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Lifestyle

Non siamo il nostro peggior giorno: il diritto all’oblio come diritto al futuro

C’è qualcosa che Internet non ha ancora imparato a fare, comprendere il tempo, conserva, archivia, indicizza, ripropone.
Una notizia pubblicata dieci o quindici anni fa può riapparire oggi sullo schermo con la stessa immediatezza di una notizia scritta questa mattina. Per un motore di ricerca, pochi secondi possono separare presente e passato, per un essere umano, invece, in quegli anni può essere cambiato tutto;
ed è proprio dentro questa distanza che, a mio avviso, dobbiamo tornare a parlare di diritto all’oblio.

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Letizia Bonelli

Redazione-  C’è qualcosa che Internet non ha ancora imparato a fare, comprendere il tempo, conserva, archivia, indicizza, ripropone.
Una notizia pubblicata dieci o quindici anni fa può riapparire oggi sullo schermo con la stessa immediatezza di una notizia scritta questa mattina. Per un motore di ricerca, pochi secondi possono separare presente e passato, per un essere umano, invece, in quegli anni può essere cambiato tutto;
ed è proprio dentro questa distanza che, a mio avviso, dobbiamo tornare a parlare di diritto all’oblio.
Non soltanto come questione giuridica, ma come questione profondamente umana,
perché dietro un link non c’è un fascicolo, c’è una persona.
Una persona che può avere sbagliato, pagato, ricominciato. Una persona che può essere stata coinvolta in una vicenda giudiziaria poi conclusa diversamente da come era stata raccontata nelle prime ore. Oppure qualcuno che non ha commesso alcun reato, ma che continua a essere associato a una storia ormai priva della stessa attualità e dello stesso interesse pubblico e allora la domanda diventa inevitabile:
per quanto tempo il passato ha il diritto di governare il presente di una persona?
La memoria digitale non è neutrale, abbiamo costruito una società nella quale ricordare è diventato facilissimo e dimenticare difficilissimo.
Un tempo le notizie invecchiavano insieme ai giornali che le contenevano, rimanevano negli archivi, certamente, ma per ritrovarle bisognava cercarle.
Oggi spesso accade il contrario,
è il passato a trovare noi,
basta digitare un nome e
ciò che compare nelle prime righe di una ricerca può diventare, nel giro di pochi secondi, una sorta di identità pubblica.
Un datore di lavoro cerca un candidato.
Una banca verifica un cliente.
Un possibile partner commerciale controlla un nominativo.
Una persona conosciuta da poco vuole semplicemente sapere chi abbiamo davanti.
Il risultato di quella ricerca può precedere qualsiasi spiegazione ed è qui che la reputazione digitale smette di essere una questione astratta.
Può incidere sul lavoro, sulle relazioni, sull’accesso a opportunità economiche e, soprattutto, sulla percezione sociale di una persona.
Il problema non è cancellare la storia. Il problema nasce quando la storia viene privata del tempo. Il diritto all’oblio non è il diritto a riscrivere la verità,
su questo occorre essere molto chiari. Difendere il diritto all’oblio non significa chiedere una società senza memoria.
La libertà di stampa, il diritto di cronaca, la conservazione degli archivi e l’interesse pubblico sono pilastri essenziali di una democrazia. Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo. Esistono fatti che continuano ad avere una rilevanza pubblica anche dopo molti anni. Esistono responsabilità, ruoli e vicende rispetto ai quali la collettività conserva un legittimo interesse alla conoscenza. Proprio per questo il diritto all’oblio è un diritto complesso. Non vive di automatismi, richiede equilibrio.
Occorre interrogarsi sul tempo trascorso, sull’attualità della notizia, sul ruolo della persona coinvolta, sulla natura dei fatti, sulla loro evoluzione e sull’interesse pubblico che eventualmente permane.
Ma equilibrio significa anche riconoscere un principio che considero fondamentale:
la memoria collettiva non può trasformarsi in una condanna perpetua. Una persona non coincide con una pagina web
questo è forse il punto che mi sta più a cuore. Noi siamo molto più complessi di ciò che un algoritmo può restituire digitando il nostro nome.
Siamo quello che abbiamo fatto, certamente, ma siamo anche ciò che abbiamo compreso dopo averlo fatto.
Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, le persone che abbiamo incontrato, il lavoro costruito, gli affetti custoditi, gli errori superati. Siamo persino ciò che abbiamo avuto il coraggio di non essere più,
eppure Internet può congelare una persona in un momento preciso della sua esistenza.
È una fotografia senza il prima e senza il dopo, ed è proprio questo che può renderla profondamente ingiusta,
non perché quella fotografia sia necessariamente falsa; ma perché una verità incompleta può diventare, con il trascorrere del tempo, una rappresentazione deformata della persona. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale
oggi questa riflessione diventa ancora più urgente, perché non abbiamo più soltanto un motore di ricerca davanti al quale digitare un nome.
L’intelligenza artificiale cambia il problema: non si limita necessariamente a mostrarci un’informazione, può contribuire a costruire un racconto su una persona mettendo insieme informazioni provenienti da fonti, periodi e contesti differenti.
Facciamo un esempio molto semplice, una persona è stata coinvolta molti anni fa in una vicenda giudiziaria. Sul web rimangono articoli pubblicati nel momento iniziale della vicenda, magari molto visibili, mentre l’assoluzione, l’archiviazione o gli sviluppi successivi hanno ricevuto meno spazio o risultano più difficili da trovare. Un essere umano che svolge una ricerca accurata può ricostruire la sequenza dei fatti, verificare le date, consultare fonti diverse e comprendere come quella vicenda si sia conclusa. Un sistema automatizzato, invece, può trovarsi davanti a una memoria digitale sbilanciata: molto materiale sull’accusa, poco sull’esito successivo e
qui nasce un problema enorme.
Perché quelle informazioni possono entrare, direttamente o indirettamente, nei processi attraverso i quali oggi valutiamo le persone.
Pensiamo a un’impresa che utilizza strumenti digitali per raccogliere informazioni prima di instaurare un rapporto professionale. A un intermediario che effettua verifiche reputazionali, a chi deve scegliere un amministratore, un consulente o un partner commerciale, o più semplicemente, a qualcuno che interroga un sistema di intelligenza artificiale chiedendo: “Chi è questa persona?” Che cosa accade se la risposta restituisce soprattutto il suo passato e quasi nulla del suo presente?
Il punto non è accusare l’intelligenza artificiale di “giudicare”. Una macchina non possiede coscienza morale e non conosce una persona nel significato umano del termine.
Il problema è un altro: la qualità dell’immagine che può essere costruita dipende anche dalla qualità, dall’attualità e dal contesto delle informazioni disponibili.

