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La natura di Roma diventa musica: al Parco di San Sisto debutta Botanical Soundscape

La natura di Roma è pronta a far sentire la sua voce in un evento senza precedenti! Il 2 ottobre, nello storico Parco di San Sisto, andrà in scena la prima edizione di “Botanical Soundscape”, un’incredibile performance immersiva dove i segnali bioelettrici delle piante (in particolare di un gigantesco Cedro del Libano secolare) verranno tradotti in musica udibile. Grazie a speciali sensori di bioacustica e al talento del compositore Mario Russo, il pubblico potrà ascoltare dal vivo la “voce” e le variazioni elettromagnetiche degli alberi, che si mescoleranno a sintetizzatori, violini e percussioni. Un rito d’ascolto collettivo, gratuito e affascinante, che segna il primo passo per la creazione di una vera e propria mappa sonora permanente del verde capitolino. Scopri i dettagli di questo evento rivoluzionario nel nostro articolo 👇

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Botanical Soundscape Foto di Emidio Vallorani

Roma – Il secolare e misterioso mondo vegetale della Capitale è pronto a svelare la sua voce più intima, trasformandosi per una sera in una vera e propria colonna sonora vivente, generativa e in continua evoluzione. Venerdì 2 ottobre 2026, a partire dalle ore 18:00, lo storico e affascinante palcoscenico naturale del Parco di San Sisto ospiterà la prima, attesissima edizione di Botanical Soundscape.
Si tratta di un innovativo progetto artistico e ambientale promosso da A.S.A.P.Q. e curato nei minimi dettagli da Alessandra Muschella e Gianni Parrella. Questa straordinaria performance immersiva, capace di trasformare i segnali vitali delle piante in materia sonora udibile dall’orecchio umano, è realizzata con il preziosissimo sostegno del Ministero della Cultura (MiC) e della SIAE nell’ambito del celebre programma nazionale “Per Chi Crea”. L’evento gode inoltre del patrocinio ufficiale dell’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale. Non un semplice e canonico concerto all’aperto, dunque, ma un autentico rito collettivo d’ascolto progettato per ribaltare completamente il nostro punto di percezione: la natura smette di essere un mero e passivo sfondo scenografico per imporsi come protagonista assoluta, rivelando ritmi e variazioni impercettibili che normalmente sfuggono all’esperienza quotidiana dell’uomo.

La tecnologia al servizio dell’arte: come “suonano” le piante

Il cuore pulsante di questa complessa ricerca, che si posiziona in perfetto equilibrio sul sottile confine tra composizione musicale, alta tecnologia e studio dell’ambiente, è l’utilizzo di un particolarissimo dispositivo di bioacustica denominato Plants Play.
Questo sofisticato strumento tecnologico è in grado di rilevare con estrema precisione le microvariazioni bioelettriche emesse in tempo reale dagli organismi vegetali e di convertirle magicamente in frequenze sonore udibili. Ogni singola pianta, attraverso le sue personalissime fluttuazioni elettromagnetiche, emette infatti una traccia sonora assolutamente unica e irripetibile, poiché viene continuamente influenzata e modificata dai fattori esterni come l’esposizione alla luce solare, l’umidità dell’aria, i cambi di temperatura e persino il semplice contatto fisico umano. L’artista capta, amplifica e modella queste vibrazioni invisibili, costruendo un ambiente sonoro tridimensionale in cui la partitura finale è sempre diversa, imprevedibile e intimamente legata alla vita biologica che abita e respira in quello spazio. Il dispositivo, quindi, non si comporta come un tradizionale strumento musicale, ma funge da sensibile membrana di connessione, un traduttore simultaneo che rende finalmente udibile la profonda reciprocità esistente tra il mondo umano e quello vegetale.

