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Cultura

Musica, scrittura e arte, tutto nel medesimo spartito

Chiusa a Roma con un dialogo letterario la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”.Ha chiuso i battenti la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”, ospitata presso Spazio Sferocromia, l’ex-officina meccanica trasformata da Umberto Ippoliti in studio d’arte e crocevia di sperimentazioni, nel cuore di Monteverde Vecchio a Roma. La mostra ha rappresentato per l’artista un momento di sintesi, ma anche di rilancio: oltre vent’anni di pratica

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Musica, scrittura e arte, tutto nel medesimo spartito

Redazione-  Ha chiuso i battenti la personale di Manuela Scannavini “Quando il suono si fa segno”, ospitata presso Spazio Sferocromia, l’ex-officina meccanica trasformata da Umberto Ippoliti in studio d’arte e crocevia di sperimentazioni, nel cuore di Monteverde Vecchio a Roma. La mostra ha rappresentato per l’artista un momento di sintesi, ma anche di rilancio: oltre vent’anni di pratica artistica condensati in un percorso espositivo composito e coraggioso, che il pubblico ha attraversato, attento e numeroso. Ora l’artista guarda già oltre, a nuovi e altrettanto intensi progetti.

 

Il dialogo: parole, musica e segno

 

Un percorso espositivo è concluso con un dialogo – riprodotto in sezioni sul canale YouTube di Manuela Scannavini moderato dalla curatrice Eugenia Querci – tra l’artista e l’autore Giulio Marzaioli, la cui scrittura, ironica, grottesca e poetica, abita i libri I sassi e Spin-off (Tic Edizioni). Alcune letture tratte dalle sue opere, poi il confronto con Scannavini attorno ai temi che ne attraversano il lavoro: il silenzio come condizione creativa, l’ascolto come metodo, la capacità di spostare il proprio centro. L’incontro con i testi di Marzaioli era arrivato per l’artista a metà del suo percorso creativo, come un riconoscimento inaspettato. “L’ammirazione provata da Marzaioli verso qualcosa che è di per sé inanimato mi ha affascinato a tal punto che alla fine mi sono fatta sasso”, aveva spiegato l’artista. “Nei suoi scritti ritrovo i temi della mutevolezza a me molto cari. Tutto ciò mi ha permesso di rimanere dentro la bolla del silenzio“. La scrittura di Marzaioli, infatti, dove ciò che è inanimato diventa esattamente l’opposto, ha rivelato durante il dialogo tutta la sua complementarità con la pittura astratta di Scannavini: narrazione e astrazione che vanno di pari passo, parole-chiave che 

equivalgono alle sue macchie di colore, nulla lasciato al caso. Un modo di narrare la realtà che non è alternativo all’arte visiva, ma ne è specchio e amplificazione. Scrive Marzaioli (da I sassi): “Il silenzio è lo stato naturale del sasso. Tutti sanno che se due sassi vengono sbattuti l’uno contro l’altro producono un rumore secco […] il sasso non inizia mai il discorso per primo”. Manuela Scannavini si era riconosciuta profondamente in quella definizione, in particolare nell’ultima fase del suo lavoro, quando, trovandosi in montagna, aveva lasciato che le pagine di Spin-off completassero il cerchio: “Sono partita dal bianco della neve e il suo suono. Stavo lavorando attraverso la musica, grazie ad essa ho fatto un lavoro di sottrazione, e anche la scrittura di Marzaioli mi ha confermato quanto sia stata complice in quel momento di chiusura del mio lavoro artistico”.

 

La musica come innesco

 

Al centro dell’intero progetto espositivo anche la musica. Quella del Maestro Carmelo Travia, in particolare i brani ZirconioSilver Smoke. È mettendosi in ascolto di quelle note che Scannavini ha potuto riversare il proprio stato interiore, “sottile o tumultuoso“, in una serie di tele pensate come un’installazione, legate tra loro da un ritmo anche visivo. Come spiega la curatrice Eugenia Querci, l’artista ha “seguito un’onda immateriale“, trasformando il suono in segno, esattamente come recita il titolo della mostra. Il metodo creativo di Scannavini, emerso chiaramente durante il dialogo, procede per strati: prima le parole-chiave che corrispondono a un sentire interiore, poi il colore, poi la composizione materica. In questa mostra, però, la musica ha preceduto tutto, come un silenzio in movimento. “Prima di dipingere mi viene spontaneo cercare delle parole chiave che possano corrispondere a un mio sentire, ad esse associo un colore”, ha raccontato l’artista. “In questa personale ho cercato un percorso nuovo: mi sono messa in ascolto“.