Un dato può essere vero e contemporaneamente essere vecchio.

Una notizia può essere autentica e tuttavia non raccontare come una vicenda si è conclusa.

Un fatto può essere correttamente documentato e, isolato da tutto ciò che è avvenuto dopo, diventare una rappresentazione profondamente incompleta.
Ed è proprio qui che il diritto all’oblio incontra una delle sfide più delicate dell’intelligenza artificiale. Fino a ieri ci preoccupavamo soprattutto di ciò che compariva nella prima pagina di un motore di ricerca.
Domani e in parte già oggi dovremo preoccuparci anche di ciò che una macchina può ricostruire, collegare e raccontare partendo dalle tracce che abbiamo lasciato in rete. Per questo non basterà discutere di cancellazione o deindicizzazione.
Dovremo parlare sempre di più di aggiornamento delle informazioni, contestualizzazione, correttezza dei dati, possibilità di rettifica e responsabilità nell’utilizzo dei sistemi automatizzati. Perché c’è una differenza fondamentale tra conservare un fatto e trasformare quel fatto nell’identità permanente di una persona, ed è una differenza che nessun algoritmo dovrebbe farci dimenticare. Il diritto al tempo per questo preferisco pensare al diritto all’oblio non come al diritto di cancellare il passato, ma come al diritto di restituire al passato la sua giusta distanza, è una differenza enorme.
La storia deve poter essere conservata, la cronaca deve poter raccontare.
La società deve poter ricordare,
ma anche l’essere umano deve poter cambiare. Non possiamo costruire tecnologie straordinariamente evolute e contemporaneamente, adottare un’idea primitiva dell’identità secondo cui una persona sarebbe per sempre ciò che è stata in un determinato momento. Il tempo non assolve automaticamente, ma il tempo conta. Conta nel diritto. Conta nella società. Conta nella vita e
dovrebbe contare anche nel modo in cui costruiamo la memoria digitale.
Il futuro non può essere un privilegio mi occupo di reputazione e diritto all’oblio e dietro molte richieste, incontro quasi sempre la stessa paura.
Non è soltanto: “Voglio che quella notizia scompaia.”
Molto più spesso la domanda vera è: “Avrò ancora la possibilità di essere visto per quello che sono oggi?”
Ed è una domanda che dovrebbe riguardare tutti noi.
Perché nessuno attraversa la vita senza cambiare.
La civiltà giuridica non si misura soltanto dalla capacità di conservare la memoria. Si misura anche dalla capacità di distinguere la memoria dalla persecuzione, l’informazione dall’esposizione permanente, l’interesse pubblico dalla curiosità infinita. Il diritto all’oblio non dovrebbe diventare uno strumento per nascondere ciò che è ancora necessario conoscere. Ma neppure la tecnologia dovrebbe diventare lo strumento attraverso il quale una persona viene privata per sempre della possibilità di evolvere. Perché esiste una dignità che viene prima dell’algoritmo. Ed esiste un principio che dovremo avere il coraggio di difendere sempre di più nell’era dell’intelligenza artificiale: nessun essere umano dovrebbe essere condannato a coincidere, per tutta la vita, con il risultato di una ricerca. Il passato appartiene alla nostra storia,
ma il futuro deve continuare ad appartenerci.

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Lifestyle

Kate Middleton rinuncia ai tacchi: il nuovo look casual per sostenere la lotta alle dipendenze

La Principessa del Galles non finisce mai di stupire dettando tendenza anche quando scende dai tacchi. Per la sua visita ufficiale alla fondazione benefica The Forward Trust a Southend-on-Sea, Kate Middleton ha infatti deciso di concedere un giorno di riposo alle sue iconiche e vertiginose décolleté, preferendo sfoggiare un comodissimo ed elegante paio di mocassini “penny loafers” in pelle color “oxblood” firmati Boden. L’abbinamento casual-chic con pantaloni sartoriali marroni tagliati alla caviglia era la scelta logistica perfetta per l’impegno della giornata: l’incontro in campagna con decine di ex tossicodipendenti impegnati nel progetto di agricoltura e giardinaggio riabilitativo “Forward Growing”. La natura come terapia psicologica per battere il demone dell’alcol e della droga, una causa a cui la futura Regina consorte è legatissima fin dal 2012, l’anno del suo insediamento a Palazzo. Unendo stile formale e profondo impegno sociale, Kate ha lanciato un toccante appello in occasione della Settimana di Consapevolezza sulle Dipendenze: “Il recupero è difficilissimo, ma possibile, e tutto inizia senza pregiudizi con una semplice conversazione”. Leggi il resoconto della sua coraggiosa visita e scopri il suo ammiratissimo nuovo look casual👇