Il Cedro del Libano e la performance di Mario Russo

Il punto di partenza di questo affascinante viaggio sonoro è uno dei polmoni verdi più particolari, preziosi e forse meno conosciuti della Capitale: lo storico Semenzaio di San Sisto. Situato in posizione strategica tra Villa Celimontana e Porta Metronia, questo luogo magico è la sede dell’Assessorato all’Agricoltura ed è un vero e proprio scrigno botanico che custodisce antiche serre, rare collezioni vegetali e alberi monumentali secolari.
È proprio in questa cornice da fiaba, e più precisamente nell’area del vigneto urbano, che la ricerca artistica si è focalizzata attorno alla possente figura di un Cedro del Libano monumentale. Questo gigante della natura, da presenza silenziosa del paesaggio romano, si trasformerà per una sera nel soggetto vivo, vibrante e generativo dell’intera opera musicale. A tradurre i suoi “respiri” in arte sarà il compositore e talentuoso performer Mario Russo. Frutto di un lungo periodo di residenza artistica a stretto contatto con la flora di San Sisto, Russo si esibirà dal vivo destreggiandosi tra sintetizzatori, tromba e violino. Ad accompagnarlo in questa jam session con la natura ci saranno Vong (alla drum machine e percussioni) e Marco Russo (alla chitarra e synth), il tutto sotto la sapiente produzione musicale di Luigi Lonetto. L’intreccio tra suono elettronico, strumentazione acustica e segnali biologici puri costruirà una performance nella quale il parco non sarà lo scenario del concerto, ma uno dei solisti principali.

Una mappa sonora permanente per la Capitale

L’entusiasmo per questa iniziativa pionieristica è stato espresso a chiare lettere anche dalle istituzioni capitoline. L’Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi, ha sottolineato come il parco di San Sisto diventi per l’occasione un vero e proprio “parco pilota”, in grado di offrire ai cittadini un’esperienza sensoriale unica che rafforza in maniera decisiva la percezione del mondo vegetale come sistema vivente e reattivo. Sulla stessa lunghezza d’onda i curatori dell’evento, Alessandra Muschella e Gianni Parrella, i quali hanno evidenziato come l’urgente crisi ambientale imponga a tutti noi di ripensare radicalmente, e attraverso l’ascolto consapevole, il nostro delicato rapporto con la natura che ci circonda.
La performance del 2 ottobre rappresenta però soltanto il primo ed emozionante capitolo di un progetto molto più ampio. San Sisto è il primo tassello di quella che si prefigge di diventare una vasta e ramificata “mappa sonora vegetale” di tutta Roma, esplorando e registrando le voci inespresse di parchi, giardini e paesaggi urbani sparsi per la città. E per garantire che questa magia non svanisca nel nulla a fine serata, la composizione finale di Mario Russo, insieme alle tracce biologiche raccolte durante il concerto, sarà cristallizzata e installata nell’area del parco tramite un QR Code. I futuri visitatori potranno così inquadrare il codice con i propri smartphone e riattivare l’ascolto in totale autonomia, anche a distanza di mesi, trasformando un semplice spazio verde in un’installazione acustica permanente. Ricordiamo infine che l’ingresso alla performance è completamente gratuito, ma prevede la prenotazione obbligatoria (da effettuare sui circuiti autorizzati) per garantire la migliore fruizione dello spettacolo.

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L’abbraccio degli ultimi che guarisce il deserto dei nostri giorni: Remo Rapino e Stefano Redaelli svelano a Lanciano il saggio umano di “Smarginati”

La grande letteratura dell’inclusione scende in trincea in Abruzzo e le storie degli ultimi diventano pura risorsa per curare l’anima! Domenica 27 settembre 2026 alle ore 18:30, l’Auditorium Diocesano di Lanciano (CH) ospita l’attesissimo appuntamento del festival comunale “Libruzzino 26” per la presentazione ufficiale di “Smarginati” (Città Nuova), lo spettacolare saggio narrativo scritto a quattro mani dal Premio Campiello Remo Rapino e dal professor Stefano Redaelli. Un viaggio specchio iper-emotivo e gratuito, moderato dal docente dell’Università di Pisa Alessandro De Laurentiis, che radiografa la vita quotidiana e i soft skill di chi abita i margini delle stazioni e dei reparti psichiatrici dello Stato per sconfiggere l’isolamento degli schermi digitali. In asse con l’Associazione Amici di Lancianovecchia, scoprite tutti i dettagli del programma nel nostro articolo! 👇

