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Salento, il regista Albert Dejda dona un’opera dove iniziò la sua vita

Il regista Albert Dejda dona un’opera a Galatone: un ringraziamento al Salento che lo accolse 35 anni fa in fuga dal piroscafo Tirana. 🇦🇱❤️

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Opera di Albert Dejda

Galatone – Un’odissea lunga trentacinque anni che si chiude con un abbraccio di pura gratitudine, un cerchio perfetto che unisce le due sponde del mare Adriatico. La storia di Albert Dejda è una di quelle vicende umane profonde che lasciano un segno indelebile nel cuore di chi ascolta, capace di raccontare il dramma della fuga e la bellezza del riscatto come solo le grandi storie della vita sanno fare. Tutto ha inizio in Albania, alla fine degli anni Ottanta, in una città di Durazzo soffocata dalla rigidità del regime di Enver Hoxha. Albert è un intellettuale, un regista cinematografico che usa la sua arte e la sua macchina da presa per dare voce alla libertà d’espressione, sfidando un silenzio imposto a un intero popolo con la forza della paura e della censura. Una scelta coraggiosa e trasparente che, nel millenovecentonovantuno, si trasforma improvvisamente in una condanna invisibile: un amico fidato, impiegato tra le forze dell’ordine albanesi, lo avverte in segreto che il suo nome è finito sulla lista nera e che l’arresto da parte delle autorità statali è ormai imminente. La salvezza ha un nome che appartiene alla memoria collettiva e alla storia di una nazione: il Tirana, il primo leggendario piroscafo che apre la grande e drammatica stagione dei viaggi dell’immigrazione albanese verso le coste italiane.

Il distacco dalla terra e l’approdo nel Salento

Il distacco dalla propria terra natia è uno strappo doloroso, una ferita profonda che chiunque abbia dovuto lasciare la propria casa per scappare da una dittatura conosce fin troppo bene nell’anima. Albert sale su quella nave carica di anime con il cuore pesante per l’incertezza, ma con gli occhi pieni di futuro, sbarcando in un Salento che apre le sue braccia con una generosità spontanea, calorosa e commovente. Quella terra pugliese, così calda e accogliente, diventa il suo primo porto sicuro nel mondo, il luogo dove riprendere fiato prima che le vicende della vita lo portino a trasferirsi tra le montagne del Trentino. Nel nord Italia l’ex regista non si perde d’animo, si rimbocca le maniche con dignità, lavora duramente per integrarsi, costruisce una splendida famiglia e, pezzetto dopo pezzetto, ritrova la forza interiore e l’ispirazione per riprendere in mano il suo filo creativo, mai spezzato dalla distanza o dalla fatica della quotidianità. Il richiamo di quel primo amore geografico e umano, però, resta sempre vivo nel profondo del suo cuore di artista.

L’incontro a Masseria Silene e l’atto di restituzione

Il destino, con la sua precisa e poetica armonia, decide di compiere il suo giro più bello e significativo nell’agosto del duemilaventisei. Al termine di un lunghissimo, ambizioso e appassionato percorso di ricerca personale, storica e artistica, Albert sente il bisogno intimo e profondo di compiere un vero e proprio atto di restituzione verso quella terra salentina che lo aveva salvato e adottato con amore trentacinque anni prima. L’occasione perfetta si materializza grazie all’incontro speciale con le imprenditrici responsabili del progetto Masseria Silene, una bellissima e virtuosa realtà produttiva immersa nella campagna profumata del territorio salentino. Queste donne coraggiose credono fortemente nel valore sociale della cultura e scelgono di mettere a disposizione i propri spazi rurali per ospitare l’ingegno, la sensibilità e l’opera del regista albanese. Nasce così un’intesa speciale, un ponte ideale fatto di memoria storica, accoglienza reciproca e amore incondizionato per l’espressione artistica.

