politica

Centrodestra, Luca Sforzini sostiene Meloni: no ai ricatti di Vannacci e rilancio di Forza Italia come locomotiva dell’eredità di Berlusconi

Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale) promuove la linea di Giorgia Meloni: no ai ricatti di Roberto Vannacci e rilancio di Forza Italia come forza liberale.

Il centrodestra deve valorizzare le sue diverse anime senza appiattirle per continuare a governare con stabilità. Secondo voi Forza Italia riuscirà a tornare locomotiva della coalizione o resterà schiacciata?

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Luca Sforzini

Castellar Ponzano – Il dibattito interno agli equilibri della maggioranza di governo si accende attorno alla futura fisionomia dell’alleanza e alla necessità di preservare la natura plurale della coalizione. Dalle sale del Castello Sforzini a Castellar Ponzano, Luca Sforzini, presidente del prestigioso Centro Studi Rinascimento Nazionale, è intervenuto con un’articolata disamina per commentare la linea tracciata dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La premier ha recentemente ribadito l’intenzione di proseguire l’azione esecutiva con il «centrodestra che conosciamo, arricchito da nuovi movimenti civici», un principio che secondo Sforzini rappresenta l’unico punto fermo per blindare la stabilità istituzionale e archiviare definitivamente le tensioni e le fughe in avanti legate alla figura del generale Roberto Vannacci.

«Il centrodestra non ha alcun bisogno di cedere ai ricatti di Roberto Vannacci né tanto meno di inseguirlo su un terreno radicale e divisivo», ha sottolineato con fermezza Luca Sforzini nella sua nota politica. Secondo l’analista, la priorità assoluta risiede nel rafforzare la complessa architettura originaria della coalizione, allargandola a nuove energie civiche senza snaturarne la matrice democratica. In questo scenario in costante evoluzione, un ruolo determinante spetta alla valorizzazione di Forza Italia e delle forze politiche moderate, chiamate a riconquistare il proprio peso specifico e a proporsi come perno imprescindibile dell’intera compagine di centrodestra.

L’apertura manifestata verso realtà civiche radicate nelle comunità locali, come l’esperienza di Cateno De Luca e il movimento Sud Chiama Nord-Sindaci d’Italia, conferma la volontà di affrontare le prossime scadenze elettorali con un respiro inclusivo. Tale percorso testimonia come la tenuta del quadro nazionale dipenda strettamente dalla capacità di ascoltare le istanze dei sindaci e dei cittadini attivi sul nostro territorio e nelle autonomie locali, valorizzando la ricchezza delle singole identità senza pretendere di appiattirle o fonderle in un calderone indistinto.

Luca Sforzini e il centrodestra plurale: l’insegnamento storico di Silvio Berlusconi

Nel suo intervento, Luca Sforzini ha voluto ripercorrere le origini storiche che resero vincente l’intuizione fondativa di Silvio Berlusconi nel 1994. Il centrodestra italiano, per sua stessa conformazione genetica, è sempre stato un’alleanza intrinsecamente plurale: convivono al suo interno l’anima identitaria e patriottica di Fratelli d’Italia, il radicamento territoriale e federalista della Lega, la consolidata tradizione liberale, garantista ed europeista di Forza Italia e il dinamismo delle formazioni civiche emergenti. La vera forza di questa alleanza, evidenzia Sforzini, è sempre consistita nella capacità di sintetizzare queste sensibilità per governare insieme, non nella pretesa di annullare le differenze.

«Berlusconi compì un capolavoro politico straordinario proprio perché non tentò mai di incorporare a forza queste diversità in un unico partito caserma», ha rammentato il presidente di Rinascimento Nazionale. Dopo la drammatica frattura di Tangentopoli, simboleggiata dal lancio di monetine davanti all’Hotel Raphaël contro Bettino Craxi, l’allora Cavaliere seppe raccogliere i frammenti della cultura politica della Prima Repubblica, creando un ponte solido tra gli eredi del post-fascismo e l’elettorato moderato, cattolico e riformista, consentendo loro di governare democraticamente il Paese.

Questo richiamo ai valori costitutivi dell’alleanza si ricollega anche ai recenti approfondimenti dedicati alle riforme economiche e previdenziali, come analizzato in merito alle posizioni su manovra finanziaria e libertà d’impresa, dove il confine tra dirigismo statuale e libero mercato resta il terreno di scontro ideale per verificare la tenuta dei principi liberali e lo sviluppo socio-economico della nazione.