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Remo Rapino

Lanciano (CH) – Un battito invisibile, fecondo e doloroso pulsa da sempre lungo i bordi esposti della nostra esistenza, in quei territori d’ombra dove la sofferenza della mente, la povertà rionale e l’abbandono sociale smettono di essere freddi dati statistici per farsi carne, sangue e dramma umano verace. La grande letteratura, quando sa spogliarsi dei vecchi e polverosi cliché dell’editoria di consumo di plastica e dei filtri digitali degli smartphone, si riscopre l’unica vera risorsa terapeutica ed etica capace di squarciare il velo del conformismo imperante, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta, taccuino alla mano e passioni calde. La splendida e fiera cornice dell’Auditorium Diocesano di Lanciano si appresta a trasformarsi nella capitale della prosa indipendente dello Stato: domenica 27 settembre 2026, alle ore 18:30 in punto, si accenderanno i riflettori sull’attesissimo festival letterario comunale “Libruzzino 2026”, una rassegna d’altissimo profilo civile e intellettuale concepita per ridare voce a chi non ce l’ha.

L’appuntamento d’eccellenza, programmato con orgoglio in totale trasparenza e ad ingresso completamente libero, celebrerà il debutto ufficiale di “Smarginati”, lo straordinario e intenso volume scritto a quattro mani da due dei saggisti e narratori più colti e sensibili del panorama contemporaneo: il premio Campiello lancianese Remo Rapino e il noto accademico Stefano Redaelli. L’opera, elargita al mercato nei primissimi giorni di settembre sotto l’egida protetta della casa editrice Città Nuova, si offre alla cittadinanza come un viaggio specchio e un salotto accogliente nato per unire i territori e contrastare le nevrosi causate dall’isolamento digitale. Una joint venture etica di immenso valore che vedrà la cattedra di Alessandro De Laurentiis, stimato docente dell’Università di Pisa, guidare il focus critico e il dialogo con gli autori senza filtri burocratici, scacciando il torpore dei cliché melodrammatici ordinari.

Dalla stazione ai reparti psichiatrici: l’onestà delle storie che sfiorano il limite

L’ordito narrativo di “Smarginati” aduna le parabole esistenziali di donne e uomini abituati a camminare millimetricamente sui confini e sui bordi spietati della vita quotidiana. I protagonisti di questi racconti, andati già rubati nei cuori dei primi collezionisti di emozioni, sono anime fragili che un giorno, per una spaventosa girandola del destino, si sono ritrovate sole in strada, bloccate sulle banchine di una stazione ferroviaria, ricoverate in un servizio psichiatrico territoriale dello Stato o confinate tra le mura silenziose di una casa di riposo della provincia, a guardare il mondo scorrere oltre i vetri con il solo desiderio di chiudere gli occhi per sempre. Da quella spaventosa prospettiva rionale, i personaggi hanno assimilato i soft skill del dolore, imparando a radiografare la vita dal di fuori, per il suo valore più autentico e privo di maschere mercantili.

I dati della fragilità sociale parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi interpretativi: i testi di Rapino e Redaelli non cercano mai le scorciatoie del pietismo o del moralismo di facciata. La raccolta si erge come un severo e lucido manifesto civile, un invito aperto a non avere alcuna paura di lambire il limite estremo dell’esperienza umana, anche solo per un istante fugace, poiché quel perimetro inospitale si rivela l’unico visual anchor capace di elargire risposte flessibili per analizzare con onestà il nostro presente. La scrittura si fa così scudo contro l’asfissia protettiva del materialismo e l’intolleranza sociale, un’opera di squadra eccezionale finalizzata a tramutare la sofferenza in una risorsa etica stanziale per il benessere collettivo dei rioni, limitando al massimo il doloroso esodo della dignità verso l’oblio.

Il poker letterario di Remo Rapino e l’insegnamento di Stefano Redaelli a Varsavia

Remo Rapino gioca in casa tra i quartieri della sua Lanciano, un borgo che ha scortato per anni nei laboratori dei licei statali come amato insegnante di filosofia e storia, una trincea accademica che ne ha affinato una sensibilità melodica rara. Il suo ruolino di marcia blinda capolavori monumentali della saggistica in prosa e in versi, dal successo planetario di “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (vincitore del Premio Campiello 2020) fino a “Fubbàll”, “Di nome faceva Arturo” e l’acclamato “La scortanza”, senza dimenticare i registri poetici di “Caffetteria” e “Cominciamo dai salici”. Al suo fianco fa squadra Stefano Redaelli, professore ordinario di letteratura italiana presso la prestigiosa facoltà transnazionale Artes Liberales di Varsavia, un ricercatore d’élite dello Stato già autore di pietre miliari della narrativa del disagio come “Beati gli inquieti”, “Ombra mai più” ed “Esercizi di squilibrio”, uniti per valorizzare il merito della parola nuda.