Un cammino di verità e la circolarità dell’esistenza

L’opera nata da questo felice incontro, completata proprio in queste ore con grande dedizione, rappresenta per Albert il vero compimento di un lungo cammino di verità. Non si tratta semplicemente di una creazione visiva o di un manufatto, ma di un vero e proprio monumento alla circolarità dell’esistenza umana, un ringraziamento visibile e tangibile rivolto a una comunità che, nel momento del bisogno, non si è mai voltata dall’altra parte. È la dimostrazione vivente che la speranza non è un’illusione astratta, ma una forza concreta capace di guarire le ferite del passato e riportare un uomo esattamente lì dove la sua seconda vita da cittadino italiano è cominciata. Le pareti storiche della masseria diventano così le custodi di una memoria preziosa, che unisce le antiche sofferenze della fuga alle gioie del presente in un messaggio universale di pace e fratellanza.

L’apertura culturale nel cuore dell’agro di Galatone

Il viaggio di questa straordinaria opera d’arte è appena iniziato e si prepara a incontrare lo sguardo e l’emozione del pubblico. L’inaugurazione ufficiale è prevista per la fine del prossimo mese di ottobre, un appuntamento importante che coinciderà con un momento di grande valore sociale per l’intera comunità locale. L’evento celebrerà infatti l’avvio ufficiale dell’utilizzo culturale della piccola sala meeting della struttura, uno spazio che d’ora in poi sarà interamente dedicato a incontri, dibattiti e manifestazioni d’arte proprio nel cuore dell’agro di Galatone, nella suggestiva provincia di Lecce. Sarà un momento di grande festa, condivisione e sincera commozione, in cui i cittadini salentini potranno stringersi attorno a un uomo che, dopo aver attraversato il mare in tempesta e i sentieri della storia recente, è tornato in questa terra per dire grazie nel modo più nobile, poetico e bello che conosce.

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L’apoteosi dentellata della divina del cinema mondiale che ha incantato i registi dello Stato: Poste Italiane lancia il francobollo per Claudia Cardinale

Il mito senza tempo del grande cinema italiano si fa scudo d’arte e conquista le lettere dello Stato! Entra in circolazione da oggi, mercoledì 23 settembre 2026, lo straordinario francobollo commemorativo ufficiale emesso dal Ministero delle Imprese (MIMIT) e dedicato alla leggendaria diva Claudia Cardinale. Realizzato in 300.015 esemplari dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, il rettangolo dentellato tariffa B zona 1 mostra un travolgente ritratto fotografico della soprano dello schermo, interprete immortale del Gattopardo e di Sergio Leone. L’annullo primo giorno è attivo in totale gratuità logistica presso lo Spazio Filatelia di via delle Grazie a Roma, mentre le cartoline d’autore sono disponibili sul sito di Poste Italiane per sconfiggere l’isolamento digitale. Tutti i dettagli e i costi nel nostro articolo! 👇

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Claudia Cardinale

Roma – Un’icona di intramontabile splendore visivo, temperamento drammatico e fiera onestà intellettuale sbarca solennemente nei registri del collezionismo dello Stato, trasformando un piccolo rettangolo di carta gommata in un’autentica officina di memoria storica, risorsa terapeutica ed educazione permanente all’immagine. Il grande cinema d’autore e i volti della commedia all’italiana, quando si spogliano dei vecchi e polverosi cliché della finzione hollywoodiana di plastica e dei filtri artificiali degli smartphone, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare il carattere e l’evoluzione dei costumi della nostra penisola, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta. Nella giornata di oggi, mercoledì 23 settembre 2026, i locali monumentali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) hanno tenuto a battesimo un’emissione filatelica dal dirompente valore civile: è ufficialmente disponibile per il pubblico il francobollo commemorativo dello Stato dedicato a Claudia Cardinale.

La sfolgorante carta valore postale, elargita sul mercato con una tiratura millimetrica e protetta di ben 300.015 esemplari unici distribuiti in fogli da quarantacinque pezzi ciascuno, appartiene alla categoria logistica della tariffa B zona 1. L’architettura e l’ingegneria del bozzetto grafico sono state interamente pianificate e curate con assoluto rigore filologico e saggistico dai maestri incisori del Centro Filatelico dell’Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.. Un’opera di squadra eccezionale e priva di filtri burocratici programmata per premiare il merito di un’attrice di razza andata già rubata negli occhi del mondo intero per la sua straripante intensità interpretativa e per i suoi soft skill espressivi, taccuino alla mano e passioni calde.

