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Politica

Futuro Nazionale scende in campo: Alemanno a Milano lancia il generale Burgio sindaco

La corsa per la conquista del Comune di Milano è ufficialmente partita, e la destra sociale affila le armi lanciando un progetto che promette di rivoluzionare la politica nazionale! L’Onorevole Gianni Alemanno sarà nel capoluogo lombardo per un intero fine settimana di fuoco: sabato parteciperà a un dibattito sulla giustizia con Senaldi e Palamara, per poi dedicarsi a tempo pieno al lancio della candidatura a sindaco di Milano del generale Carmine Burgio, alfiere del nuovo movimento “Futuro Nazionale”. Ad accoglierlo, i vertici storici della destra milanese, dall’avv. Renato Maturo a Roberto Jonghi Lavarini, che ha dettato la linea: “Il trio composto dal generale Vannacci, dal suo braccio destro Massimiliano Simoni e da Gianni Alemanno è un tridente formidabile che scuoterà l’Italia”. Ordine, sicurezza stradale, ma soprattutto difesa delle case popolari e della sanità pubblica: ecco la ricetta di Futuro Nazionale per sconfiggere i radical chic a Palazzo Marino. Leggi tutti i retroscena nel nostro speciale politico 👇

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Vannacci, Alemanno

Milano – Lo scacchiere politico lombardo e nazionale inizia a muoversi con largo e febbrile anticipo in vista delle prossime, cruciali sfide elettorali, registrando la nascita e il rapido consolidamento di nuove formazioni destinate a sparigliare completamente le carte all’interno della galassia conservatrice italiana. Al centro della scena irrompe con forza l’ambizioso progetto politico di Futuro Nazionale, un movimento che si propone di raccogliere e rinvigorire l’eredità storica e valoriale della destra sociale, intrecciandola indissolubilmente con temi di strettissima attualità.
A certificare l’importanza strategica della piazza meneghina per questa nuova avventura politica sarà la prestigiosa presenza in città dell’Onorevole Gianni Alemanno, atteso sotto la Madonnina per un fine settimana denso di impegni pubblici e incontri a porte chiuse. L’ex sindaco di Roma e Ministro della Repubblica inaugurerà il suo tour milanese nella giornata di sabato, partecipando in prima linea a un attesissimo e serrato dibattito incentrato sul delicatissimo tema della riforma della giustizia in Italia. Un panel di altissimo profilo istituzionale e mediatico che lo vedrà confrontarsi apertamente sul palco con il noto giornalista Pietro Senaldi (condirettore di Libero) e con l’ex magistrato Luca Palamara, figura chiave per comprendere i complessi meccanismi e le contraddizioni del sistema giudiziario del nostro Paese.

Il lancio del candidato sindaco: il generale Carmine Burgio

Ma il vero fulcro politico della trasferta lombarda di Alemanno si svilupperà nel corso dell’intero weekend, lontano dai riflettori del dibattito sulla magistratura. L’Onorevole, infatti, dedicherà la stragrande maggioranza del suo preziosissimo tempo e delle sue energie politiche per sostenere ufficialmente e lanciare con forza la candidatura del generale Carmine Burgio, scelto come candidato sindaco per la città di Milano sotto il vessillo di Futuro Nazionale.
La scelta di affidarsi a un alto ufficiale dell’esercito per tentare la difficile conquista di Palazzo Marino non è affatto casuale, ma risponde a una precisa e inequivocabile richiesta di ordine, legalità e fermezza che sale prepotentemente dai quartieri periferici della metropoli lombarda, sempre più spesso ostaggio di microcriminalità e degrado urbano. In questa sua delicata missione di radicamento territoriale, Alemanno non sarà affatto solo. Ad accompagnarlo passo dopo passo ci sarà il suo storico amico fraterno e fidato referente lombardo, il monzese Lele Petrucci, figura politica di grandissima esperienza già nota alle cronache per aver ricoperto l’importante ruolo di coordinatore regionale per il movimento Indipendenza. A fare gli onori di casa e ad accogliere calorosamente la delegazione romana ci sarà anche un altro volto storico e carismatico della destra sociale lombarda (proveniente dalla lunga militanza nel MSI e in Alleanza Nazionale): l’avvocato milanese Renato Maturo, attuale e attivissimo presidente del comitato costituente “421” di Futuro Nazionale a Milano.