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Kate Middleton

Londra – Nell’immaginario collettivo e sulle patinate copertine dei magazine di tutto il mondo, la figura della Principessa del Galles è da sempre e indissolubilmente associata a un’immagine di inarrivabile ed elegante perfezione formale, costantemente slanciata su vertiginose e preziose scarpe con il tacco a spillo. Tuttavia, per il suo ultimo e importantissimo impegno pubblico ufficiale, Kate Middleton ha deciso coraggiosamente di concedere un meritato giorno di riposo alle sue iconiche e fidate décolleté, spiazzando positivamente i fashion blogger e dettando istantaneamente una nuova tendenza per la stagione autunnale.
Durante una toccante e significativa visita istituzionale svoltasi nella città costiera di Southend-on-Sea nella giornata di martedì 24 settembre, la futura Regina consorte, 44 anni, è scesa dall’auto ufficiale sfoggiando un inedito e particolarissimo paio di mocassini “penny loafers” in pregiata pelle color sangue di bue (il raffinatissimo “oxblood”), firmati dal noto brand britannico Boden. Si è trattato di una scelta stilistica decisamente molto più rilassata, pratica e sbarazzina rispetto alle classiche, rigide e formali scarpe con il tacco che la Principessa indossa abitualmente per presenziare agli ingessati impegni reali di corte. Dimostrando come sempre un gusto impeccabile per gli accostamenti cromatici, Kate ha sapientemente abbinato i comodi mocassini in pelle a un elegante paio di pantaloni sartoriali cropped (tagliati corti alla caviglia) di colore marrone scuro. Il tocco di stile che ha fatto impazzire i commentatori di moda è stato proprio quello di mostrare orgogliosamente le scarpe lasciando le caviglie rigorosamente scoperte, senza l’uso di antiestetiche calze o calzini. Questo styling, al tempo stesso lucido, ricercato ma incredibilmente rilassato, ha dato una ventata di freschezza giovanile a uno dei capi di calzature più intramontabili, storici e classici dell’autunno inglese, segnando un graditissimo e stiloso “cambio di passo” per l’amatissima Principessa.

Il potere curativo della natura e l’incontro con The Forward Trust

Ma dietro la scelta di un abbigliamento così comodo, pratico e orientato all’azione sul campo si celava, come sempre accade nella sapiente e misurata comunicazione visiva dei Windsor, un motivo ben preciso e profondamente radicato nel programma della giornata.
Durante l’evento, infatti, la Principessa del Galles si era spinta a viaggiare per circa 40 miglia a est del centro di Londra per fare visita all’organizzazione benefica The Forward Trust. Abbandonati per un giorno i salotti formali, Kate si è rimboccata le maniche per toccare con mano e vedere di persona come il tempo trascorso all’aria aperta a contatto con la terra e una profonda connessione spirituale con la natura circostante possano effettivamente giocare un ruolo medico e psicologico assolutamente significativo nel supportare attivamente il benessere mentale. Un approccio olistico che risulta particolarmente vitale per quelle persone fragili che stanno coraggiosamente lavorando giorno dopo giorno per raggiungere la riabilitazione e uscire dal tunnel buio della dipendenza da droghe e alcol.
Il suo profondo, sincero e costante impegno istituzionale nel supportare e dare visibilità a coloro che sono gravemente colpiti dalle dipendenze non è certo una moda passeggera dettata dal momento, ma è sempre stata una parte assolutamente coerente e fondante del suo immenso lavoro reale. Basti pensare che nel lontano gennaio del 2012, quando era entrata a far parte della famiglia reale da meno di un anno solare a seguito del fiabesco matrimonio con il Principe William, Kate volle selezionare e adottare personalmente la charity Action on Addiction come uno dei suoi primissimi quattro patronati reali, inviando fin da subito un segnale fortissimo e inequivocabile riguardo alla sua precoce focalizzazione sulle drammatiche sfide affrontate dagli individui emarginati e dalle famiglie costrette a vivere quotidianamente il dramma della tossicodipendenza. Quel lavoro pionieristico e lungimirante sul campo è poi lentamente e logicamente diventato parte integrante di un interesse scientifico molto più ampio, dedicato alla tutela della salute mentale e, in particolar modo, all’importanza dello sviluppo nei primissimi anni di vita. Kate ha infatti ripetutamente, e in innumerevoli occasioni pubbliche, evidenziato e sottolineato davanti ai medici l’importanza capitale delle esperienze infantili e delle prime relazioni affettive domestiche, sottolineando fermamente che ciò che accade negli anni formativi del cervello di un bambino può e deve influenzarne pesantemente il benessere psicologico e lo sviluppo comportamentale per lungo tempo nell’età adulta.