Dall’obiettivo fotografico alla leggenda di C’era una volta il West: i dettagli della vignetta

La vignetta del francobollo mostra un primo piano fotografico d’altissimo profilo artistico della divina Claudia Cardinale (nata a Tunisi nel 1938 e scomparsa nel 2025), una delle figure più emblematiche, colte e celebrate della cinematografia transnazionale. Simbolo immortale di eleganza innata, fascino mediterraneo e determinazione civile, la Cardinale ha prestato la propria carne e la propria voce a personaggi memorabili entrati a pieno titolo nella storia universale della settima arte, lavorando nei laboratori cinematografici dei più grandi registi dello Stato come Federico Fellini in Otto e mezzo, Luchino Visconti nel monumentale Il Gattopardo e Sergio Leone nello struggente capolavoro C’era una volta il West.

I dati tecnici del bulino parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: il disegno d’avanguardia del francobollo blinda la postura fiera e spavalda dell’attrice, scacciando il torpore e le nevrosi della modernità liquida per offrire ai collezionisti un comfort funzionale perfetto. A completare l’ordito geometrico del rettangolo dentellato intervengono le legali scritte in totale trasparenza che recano la dicitura in lettere maiuscole del nome dell’artista, le date cronologiche del suo arco vitale, la scritta istituzionale dell’appartenenza allo Stato “ITALIA” e l’indicazione tecnica della sintonizzazione tariffaria. I Criteri di stampa rifiutano i moralismi commerciali per rimettere al centro il talento verace e la coesione sociale della cultura tricolore.

L’annullo primo giorno a via delle Grazie: info e scadenze per i collezionisti

La macchina organizzativa di Poste Italiane comunica che il solenne fischio d’inizio per la vidimazione dei primi documenti postali e delle buste primo giorno (FDC) si consumerà questa mattina a Roma. Lo speciale e attesissimo annullo primo giorno di emissione sarà stanziale e a disposizione gratuita dei passeggeri del sogno filatelico presso gli sportelli d’élite dello Spazio Filatelia Roma 1, situato precisamente nei locali restaurati di via delle Grazie 8, a ridosso delle mura del Vaticano. I controlli logistici sui database confermano che il timbro speciale riprodurrà i Criteri estetici della vignetta, per azzerare le nevrosi delle code al botteghino e garantire risposte flessibili alle richieste degli appassionati della provincia rionale.

Il francobollo e l’intera parata dei prodotti filatelici correlati e coordinati da Marco Iezzi — tra cui spiccano cartoline artistiche a tiratura limitata, tessere raccoglitrici in plastica biologica e bollettini illustrativi saggistici — saranno acquistabili in totale trasparenza a partire da oggi pomeriggio. I prodotti abboneranno i cittadini alla bellezza in tutti gli uffici postali dello Stato dotati di sportello filatelico e sul portale web della rete all’indirizzo filatelia.poste.it, un programma di prossimità nato per contrastare lo spopolamento culturale delle aree interne delle nostre province, limitando al massimo l’esodo della memoria storica. Questo fine settimana spegnete per un’ora gli smartphone e andate alle Poste: il volto di Claudia Cardinale vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che finché lo Stato saprà stampare la grande bellezza per difendere la memoria del talento, il domani della nostra nazione sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano.

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Salvo D’Acquisto nell’arte di Mario Vespasiani: il ritratto di un eroe senza tempo

Oggi l’Italia si ferma per non dimenticare uno dei gesti più alti della sua storia: il 23 settembre 1943 il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto si sacrificò offrendo la propria vita per salvare 22 innocenti dalla fucilazione nazista. Per commemorare questa figura immensa, diventata “Venerabile” per la Chiesa e Medaglia d’Oro al Valor Militare, il maestro marchigiano dell’arte contemporanea Mario Vespasiani ha realizzato un dipinto straordinario, in grado di trasfigurare l’eroe in un simbolo senza tempo fatto di luce e colore. L’opera si inserisce in un nobile percorso civico dell’artista, che ha omaggiato anche il Generale Dalla Chiesa e la Virgo Fidelis, valendogli il conferimento di un premio da parte dell’Associazione Medaglie d’Oro d’Italia. Scopri come l’arte può difendere la Memoria Nazionale e trasmettere il coraggio alle nuove generazioni nel nostro esclusivo approfondimento 👇