La macchina organizzativa del Comune di Lanciano comunica che i controlli logistici sulle sale dell’Auditorium sono ultimati per assicurare un comfort funzionale perfetto alle scolaresche e alle famiglie della provincia teatina. La realizzazione del festival è stata blindata grazie al generoso supporto economico e stanziale dell’Associazione Amici di Lancianovecchia, in fitta e trasparente collaborazione operativa con le maestranze dell’Associazione Culturale L’Altritalia Lanciano e con il presidio dell’Associazione Culturale Vito Pancella, uniti per bloccare lo spopolamento culturale delle aree interne dell’Appennino. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e andate ad ascoltare Remo e Stefano: scoprirete che finché ci saranno scrittori capaci di camminare sui bordi della realtà per salvare la bellezza dell’uomo, il domani della nostra terra sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano.

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A Itri il nuovo libro di Orazio La Rocca: un omaggio a Guccini e a un fratello scomparso

La musica di Francesco Guccini (scomparso il 6 agosto scorso) e dei Nomadi si intreccia con un dramma familiare e un miracolo di rinascita personale! Mercoledì 25 settembre, a Itri (nella cavea del Municipio), l’architetto e storica firma di Repubblica Orazio La Rocca presenterà il suo nuovo libro: “Voglio ricordarti come eri, che vivi, mi ascolti, sorridi”. Il testo, con la prestigiosa prefazione di Beppe Carletti (fondatore dei Nomadi, che sarà presente alla serata), ripercorre la genesi della famosa “Canzone per un’amica” a 60 anni dalla sua uscita. Un brano che parla di una morte tragica in autostrada, la stessa tragica fine toccata al fratello dell’autore, lo scultore Vito La Rocca. Ma questo libro è anche un incredibile inno alla vita: l’autore lo ha ideato lo scorso febbraio mentre un rarissimo virus gli paralizzava braccia e gambe, e lo ha scritto nei mesi di ospedale: “Mi ha dato la forza di imparare a camminare di nuovo, come un bambino”, confessa commosso. Leggi tutti i dettagli del libro e della presentazione nel nostro speciale 👇

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Locandina evento Itri

Itri (Latina) – La grande letteratura, quando sgorga dal dolore più intimo e dalla necessità di aggrapparsi alla speranza, possiede lo straordinario e ineguagliabile potere di trasformare una profonda sofferenza in un universale inno alla vita. Ed è proprio questa la potente magia narrativa che attraversa, pagina dopo pagina, il nuovo e attesissimo volume scritto dal noto architetto e giornalista itrano Orazio La Rocca, storica e prestigiosa firma del vaticanismo per il quotidiano La Repubblica (fondato da Eugenio Scalfari) e assiduo collaboratore per testate di primissimo piano come Il Venerdì, L’Espresso, Avvenire e Famiglia Cristiana.
La sua ultima fatica letteraria, appena uscita fresca di stampa dalla tipografia e pubblicata per i tipi della casa editrice Il Cuscino di Stelle, si prepara a fare il suo debutto ufficiale in pubblico nella splendida cornice cittadina di Itri. La data da segnare in rosso sul calendario è quella di mercoledì 25 settembre, a partire dalle ore 20:30, quando la suggestiva cavea del Municipio (situata in piazza Umberto I) ospiterà la prima e attesissima presentazione nazionale del testo. L’evento, curato nei minimi dettagli dall’attivissima associazione culturale Krisis, non sarà una semplice passerella letteraria, ma un viaggio intimo ed emozionante attraverso la storia della musica d’autore italiana, il dramma della perdita e il miracolo della rinascita personale, intrecciando i destini dei grandi protagonisti della cultura con la commovente cronaca familiare dell’autore.