Il tridente della rivoluzione: Vannacci, Simoni e Alemanno

A blindare politicamente l’evento e a definire con assoluta chiarezza i contorni ideologici e strategici del nuovo movimento, ci ha pensato un’altra figura di spicco della galassia conservatrice settentrionale, la cui presenza a Milano è data per scontata: Roberto Jonghi Lavarini, noto negli ambienti politici con il pittoresco e celebre appellativo di “Barone Nero”.
Lavarini ha voluto tracciare una rotta netta e inequivocabile per il partito, rilasciando dichiarazioni che suonano come un vero e proprio manifesto fondativo. «La destra sociale di matrice storica missina non è una semplice corrente interna da tollerare, ma rappresenta indiscutibilmente l’anima vera e il cuore pulsante di Futuro Nazionale», ha precisato con la consueta schiettezza. Ma la vera forza d’urto del movimento, secondo Lavarini, risiede nella sua inedita e potentissima leadership tripartita. «Il trio composto dal generale Roberto Vannacci, da Massimiliano Simoni e da Gianni Alemanno è un formidabile tridente d’attacco che rivoluzionerà radicalmente le dinamiche della politica italiana nei prossimi anni». Una menzione particolare merita proprio Massimiliano Simoni, braccio destro fidato, storico amico e spin doctor del generale Vannacci. Simoni ricopre attualmente il ruolo di numero due assoluto di Futuro Nazionale in qualità di attivissimo coordinatore nazionale del partito e, come lo stesso Alemanno, Petrucci, Maturo e Jonghi Lavarini, vanta un pedigree politico inossidabile che affonda le sue profonde e orgogliose radici nella storia decennale del Movimento Sociale Italiano e di Alleanza Nazionale.

Il programma per Milano: ordine e welfare contro i radical chic

L’obiettivo di Futuro Nazionale per la corsa a Palazzo Marino, dunque, si delinea non come una semplice e banale testimonianza elettorale, ma come una proposta di governo della città a 360 gradi, capace di unire le classiche tematiche della destra conservatrice con una fortissima (e spesso trascurata) vocazione prettamente sociale.
A sintetizzare il programma che il candidato sindaco, il generale Burgio, porterà nelle strade e nelle piazze milanesi è stato ancora una volta Roberto Jonghi Lavarini, delineando una piattaforma che punta a scardinare il predominio della sinistra radical chic nei salotti buoni della metropoli per tornare a parlare alla pancia e ai bisogni reali del popolo lavoratore. «A Milano, ovviamente, serve con urgenza ripristinare ordine, pulizia e sicurezza nelle strade, restituendo i quartieri ai cittadini onesti», ha spiegato il Barone Nero, «ma questo non basta. Serve un’iniezione massiccia di giustizia sociale. Dobbiamo batterci per attuare riforme strutturali urgenti e concrete contro il dilagante carovita che strozza le famiglie, pretendere il potenziamento e il recupero dell’edilizia popolare, difendere strenuamente il sistema sanitario pubblico dalle privatizzazioni selvagge e migliorare l’efficienza dei trasporti locali per i pendolari». Un programma ambizioso che, partendo dalla storica base missina, si prepara a lanciare il guanto di sfida per la conquista di Milano.