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Salvo D'Acquisto

Roma – Il calendario della Repubblica Italiana è costellato di date scolpite nella pietra, giorni in cui il dolore e la tragedia si sono innalzati a vette di eroismo purissimo e ineguagliabile. Oggi, 23 settembre, la nazione intera e l’Italia che si rifiuta categoricamente di dimenticare le proprie radici, si ferma in un rispettoso silenzio per commemorare e onorare uno dei gesti più alti, altruisti e commoventi della sua travagliata storia recente.
Stiamo parlando dell’estremo e volontario sacrificio del vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto. Esattamente in questo stesso, fatidico giorno dell’ormai lontano e drammatico 1943, nella frazione di Torre di Palidoro, il giovane militare offrì deliberatamente e consapevolmente la propria vita, autoaccusandosi di un attentato che non aveva mai commesso, pur di riuscire a salvare da morte certa ben ventidue ostaggi civili innocenti, sottratti così alla cieca e spietata furia della rappresaglia nazista. In questa odierna giornata di profonda e doverosa memoria istituzionale e civile, assume tuttavia una rilevanza estetica e spirituale assolutamente straordinaria l’opera d’arte contemporanea che il giovane, apprezzatissimo e geniale maestro marchigiano Mario Vespasiani ha voluto dedicare proprio al grande eroe in divisa. Questo dipinto, intenso e magnetico, è diventato in brevissimo tempo un vero e proprio e ineludibile punto di riferimento visivo, culturale e valoriale per tutte le celebrazioni odierne organizzate da nord a sud della penisola.

L’opera del 2023: la luce morale e i colori vibranti del maestro marchigiano

Il bellissimo e struggente dipinto commemorativo, svelato in via ufficiale al pubblico e alla critica per la prima volta nel corso dell’anno 2023, conserva e sprigiona in ogni sua singola pennellata una potente e indiscutibile carica morale e spirituale, capace di scuotere l’animo di chiunque vi posi lo sguardo.
Attraverso l’utilizzo sapiente del suo inconfondibile, dinamico e originalissimo linguaggio pittorico (che si compone magistralmente di accostamenti cromatici audaci, contrasti netti e pennellate materiche e vibranti), il maestro Mario Vespasiani è riuscito in una vera e propria impresa artistica. È riuscito, cioè, a catturare e cristallizzare sulla tela l’essenza pura, cristallina ed esemplare di un giovane uomo di soli 22 anni che, nel fiore degli anni, avendo un’intera esistenza ancora davanti a sé, ha scelto consapevolmente e senza alcun rimpianto la tremenda via del martirio per amore del prossimo. La vivida luce che sembra emergere prepotentemente e irradiare dall’interno della tela sembra voler volutamente e metaforicamente trasfigurare la tradizionale divisa dell’Arma dei Carabinieri, elevando definitivamente la figura terrena di Salvo D’Acquisto, trasformandolo da semplice uomo vittima del suo tragico tempo storico a vero e proprio e incancellabile simbolo universale di altruismo disinteressato, purezza d’animo e coraggio civile.

Un trittico d’autore: dal generale Dalla Chiesa alla Virgo Fidelis

Oggi più che mai, specialmente in un’epoca dominata dal cinismo imperante e dalla preoccupante superficialità veicolata dai social network, l’opera su tela del maestro Vespasiani dimostra con forza inaudita come l’arte contemporanea, quando è autentica, sincera e svincolata dalle logiche puramente commerciali, possa realmente farsi gelosa custode della grande memoria storica nazionale.
Il magnifico ritratto del vicebrigadiere martire ne è, indubbiamente, l’esempio più fulgido e tangibile. Questo specifico lavoro pittorico, infatti, non rappresenta un episodio artistico isolato, ma costituisce il nucleo centrale e fondamentale di un nobile, profondo e articolato percorso artistico e civile intrapreso coraggiosamente dal maestro marchigiano negli ultimi anni. Un cammino etico e creativo che comprende, tra i suoi capolavori più amati, anche lo straordinario ritratto in omaggio al coraggio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (vittima della mafia) e la commovente tela devozionale dedicata espressamente alla Virgo Fidelis, la celebre santa patrona e protettrice di tutti i Carabinieri d’Italia. Questo fil rouge pittorico e valoriale finisce inevitabilmente per confermare lo status di Mario Vespasiani come una delle voci artistiche italiane più sensibili, attente e predisposte nel saper dialogare in maniera paritetica, solenne e profonda con le massime Istituzioni dello Stato e con la complessa storia sociale della nostra amata Nazione.