Il ricordo di Guccini e il successo di “Canzone per un’amica”

Giunto all’incredibile traguardo del venticinquesimo libro pubblicato in carriera, Orazio La Rocca ha deciso questa volta di dedicare la sua penna a una delle pagine più belle e malinconiche della discografia italiana. Il testo, intitolato significativamente “Voglio ricordarti come eri, che vivi, mi ascolti, sorridi”, ripercorre con minuzia di particolari e grande trasporto emotivo la genesi di “Canzone per un’amica”.
Si tratta, per chi non lo sapesse, di uno dei primissimi e più clamorosi successi del leggendario cantautore Francesco Guccini, la cui recente scomparsa (avvenuta lo scorso 6 agosto dopo una lunga e inesorabile malattia) ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama culturale e musicale del nostro Paese. La canzone, incisa per la prima volta nel gelido dicembre del 1966 dallo stesso Guccini e poi magistralmente reinterpretata nel 1967 dallo storico gruppo dei Nomadi (guidata da Beppe Carletti e dalla voce inconfondibile di Augusto Daolio), festeggia quest’anno il suo sessantesimo anniversario. Concepita musicalmente come una ballata pop orecchiabile ma liricamente profondissima, la canzone rievoca lo strazio indicibile di Guccini per la fine tragica di una sua cara amica, deceduta in un terribile incidente stradale lungo l’autostrada. Un lutto atroce che la maestria poetica del cantautore modenese riuscì a sublimare in pura arte, trasformando la morte in una celebrazione del sorriso indelebile lasciato dalla vittima nei cuori di chi l’aveva amata.

Il lutto condiviso: il legame con la morte di Vito La Rocca

Il nuovo libro dell’architetto e giornalista itrano non si limita tuttavia a un pregevole e nostalgico esercizio di critica musicale, ma scava profondamente nel tessuto emotivo della sua stessa famiglia. L’autore utilizza i meravigliosi e struggenti versi gucciniani, che danno appunto il titolo all’intera opera, per rievocare e onorare la figura dell’amatissimo fratello, lo scultore Vito La Rocca.
Formatosi alla prestigiosa scuola di Emilio Greco, unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi maestri scultori del Novecento italiano, Vito La Rocca perse tragicamente la vita circa cinquant’anni dopo la protagonista della celebre canzone di Guccini. Il destino, crudele e beffardo, volle che anche la sua esistenza venisse spezzata in autostrada, in circostanze e con un carico di drammaticità emotiva spaventosamente affini a quelle cantate dal Maestro. «Pur a mezzo secolo di distanza temporale», spiega con grande emozione Orazio La Rocca, «tra il destino fatale di mio fratello e quello della malcapitata protagonista della ballata gucciniana ci sono innumerevoli e profonde affinità elettive. Sono coincidenze di una sorprendente attualità che colpiscono dritto al cuore, e che ho cercato con tutte le mie forze di portare alla luce a sessant’anni di distanza dalla pubblicazione del brano». L’elaborazione del lutto passa dunque attraverso la musica, creando un ponte invisibile ma indistruttibile tra due tragedie familiari apparentemente lontanissime tra loro.

La catarsi: “Questo libro mi ha aiutato a tornare a camminare”

L’aspetto forse più sconvolgente e miracoloso di questa pubblicazione riguarda però le incredibili circostanze in cui ha preso materialmente forma. L’autore confida di provare verso questo volume un sentimento quasi viscerale, simile a quello di un padre verso un figlio inaspettato arrivato in tarda età.
«Questo libro l’ho ideato mentalmente il 6 febbraio scorso, esattamente il giorno in cui sono caduto a terra, letteralmente fulminato da un rarissimo e aggressivo virus che mi ha tolto all’improvviso l’uso delle gambe e delle braccia», racconta La Rocca ripercorrendo il suo calvario clinico. «Ho portato quel progetto con me sulla lettiga del pronto soccorso dell’ospedale Dono Svizzero di Formia. Successivamente l’ho scritto, vivendolo come una sorta di personalissima e indispensabile catarsi, durante i mesi di degenza trascorsi all’ospedale dei Cavalieri di Malta a Roma. Infine, ne ho corretto meticolosamente le bozze e l’ho mandato in stampa nel corso del successivo ricovero riabilitativo al Don Gnocchi». La stesura del manoscritto si è trasformata in una vera e propria e miracolosa terapia salvavita: «È un libro piccolo nel formato, molto veloce da leggere, ma dalla potenza disarmante. Scriverlo mi ha dato la forza mentale e il coraggio per affrontare i durissimi mesi di intense sedute fisioterapiche, durante i quali ho dovuto imparare a camminare di nuovo, passo dopo passo, come fa un bambino, riacquistando lentamente fiducia nella vita».