Dai giardini di Garon Park alla “Big Addiction Conversation”

Nel corso della sua densa e commovente visita presso i laboratori de The Forward Trust, Kate è stata ufficialmente introdotta e guidata alla scoperta dell’ambizioso progetto sociale denominato Forward Growing.
Si tratta di un innovativo progetto di giardinaggio comunitario e agricoltura sociale che riunisce regolarmente ex tossicodipendenti e persone in difficoltà attraverso la partecipazione a sessioni settimanali di lavoro manuale all’aperto. Il programma riabilitativo è specificamente progettato dai terapeuti per incoraggiare e stimolare una profonda e curativa connessione emotiva con la natura, aiutando al contempo i partecipanti più fragili a ricostruire lentamente la propria autostima, a costruire la fiducia nel prossimo, a imparare abilità pratiche spendibili nel mondo del lavoro agricolo e a supportare a vicenda il loro lungo cammino verso il completo recupero fisico e mentale. I vertici della The Forward Trust sperano vivamente di poter sfruttare i riflettori portati dalla Principessa per espandere definitivamente il progetto, creando uno spazio di giardinaggio formale e permanente all’interno dei confini del grande Garon Park, a Southend-on-Sea. L’area verde proposta fornirebbe un ambiente dedicato, sicuro e protetto per consentire alle persone svantaggiate di imparare, coltivare ortaggi, crescere emotivamente e connettersi socialmente con altri individui mentre navigano e affrontano le insidie della loro fragile guarigione.

Una conversazione per salvarsi: l’appello finale della Principessa

La tempestiva visita di Kate non è avvenuta in un giorno a caso, ma ha coinciso strategicamente con la celebrazione nazionale della Addiction Awareness Week (la Settimana di Consapevolezza sulle Dipendenze) e con il contestuale lancio della vitale campagna della The Forward Trust intitolata la “Big Addiction Conversation”.
L’obiettivo dichiarato di questa meritevole iniziativa britannica è proprio quello di incoraggiare attivamente e sdoganare definitivamente discussioni molto più aperte, oneste e prive di giudizio morale o vergogna intorno allo spinoso tema della dipendenza chimica e psicologica. La campagna sociale mira a generare dal basso ben 17.000 conversazioni aperte sull’argomento nel corso del prossimo anno solare, una cifra simbolica e drammatica che riflette esattamente il dato ufficiale, diramato dall’ente di beneficenza, relativo all’altissimo numero di persone che perdono tragicamente la vita ogni singolo anno nel solo Regno Unito a causa di patologie derivanti da cause alcoliche o legate all’abuso di sostanze stupefacenti. Per facilitare questo processo, sono state persino create delle speciali “Conversation Cards” e dei pratici kit di discussione stampati in collaborazione con degli ambasciatori d’eccezione, ovvero persone che hanno avuto un’esperienza personale diretta di dipendenza, con lo scopo vitale di dare alle persone comuni un punto di partenza per avviare quella che può spesso rivelarsi come una conversazione estremamente difficile, dolorosa e carica di tabù tra le mura domestiche.
Già lo scorso anno, durante la medesima settimana di sensibilizzazione, Kate aveva parlato pubblicamente e accoratamente di come una semplice e onesta conversazione possa di fatto dare il via formale a un salvifico percorso di aiuto medico. «Molti di noi conosceranno sicuramente e purtroppo qualcuno che, in silenzio, sta lottando disperatamente contro il demone di un’orribile dipendenza. Questo è assolutamente il momento giusto per mostrare a queste persone tutta la nostra profonda compassione e il nostro amore incondizionato per aiutarle a cercare il necessario e fondamentale supporto clinico», ha dichiarato accoratamente la Principessa del Galles ai microfoni. «Il percorso riabilitativo di recupero è sempre faticoso e durissimo, ma con il giusto trattamento medico e il sostegno psicologico è un traguardo assolutamente possibile. E tutto questo processo vitale inizia banalmente con una semplice conversazione aperta, prestando un orecchio sempre pronto all’ascolto e dimostrando che ci teniamo davvero a chi soffre. Solo uscendo dall’oscurità del tabù e portando finalmente la tossicodipendenza, e i tremendi danni umani che essa causa quotidianamente, fuori dal nascondiglio delle ombre della società, potremo sperare di salvare le vite e aiutare concretamente le famiglie a capire che, nella loro lotta quotidiana, non sono e non saranno mai sole».

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Lifestyle

Meghan Markle fa infuriare i vicini nelle Cotswolds: pioggia di critiche per le richieste da “VIP”

La favola del pacifico ritorno in Inghilterra dei Duchi di Sussex si sta rapidamente trasformando nell’incubo dei loro nuovi vicini di casa. Da quando il Principe Harry e Meghan Markle si sono trasferiti in gran segreto nelle esclusive e verdeggianti colline delle Cotswolds, l’apparente tentativo della Duchessa di condurre una normale “vita di campagna” ha causato non pochi malumori tra la borghesia locale. La colpa? Le continue e presunte lamentele legate alle eccessive misure di sicurezza e al trattamento da “super VIP hollywoodiano” preteso dal suo staff. L’esperta reale Daisy McAndrew ha rivelato in un podcast che, durante alcune visite della Markle in ristoranti storici e pub di lusso della zona (dove ha recentemente cenato con l’ex star tv americana Ellen DeGeneres), i residenti si sarebbero infuriati per le assurde richieste dello staff di sicurezza: passi carrai bloccati, aree del locale transennate e passaggi segreti. Un comportamento da vera “diva” che ha irritato profondamente una comunità inglese storicamente abituata all’assoluta discrezione e al proverbiale “understatement” dei reali britannici, scatenando una valanga di polemiche sui social e nelle chat di quartiere. Scopri tutti i dettagli del passo falso dei Sussex👇