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Rilancio di Forza Italia e leadership di Giorgia Meloni: una convivenza complementare

Secondo la dettagliata analisi di Luca Sforzini, il principale rischio attuale per la coalizione è rappresentato dalla tentazione di Fratelli d’Italia di accentrare ogni funzione rappresentativa in virtù del proprio primato nei consensi. Tale accentramento rischierebbe di diluire la ricchezza culturale dell’alleanza. È vitale invece che ogni singola componente mantenga una propria fisionomia netta, consentendo alla guida di Giorgia Meloni di appoggiarsi su alleati solidi e con un consenso autonomo e radicato.

In questa prospettiva, la leadership di via della Scrofa e il rilancio degli azzurri non sono affatto incompatibili o in competizione. «Il centrodestra non ha bisogno di una Forza Italia ridotta ai minimi termini per garantire la crescita di Fratelli d’Italia», chiarisce Sforzini. Al contrario, un partito moderato forte e autorevole è la migliore garanzia per evitare derive estremiste e per intercettare quell’elettorato centrista e produttivo che guarda con timore alle polarizzazioni ideologiche incarnate dal generale Roberto Vannacci.

La rotta indicata da Rinascimento Nazionale sollecita il movimento fondato da Silvio Berlusconi a superare la fase della pura commemorazione nostalgica. Per tornare a incidere sui grandi dossier dell’economia italiana e delle scelte fiscali, gli eredi del Cavaliere devono avere il coraggio di federare le migliori intelligenze del mondo liberale, socialista riformista, repubblicano e cattolico popolare, riaffermando una visione moderna del rapporto tra cittadino, mercato e pubblica amministrazione.

Forza Italia da vagone a locomotiva: la ricetta per vincere la sfida del futuro

La conclusione di Luca Sforzini suona come un appello strategico rivolto all’intera classe dirigente forzista: «Berlusconi costruì una coalizione in cui nessuno doveva rinunciare alla propria identità per governare insieme. Quella formula rimane imbattibile. Se Forza Italia vuole davvero onorare la sua eredità storica, deve ritrovare l’ambizione di fare da locomotiva propulsiva del progetto, rifiutando il ruolo passivo di semplice vagone di coda».

La partita per l’egemonia politica e la modernizzazione delle istituzioni passa dunque per il consolidamento di un centrodestra di governo pragmatico, europeista e saldamente ancorato ai valori atlantici, capace di dialogare con i ceti produttivi senza lasciarsi condizionare da slogan barricaderi o da personalismi divisivi. Solo attraverso la piena valorizzazione delle rispettive culture politiche, la maggioranza guidata da Giorgia Meloni potrà consolidare il patto con gli elettori e garantire all’Italia una prospettiva di crescita solida e duratura.

Il dibattito sollevato da Rinascimento Nazionale promette di animare i prossimi vertici di maggioranza, ponendo al centro dell’agenda la necessità di una rinnovata collegialità e di una strategia chiara per respingere ogni tentazione di frammentazione identitaria.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Politica

Manovra e fisco, l’affondo di Giampiero Samorì: le singole misure non cambiano nulla, sugli extraprofitti norma illiberale

🔴 Manovra e fisco: duro affondo di Giampiero Samorì (Democrazia Cristiana).

Intervistato da Roberto Poletti, il segretario nazionale DC boccia la tassa sugli extraprofitti bancari definendola una norma illiberale che non risarcisce i cittadini dalle commissioni e dai tassi alti.

Proposte riforme radicali: detrazioni per asili nido dentro le aziende, pensione libera contributiva e riequilibrio della tassazione tra lavoro e rendite.

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Giampiero Samorì

Roma – Un duro e articolato atto d’accusa contro l’impostazione della nuova legge di bilancio e contro l’assenza di un disegno organico capace di ridisegnare gli equilibri socio-economici del Paese. Il segretario nazionale della Democrazia Cristiana, l’avvocato e docente universitario Giampiero Samorì, è intervenuto con nettezza nel dibattito sulla manovra economica nel corso di una vivace intervista rilasciata al giornalista Roberto Poletti, bocciando i singoli interventi frammentari varati dal governo.