 

La mostra personale l’inizio di un percorso

 

La mostra ha portato all’attenzione del pubblico cinque grandi opere pittoriche, tre litografie su linoleum, un’incisione con puntasecca, due monotipi e due video, affiancati dai taccuini dell’artista, prove d’autore e le fotografie di Ilaria Turini realizzate durante il backstage del video “Quando il suono si fa segno”. Il video, con la regia di Jacopo Brucculeri e Lorenzo Lattanzi direttore della fotografia, presentava la coreografia di Giulia Rosolin interpretata dalla giovane ginnasta Sofia Biancari sulle musiche di Travia. Un secondo video, pure presente in mostra, era invece un video-racconto intimo di otto minuti con la voce narrante di Francesca Ritrovato e il montaggio di Alessandro Chiappini, ad accompagnare i visitatori nel processo creativo dell’artista. La mostra ha avuto anche una dimensione solidale, sostenendo Medici senza Frontiere. Molte delle opere sono ancora visibili presso Sferocromia, che ospita anche lo studio dell’artista, ora già al lavoro su nuovi progetti, nutrita del rapporto sempre generativo del pubblico con le sue opere e la sua visione. Che è quella di una “arte come immersione profonda in sé stessi, come necessità indifferibile di ascolto, strumento per espandere l’io oltre i confini della vita organizzata“, come la definisce Eugenia Querci, nel testo critico nel Catalogo edito da Al3viE di Raffaella Polverini. Tele che sono paesaggi interiori, che hanno una dimensione narrativa e che fanno parte di un racconto di sé.

 

Note biografiche

 

Manuela Scannavini (@manuela_scannavini) vive e lavora a Roma, dove è nata nel 1970. Sociologa di formazione, ha intrapreso il suo percorso artistico nel 2007, esplorando tecniche miste di pittura, stampa, incisione e installazione. Dal 2024 è ospite presso lo studio di Umberto Ippoliti a Spazio Sferocromia. Le sue opere sono apprezzate da collezionisti tra Roma e Torino.

Giulio Marzaioli nasce a Firenze nel 1972 e vive a Roma. I suoi testi, contributi fotografici e video appaiono su numerose riviste cartacee e telematiche italiane e internazionali. Autore versatile, attivo sia in poesia che in teatro. In poesia ha pubblicato diverse raccolte, tra cui In re ipsa (Premio Lorenzo Montano 2005, Anterem Edizioni), Trittici (Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2007, Edizioni d’if) e Suburra (2009, Giulio Perrone Editore). Ha scritto per il teatro numerosi testi, tra cui Chiasmo (2002), Riflesso (2003), Metro (2004), Sottopartitura (2005), Fiori (2006) e Santa Barbara (2007), da cui sono tratti allestimenti di teatro e teatro-danza rappresentati in vari festival e teatri in Italia. Tradotto in Francia, Stati Uniti, Germania, Spagna e Svezia.  Tra le sue pubblicazioni più recenti o I sassi (2021) e Spin-off (2022), entrambi per Tic Edizioni, Narratore di paesaggi interiori e del rapporto tra ciò che è inanimato e la vita che vi si nasconde.

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Cultura

“Dove abbiamo sbagliato?”: la riflessione di Menda Vreto sulla crisi educativa e sociale