Gli ospiti d’onore della presentazione e la musica d’autore

Un’opera nata dal dolore e dalla rinascita non poteva che meritare un parterre di ospiti e relatori di primissimo livello per la sua prima e attesissima presentazione cittadina a Itri. Al tavolo dei relatori siederà infatti una vera e propria leggenda della musica italiana, ovvero Beppe Carletti, storico leader e instancabile fondatore del gruppo dei Nomadi, il quale ha voluto onorare il lavoro di Orazio La Rocca firmando personalmente la preziosa prefazione del volume.
Al fianco di Carletti interverranno il noto regista e raffinato critico musicale Gualtiero Peirce, e Carlo Picozza, giornalista e firma storica de La Repubblica, da sempre specializzato nel complesso mondo dell’informazione socio-sanitaria. L’evento culturale sarà sapientemente e ritmicamente moderato dal professor Salvatore Mazziotti (in veste di presidente dell’associazione Krisis), mentre i doverosi saluti istituzionali iniziali saranno affidati al sindaco di Itri, Andrea Di Biase, e al presidente dell’associazione Respiriamo Cultura, Stefano Manzo. Ma poiché la musica d’autore rimane il fil rouge dell’intera serata e del libro stesso, l’apertura e la chiusura della presentazione saranno incorniciate e allietate da una serie di emozionanti interventi musicali dal vivo, curati dalla bravissima cantante Filomena Stamegna e dal suo talentuoso gruppo, i quali proporranno al pubblico cittadino i brani più popolari, iconici e indimenticabili del grande e compianto Francesco Guccini e degli intramontabili Nomadi.

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Le fratture dell’anima e della storia che scuotono Roma, la saggistica visiva di Fabiola Ferrero sbarca a Trastevere: al Museo la mostra shock per le vittime del Venezuela

Le fratture spietate della storia e della memoria collettiva si trasformano in un immenso e fiero manifesto di fotogiornalismo nel cuore di Roma! Inaugura mercoledì 30 settembre 2026 alle ore 18:00, presso il Museo di Roma in Trastevere, “LAS GRIETAS. Sulle tracce di una fantasia”, la straordinaria mostra personale della fotografa venezuelana Fabiola Ferrero, vincitrice del XVI Premio IILA-Fotografia. Un viaggio specchio iper-emotivo e gratuito, allestito in solenne memoria delle migliaia di vittime del terremoto del 24 giugno 2026 in Venezuela. In mostra i capolavori storici della reporter e il debutto assoluto dell’inedito progetto “Antimonumento”, un’opera di squadra eccezionale organizzata da Zètema per sconfiggere l’isolamento culturale. Scoprite tutti i dettagli del programma nel nostro articolo! 👇

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Vittime del terremoti in Venezuela

Roma – Un solco profondo, una cicatrice improvvisa e spietata squarcia la superficie della materia e della memoria storica dei popoli, trasformando le crepe fisiche dei monumenti in un drammatico riflesso delle lacerazioni interiori della nostra civiltà contemporanea. La fotografia d’inchiesta e il fotogiornalismo, quando sanno spogliarsi dei vecchi e polverosi cliché commerciali di plastica e dei filtri artificiali degli smartphone, si riscoprono le risorse terapeutiche ed etiche più potenti per processare i traumi collettivi, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta e pura emozione dal vivo. L’immagine analogica cessa di essere un mero orpello estetico per farsi scudo sociale e dovere civile. Mercoledì 30 settembre 2026, alle ore 18:00 in punto, lo splendido e fiero scenario del Museo di Roma in Trastevere, situato in Piazza di Sant’Egidio 1/b, aprirà solennemente le proprie porte per inaugurare l’attesissima mostra personale della fotografa e giornalista venezuelana Fabiola Ferrero, intitolata “LAS GRIETAS. Sulle tracce di una fantasia”.