Secondo il leader dello scudo crociato, la finanziaria pecca di una visione finalistica complessiva sul modello di società che si intende costruire per i prossimi decenni. Il nodo irrisolto resta la marcata sperequazione nella distribuzione della ricchezza nazionale e il trasferimento quasi totale del carico impositivo sulle spalle di chi lavora onestamente ogni giorno. Una tematica cruciale che tocca le famiglie e le imprese del nostro territorio, riflettendosi direttamente sulle analisi di politica e riforme istituzionali.

L’intervento di Samorì affronta i temi caldi del mercato del credito, della previdenza e del welfare aziendale, collegandosi idealmente alle trasformazioni strutturali delle filiere produttive esaminate nel reportage sul boom delle transazioni digitali B2B in Italia. L’obiettivo della DC è rimettere al centro della discussione le ragioni dell’economia reale, aprendo un confronto serrato nelle nostre sezioni di economia, fisco e finanza pubblica.

La sperequazione fiscale: tassazione agevolata per la speculazione e stangata sui lavoratori

L’analisi di Giampiero Samorì parte da una disamina tecnica e impietosa sul sistema tributario italiano, giudicato ormai profondamente iniquo e disincentivante verso la produzione di valore reale. «Il punto fondamentale è che la nostra società è sperequata per un eccesso di concentrazione di ricchezza e per un trasferimento della pressione fiscale su tutti coloro che lavorano e non sulle altre forme di rendita», ha esordito il segretario nazionale della Democrazia Cristiana.

Per chiarire il concetto all’opinione pubblica, Samorì ha tracciato un paragone numerico inequivocabile: «Se una persona specula in borsa e guadagna 100mila euro paga un’imposta sostitutiva del 26 per cento; se invece un cittadino lavora tutto il giorno in azienda o in bottega, tra aliquote ordinarie, addizionali e contributi la sua tassazione reale supera abbondantemente il 50 per cento. C’è qualcosa che non funziona alle radici: è l’intero sistema che va riconvertito con coraggio», ha incalzato il leader centrista.

Sul fronte previdenziale, Samorì invoca una riforma fondata sul principio di libertà individuale: ciascun cittadino dovrebbe avere il diritto inalienabile di ritirarsi dal lavoro in base ai contributi effettivamente versati nell’arco della vita attiva, senza che lo Stato imponga vincoli anagrafici coercitivi che rischiano di trasformarsi in una pericolosa oligarchia statuale sulle scelte di vita delle persone.

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Welfare per la famiglia e denatalità: defiscalizzare gli asili nido dentro le imprese

Un altro capitolo cruciale su cui si concentra la ricetta democristiana riguarda la battaglia contro l’inverno demografico. Per Giampiero Samorì, i bonus una tantum non risolvono la radice del problema se non si interviene sui servizi strutturali di prossimità per le madri lavoratrici. «Manca un sistema efficace di contribuzioni e detrazioni fiscali al 100% che consenta alle imprese di aprire gli asili nido direttamente dentro le sedi aziendali», ha spiegato nell’intervista con Roberto Poletti.

«Se una mamma deve percorrere 5 o 10 chilometri nel traffico per trovare un posto nido, ammesso che vi riesca a costi proibitivi nelle grandi città, fa una vita estenuante. Ma se la struttura si trova nello stesso stabilimento in cui lavora, cambia completamente il clima culturale e umano, tranquillizzando i bilanci domestici e rendendo desiderabile la genitorialità. Se la politica non si fa carico di questo welfare attivo, è ipocrita lamentarsi della denatalità», ha rimarcato il segretario della DC.

Un modello che unisce la competitività aziendale alla tutela della famiglia, offrendo una risposta concreta alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro che rappresenta una priorità inderogabile per la tenuta del corpo sociale.

La stangata sugli extraprofitti bancari: una norma illiberale che non risarcisce i cittadini

La posizione più dirompente assunta da Giampiero Samorì riguarda il prelievo straordinario sugli extraprofitti degli istituti di credito, bollato senza mezzi termini come un meccanismo tipico dei regimi autoritari. «Accettare che si formino extra margini spropositati per poi tassarli a valle per fare cassa nello Stato è una logica distorta. Ai cittadini, ai commercianti e agli artigiani che hanno pagato quei costi non torna in tasca un solo euro», ha accusato il segretario.

Samorì propone invece di intervenire alla radice per impedire la speculazione bancaria: «Tutti spingono per eliminare il contante, ma allora perché gli esercenti e gli albergatori devono pagare dall’uno al due per cento di commissioni sulle transazioni elettroniche? E perché consentiamo alle banche di applicare tassi al 12-15 per cento sui piccoli prestiti da 10mila euro chiesti dalle famiglie per un matrimonio o per riparare l’auto?», si chiede provocatoriamente il leader politico.