La cronaca ci bombarda ogni giorno di notizie drammatiche: aggressioni, insegnanti picchiati da genitori per un brutto voto, violenza metropolitana e solitudine. Di fronte a questa deriva, la scrittrice Menda Vreto firma un editoriale durissimo ma ricco di speranza, ponendo una domanda cruciale: “Dove abbiamo sbagliato?”. Nella folle corsa per dare tutto e subito ai nostri figli, abbiamo forse dimenticato di insegnare loro il valore fondamentale dell’attesa, della pazienza e dei limiti. E nel tentativo di proteggerci dal mondo esterno innalzando “cancelli” attorno e dentro di noi, abbiamo distrutto il senso di comunità, isolandoci in un freddo universo digitale fatto di contatti finti e sguardi incollati agli schermi degli smartphone. È giunto il momento per gli adulti di fare un passo indietro e tornare alle basi dell’umanità: salutare, chiedere scusa, ascoltare prima di giudicare. Leggi questa meravigliosa e profonda riflessione sulla società moderna e sul ruolo dei genitori nel nostro articolo speciale 👇

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MENDA-VRETO

Roma – Ogni epoca storica porta con sé le proprie endemiche contraddizioni, le proprie fragilità strutturali e le proprie innegabili conquiste. Tuttavia, analizzando lucidamente il tessuto sociale contemporaneo, è impossibile sfuggire a un interrogativo martellante, una domanda scomoda e dolorosa che riecheggia costantemente nelle nostre menti: “Dove abbiamo sbagliato?”.
A lanciare questa profonda e amara riflessione collettiva è Menda Vreto, la cui analisi spietata ma profondamente umana fotografa alla perfezione il lento e inesorabile scivolamento etico della nostra società. Basta accendere la televisione per essere letteralmente travolti da un fiume in piena di cronaca nera e degrado relazionale: notizie quotidiane di aggressioni immotivate, episodi di inaudita violenza urbana, ragazzi sempre più giovani che non nutrono il benché minimo rispetto per il ruolo e l’autorità degli insegnanti, e genitori pronti a scagliarsi con rabbia cieca contro il sistema scolastico per giustificare un brutto voto o un banale rimprovero mosso ai propri figli. Ma il malessere strisciante non si limita ai fatti da telegiornale. Basta osservare attentamente la nostra vita quotidiana per accorgersi di come il tessuto connettivo dell’empatia si stia disgregando persino nei gesti più piccoli e apparentemente insignificanti: vicini di casa che si incrociano sul pianerottolo senza scambiarsi un cenno di saluto, persone che vivono porta a porta per decenni senza conoscersi, adulti che reagiscono con sproporzionata aggressività anche di fronte a una banalissima osservazione nel traffico. Che cosa ci sta realmente succedendo?

I cancelli dell’anima: la perdita della comunità e il mito della protezione

Nessuno vuole cadere nella facile e retorica trappola del “si stava meglio quando si stava peggio”. Anche il passato, come sottolinea acutamente l’autrice, era intriso di povertà dilagante, di insormontabili difficoltà economiche, di palesi ingiustizie sociali e di diffuse violenze domestiche.
Tuttavia, nella vertiginosa corsa verso la modernità e il benessere individuale, rischiamo seriamente di aver smarrito per strada degli antidoti fondamentali per la convivenza civile: il vitale senso del limite, l’arte perduta della pazienza, il profondo rispetto per la libertà altrui e la capacità, oggi quasi del tutto assente, di incassare un “no” e di sopravvivere anche senza ottenere immediatamente tutto ciò che desideriamo. Menda Vreto ricorda una frase emblematica pronunciata da sua madre: «Prima le porte non avevano le chiavi. Oggi non bastano le chiavi, servono anche i cancelli». Questa constatazione materiale nasconde in realtà una tristissima metafora psicologica. Non ci siamo limitati a costruire enormi e insormontabili cancelli di ferro intorno alle nostre abitazioni per difendere le nostre proprietà, ma abbiamo innalzato muraglie invisibili anche e soprattutto dentro di noi. Siamo diventati una società cronicamente diffidente, costantemente sospettosa, cinica e sempre pronta a difendersi dall’altro, percepito ormai solo come una potenziale minaccia. E proprio in questo paranoico tentativo di proteggerci dal mondo esterno, abbiamo drammaticamente dimenticato quanto sia rassicurante e fondamentale sentirsi parte attiva di una comunità solidale.