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Meghan Markle

Oxfordshire – Il tanto chiacchierato, discusso e inaspettato ritorno in pianta stabile del Principe Harry e di Meghan Markle nel Regno Unito sembra non aver portato con sé solo la speranza di una definitiva pacificazione domestica e familiare con la Famiglia Reale dei Windsor, ma anche e purtroppo una lunga, sgradita e fastidiosa scia di inevitabili strascichi hollywoodiani e pretese esagerate. Da quando la potente coppia reale ha fatto i bagagli dalla California per trasferirsi in gran segreto, lo scorso agosto, nella pittoresca, verdeggiante e ambitissima regione collinare delle Cotswolds, le cose non sono andate esattamente come previsto. Insieme ai loro due splendidi figli, il Principe Archie e la Principessa Lilibet, i Duchi di Sussex speravano di trovare un rifugio di pura pace campestre e di privacy assoluta, lontano dall’aggressività dei paparazzi di Montecito. La Duchessa del Sussex è stata infatti ripetutamente avvistata dalla gente del posto mentre faceva delle quietissime e apparentemente anonime apparizioni pubbliche in alcuni dei locali più iconici della meravigliosa regione inglese. Tuttavia, dietro l’apparente facciata di normalità rustica e campagnola, covava da tempo il malcontento.
Secondo le sempre più insistenti indiscrezioni fatte trapelare in esclusiva alla stampa britannica da alcuni autorevoli commentatori reali locali, le recentissime uscite mondane della Markle avrebbero già causato non poche e crescenti frizioni e attriti con i suoi nuovi vicini di casa e, più in generale, con gran parte dei membri storici e altolocati della comunità locale. I residenti delle Cotswolds, abituati da decenni a convivere pacificamente e senza alcun clamore con vip e teste coronate di passaggio, non avrebbero affatto gradito e digerito le eccessive e ingombranti richieste di sicurezza avanzate quotidianamente dallo staff personale della Duchessa, giudicando il suo atteggiamento fin troppo “americano” e totalmente irrispettoso delle placide dinamiche della vita di campagna inglese.

Il pranzo con Ellen DeGeneres: tra locali storici e riflettori accesi

La presunta bolla di isolamento e discrezione assoluta che Meghan Markle vorrebbe disperatamente costruire attorno alla sua figura pubblica si è scontrata duramente e inevitabilmente con la curiosità naturale della stampa locale e con le sue stesse, illustri amicizie oltreoceano.
Intervenendo in qualità di esperta durante una recente, seguita e pungente puntata del podcast del quotidiano Daily Express, abilmente condotto in studio dal giornalista JJ Anisiobi, la nota e implacabile commentatrice reale britannica Daisy McAndrew ha deciso di vuotare il sacco, affrontando pubblicamente e senza peli sulla lingua le infinite speculazioni che attualmente circondano l’ingombrante profilo pubblico della Duchessa californiana sin dal giorno del suo tanto sbandierato trasferimento formale dalla villa di Montecito alle tranquille colline dell’Oxfordshire. L’analisi della McAndrew è stata estremamente lucida e dettagliata: ha subito fatto notare ai radioascoltatori inglesi che, nonostante i tentativi apparenti della coppia reale di mantenere un profilo bassissimo ed evitare gli scandali, la Markle non è rimasta affatto del tutto nascosta alla vista dei cittadini o reclusa tra le quattro mura della sua nuova e lussuosa magione. L’esperta ha infatti evidenziato con precisione chirurgica le recentissime, chiacchieratissime e appariscenti visite effettuate da Meghan in alcuni dei luoghi pubblici di ritrovo più frequentati e ambiti di tutta la regione del sud-ovest dell’Inghilterra. Tra le tappe fisse dell’ex star di Suits figurano l’esclusivissimo e privato club di lusso Soho Farmhouse (vero e proprio tempio dell’upper class londinese in trasferta nel weekend) e, soprattutto, un magnifico e storico pub risalente al lontano XVIII secolo, situato strategicamente nei pressi dell’idilliaca cittadina di Burford, nel cuore pulsante dell’Oxfordshire. Proprio all’interno di questo pittoresco locale tradizionale, che serve birra scura e piatti caldi tipici, Meghan è stata clamorosamente avvistata e riconosciuta mentre cenava allegramente, rideva e scherzava in totale relax insieme a due amicizie “pesantissime” arrivate appositamente da Los Angeles: la potentissima conduttrice ed ex regina dei talk show americani Ellen DeGeneres, accompagnata dalla moglie, la celebre attrice australiana Portia de Rossi. Un tavolo hollywoodiano che, pur volendo apparire informale e discreto, ha inevitabilmente e irrimediabilmente attirato su di sé l’attenzione indesiderata di tutti gli avventori del locale.