La soluzione indicata dalla Democrazia Cristiana è di natura regolatoria: fissare un tetto massimo invalicabile ai tassi di finanziamento parametrato al costo medio della raccolta, facendo scattare la nullità per usura oltre tale soglia. «In questo modo si proteggono i risparmiatori e si evita il formarsi di rendite parassitarie. Questo significa fare politica democratica e cristiana al servizio del bene comune», ha concluso Samorì.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Politica

I Sudisti Italiani proclamano l’11 maggio la Festa del Sud: la contro-narrazione sullo sbarco di Marsala e il riscatto del Mezzogiorno

🔴 I Sudisti Italiani proclamano l’11 maggio la “Festa del Sud”.

Il fondatore Aurelio Coppeto lancia una contro-narrazione sullo sbarco dei Mille a Marsala del 1860, chiedendo riscatto storico per il Mezzogiorno e interventi contro lo spopolamento e il divario economico.

Previsti convegni e manifestazioni in varie città del Sud.

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Sudisti

Napoli – Una rilettura radicale del Risorgimento per scardinare la versione storiografica dominante e rivendicare con forza le ragioni economiche, sociali e identitarie del Mezzogiorno. Il movimento I Sudisti Italiani ha proclamato ufficialmente l’istituzione della «Festa del Sud», fissando la data della ricorrenza comunitaria per il prossimo 11 maggio. Una decisione carica di significato simbolico, pensata per ribaltare l’interpretazione di una giornata fondamentale nella costruzione dell’unità nazionale e trasformarla in un momento corale di orgoglio e riscatto meridionale.

La scelta del calendario non è casuale: l’11 maggio 1860 segna infatti il momento spartiacque dell’Impresa dei Mille, quando i due piroscafi Piemonte e Lombardo partiti da Quarto approdarono nel porto siciliano di Marsala. Da quell’approdo le camicie rosse guidate da Giuseppe Garibaldi raggiunsero Salemi, dove pochi giorni dopo fu proclamata la dittatura in nome di re Vittorio Emanuele II, aprendo la strada all’annessione del Regno delle Due Sicilie a Casa Savoia. Una ricorrenza che riapre il confronto nelle pagine di politica e attualità nazionale e che si riflette direttamente sulle dinamiche vive del nostro territorio.

Mentre la narrazione manualistica celebra quell’evento come l’inizio della liberazione e dell’unificazione della penisola, il movimento guidato dal fondatore Aurelio Coppeto legge quel passaggio come l’origine del progressivo impoverimento del Sud. L’indagine storica sull’Ottocento italiano continua a dividere gli studiosi, incrociando anche le riflessioni sul costume e sulla società dell’epoca come emerso nella recente conferenza di Treviso su la tavola nell’Ottocento con Alessia Cipolla, stimolando una nuova consapevolezza tra i cittadini.

Aurelio Coppeto e la nascita della Festa del Sud: riscrivere la storia senza censure

A delineare gli obiettivi dell’iniziativa è stata una nota diffusa dal direttivo nazionale del movimento, nella quale si evidenzia l’urgenza di non accettare passivamente una ricostruzione degli eventi modellata esclusivamente dal punto di vista dei vincitori dell’epoca. Il fondatore dei Sudisti Italiani, Aurelio Coppeto, ha spiegato come la proclamazione della Festa del Sud nasca dalla volontà di restituire voce a una memoria collettiva per troppo tempo rimossa o marginalizzata nel discorso pubblico.

«Noi Sudisti Italiani non ci arrenderemo mai, perché gli sconfitti non fanno altro che assecondare i vincitori. Scegliere l’11 maggio significa riprendere in mano la nostra storia, dare voce a chi non l’ha avuta e trasformare una data considerata simbolo di sottomissione in una giornata di riscatto e di fierezza per tutto il Mezzogiorno», ha dichiarato con nettezza Aurelio Coppeto. La mobilitazione mira a promuovere un dibattito aperto e privo di censure ideologiche, coinvolgendo accademici, saggisti, economisti e comitati civici.

Secondo i promotori, l’analisi del processo unitario non può prescindere dall’esame dei costi umani ed economici pagati dalle popolazioni meridionali dopo il 1861, a partire dallo smantellamento del polo manifatturiero borbonico, dalla fiscalità imposta dal governo piemontese e dal drammatico fenomeno dell’emigrazione di massa verso le Americhe, che svuotò interi paesi dell’entroterra campano, calabrese, lucano, siciliano e pugliese.