Il ruolo dei genitori: il difficile equilibrio tra amore e limiti necessari

Sul banco degli imputati di questa crisi valoriale finisce inevitabilmente il delicatissimo ruolo genitoriale. La nostra generazione di adulti si è prodigata per dare ai propri figli molto più di quanto avessero a disposizione le generazioni precedenti. Abbiamo riempito le loro stanze di oggetti, comodità e opportunità precluse ai nostri nonni.
Tutto questo è certamente un bene, frutto del progresso, ma ogni tanto dovremmo avere il coraggio intellettuale di fermarci e chiederci: dare tutto, e darlo subito, significa davvero aiutare un bambino a crescere? Un fanciullo ha indubbiamente un disperato bisogno di amore incondizionato, ma ha altrettanto bisogno di imparare il fondamentale concetto dell’attesa. Ha il sacrosanto diritto di essere ascoltato con attenzione, ma ha la necessità fisiologica di scontrarsi con dei paletti e di conoscere l’esistenza dei limiti. Deve assolutamente sapere che può inciampare e sbagliare senza per questo dover essere umiliato o giudicato, ma deve altrettanto imparare che ogni scelta, anche la più piccola, porta inevitabilmente con sé una precisa responsabilità. E, dettaglio ancor più fondamentale, i figli sono vere e proprie spugne che imparano a vivere osservando i nostri comportamenti quotidiani. Se noi adulti, di fronte a un errore, andiamo spasmodicamente alla ricerca di un capro espiatorio, i nostri figli impareranno a non assumersi mai le proprie responsabilità. Se noi reagiamo urlando e sbraitando di fronte alla minima contrarietà, loro assimileranno la rabbia come l’unico strumento normale e lecito per ottenere ciò che desiderano dalla vita. Al contrario, se avranno la fortuna di vedere un adulto capace di ascoltare in silenzio, di fare un passo indietro chiedendo umilmente scusa e di rispettare chi ha opinioni divergenti, riceveranno una lezione magistrale che nessun libro di testo o corso universitario potrà mai eguagliare.

L’illusione dei social network e il rumore assordante delle cattive notizie

A complicare inesorabilmente questo già fragile e incrinato ecosistema relazionale è intervenuta, con la forza di uno tsunami, la tecnologia. I social network e la digitalizzazione estrema ci hanno indubbiamente fornito possibilità inesplorate e straordinarie: oggi possiamo comunicare in tempo reale con persone dall’altra parte del globo, reperire informazioni infinite, imparare nuove nozioni e condividere passioni comuni.
Ma il rovescio della medaglia è agghiacciante: ci hanno spinto a vivere la nostra unica esistenza filtrandola continuamente attraverso la freddezza di uno schermo luminoso. Viviamo nel tremendo paradosso moderno di poter vantare migliaia di contatti, follower e amici virtuali, conoscendo in realtà pochissimo o nulla di chi dorme nella stanza accanto o del vicino di pianerottolo. A questa alienazione digitale si somma la letale narrazione mediatica contemporanea: la cattiva notizia fa sempre un rumore assordante, mentre il bene è costretto a viaggiare sottotraccia. Un brutale pestaggio urbano diventa immediatamente un virale caso di cronaca nazionale, amplificato dai talk show e dai giornali. Una persona normale che, nel più totale e meraviglioso anonimato, spende il proprio tempo per aiutare un anziano in difficoltà, per ascoltare un vicino sprofondato nella solitudine o per accompagnare un disabile a fare la spesa, invece, non finirà quasi mai in televisione. Questo meccanismo perverso, che premia il sensazionalismo macabro, non significa affatto che il bene sia estinto. Significa soltanto che dobbiamo lottare per non permettere alle valanghe di notizie negative di convincerci che la solidarietà umana sia ormai un lontano e sbiadito ricordo del passato.