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Politica

Il potere d’acquisto degli italiani torna a correre e batte l’inflazione: Fabio Rampelli gela Elly Schlein ad Agorà e blinda il taglio del cuneo fiscale

I salari degli italiani tornano finalmente a crescere e battono l’inflazione per la prima volta dopo vent’anni di stagnazione! Il Vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), interviene in diretta a su Agorà su Rai Tre per blindare i successi macroeconomici del Governo Meloni contro la propaganda del PD. Rampelli gela Elly Schlein svelando i dati del fisco: grazie al taglio strutturale del cuneo fiscale, miliardi di euro sono entrati nelle tasche delle famiglie e il potere d’acquisto è aumentato, incassando il plauso di economisti d’élite ed ex parlamentari dem come Carlo Cottarelli. Pronta anche la sferzante provocazione sul programma delle opposizioni: “Aspettiamo che la sinistra rimetta il bollo auto, noi difendiamo il merito e la legalità del lavoro”. Tutti i dettagli del match TV nel nostro articolo! 👇

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Rampelli

Roma – Un’ondata di verità macroeconomica e di rigore statistico scuote i laboratori del dibattito politico nazionale, rimettendo l’onestà delle cifre e il benessere reale delle famiglie al centro dell’agenda programmatica dello Stato. I bilanci dei lavoratori e il salario reale, quando si spogliano dei freddi e asettici canali della propaganda di parte e delle nevrosi da campagna elettorale, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente per misurare la tenuta sociale e la qualità della vita dei cittadini, offrendo ai rioni popolari e alle nuove generazioni uno scudo impenetrabile contro la crisi. Nella mattinata di oggi, martedì 22 settembre 2026, gli studi televisivi della trasmissione Agorà, in diretta su Rai Tre, si sono trasformati nel teatro di una durissima, solenne e fitta requisitoria istituzionale: il Vicepresidente della Camera dei deputati, Fabio Rampelli (esponente d’élite di Fratelli d’Italia), è sceso in trincea per blindare i risultati economici del Governo Meloni, stroncando senza filtri protettivi le tesi del centrosinistra sul potere d’acquisto, taccuino alla mano e passioni calde.

L’affondo del vicepresidente di Montecitorio ha radiografato con precisione chirurgica e saggistica il ruolino di marcia impresso dall’esecutivo a partire dall’autunno del 2022, un’opera di squadra eccezionale programmata per scacciare il torpore di due decenni di immobilismo finanziario e favorire il merito del lavoro. Rampelli ha espresso profondo rammarico per l’atteggiamento sistematicamente indisponibile all’interplay democratico dimostrato dai vertici del Partito Democratico, evidenziando come l’opposizione preferisca arroccarsi dietro gli smartphone dei cliché ideologici piuttosto che analizzare i verbali ufficiali dell’economia dello Stato. Una chiusura ermetica che collide persino con i recenti e temporanei spiragli di dialogo che la segretaria del PD, Elly Schlein, aveva faticosamente tentato di aprire sui dossier caldi della crisi energetica internazionale e sulle scadenze delle politiche industriali comuni.

La fine della stagnazione ventennale: la radiografia dei salari più forti dell’inflazione

Il cuore pulsante della requisitoria di Fabio Rampelli ad Agorà ha messo a nudo la falsità delle narrazioni della sinistra attraverso un bilancio storico e millimetrico dei redditi tricolori. Dopo ben vent’anni di paralizzante e dolorosa stagnazione monetaria ereditata dai passati governi tecnici e di centrosinistra, i dati reali dimostrano con i fatti che, a partire dal 2023, le buste paga degli italiani hanno finalmente ripreso a salire in modo stabile e duraturo. I Criteri di calcolo economico blindano un successo strutturale incontestabile: l’incremento delle retribuzioni si è consolidato a fronte di un tasso di inflazione che la cabina di regia di Giorgia Meloni è riuscita a far oscillare stabilmente tra il 2% e il 3,5%, dopo aver ereditato dallo shock macroeconomico precedente una spaventosa fiammata dei prezzi vicina all’8% complessivo.