Memoria storica, il titolo di Venerabile e la targa al Valor Militare

Celebrare oggi il sacrificio incommensurabile di Salvo D’Acquisto attraverso gli occhi esperti, la tavolozza cromatica e la grandissima sensibilità umana di Mario Vespasiani significa, all’atto pratico, compiere un gesto civico di enorme portata: significa sottrarre fisicamente il suo doveroso ricordo alla polvere, all’usura del tempo e alla retorica di rito.
Significa, per dirla in parole ancora più semplici, invitare tutti noi a guardare a quel giovane volto fiero e sereno non come a una semplice e sbiadita immagine proveniente da un tragico passato in bianco e nero, ma come a un inesauribile faro, una fonte di luce viva e terribilmente attuale, capace di parlare in maniera diretta, chiara e inequivocabile alle nuove generazioni di studenti. D’Acquisto ci ricorda costantemente la centralità di alcuni valori umani immutabili e inderogabili: il ferreo senso del dovere, lo sconfinato amore per il prossimo e l’instancabile difesa della dignità e della vita umana di fronte a qualsiasi barbarie. Proprio per la vastità morale del suo gesto supremo, il vicebrigadiere è stato ufficialmente riconosciuto, nel corso dell’anno 2025, come “Venerabile” da parte della Chiesa cattolica, oltre ad essere stato insignito in passato della massima onorificenza della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ed è proprio in questo solco di grandissima rispettabilità istituzionale che si inserisce una delle convergenze più significative per l’artista: nel dicembre del 2023 è stata infatti consegnata, proprio nella storica e prestigiosa sede del M.O.V.M., una speciale targa onorifica al maestro Mario Vespasiani. Un premio prestigiosissimo, conferito espressamente dal Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, per riconoscere ufficialmente non solo i suoi altissimi meriti artistici, ma anche la sua incommensurabile e ammirevole levatura umana e patriottica.

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Andrea Pelliccia, il medico che cercava oltre la crisi

Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.

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Valentina Pelliccia

La storia scientifica di un neuropsichiatra infantile italiano tra epilessia, ricerca, alimentazione, allergie e le prime esperienze con il cannabidiolo