L’esempio degli adulti: riscoprire l’umanità e l’educazione nelle piccole cose

Forse, arrivati a questo punto di non ritorno, la domanda cruciale non dovrebbe più essere “Che cosa è successo di male ai nostri figli?”. Dovremmo invece guardarci allo specchio con severa onestà e chiederci: “Che genere di esempio stiamo offrendo noi adulti?”.
Educare una nuova generazione non significa soltanto fare prediche e riempirsi la bocca di belle parole o di alti ideali astratti. Educare significa comportarsi in modo ineccepibile quando siamo preda della rabbia cieca, mantenere l’integrità morale quando nessuno ci sta guardando o controllando, ammettere la sconfitta quando abbiamo palesemente torto, ed esercitare la più pura compassione quando ci imbattiamo in qualcuno decisamente più debole e indifeso di noi. Per salvare noi stessi e il nostro futuro, forse dobbiamo semplicemente tornare all’essenza delle cose semplici e dimenticate: abituarci nuovamente a salutare il prossimo, imparare a ringraziare per un gesto gentile, ascoltare attivamente l’altro prima di emettere sentenze frettolose, chiedere sinceramente scusa quando sbagliamo, rispettare profondamente chi sta lavorando, coltivare la rara virtù della pazienza e, ogni tanto, avere il coraggio rivoluzionario di spegnere lo smartphone e riporlo in un cassetto per tornare a guardare negli occhi le persone che diciamo di amare. Nessuno di noi, singolarmente, ha il potere sovrannaturale di cambiare tutto ciò che di brutto accade nel mondo globale. Possiamo, però, scegliere deliberatamente che cosa coltivare nel nostro piccolo mondo quotidiano. In fondo, la tanto vituperata “società” non è un’entità astratta o un nemico lontano: la società siamo noi. Siamo noi all’interno delle nostre case, nelle dinamiche delle nostre famiglie, nelle aule delle nostre scuole, nelle assemblee dei nostri condomini e sui marciapiedi delle nostre strade. Come ci ricorda Menda Vreto, forse non abbiamo affatto bisogno di tornare nostalgicamente indietro nel tempo. Forse dobbiamo solo continuare ad andare avanti, premurandoci però di portare nel nostro zaino alcune cose che rischiamo di perdere per sempre: l’educazione, il rispetto, la responsabilità e, su tutto, una profonda e sincera umanità. Dunque, la vera domanda da porci oggi non è più “Dove abbiamo sbagliato?”, ma “Cosa possiamo fare, da questo preciso istante, per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo leggermente più umano?”.

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Cultura

I diari di Hiba Abu Nada: la voce poetica di Gaza spezzata dalle bombe

La follia della guerra spegne la vita, ma non può cancellare la forza eterna della poesia. Tra le innumerevoli vittime innocenti del conflitto di Gaza c’è anche Hiba Abu Nada, pluripremiata scrittrice, scienziata e attivista palestinese morta a 32 anni sotto i bombardamenti a Khan Yunis. Prima di morire, la poetessa ha affidato i suoi ultimi, strazianti pensieri a un diario: “I bambini a cui non è stato assegnato un nome muoiono prima di nascere”, scriveva, denunciando l’indifferenza del mondo e raccontando il dolore di veder morire i propri amici uno dopo l’altro. Un testamento spirituale potentissimo e commovente, in cui l’autrice chiedeva a gran voce la fine delle ostilità. “In Paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando”, annotava nei suoi ultimi giorni. Leggi nel nostro articolo gli estratti più toccanti del suo diario e scopri la storia di una delle voci letterarie più brillanti del mondo arabo 👇

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Hiba Abu Nada

Gaza – La spietata e inesorabile brutalità della guerra non si limita a distruggere abitazioni, infrastrutture ed economie, ma compie un crimine ancora più efferato: cancella fisicamente i pensieri, i sogni e le voci intellettuali di un intero popolo. Nel buio atroce del conflitto che ha insanguinato la Striscia di Gaza, spegnendo la vita di innumerevoli innocenti, una luce in particolare ha smesso di brillare nell’ottobre del 2023, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama letterario mediorientale e internazionale.
Quella luce apparteneva a Hiba Abu Nada (all’anagrafe Hiba Kamal Saleh Abu Nada), una brillante e pluripremiata poetessa, romanziera, insegnante e attivista per i diritti umani palestinese. Nata alla Mecca nel giugno del 1991, Hiba ha trovato tragicamente la morte a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, vittima della devastazione causata dai raid aerei durante l’escalation del conflitto tra Israele e Hamas. Prima che il buio e le macerie inghiottissero la sua giovanissima vita, la poetessa ha affidato i suoi ultimi, strazianti pensieri a un diario personale. Le sue parole, tradotte magistralmente e con grande commozione da Angela Kosta, rappresentano oggi un testamento spirituale di inestimabile valore, un grido di dolore lancinante che ci costringe a guardare in faccia il vero e orribile volto della guerra, invocando con disperazione un’unica parola: Pace.