I dati d’altronde parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi interpretativi: per la prima volta nell’ultimo ventennio, la crescita nominale dei salari viaggia a una velocità superiore rispetto all’indice dei prezzi al consumo. Questo cortocircuito virtuoso ha generato risposte flessibili e repentine per il welfare familiare, traducendosi in un aumento reale del potere d’acquisto e in un comfort funzionale perfetto per contrastare la povertà rionale. Il merito di questo miracolo d’area vasta va interamente attribuito alla determinazione civile con cui il governo ha varato e difeso il taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo, una misura d’avanguardia che ha elargito in totale trasparenza e immesso direttamente nelle tasche delle tute blu e dei lavoratori dipendenti diversi miliardi di euro l’anno, limitando al massimo l’esodo e la contrazione dei consumi interni.

L’asse con l’economista Carlo Cottarelli e la provocazione sul bollo auto

La postura e l’onestà intellettuale del vicepresidente della Camera hanno trovato un solido e inaspettato visual anchor nelle analisi scientifiche elargite da autorevoli accademici storicamente distanti dalle scuderie del centrodestra. Rampelli ha solennemente ricordato come gli straordinari risultati del ruolino di marcia governativo siano stati ampiamente certificati, apprezzati e lodati da illustri economisti dello Stato ed ex parlamentari dello stesso Partito Democratico del calibro del professor Carlo Cottarelli. Una promozione tecnica e priva di barriere ideologiche che blinda la tenuta etica delle riforme finanziarie varate a Roma, dimostrando che quando la politica opera con rigore e trasparenza per il benessere collettivo, le polemiche dei salotti radical chic si sciolgono nel vuoto pneumatico dei rimorsi di bottega.

Il segmento finale dell’intervento di Rampelli su Rai Tre si è convertito in una spavalda e affilata provocazione politica rivolta alle imminenti piattaforme programmatiche del centrosinistra in vista delle future scadenze delle urne. «Abbiamo fatto dal 2022 il massimo bene possibile date le condizioni disastrose ereditate, e se persino i loro massimi economisti lo riconoscono, davvero non c’è nulla di cui discutere», ha concluso con assoluta fermezza civile l’esponente di Fratelli d’Italia, spegnendo le nevrosi dei conduttori. «Aspettiamo tuttavia con curiosità che nel prossimo programma elettorale del centrosinistra compaia ufficialmente il ripristino del bollo auto, una tassa tanto cara all’opposizione e che noi abbiamo sempre combattuto per difendere la libertà dei cittadini». I verbali della trasmissione sono sigillati e le telecamere spente, ma la battaglia per la difesa del lavoro della scuderia Meloni continua a viaggiare sulle strade del Paese, pronta a proteggere il domani delle nostre smart land.

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Politica

Tetto agli stranieri in classe, Rampelli asfalta il Pd: “La misura la firmò D’Alema”

La polemica sulla proposta di imporre un tetto massimo agli alunni stranieri nelle classi si infiamma, ma Fratelli d’Italia sfodera un colpo di scena storico clamoroso per zittire la sinistra! Il Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha asfaltato le proteste del Pd ricordando una verità innegabile: la regola che fissa un limite agli alunni non italofoni per favorire l’integrazione è già legge, e fu scritta e firmata anni fa nientemeno che dal premier Massimo D’Alema, dal ministro Luigi Berlinguer e promulgata dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Lo stesso D’Alema, in una recente intervista televisiva su La7, ha rivendicato con orgoglio quella misura giudicandola “assolutamente ragionevole” per evitare la formazione di classi-ghetto. “La sinistra pensa solo alle scuole dei radical chic e ignora il dramma delle periferie, dove i programmi si bloccano”, ha tuonato Rampelli. Scopri i dettagli di questo rovente botta e risposta politico nel nostro articolo 👇

