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L'AQUILA,IMPORTANTE CONVEGNO SU:"I VOLTI DELLA POVERTA':ASSOLUTA E RELATIVA"

L’Aquila-Sabato 23 Maggio, con inizio alle ore 09:30, si terrà presso il Dipartimento Mesva Aula D2.31 dell’Università dell’Aquila ,un interessante Convegno sul Tema: ”I Volti della Povertà: Assoluta e Relativa” organizzato dall’Ill.mo Prof. Gabriele Gaudieri Docente di Pedagogia Generale presso il Dipartimento di Medicina.Interverranno:

1)      Dr. Riccardo Romandini ,Psicologo su: ”Soma E Psiche della Povertò;

2)     Dr.ssa Erica Di Sante, Assistente Sociale su:”Povertà Assoluta e Relativa:una declinazione sociale nel mondo di oggi”;

3)      Dr. Angelo Bianchi, Vice Direttore della Caritas Diocesana dell’Aquila su” Progetto Gemina”;

4)       Dr.ssa Silvia Meloni,Esperta di Statistica di Torino su:” Povera Italia:dai numeri dell’Istat la Fotografia del Nostro Paese”.

         I lavori proseguiranno fino alle ore 18:00 con una pausa pranzo tra le 13:00 e le 14:30.

 

Quando si parla di povertà assoluta si fa riferimento all'idea della semplice sopravvivenza o a quella di un livello di vita ritenuto minimo accettabile. Nel primo caso povertà è quasi sinonimo di "miseria nera", di quella situazione cioè nella quale la carenza di risorse a disposizione dell'individuo è così profonda che la sua stessa vita è messa in pericolo o, quantomeno, è condotta in condizioni disperate. Questa accezione di povertà è spesso usata con riferimento ad alcuni Paesi del terzo mondo (o loro regioni particolarmente svantaggiate), così come per quei casi di povertà estrema che si possono anche riscontrare ai margini delle ricche società industriali.

In questo caso la distinzione tra poveri e non poveri è assai semplice e, almeno per quanto riguarda i Paesi Europei, e comporta che la povertà sia ristretta ad un numero alquanto limitato di casi, tutto sommato eccezionali. Di conseguenza, il problema della povertà si restringe a quello di un piccolo numero di persone che, in base alle loro caratteristiche prevalenti, è facile designare come del tutto "particolari".

Sempre alla povertà assoluta ci si richiama anche in un secondo caso, quando invece che alla mera sopravvivenza si fa riferimento ad uno standard di vita che viene ritenuto "minimo accettabile". In questo caso per discriminare i poveri dai non poveri si definisce previamente un insieme di bisogni ritenuti essenziali e le risorse che ne permettono un soddisfacimento minimo; le persone (o le famiglie) che non dispongono di questo minimo di risorse vengono qualificate come povere. I bisogni che più spesso vengono identificati come essenziali sono l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario, la salute e l'igiene (talvolta si aggiunge anche la vita di relazione). A questa lista di bisogni si affianca una lista di consumi che ne permettono il minimo soddisfacimento, tramutando poi i consumi, attraverso i prezzi di mercato, nella somma di denaro necessaria. Si ottiene così una soglia di reddito minimo che stabilisce il "confine della povertà".

Questo metodo d'individuazione della povertà ha illustri precedenti: esso fu usato da Rowntree (1901) già nella sua prima ricerca sulla povertà nella città inglese di York e poi in moltissime altre occasioni. Questo stesso metodo è stato usato per dividere i paesi del mondo in ricchi e più o meno poveri. Una sua applicazione, infine, sta alla base della definizione di soglie d'intervento di molte forme di politica sociale. La più comune ed anche la più interessante fra queste è quella del cosiddetto "minimo vitale garantito". Questa forma di assistenza si propone di garantire a tutti un livello di vita minimo fornendo alle famiglie a più basso reddito quel supplemento di denaro necessario per acquistare quei beni e servizi che assicurano quel soddisfacimento "minimo accettabile" dei bisogni fondamentali sopra elencati. I limiti di questo concetto sono molti. Non è infatti facile stabilire, in primo luogo, l'ammontare minimo di consumi che garantisce la sopravvivenza (l'uomo potrebbe accontentarsi di un piatto di fave al giorno, ma non è detto che poi esso sia sufficiente dal punto di vista nutrizionale); in secondo luogo, la definizione di un livello di vita minimo accettabile comporta il riferimento ad una data situazione storica, ambientale e sociale: ciò che viene ritenuto "minimo accettabile" oggi in Italia è molto superiore non solo al minimo accettabile di un secolo fa ma anche al minimo di qualche paese povero dell'America latina.

Il riferirsi ad una concezione della povertà intesa come fenomeno relativo permette di superare questi inconvenienti e di disporre di una definizione più aderente alla realtà. Già le considerazioni appena svolte mettono in evidenza il fatto che non è possibile quantificare un'unica soglia di povertà che possa essere utilizzata in situazioni storico-sociali diverse.

La ragione di questa impossibilità sta nel fatto che la vita sociale è essenzialmente una vita di relazione, di rapporti tra persone e gruppi. La posizione che ciascuno ha nella struttura sociale assume significato solo se è considerata in relazione alle posizioni degli altri: non si può dire ciò che si ha e ciò che si è se non tenendo conto dell'intorno sociale con il quale si interagisce. Si ha e si è più o meno degl'altri non in assoluto.

 

Come si può dire, ad esempio, se uno ha una buona istruzione? All'inizio del secolo saper appena leggere e scrivere era già considerato sufficiente, mentre dopo la seconda guerra mondiale era almeno richiesto il diploma di licenza elementare. L'acquedotto porta l'acqua dentro le case solo da alcuni decenni; e come prima era normale prendere l'acqua dal pozzo, oggi lo è farla scorrere dal rubinetto. Similmente si potrebbe dire per ogni aspetto delle condizioni di vita che oggi sono incredibilmente migliorate rispetto a periodi neanche troppo lontani.

Come potrebbe essere possibile, in questo continuo mutare di condizioni generali, mantenere immutata la soglia di povertà? I cambiamenti che sono evidenti in relazione al passare del tempo non sono poi meno importanti se rapportati invece allo spazio. Ciò che è accettabile in una società con un livello di vita mediamente basso è inaccettabile in un'altra dove le condizioni di vita sono mediamente superiori. Non solo essere poveri nel terzo mondo è diverso dall'essere poveri in Europa, ma anche la povertà della Grecia è diversa da quella della Germania e quella del Friuli è diversa da quella della Basilicata.

 

E' pertanto preferibile porre alla base di ogni considerazione sulla povertà una definizione di povertà relativa, correlata agli standard di vita prevalenti all'interno di una data comunità e comprendente bisogni che vanno al di là della semplice sopravvivenza, dipendente dall'ambiente sociale, economico e culturale e che quindi varia nel tempo e nello spazio

Ultima modifica ilVenerdì, 22 Maggio 2015 18:36

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