Il freddo della morte e la speranza tradita: l’appello per la pace

Leggere gli ultimi appunti vergati da Hiba nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte significa immergersi in un mare di angoscia e rassegnazione, ma anche di straordinaria e indomita dignità. Le sue parole sono un atto di accusa silenzioso contro l’indifferenza del mondo.
«I bambini a cui non è stato ancora assegnato un nome muoiono prima di nascere», scriveva la poetessa, racchiudendo in una singola frase tutta l’assurdità e l’ingiustizia di un conflitto che non risparmia nemmeno chi si trova ancora nel grembo materno. Tradurre questi brani, come sottolineato dalla stessa curatrice italiana, significa sentire fisicamente il freddo della morte incombere sulle case degli innocenti e sulle città sconvolte dai proiettili. L’isolamento e il senso di abbandono emergono prepotentemente negli appunti del 19 ottobre 2023, quando Hiba si rivolgeva direttamente ai potenti e ai grandi nomi del mondo arabo:

«Agli arabi famosi che non parlano di noi… Ascoltate! Non chiamate nessuno che non faccia nulla, perché, se non risolviamo immediatamente la questione della guerra, questa è negligenza».

Ma nonostante l’amarezza per un mondo che sembrava aver girato lo sguardo altrove, la sua penna non ha mai tremato di fronte al proprio ineluttabile destino: «Se moriamo, sappiate che siamo felici e irremovibili. Sappiate anche che noi siamo dalla parte della giustizia in questo mondo», annotava fieramente solo poche ore prima di perdere la vita sotto i bombardamenti.

L’addio di una poetessa: gli ultimi pensieri prima dell’oscurità

Ciò che colpisce maggiormente nei frammenti del diario di Hiba Abu Nada è la lucida e spietata cronaca di un annientamento quotidiano, un conto alla rovescia macabro in cui la morte diventa un’abitudine impossibile da metabolizzare.
La sua narrazione si concentra sulla progressiva scomparsa dei propri affetti e sull’impossibilità di elaborare il lutto in mezzo al caos. «La lista dei miei amici si sta riducendo, trasformandosi in tante bare sparse qua e là», scriveva la scrittrice palestinese con il cuore spezzato. «Non posso aiutare i miei amici inseguendo i razzi. Non posso riportarli indietro! Non posso restituire loro la vita! Non posso piangere! Non so cosa fare! […] Nessuna icona può restituirmi i miei amici». La frenesia della guerra priva gli esseri umani persino del diritto universale di piangere i propri morti e di salutarli dignitosamente per l’ultima volta: «Non c’è tempo per grandi funerali o per veri e propri addii. Un grande razzo sta arrivando. Ci accontenteremo di un bacio frettoloso sulla fronte e di un rapido addio, aspettando la nuova morte», appuntava amaramente il 9 ottobre. La poetessa ci consegna l’immagine apocalittica di una città che cancella i propri confini e i propri errori usando letteralmente “la gomma per cancellare dei bambini” e una pioggia di proiettili, mentre la morte, descritta come una grande chiatta, ondeggia a destra e a sinistra mietendo vite e svuotando il campo.

Da “L’ossigeno non è per i morti” al martirio sotto i razzi

La vita e la carriera di Hiba Abu Nada non si limitano agli ultimi drammatici giorni di assedio, ma riflettono il percorso di una donna eccezionale, profondamente innamorata dello studio, della letteratura e della vita stessa.
Laureata con il massimo dei voti in Biochimica presso l’Università Islamica di Gaza e successivamente dotata di un prestigioso master in Nutrizione Clinica conseguito all’Università Al-Azhar, Hiba era una mente scientifica prestata con enorme e indiscusso successo alla poesia e alla narrativa. Il suo immenso talento letterario era stato riconosciuto e consacrato a livello internazionale già nel 2017, quando il suo meraviglioso e profetico romanzo, intitolato “L’ossigeno non è per i morti”, era stato insignito dell’ambitissimo Sharjah Award per la creatività letteraria araba. Nei suoi scritti, passati e recenti, la giovane attivista ha sempre raccontato senza filtri la complessa realtà della Striscia di Gaza, intrecciando i temi della guerra e della perenne sofferenza con un indomabile desiderio di libertà, giustizia e rispetto dei diritti umani. La sua voce poetica, purtroppo zittita per sempre dalla polvere e dalle esplosioni a Khan Yunis, ha continuato a testimoniare strenuamente la durissima realtà vissuta dalla popolazione palestinese fino all’ultimo istante in cui le è stato concesso di respirare.