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Rampelli

Roma – Il dibattito politico nazionale si accende nuovamente, infiammandosi attorno a uno dei temi più delicati, complessi e sentiti dall’opinione pubblica italiana: la gestione del sistema scolastico e le politiche di integrazione all’interno delle aule scolastiche. Nelle ultime ore, la rovente polemica sulle quote di alunni non italofoni da inserire nelle classi ha raggiunto un livello di scontro frontale che non ha risparmiato accuse pesantissime e clamorosi paradossi storici.
A gettare benzina sul fuoco del dibattito, smascherando quella che viene definita come una palese e sfacciata ipocrisia della sinistra parlamentare, è intervenuto con parole durissime e inequivocabili Fabio Rampelli, esponente di spicco di Fratelli d’Italia e attuale Vicepresidente della Camera dei Deputati. Il suo intervento, nato per difendere strenuamente la recente e discussa proposta del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni (riguardante proprio l’imposizione di un tetto massimo di alunni stranieri per singola classe), si è rapidamente trasformato in un vero e proprio attacco al vetriolo contro le amnesie del Partito Democratico. Secondo Rampelli, infatti, l’intera polemica sollevata dall’opposizione si basa su fondamenta del tutto strumentali, smontate da una semplice ma inoppugnabile verità storica: quella legge tanto contestata oggi fu partorita, scritta e firmata anni fa proprio dai massimi esponenti della sinistra italiana.

Il diritto allo studio per tutti: la visione di Fabio Rampelli

L’affondo del Vicepresidente della Camera parte da un principio costituzionale condiviso ma troppo spesso piegato a interpretazioni di comodo. «Il diritto allo studio è sacrosanto, intoccabile e assolutamente inviolabile», ha precisato fermamente Rampelli aprendo il suo intervento ufficiale. «Ma questo diritto inalienabile deve valere rigorosamente per tutti, senza alcuna distinzione: sia per gli alunni italiani che per i tantissimi alunni stranieri. Per questo motivo, le furenti polemiche sollevate in questi giorni dalla sinistra non solo sono prive di ogni logico buon senso, ma dimostrano soprattutto un’evidente e preoccupante assenza di capacità cognitiva, risultando del tutto strumentali».
La ratio politica della proposta governativa, ha poi voluto precisare l’esponente di Fratelli d’Italia, non ha nulla di discriminatorio, ma si rivolge esclusivamente agli alunni stranieri appena arrivati in Italia e “non italofoni” (ovvero che non parlano e non comprendono minimamente la nostra lingua). L’obiettivo primario non è quello di emarginare, ma esattamente il contrario: garantire un’equa e proporzionata distribuzione di questi bambini all’interno delle varie sezioni per favorire un reale e proficuo apprendimento dell’italiano, facilitandone così l’integrazione senza gravare eccessivamente su un’unica classe.

Il clamoroso paradosso: la legge promulgata da Ciampi e Berlinguer

Ma il vero colpo di scena politico, l’asso calato da Rampelli per zittire le proteste dell’opposizione, risiede negli archivi parlamentari della nostra Repubblica. «Il colmo dei colmi», tuona infatti il Vicepresidente, «è che questa presunta misura “scandalosa” è già ampiamente e dettagliatamente prevista dal nostro ordinamento! Fu infatti istituita tramite un Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) firmato a suo tempo proprio dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema».
E i nomi storici che affiancarono l’allora premier del centrosinistra in questa decisione lasciano davvero poco spazio alle repliche dell’attuale PD. Il decreto fu fortemente voluto e siglato dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer, dalla Ministra della Solidarietà Sociale Livia Turco e, infine, controfirmato e promulgato dalla massima carica dello Stato, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. In sintesi, la legge della sinistra diceva, nero su bianco, esattamente la stessa identica cosa che il premier Meloni si è limitato a ribadire oggi: creare classi-ghetto composte solo da stranieri distrugge l’integrazione e abbassa inevitabilmente il livello dell’insegnamento per tutti.

La confessione in TV: quando D’Alema difese le “classi miste”

A rendere la posizione della sinistra moderna ancora più indifendibile sul piano della coerenza storica, è arrivata recentemente un’inaspettata “confessione” televisiva dello stesso protagonista di quella stagione politica.
È stato proprio Massimo D’Alema, incalzato dalle domande del giornalista Massimo Gramellini durante una seguita intervista sull’emittente La7, a rivendicare con orgoglio la bontà e la lungimiranza di quel tetto agli studenti stranieri. In quel colloquio televisivo, l’ex premier ha dichiarato testualmente che imporre un limite percentuale “era del tutto e assolutamente ragionevole. Vi era all’epoca una forte e giusta preoccupazione che non si creassero classi composte esclusivamente da alunni stranieri”. Una dichiarazione che suona oggi come una vera e propria pietra tombale sulle polemiche sollevate dai dem.