Redazione-  Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.
Questa impostazione emerge già dalla sua attività scientifica degli anni Novanta, quando Andrea Pelliccia partecipò a studi sull’epilessia pediatrica, sulla fotosensibilità e sulle forme di epilessia visivamente indotta, pubblicati anche su Epilepsia.
In quegli anni la ricerca neurologica pediatrica stava approfondendo il rapporto tra caratteristiche elettroencefalografiche, predisposizione individuale e manifestazioni cliniche.
Mio padre si muoveva all’interno di questo ambito con un interesse particolare per le forme dell’epilessia infantile e per ciò che poteva spiegare la variabilità delle crisi.
Un altro capitolo della sua attività scientifica riguarda il rapporto tra alimentazione, allergia e manifestazioni epilettiche.
È in questo contesto che si collocano i lavori realizzati insieme a Sonia Lucarelli, Tiziana Frediani e ad altri ricercatori del gruppo di Neuropsichiatria Infantile della Sapienza.
Nel 1997 venne presentato un lavoro su quattro bambini con epilessia parziale idiopatica nei quali era stata osservata un’evoluzione favorevole dopo l’eliminazione delle proteine del latte vaccino dalla dieta.
Nel 1999, sulla rivista Minerva Pediatrica, Pelliccia, Lucarelli, Frediani e i loro collaboratori pubblicarono il lavoro intitolato “Partial cryptogenetic epilepsy and food allergy/intolerance: a causal or a chance relationship? Reflections on three clinical cases”.
Già il titolo è significativo.
Non affermava dogmaticamente un rapporto causale, ma poneva una domanda scientifica: quello osservato nei pazienti rappresentava una relazione reale oppure una coincidenza?
Era esattamente il tipo di interrogativo che caratterizzava il metodo di mio padre.
Nel 2000 fu inoltre presentato a un congresso il caso di un bambino con epilessia parziale criptogenetica che aveva mostrato un miglioramento dopo una dieta priva di allergeni.
Nel 2001 arrivò un ulteriore contributo su Acta Neurologica Scandinavica, “Allergy and childhood epilepsy: a close relationship?”, realizzato da Tiziana Frediani, Sonia Lucarelli, Andrea Pelliccia e altri ricercatori.
Lo studio prendeva in esame bambini con epilessia e soggetti di controllo, valutando la presenza di manifestazioni allergiche nei bambini e nelle loro famiglie.
Nel 2004, sulla rivista Pediatria Medica e Chirurgica, venne pubblicato “Partial idiopathic epilepsy: recovery after allergen-free diet”.
Si trattava del caso di un bambino di nove anni nel quale la scomparsa delle manifestazioni epilettiche era stata osservata dopo l’introduzione di una dieta priva di proteine del latte vaccino.
Anche in questo caso, il valore scientifico del lavoro non sta nel trasformare un singolo caso in una verità universale.
Sta nell’avere formulato e documentato un’ipotesi clinica che meritava di essere studiata.
È una distinzione fondamentale, soprattutto quando si parla di medicina.
La ricerca procede anche attraverso osservazioni inattese, casi singoli, ipotesi controintuitive e domande che, prima di poter diventare conclusioni, devono essere sottoposte a verifica.
È proprio questa prudenza, a mio avviso, a rendere ancora più interessante il percorso scientifico di mio padre.
La stessa curiosità emerge negli studi sulle epilessie focali dell’infanzia e, in particolare, sull’epilessia rolandica.
Nel 2006 Andrea Pelliccia e i suoi collaboratori presentarono a Epilepsia un lavoro intitolato “Rolandic epilepsy: comparison of allergen-free diet and conventional treatments”.
Il lavoro confrontava bambini trattati con valproato, bambini trattati con carbamazepina e bambini sottoposti a dieta priva di allergeni.
È importante precisare un elemento che potrebbe generare un equivoco leggendo la sigla presente nella documentazione.
In quel lavoro, “CBZ” indicava carbamazepina, non cannabidiolo.
Il cannabidiolo, invece, viene indicato abitualmente con la sigla CBD.
E proprio il CBD rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti e, per certi versi, più precoci della ricerca di mio padre.
Andrea Pelliccia si interessò infatti anche all’impiego dei cannabinoidi nelle epilessie pediatriche farmacoresistenti in un periodo nel quale l’argomento era ancora molto lontano dall’attenzione che avrebbe ricevuto negli anni successivi.
Nel 2005 presentò alla III Conference on Cannabinoids in Medicine dell’International Association for Cannabinoid Medicines, a Leiden, il contributo “Treatment with CBD in oily solution of drug-resistant paediatric epilepsies”.
Quella data, 2005, merita di essere ricordata.
Oggi il cannabidiolo è conosciuto anche attraverso farmaci autorizzati per alcune specifiche forme di epilessia farmacoresistente dell’infanzia.
All’epoca, invece, la situazione scientifica e regolatoria era profondamente diversa.
Mio padre si confrontò quindi con un territorio nel quale la ricerca clinica, l’esperienza terapeutica e gli ostacoli normativi si intrecciavano continuamente.