Un’eredità letteraria incancellabile: “In Paradiso c’è una nuova Gaza”

Nonostante l’oscurità totale che l’aveva circondata nei suoi ultimi giorni, la grandezza intellettuale e spirituale di Hiba Abu Nada si palesava nella sua straordinaria e quasi miracolosa capacità di intravedere spiragli di luce e speranza in mezzo alla distruzione più assoluta e spietata.
«Viviamo ora in una miseria indescrivibile. Eppure, in mezzo a tutto questo, sento il profumo della Pace», scriveva il 13 ottobre, descrivendo il dolore che si mescola agli abiti insanguinati dei medici e all’amore degli insegnanti che abbracciano i loro piccoli alunni terrorizzati. L’immagine più potente e commovente che ci lascia in eredità, tuttavia, è quella di una città sdoppiata, ricostruita altrove: «Stiamo costruendo una seconda città. I medici sono rimasti senza pazienti e senza sangue. Gli insegnanti sono rimasti senza scuole. […] In Paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora con i martiri». Oggi, il mondo della letteratura araba e internazionale piange una delle sue figlie più sensibili e talentuose, vittima innocente dell’ennesima follia umana. L’augurio di tutti, oggi, è che la sua anima possa riposare in pace e che il suo più grande e inconfessabile sogno, quello di una patria libera e in pace per il suo popolo palestinese, non debba rimanere per sempre confinato nelle pagine insanguinate di un diario incompiuto.

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Cultura

Il ponte di parole che spezza l’odio tra fedi e imperi nel Mar Nero: lo storico Francesco Liparulo lancia l’epopea “L’impero dei Comneno di Trebisonda”

Il misticismo dell’Impero bizantino e lo scontro tra fedi nel XV secolo si trasformano in un immenso e fiero romanzo-manifesto sul dialogo interculturale! Esce oggi in libreria e in e-book “L’impero dei Comneno di Trebisonda”, lo straordinario saggio narrativo dello scrittore e poeta veneziano Francesco Liparulo, pubblicato nella collana “I Diamanti della Narrativa” di Aletti Editore. Un viaggio specchio iper-emotivo e privo di filtri protettivi che racconta le peripezie dell’umanista Francesco Filelfo e dei mercanti di Venezia alla corte di Alessio IV, tra dibattiti teologici con dotti arabi e l’oro dei mercati d’Oriente. Un’oasi di spensieratezza e rigore filologico che sarà tra i protagonisti ufficiali al Salone Internazionale del Libro di Torino a maggio 2027. Scoprite tutti i dettagli storici nel nostro articolo! 👇

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Copertina_Limpero dei Comneno di Trebisonda

Venezia – Una forza poetica e una passione civile straordinaria erompono dalle aule polverose della storiografia d’archivio per invadere i laboratori della letteratura contemporanea, trasformando le antiche cronache bizantine in un’autentica officina di pensiero, risorsa terapeutica e manifesto di fratellanza universale. La narrativa storica, quando sa spogliarsi dei vecchi e asettici cliché commerciali di plastica e dei filtri digitali degli smartphone, si riscopre l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare le grandi contraddizioni del nostro presente, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta per disarmare i conflitti ideologici rionali, taccuino alla mano. Oggi, martedì 22 settembre 2026, il panorama della saggistica romanzata celebra un debutto editoriale di immenso spessore culturale ed etico dello Stato: è disponibile nelle librerie della penisola e in formato e-book “L’impero dei Comneno di Trebisonda”, il monumentale nuovo volume del letterato e poeta mestrino Francesco Liparulo, elargito alle stampe nella prestigiosa collana “I Diamanti della Narrativa” di Aletti Editore.