Passaggi segreti e parcheggi esclusivi: le pretese assurde della Duchessa

Ma non è stata certo la presenza fisica o ingombrante dell’ex attrice di Hollywood, né tantomeno quella delle sue famosissime e ricche amiche americane, a innescare prepotentemente la proverbiale e silenziosa rabbia flemmatica e trattenuta dei residenti del piccolo borgo.
Secondo quanto riportato coraggiosamente dalla giornalista Daisy McAndrew durante la seguitissima trasmissione, a far letteralmente traboccare il vaso della proverbiale pazienza inglese sarebbero state le estreme, infinite e assillanti richieste di trattamento privilegiato avanzate e pretese dallo staff della sicurezza dei Sussex durante ogni singola uscita sul territorio. L’esperta commentatrice ha affermato senza mezzi termini che i gruppi comunitari locali e persino alcune chat di quartiere, di solito utilizzate per consigli sul giardinaggio, avrebbero espresso pubblicamente una fortissima e insindacabile insoddisfazione per le continue imposizioni logistiche mal digerite dalla comunità, legate a doppio filo proprio alle visite private della Duchessa.
Entrando nei dettagli più pruriginosi, e attingendo fiduciosamente alle sue innumerevoli e anonime fonti sul territorio, la commentatrice ha spiegato ai microfoni del podcast che i residenti avrebbero esplicitamente e apertamente manifestato un enorme livello di frustrazione e fastidio per via di quelle che loro stessi definiscono come “presunte ed esagerate richieste da VIP hollywoodiano”. Tra le imposizioni lamentate dalla comunità e dai gestori figurerebbero infatti l’assurda pretesa di ottenere vie di accesso sotterranee o totalmente private ai locali pubblici per evitare di incrociare gli sguardi degli altri avventori paganti, l’arroganza di bloccare con i bodyguard i preziosissimi passi carrai dei pub costringendo i cittadini a deviare il proprio percorso in auto, e, come se non bastasse, l’esplicita e arrogante richiesta di dover sgomberare intere zone, transennandole temporaneamente come se si trattasse di vere e proprie aree off-limits, all’interno di sedi popolari e solitamente caotiche. Una blindatura quasi militare che cozza frontalmente e malamente con l’idea di un tranquillo pranzo in campagna con le amiche e che appare sproporzionata per un paese in cui anche il monarca gira quasi liberamente tra la folla.

Le lamentele dei residenti: il fastidio di una comunità abituata all’understatement

La goccia che ha fatto irrimediabilmente traboccare il vaso e incrinare pesantemente i delicati rapporti di buon vicinato è essenzialmente legata a una profonda, viscerale e insanabile questione di natura puramente culturale e sociologica.
Sebbene, per ovvi e stringenti motivi di sicurezza legale, durante il seguitissimo podcast non siano stati formalmente divulgati dettagli specifici o sensibili su quali esercizi commerciali o pub esatti abbiano effettivamente subito e accettato di buon grado queste limitazioni imposte dal pugno di ferro della sicurezza di Palazzo per favorire Meghan, la McAndrew ha comunque fornito un quadro chiarissimo della situazione. L’esperta ha infatti indicato e sottolineato con fermezza che il presunto comportamento e l’atteggiamento palesemente pretenzioso dello staff della Duchessa hanno inesorabilmente alimentato e fatto esplodere in superficie una crescente, diffusa e giustificata irritazione, persino tra i vicini di casa più aristocratici, tolleranti e comprensivi.
Le lamentele degli abitanti delle colline delle Cotswolds non sono dettate unicamente da semplice e becera invidia sociale, ma affondano le radici nel famosissimo understatement britannico (quell’eleganza discreta e invisibile che rifugge da sempre l’ostentazione eccessiva). I residenti locali, infatti, sono storicamente, tradizionalmente e intimamente abituati a convivere pacificamente e quotidianamente con una presenza molto più sobria e defilata da parte di visitatori considerati di altissimo profilo istituzionale. Politici influenti di Westminster, magnati della finanza miliardari, lord del regno, rockstar in declino e persino altri e più alti membri diretti della stessa e augusta Famiglia Reale inglese hanno frequentato e frequentano storicamente la lussureggiante e bellissima zona delle Cotswolds senza mai sognarsi minimamente di pretendere l’evacuazione parziale di un ristorante o di bloccare un parcheggio. Il tentativo goffo ed esagerato di importare ed esportare le paranoie divistiche, i vizietti da capriccio californiano e il delirio di onnipotenza tipico della sicurezza hollywoodiana direttamente nel cuore pulsante e rurale dell’antica Inghilterra si sta inevitabilmente e drammaticamente rivelando un enorme e gravissimo passo falso in termini di pubbliche relazioni per i Sussex. Un errore di valutazione strategica che rischia seriamente di minare alla base e rendere ancora più impervio, solitario e amaro il già complicato ritorno dei Duchi nella madrepatria di Harry, inimicandosi chi, in fondo, chiedeva solo di poter bere una birra in santa pace senza scorte armate tra i piedi.

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Lifestyle

Il Principe Harry sbarca a sorpresa a New York e scherza: “Non sono più un ragazzino”

Visita a sorpresa per il Principe Harry nella Grande Mela. Nel bel mezzo di un tour frenetico durato due giorni a New York per promuovere le sue battaglie filantropiche sull’ambiente e sulla salute psichica, il Duca di Sussex ha deciso di fare un’incursione non annunciata a un evento accademico co-organizzato dal “The Diana Award” (l’ente che onora la memoria di sua madre) e dall’azienda tecnologica ServiceNow. Accolto dallo stupore e dagli applausi di decine di giovani innovatori presenti in sala, Harry (che ha da poco spento le 42 candeline) ha sfoggiato tutta la sua verve ironica britannica, scherzando sulla propria età anagrafica: “Essere arrivato a 42 anni significa che io non sono più esattamente un pivellino (spring chicken) come voi ragazzi”. Oltre alle battute, il Principe ha affrontato il delicato e urgente tema dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro, rivelando di aver personalmente premuto affinché il benessere psicologico e la “forma mentale” vengano inseriti come materie obbligatorie di studio per i giovani ingegneri AI formati dall’ente benefico in Africa. Leggi il retroscena completo dell’apparizione a sorpresa di Harry in America👇