La monumentale esposizione, promossa con fiera determinazione da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, si avvale della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è interamente organizzata dall’IILA (Organizzazione internazionale italo-latino americana), con la logistica e i servizi museali curati da Zètema Progetto Cultura. La kermesse, che rimarrà aperta alle visite in totale trasparenza da giovedì 1° ottobre fino alla scadenza naturale di domenica 22 novembre 2026, si carica di un altissimo e commosso significato antropologico e civile dello Stato: l’intero percorso visivo è stato interamente dedicato alla memoria delle migliaia di vittime e dei dispersi causati dal catastrofico e spaventoso terremoto che ha devastato il Venezuela il 24 giugno 2026, una ferita aperta che colpisce al cuore la comunità internazionale, taccuino alla mano e passioni calde.

Dalle crepe di Caracas ai muri parlanti: il trionfo al XVI Premio IILA Fotografia

Fabiola Ferrero ha conquistato il centro della scena artistica capitolina in veste di trionfatrice assoluta della sedicesima edizione del prestigioso Premio IILA-Fotografia, un riconoscimento transnazionale d’eccellenza che blinda il merito dei migliori talenti del Sudamerica, offrendo loro programmi stanziali di ricerca e borse di studio nelle smart land della penisola per favorire lo scambio culturale e limitare l’esodo delle intelligenze creative. L’ordito della mostra si addentra millimetricamente nel concetto delle grietas, le crepe fisiche e metafisiche, radiografando in totale trasparenza e priva di filtri protettivi le tensioni storiche, le mutazioni urbanistiche, la povertà rionale e le fragilità sociali di una terra in perenne transizione geopolitica, azzerando le distanze burocratiche tra i rioni di Caracas e i monitor della Capitale.

Il cartellone espositivo aduna i progetti fotografici pluriennali più intensi e acclamati della reporter venezuelana, opere andate già rubate nei taccuini dei massimi collezionisti del pianeta per la loro onestà intellettuale. I visitatori e i viandanti della cultura potranno esplorare le sequenze di Whispering Walls, un viaggio specchio incentrato sulla saggistica visiva dei muri che parlano delle rivoluzioni tradite, e la durezza poetica di I can’t hear the birds, un ordito perfetto di testi e immagini sul silenzio inospitale delle campagne svuotate dalla crisi macroeconomica. Completa la parata delle serie storiche l’opera Reinas, una requisitoria visiva senza maschere o ipocrisie interpretative sul culto dei concorsi di bellezza nei quartieri popolari, un focus ingegneristico che scardina la tossicità degli stereotipi di genere legati al corpo femminile.

Il debutto di Antimonumento: lo sguardo dell’artista sulla fragilità di Roma

La vera e più accattivante attrazione di questa tappa trasteverina risiede nella presentazione ufficiale, in anteprima mondiale assoluta, di Antimonumento, il nuovissimo e mozzafiato reportage sviluppato sul campo da Fabiola Ferrero durante i mesi della sua permanenza stanziale a Roma nel vivo della residenza d’artista protetta dal Premio IILA. Con un interplay visivo di straordinario spessore clinico, la Ferrero ha fatto collidere le fratture monumentali della storia venezuelana con i cedimenti e le crepe più intime del corpo urbano della Capitale, rintracciando risposte flessibili per il benessere collettivo e dimostrando con i fatti che la pietra che si spezza pulsa dello stesso dolore dei rioni esposti alla marginalità geografica e rionale, offrendo un comfort funzionale perfetto contro il torpore dei cliché turistici ordinari.

I controlli di sicurezza sulle sale del Museo di Roma in Trastevere sono conclusi e i registri delle verniciature sigillati. La direzione dell’ente ricorda che le informazioni precise sugli orari delle masterclass guidate, le schede didattiche per le scuole della provincia e le riduzioni sui ticket per le famiglie sono interamente accessibili consultando l’applicazione ufficiale e il portale web dello Stato museale. Questo fine settimana spegnete gli smartphone, lasciate a casa il grigiore del materialismo quotidiano e andate a via di Sant’Egidio: le immagini di Fabiola Ferrero vi aspettano a braccia aperte per dimostrarvi che finché ci sarà un fotografo capace di usare l’obiettivo per testimoniare la verità e sollevare un velo sulla sofferenza dei popoli, il domani della nostra terra sarà per sempre un posto libero, protetto e profondamente umano. Il viaggio nelle crepe del mondo è ricominciato, ed è un’esperienza meravigliosa che aspetta solo il vostro sguardo.

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