L’opera si configura come una fitta, avvolgente e mozzafiato ricostruzione documentale incentrata sui decenni decisivi che precedettero il letale crollo di Costantinopoli, un viaggio specchio privo di filtri protettivi progettato per scuotere il torpore e l’intolleranza della società odierna, rintracciando le radici profonde del dialogo interreligioso. Il ruolino di marcia della trama si accende nel cuore del XV secolo, quando il giovane co-imperatore Giovanni VIII Paleologo spedisce una disperata ambasceria all’indirizzo di Alessio IV Comneno, sovrano della fiera e splendida Trebisonda. L’obiettivo della missione diplomatica è implorare in totale trasparenza l’invio di contingenti militari straordinari per spezzare l’asfissia del sanguinoso assedio posto alla capitale cristiana dalle truppe ottomane del sultano Murad II, innescando una catena di eventi andati già rubati nei taccuini dei collezionisti della narrativa d’autore.

Il dialogo tra l’umanista Filelfo e il viaggiatore arabo: il cortocircuito tra fedi

Il picco emotivo e la suspense filosofica del romanzo si consumano durante le peripezie della traversata sul Mar Nero, dove l’ambasciatore e celebre umanista Francesco Filelfo, scortato da due giovani e spavaldi mercanti veneziani di nome Paolo e Francesco, intraprende un serrato, chirurgico e affascinante confronto dialettico con un misterioso viaggiatore arabo. Sul leggio di questo scontro di civiltà non prendono forma le armi dell’asfissia bellica, bensì un interplay verbale di eccezionale onestà intellettuale, in cui ciascun passeggero esalta e rivendica il merito, il sacro e i valori morali della propria tradizione spirituale. Una requisitoria incrociata che fa collidere con fluidità il Cattolicesimo romano, l’Ortodossia bizantina e l’Islamismo, offrendo risposte flessibili alle ferite aperte che ancora oggi dividono i quartieri del nostro pianeta.

I dati della ricerca storica parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: una volta sbarcati nel porto stanziale di Trebisonda, i protagonisti vengono scortati dalla principessa Maria Comnena nel cuore pulsante dei mercati rionali. I bazar della città anatolica si rivelano un crocevia d’eccellenza e un comfort funzionale perfetto per l’integrazione biologica dei popoli, un laboratorio a cielo aperto dove i mercanti d’Occidente e d’Oriente intrecciano in totale trasparenza merci preziose, tessuti, lingue e visioni del mondo, dimostrando con i fatti che la coesione sociale e lo sviluppo macroeconomico nascono unicamente ripudiando l’isolamento e la finzione commerciale.

Dai grandi saggisti di Venezia al Salone di Torino 2027: il rigore di Liparulo

Francesco Liparulo, autore dall’enciclopedico background culturale, ha edificato l’architettura di questo romanzo attraverso un programma pluriennale di rigorose e severe letture d’archivio, facendo propria la saggistica e le lezioni dei massimi accademici dello Stato e della storia veneziana, del calibro di Ennio Concina, Andrea Frediani, Frederic C. Lane, Ugo Tucci, Gino Luzzatto e Pompeo Molmenti. Questo sforzo ingegneristico ha permesso di mostrare i personaggi dell’antichità nella loro verace quotidianità rionale e nella loro vita sociale, restituendo ritmo millimetrico e onestà alle dinamiche del passato, combinando il rigore scientifico a una spiccata e vibrante sensibilità poetica che si sofferma nell’estasi di fronte alle cattedrali d’arte dell’Impero bizantino.

I canali della casa editrice sono caldi e la programmazione strategica per le scadenze future già tracciata. Aletti Editore ha ufficializzato che il volume “L’impero dei Comneno di Trebisonda” sarà uno dei saggi di punta esposti ufficialmente al prossimo e attesissimo Salone Internazionale del Libro di Torino, in programma nel mese di maggio 2027, dove abiterà i laboratori e gli spazi culturali della scuderia espositiva, offrendo ai viandanti l’occasione di firmacopie stanziali. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e aprite le pagine di questo libro: la Trebisonda di Francesco Liparulo vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che finché l’umanità saprà usare la parola per superare i confini della paura e della diversità, il domani del nostro mondo sarà per sempre un posto libero, protetto e profondamente umano.

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