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Harry

New York – L’autunno americano del Duca di Sussex si apre all’insegna degli impegni umanitari di altissimo profilo, ma senza mai rinunciare a quel tocco di proverbiale e rassicurante ironia tipicamente “british” che lo ha sempre contraddistinto fin dalla giovinezza. Il Principe Harry ha recentemente sorpreso e spiazzato un nutrito gruppo di giovanissimi studenti e innovatori riunitisi nella metropoli di New York City, presentandosi senza alcun preavviso ufficiale, per poi riuscire in pochissimi minuti a farli scoppiare tutti a ridere in modo fragoroso a proprie spese.
Il secondogenito di Re Carlo d’Inghilterra, che ha da pochissimi giorni spento le sue 42 candeline in compagnia della moglie Meghan Markle e dei figli Archie e Lilibet, ha infatti compiuto un’apparizione totalmente e rigorosamente non annunciata nella frenetica giornata di mercoledì 23 settembre. L’occasione formale era un importante e prestigioso panel organizzato dalla The Diana Award, l’ente benefico internazionale istituito per perpetuare e onorare la memoria e l’impegno filantropico della sua compianta madre, la Principessa Diana. Unendosi fisicamente a una profonda e articolata conversazione dal vivo incentrata su ciò di cui i giovani professionisti hanno disperatamente bisogno per poter prosperare in un mondo del lavoro in rapidissima e inarrestabile evoluzione tecnologica, Harry ha dimostrato ancora una volta la sua incredibile, innata ed empatica capacità di saper rompere immediatamente il ghiaccio con le generazioni successive. Non si è comportato da altezzoso reale annoiato, ma da vero e proprio “fratello maggiore”, disposto a mettersi in gioco e a non prendersi mai troppo sul serio per il bene della causa. Uno stile comunicativo che, nel corso degli anni, è diventato il suo vero e inconfondibile marchio di fabbrica istituzionale al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico.

L’incursione al The Diana Award: “Non sono più un pivellino”

L’ingresso in sala di un membro della Royal Family, seppur “ribelle” e dimissionario dai doveri della Corona, genera sempre una fortissima onda d’urto mediatica. La presenza del Principe al panel istituzionale, significativamente intitolato “Beyond Skills: Investing in the Next Generation for the Future of Work” (Oltre le competenze: investire nella prossima generazione per il futuro del lavoro), non era infatti stata minimamente comunicata ai partecipanti e alla stampa accreditata in anticipo, al fine di garantire la massima spontaneità possibile all’evento.
L’incontro di New York, generosamente ospitato e co-organizzato dall’ente The Diana Award in stretta e proficua partnership con l’azienda tecnologica ServiceNow, mirava a esplorare analiticamente in che modo la dirompente tecnologia globale e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI) stiano rimodellando per sempre le primissime fasi della carriera lavorativa dei giovani laureati. «I presenti in sala sono rimasti letteralmente e comprensibilmente sotto shock quando l’hanno visto varcare la porta a sorpresa», ha rivelato in esclusiva alla rivista statunitense PEOPLE Tessy Ojo, la dinamica e preparatissima amministratrice delegata (CEO) dell’organizzazione benefica the Diana Award. Ma la tensione e l’ansia da prestazione iniziale si sono sciolte come neve al sole in pochissimi istanti. «Oggi tutti continuavano a ripetermi all’infinito quanto Harry fosse stato incredibilmente divertente e alla mano con loro. Ha fatto innumerevoli e continue battute durante tutto il corso del panel, mettendo immediatamente i ragazzi a proprio agio». Tra i momenti più esilaranti e commentati della mattinata, c’è stata una spassosa riflessione generazionale e anagrafica dello stesso Harry, che ha scatenato le risate del giovane parterre. «Ha parlato apertamente e senza filtri del fatto di avere 42 anni, scherzando sul non essere più esattamente uno “spring chicken” come le giovani menti presenti in sala», ha riportato divertita la CEO (utilizzando un classico e colorito modo di dire inglese per indicare un giovane ingenuo, un ragazzino alle prime armi, traducibile in italiano come “un pivellino” o “di primo pelo”).