Un documento giornalistico dell’epoca racconta inoltre il suo interesse per l’utilizzo dei cannabinoidi in una bambina affetta da una forma grave di epilessia e riferisce di esperienze prima con il THC sintetico e successivamente con una soluzione contenente cannabidiolo.
Questa testimonianza va naturalmente distinta dalla letteratura scientifica sottoposta a revisione tra pari, ma è significativa per ricostruire storicamente la precocità del suo interesse verso il CBD.
Non è corretto trasformare quelle prime esperienze in una dimostrazione definitiva dell’efficacia terapeutica del cannabidiolo.
È corretto, invece, riconoscere che Andrea Pelliccia studiò e sperimentò precocemente un approccio che sarebbe diventato negli anni successivi oggetto di una ricerca internazionale molto più ampia.
La sua attività non si limitò all’alimentazione e ai cannabinoidi.
La sua produzione scientifica comprendeva anche studi sulle epilessie focali dell’infanzia, sulle epilessie occipitali, sulle manifestazioni visive, sulle relazioni tra sonno ed epilessia e su particolari sindromi epilettiche dell’età pediatrica.
Nel 2006, insieme a Pasquale Parisi, pubblicò su Developmental Medicine & Child Neurology una riflessione sul consenso diagnostico relativo alla sindrome di Panayiotopoulos.
Nel 2007 partecipò a uno studio pubblicato su Epilepsia dedicato a un caso di epilessia occipitale atipica dell’infanzia associata a una manifestazione emicranica.
Nel 2008 pubblicò inoltre con i suoi collaboratori un caso riguardante il rapporto tra apnea ostruttiva del sonno, trattamento con CPAP ed epilessia frontale notturna in un bambino.
Sempre nel 2008 partecipò a una ricerca epidemiologica sull’epilessia in una popolazione del Camerun.
Questi lavori restituiscono l’immagine di un medico che non considerava l’epilessia come un settore chiuso e immutabile, ma come un campo nel quale neurologia, neuropsichiatria infantile, genetica, sonno, metabolismo, alimentazione e ambiente potevano entrare in relazione.
È questo, probabilmente, l’aspetto della sua eredità scientifica che sento più vicino.
Mio padre non cercava semplicemente di classificare una crisi.
Cercava di capire il bambino che aveva davanti.
E questa differenza, in medicina, può cambiare completamente il modo di guardare una malattia.
Il documento intitolato “Rapporti tra alimentazione ed epilessia”, realizzato da Andrea Pelliccia, Sonia Lucarelli e Tiziana Frediani, si inserisce precisamente in questo percorso di ricerca.
La sua esatta collocazione editoriale originaria richiede ancora una verifica filologica sulle fonti bibliografiche e documentarie disponibili, ma il titolo e gli autori sono coerenti con una linea di studi che il gruppo aveva già sviluppato negli anni precedenti.
Non voglio attribuire a mio padre conclusioni che la letteratura scientifica non consente di attribuirgli.
Non voglio nemmeno trasformare una storia familiare in una celebrazione priva di rigore.
Vorrei fare qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più rispettoso.
Vorrei restituire il percorso di uno scienziato attraverso le domande che ha avuto il coraggio di porsi.
Andrea Pelliccia apparteneva a una generazione di medici che lavorava quando molte delle possibilità terapeutiche oggi considerate normali erano ancora lontane dall’essere disponibili.
Ha studiato l’epilessia infantile quando l’osservazione clinica e l’elettroencefalografia rappresentavano strumenti fondamentali per comprendere la malattia.
Ha esplorato il possibile ruolo dell’alimentazione e delle allergie quando il rapporto tra intestino, immunità e sistema nervoso era ancora un terreno molto meno esplorato di oggi.
Ha rivolto la propria attenzione ai cannabinoidi quando il tema era scientificamente e culturalmente controverso.
E lo ha fatto mantenendo, almeno nei lavori che oggi possiamo ricostruire, la domanda al centro del percorso: capire se ciò che si osservava nei bambini potesse indicare una strada terapeutica diversa.
Per me, però, Andrea Pelliccia non è soltanto il nome che compare negli articoli scientifici.
È mio padre.
Ed è anche per questo che oggi sento la responsabilità di raccontarlo con precisione.
La memoria di uno scienziato non dovrebbe essere costruita soltanto attraverso gli aggettivi.
Dovrebbe essere ricostruita attraverso le domande che ha posto, i pazienti che ha seguito, i colleghi con cui ha lavorato, le ipotesi che ha formulato e le tracce che ha lasciato nella ricerca.
Quella di Andrea Pelliccia è una storia che merita di essere riletta proprio così.
Non come la storia di un uomo che aveva già tutte le risposte.
Ma come quella di un medico che continuava a cercare nuove domande quando gli altri avrebbero potuto accontentarsi di quelle già conosciute.
E forse è questa, oggi, la definizione che sento più vera per mio padre: un medico che cercava oltre la crisi.

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