Il dramma delle scuole di periferia e l’autonomia dei presidi

Rampelli chiude il suo duro intervento spostando lucidamente l’attenzione dai salotti televisivi alla cruda e difficile realtà delle nostre città. «Capisco perfettamente che oggi l’attuale sinistra italiana si preoccupi molto di più delle scuole esclusive del centro, quelle frequentate dai rampolli delle ricche famiglie radical chic», ha ironizzato amaro, «ma è bene che il PD apra finalmente gli occhi su cosa accade nelle degradate scuole di periferia».
In queste complesse realtà urbane, la concentrazione di alunni stranieri non italofoni in una singola sezione è talmente predominante che il livello generale dell’insegnamento crolla verticalmente, poiché gli insegnanti sono costretti a ricominciare dalle basi dell’alfabeto. Una situazione insostenibile che costringe spesso i genitori degli alunni italiani a trasferire in massa i propri figli in altri istituti per garantire loro un programma di studi adeguato all’età. E a chi invoca la libertà dei dirigenti, Rampelli risponde secco: l’autonomia scolastica vale per la programmazione didattica, ma non può e non deve sostituirsi alle decisioni dello Stato Sovrano su come gestire e favorire una vera integrazione senza abbassare la qualità dell’istruzione pubblica.

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Politica

L’attacco frontale di Laboccetta a Fini: “Affondò la destra, ora torni a fare il subacqueo”

La destra italiana non dimentica e non perdona il tradimento storico di Gianfranco Fini! Amedeo Laboccetta (Polo Sud) lancia un durissimo e spietato attacco contro l’ex leader di AN, colpevole di sfruttare la popolarità del Generale Vannacci nei salotti tv nel patetico tentativo di “rifarsi una verginità politica”. Laboccetta ricorda come Fini sia stato l’affondatore del centrodestra (facendo da “utile idiota” a Giorgio Napolitano) e lancia un forte monito a Giorgia Meloni, invitandola a non concedergli mai più alcuno spazio istituzionale o candidatura in Fratelli d’Italia. L’esilarante e feroce consiglio finale? “Invece di fare danni in politica, torni a fare il subacqueo!”. Leggi il durissimo attacco politico nel nostro articolo completo 👇

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ON.LABOCCETTA

Roma – I fantasmi del passato politico italiano, di tanto in tanto, tornano inevitabilmente ad aggirarsi nei moderni salotti televisivi, nel disperato e spesso vano tentativo di ritagliarsi un nuovo spazio sotto i riflettori mediatici e di ripulire una reputazione ormai storicamente compromessa. Ma il popolo conservatore e la base storica del centrodestra hanno una memoria di ferro e non perdonano facilmente chi ha infranto i loro sogni politici. A lanciare un attacco frontale, durissimo e senza alcuna mediazione diplomatica contro il recente ritorno in TV dell’ex leader di Alleanza Nazionale è l’onorevole Amedeo Laboccetta, attuale e battagliero Presidente dell’associazione Polo Sud, che demolisce punto per punto le recenti dichiarazioni di Gianfranco Fini.
La miccia che ha innescato questa esplosiva polemica politica è stata la recente e insistente presenza televisiva dell’ex Presidente della Camera, il quale, ergendosi improvvisamente a severo censore delle nuove dinamiche conservatrici, ha duramente criticato le posizioni del Generale Roberto Vannacci. Un tentativo maldestro che, secondo l’analisi spietata di Laboccetta, nasconde in realtà un obiettivo molto più subdolo: «Gianfranco Fini, dopo aver lasciato dietro di sé esclusivamente pesantissimi segni negativi durante il suo percorso politico e dopo aver causato danni incalcolabili alla destra italiana, ogni tanto riappare magicamente dal nulla e cerca disperatamente di rifarsi una verginità politica».