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Dalle ferite dell’Ottocento alle sfide del presente: spopolamento e divario economico

La mobilitazione promossa dai Sudisti Italiani non intende guardare soltanto al passato ottocentesco, ma collega direttamente la riflessione storiografica alle gravi criticità del presente. Al centro della piattaforma programmatica spiccano temi decisivi per le nostre rubriche di economia e sviluppo industriale, a partire dalla battaglia contro il drammatico spopolamento delle aree interne e dalla richiesta di investimenti mirati per colmare il divario infrastrutturale tra Nord e Sud.

I dati statistici recenti evidenziano come la carenza di collegamenti ad alta velocità, il ritardo nella modernizzazione portuale e i disavanzi nella spesa sanitaria continuino a penalizzare la competitività del Mezzogiorno, costringendo migliaia di giovani laureati ad abbandonare la propria terra d’origine per cercare opportunità professionali all’estero o nelle regioni settentrionali. Per il movimento, la riconquista dell’orgoglio identitario rappresenta il primo passo indispensabile per pretendere una reale equità distributiva nelle scelte di bilancio statale.

La valorizzazione del patrimonio artistico, architettonico e naturale delle regioni meridionali viene indicata come il motore di un nuovo modello economico sostenibile, capace di poggiare sulle filiere agroalimentari d’eccellenza, sul turismo culturale d’esperienza e sull’energia pulita, riscoprendo la centralità geopolitica che il Mezzogiorno d’Italia storicamente rivestiva nel bacino del Mediterraneo.

Manifestazioni e convegni l’11 maggio in tutto il Sud: verso un appuntamento stabile

In vista del prossimo 11 maggio, la macchina organizzativa del movimento è già al lavoro per allestire un fitto calendario di iniziative pubbliche. Come confermato da Aurelio Coppeto, nelle principali città del Meridione — da Napoli a Palermo, da Bari a Reggio Calabria — si terranno convegni tematici, tavole rotonde e presidi simbolici per celebrare la prima edizione ufficiale della Festa del Sud.

L’ambizione dichiarata è trasformare questa data in un appuntamento fisso per la memoria comunitaria e per la progettazione del futuro, stimolando una presa di coscienza diffusa tra gli amministratori locali e i cittadini. Un invito esplicito a superare i complessi d’inferiorità storici e a riscoprire le radici di una civiltà millenaria che ha donato all’Europa vette eccelse nel campo del diritto, della filosofia e dell’arte.

Il dibattito è aperto e promette di accendere il confronto politico e culturale nei prossimi mesi, ponendo al centro dell’agenda pubblica la necessità di ripensare l’unità del Paese attraverso il pieno riconoscimento dei diritti e delle aspirazioni del Sud.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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CSM, Antonio Mazzocchi dei Cristiano Riformisti frena sull’ipotesi di Antonio Di Pietro: no a scorciatoie giustizialiste, la magistratura deve restare neutrale

L’onorevole Antonio Mazzocchi, presidente nazionale dei Cristiano Riformisti, contesta duramente l’ipotesi di candidatura dell’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro a membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Nel ricordare la cancellazione di DC e PSI durante Tangentopoli, Mazzocchi ammonisce contro il ritorno a stagioni di scontro ideologico e chiede una magistratura neutrale, terza e garantista. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Di Pietro

Roma – Il dibattito istituzionale attorno agli equilibri della magistratura italiana e al rinnovo delle cariche di vertice degli organi di garanzia torna a infiammarsi. A scuotere gli ambienti parlamentari è l’ipotesi ventilata da alcune forze politiche di candidare l’ex pubblico ministero di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, come membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Una prospettiva che ha suscitato l’immediata e durissima presa di posizione dell’onorevole Antonio Mazzocchi, presidente nazionale del movimento dei Cristiano Riformisti, che boccia senza appello l’ipotesi, richiamando il Parlamento a una riflessione rigorosa sulla memoria storica della Repubblica e sulla necessità di preservare la terzietà dell’organo di autogoverno delle toghe da tentazioni populiste e giustizialiste.