Il lato vulnerabile del Principe: la lotta contro i tabù sulla salute mentale

Il Duca di Sussex si è unito con grande entusiasmo alla signora Ojo e a Karen Pavlin, altissima dirigente dell’azienda ServiceNow, partecipando attivamente alla conversazione strutturata sul palco con due giovanissimi e brillanti panelist d’eccezione: la promettente Oyinda Adeniyi, vincitrice del prestigioso Diana Award nell’edizione del 2023, e Robbie Neumann, specialista operativo di punta proprio presso la sede di ServiceNow.
Ma il tono scanzonato, allegro e irriverente della mattinata newyorkese non ha assolutamente e minimamente impedito di affrontare a viso aperto anche tematiche profondamente intime, serie, delicate e, a volte, molto difficili da trattare in pubblico. Anzi, ha preparato il terreno emotivo ideale per le confidenze a cuore aperto. Quando infatti il giovane Robbie Neumann ha trovato il grandissimo e lodevole coraggio di aprirsi pubblicamente davanti a centinaia di sconosciuti, rivelando a voce alta il suo difficile percorso psicologico e le sue intime lotte riguardo alla propria salute mentale sul posto di lavoro, Harry non si è tirato indietro. Il Principe è tempestivamente e saggiamente intervenuto nel dibattito per sottolineare e ribadire con forza quanto la condivisione schietta e sincera delle esperienze personali, per quanto oscure o dolorose possano apparire, sia in grado di fungere da scudo protettivo e da spinta fondamentale per incoraggiare innumerevoli altre persone sofferenti a fare esattamente la stessa cosa, sconfiggendo la vergogna. «Robbie, guardati intorno. Proprio grazie al solo fatto di aver detto e condiviso quello che hai provato in una stanza letteralmente piena di persone sconosciute, hai implicitamente e meravigliosamente dato anche a tutti noi e a tutte le altre persone in sala il permesso vitale di condividere il proprio dolore», gli ha risposto Harry con grande trasporto emotivo. Oltre all’aspetto psicologico, ci sono state anche fitte conversazioni e confronti intellettuali di natura scientifica: in numerose foto e video condivisi successivamente sui social network dalla dottoressa Judith Joseph, una stimata e conosciutissima psichiatra americana che ha presenziato all’evento, si vede infatti Harry prendere parte attivamente a un dibattito serrato sulla prevenzione medica. La dottoressa Joseph ha svelato di aver discusso animatamente a quattr’occhi con il Duca del Sussex in merito all’estrema e fondamentale importanza di promuovere la “GIOIA nel posto di lavoro”, illustrandogli con dati alla mano la sua recentissima ricerca universitaria sulla complessa depressione ad alto funzionamento e sull’urgente, insopprimibile necessità di un maggiore e più strutturato supporto psichiatrico per i giovani che assumono posizioni di leadership politica o aziendale.

L’Africa e i giovani ingegneri AI: l’agenda frenetica del Duca di Sussex

L’entusiastica e sorridente apparizione newyorkese di mercoledì non è stata affatto un evento isolato per il Duca di Sussex, ma ha rappresentato unicamente una delle innumerevoli, stancanti ma gratificanti tappe di una visita lampo durata ben due frenetici giorni all’interno della tentacolare e complessa metropoli di New York City.
Il Principe Harry, staccandosi per 48 ore dalla tranquillità della sua casa e rinunciando al sonno, ha letteralmente e meticolosamente riempito e saturato il suo fittissimo e blindato programma istituzionale di eventi ufficiali ed ufficiosi, tutti rigorosamente e strategicamente incentrati su quelle cause filantropiche che gli stanno da sempre più a cuore e che definiscono ormai la sua identità pubblica globale: dall’emancipazione intellettuale ed economica dei giovani, passando per la tutela assoluta della fragile salute mentale, fino ad arrivare alle complesse sfide della conservazione ambientale globale e del turismo responsabile ed etico. La CEO Tessy Ojo ha tenuto a precisare che Harry ha giocato dietro le quinte un ruolo assolutamente cruciale, determinante e silenzioso nella nascita e nello sviluppo della duratura partnership formativa stretta tra The Diana Award e l’azienda tecnologica ServiceNow. Questa unione di intenti mira coraggiosamente a preparare decine di migliaia di giovani ad affrontare le incognite insidiose del futuro mercato del lavoro globale, cercando di espandere capillarmente il loro fragile accesso alle moderne competenze digitali e all’Intelligenza Artificiale.
«Sappiamo per certo che in giro per il mondo ci sono milioni di giovani favolosi che nascono già come dei veri e propri portatori di cambiamento per la società. Provate solo a immaginare se li formassimo adeguatamente fin dalle scuole superiori come esperti ingegneri dell’AI: sarebbero gli unici ad avere la ferma intenzione morale di utilizzare l’Intelligenza Artificiale in modo eticamente corretto e positivo per affrontare e sconfiggere per sempre le insopportabili disuguaglianze globali che attanagliano il pianeta», ha dichiarato appassionatamente la Ojo, spiegando il fine ultimo della loro grande missione educativa. Grazie alla forte spinta congiunta del The Diana Award e di ServiceNow, ad oggi ben cento giovani provenienti da diverse parti del delicato continente africano sono già stati formati con successo per diventare degli ingegneri operativi nel campo dell’Intelligenza Artificiale, un’iniziativa pionieristica di cui la CEO si è detta, giustamente, particolarmente ed estremamente fiera. Ma c’è di più: il programma formativo africano si è recentemente ed efficacemente evoluto per porre un’enfasi ancora maggiore sulla stabilità del benessere mentale, e in questa svolta è stata fondamentale l’azione di persuasione politica esercitata in prima persona da Harry, il quale ha lottato aspramente affinché le tematiche relative alla mental fitness (“forma mentale”) e le basilari capacità di comunicazione introspettiva fossero obbligatoriamente e ufficialmente incorporate all’interno del rigoroso curriculum scolastico degli studenti. «Quella del benessere psichico è stata una tematica precisa che il Duca in persona ha voluto fortemente e caparbiamente spingere in avanti sul tavolo delle trattative istituzionali», ha svelato infine e concluso ammirata la Ojo. «Ci ha guardati dritti negli occhi e ha detto chiaramente che oggi non si può minimamente sperare di poter preparare al meglio la prossima generazione di giovani leader mondiali senza prima pensare alla loro forma e stabilità mentale. Ne è stato davvero un eccezionale e instancabile promotore, dimostrando un’empatia fuori dal comune».

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