L’attacco a Vannacci: un boomerang che certifica la credibilità del Generale

L’affondo di Polo Sud entra nel merito delle critiche mosse all’europarlamentare indipendente della Lega. Fini ha recentemente affermato con supponenza che il Generale Vannacci “in politica non ne azzecca una”. Una dichiarazione che Laboccetta ribalta completamente, trasformandola in una clamorosa medaglia al valore per l’ufficiale.
«Sfruttando opportunisticamente l’enorme e travolgente notorietà mediatica del generale Vannacci, Fini ultimamente prova a tornare faticosamente alla ribalta dei talk show televisivi. Ma l’affermazione secondo cui Vannacci in politica non ne azzecca una si traduce, in realtà, in un’ulteriore e solidissima patente di credibilità per lo stesso Generale», spiega Laboccetta con sarcasmo pungente. La stoccata finale su questo punto è letteralmente demolitrice e scava nelle macerie della carriera dell’ex leader di Futuro e Libertà: «Verrebbe proprio da dire: da che pulpito viene la predica! Visto e considerato che Fini, a suo tempo e quando aveva il potere di incidere, non ne azzeccò letteralmente una, distruggendo tutto ciò che aveva costruito».

Il tradimento storico e la fiducia assoluta nell’intelligenza di Giorgia Meloni

Ma il vero nodo focale del comunicato di Laboccetta è il monito lanciato direttamente ai vertici attuali di Fratelli d’Italia e, in particolar modo, al Presidente del Consiglio. Il timore (o forse la semplice e sgradita voce di corridoio) che qualcuno all’interno del partito di maggioranza possa anche solo ipotizzare una riabilitazione istituzionale dell’ex leader, viene stroncata sul nascere.
«Una cosa è assolutamente certa e inconfutabile: gli Italiani di destra non perdoneranno mai e poi mai a Fini il gravissimo torto di aver rubato a milioni di cittadini onesti i loro sogni e le loro speranze». Secondo il Presidente di Polo Sud, l’ex Presidente della Camera «sta invecchiando proprio male, sognando dei ritorni in scena che sono evidentemente e politicamente impossibili». Il messaggio inviato a Palazzo Chigi è chiaro e inequivocabile: «Se il partito guidato da Giorgia Meloni decidesse mai di riportarlo in Parlamento nascondendolo sotto le sue bandiere, o se gli concedesse persino qualche comodo strapuntino istituzionale, compirebbe un errore da matita blu gravissimo. Ma mi affido totalmente e ciecamente all’intelligenza politica di Giorgia Meloni per scongiurare questa follia».

L’utile idiota di Napolitano e un epitaffio inequivocabile

La chiusura dell’intervento di Laboccetta è un concentrato di ironia amara e di feroce revisionismo storico sulle vicende che portarono alla caduta dell’ultimo governo Berlusconi. L’idea che Fini possa oggi ripresentarsi come il “padre nobile” della destra italiana viene considerata un affronto inaccettabile alla verità storica.
«Il ruolo di padre nobile non si addice proprio per nulla a Gianfranco Fini. Tutti ricordano bene che lui fu il cinico affondatore della grande e vincente coalizione di centrodestra, prestandosi volontariamente a fare la figura del cosiddetto “utile idiota” al servizio dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano». L’invito finale è tanto esilarante quanto umiliante: «Anziché continuare a fare ulteriori danni alla nostra area politica, Fini pensasse piuttosto alle immersioni da sub, visto che un tempo in quello sport era considerato bravino». Il giudizio definitivo sulla parabola finiana è racchiuso in una citazione lapidaria e malinconica, destinata a rimanere impressa: «”Poteva essere e non fu”. Questo un giorno, che gli auguro sinceramente il più lontano possibile, sarà con tutta probabilità il suo definitivo epitaffio politico».

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