L’elezione dei componenti laici di Palazzo dei Marescialli rappresenta uno dei passaggi più delicati previsti dalla Costituzione, deputato ad assicurare il controllo democratico e il raccordo tra la sovranità popolare e l’ordine giudiziario. In questo contesto, la figura dell’ex magistrato molisano, protagonista indiscusso delle inchieste giudiziarie che nei primi anni Novanta travolsero i vertici dello Stato, continua a dividere profondamente l’opinione pubblica tra sostenitori della linea dura e fautori dello Stato di diritto garantista. Il tema si inserisce pienamente nelle riflessioni sui nodi irrisolti della giustizia e della tutela dei diritti già affrontate dalla nostra testata nell’ambito dell’attualità e politica nazionale e nel recente approfondimento sul caso della giustizia e magistratura con Meritocrazia Italia.

“Come Movimento dei Cristiano Riformisti esprimiamo profondo stupore e meraviglia di fronte al sostegno espresso da alcune forze politiche, storicamente avvezze a una politica scandalistica, a favore dell’ipotesi di candidatura di Antonio Di Pietro al CSM“, esordisce con fermezza l’onorevole Antonio Mazzocchi nel suo documento programmatico. “Siamo da sempre custodi e promotori intransigenti di una giustizia equa, equilibrata e rigorosamente non di parte, e consideriamo doveroso richiamare le forze parlamentari a non smarrire la bussola della memoria storica in nome di convenienze tattiche”.

La memoria di Mani Pulite e la cancellazione dei partiti storici della Prima Repubblica

Nel ripercorrere le tappe che hanno segnato la transizione repubblicana, il leader dei Cristiano Riformisti pone l’accento sulla stagione di Tangentopoli, evidenziando le ferite istituzionali che quell’ondata giudiziaria inferse al tessuto democratico del Paese. L’offensiva giudiziaria milanese, guidata mediaticamente proprio dal pool guidato da Di Pietro, determinò la repentina dissoluzione di forze politiche che avevano guidato la ricostruzione postbellica e scritto le pagine fondamentali della Carta costituzionale, a partire dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Socialista Italiano.

“Non si può dimenticare con troppa disinvoltura come un’intera classe dirigente repubblicana sia stata letteralmente azzerata dalla stagione delle inchieste giudiziarie di Mani Pulite“, prosegue l’onorevole Antonio Mazzocchi. “Quella fase convulsa vide tra i suoi massimi e più mediatici accusatori proprio l’allora pm Di Pietro, la cui azione processuale sfociò nella cancellazione coatta di formazioni politiche storiche che avevano costruito e difeso l’Italia libera e antifascista, garantendo decenni di progresso sociale ed economico prima del loro abbattimento mediatico”.

Secondo i vertici riformisti, riproporre oggi quella medesima icona del giustizialismo inquirente per un ruolo di governo e disciplina della magistratura ordinaria equivarrebbe a riaprire vecchie ferite mai del tutto rimarginate, minando la fiducia dei cittadini nella neutralità dei tribunali ed entrando in aperto contrasto con i valori della partecipazione democratica discussi anche a livello locale nelle scuole civiche del territorio.

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Lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e il monito contro i processi di piazza

La contrarietà espressa dai Cristiano Riformisti poggia su argomentazioni di teoria generale del diritto e sulla necessità inderogabile di tutelare la separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Inserire una personalità che ha fatto della militanza politica attiva – fondando partiti e guidando ministeri – il naturale prolungamento della propria notorietà inquirente viene percepito come un fattore di turbamento per l’equilibrio del CSM.

“Elevare oggi quell’emblema del giustizialismo d’assalto ai vertici dell’autogoverno dei magistrati rappresenta un pericoloso controsenso logico e giuridico per chiunque creda sinceramente nello Stato di diritto e nelle prerogative della sovranità costituzionale”, ammonisce severamente il presidente Mazzocchi. “Per questa ragione invitiamo le forze politiche a non farsi imprigionare dall’ingenuità e a rammentare il saggio adagio popolare secondo cui il lupo perde il pelo ma non il vizio. Le istituzioni giudiziarie hanno urgente bisogno di terzietà, ponderazione e garanzie procedurali certe, non del risveglio di logiche da pubblica accusa permanente”.

La presa di posizione si chiude con un appello accorato affinché l’agenda parlamentare non venga condizionata da logiche di scontro ideologico, in una fase storica in cui le riforme strutturali del processo penale e civile e i nodi dell’economia richiedono certezza del diritto, celerità dei giudizi e la fine della spettacolarizzazione mediatica delle indagini giudiziarie.

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