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Politica

Sondaggio Delphi, per il 74% degli italiani il governo Meloni arriverà a fine mandato

La stabilità politica c’è (e batterà tutti i record di durata), ma i veri problemi e l’insoddisfazione degli italiani sono drammatici! È questo il verdetto spietato che emerge dall’ultimo sondaggio dell’Osservatorio Delphi (Piave e Sigma Consulting). Se per ben il 74% degli italiani intervistati il Governo di Giorgia Meloni arriverà in carrozza alla fine del suo mandato naturale nel settembre 2027 (avendo già superato il record assoluto di longevità istituzionale del governo Berlusconi II), l’allarme rosso scatta sui portafogli dei cittadini: per un catastrofico 78% degli elettori il “costo della vita” e l’inflazione sono irrimediabilmente peggiorati. E non se la passano meglio la disastrata sanità (bocciata dal 56%), la sicurezza, l’economia e il mondo del lavoro (tutti percepiti in netto e grave peggioramento dal 55%). Nelle intenzioni di voto FdI continua a dominare staccando il Partito Democratico di quasi 5 punti percentuali. Interessante la simulazione fatta sulle primarie del centrosinistra: in ogni scenario e in ogni simulazione possibile (a due o a sei candidati), l’ex premier Giuseppe Conte batterebbe sempre nettamente Elly Schlein nei gazebo! E spunta un inaspettato “outsider” nei consensi. Leggi i numeri e le percentuali esatte nel nostro articolo completo 👇

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Governo Meloni

Roma – Il panorama politico nazionale continua a essere un crogiolo incandescente di forti contraddizioni sociali e di percezioni pubbliche diametralmente opposte, dove la granitica e sbandierata stabilità dei palazzi governativi si scontra frontalmente e quotidianamente con la pesantissima insoddisfazione e la reale sofferenza economica vissuta nelle piazze dai cittadini. Questo affascinante e complesso paradosso istituzionale emerge in maniera limpida e cristallina dalle ultimissime rilevazioni statistiche diffuse in queste ore.
La stragrande e assoluta maggioranza dei cittadini italiani (addirittura ben tre intervistati su quattro) ritiene infatti con assoluta certezza che l’attuale Governo a guida Giorgia Meloni riuscirà abilmente a superare tutte le tempeste interne e arriverà trionfalmente e senza grossi scossoni al termine naturale della legislatura in corso (la cui scadenza fisiologica è attualmente e costituzionalmente prevista per il lontano settembre 2027). Per l’esattezza, un massiccio 74% degli intervistati totali considera “molto probabile” o quantomeno “abbastanza probabile” che l’esecutivo di centrodestra riesca a restare saldamente in carica fino all’ultima campanella, mentre soltanto un misero e sognante 15% degli elettori crede fermamente e spera che il governo imploderà e cadrà rovinosamente prima del tempo. Sono questi i freddi ma inequivocabili dati macroscopici e principali rilevati dall’attesissimo Osservatorio Delphi. Si tratta di un modernissimo e autorevole monitoraggio demoscopico continuativo e analitico, promosso dalla rinomata agenzia Piave di Bologna (fortemente specializzata in comunicazione politica e in complesse strategie di public affairs data-driven) in stretta e virtuosa collaborazione statistica con l’autorevole istituto di ricerca Sigma Consulting (membro corporate ESOMAR). L’ambizioso obiettivo di questa capillare rilevazione è proprio quello di tastare accuratamente il polso al Paese e analizzare la reale e profonda evoluzione delle fluttuanti opinioni e delle percezioni degli elettori italiani sui principali e scottanti temi politici, sociali ed economici del momento.

Stabilità da record ma gli italiani bocciano caro vita, sanità e sicurezza

La sbandierata percezione di solidità di questo esecutivo affonda le sue profonde radici nella storia recente della nostra turbolenta e ballerina Repubblica, ma si scontra però duramente con i tremendi problemi della vita reale e del portafoglio degli italiani.
Proprio all’inizio del mese, per l’esattezza lo scorso 4 settembre 2026, il Governo Meloni ha ufficialmente superato in longevità istituzionale persino il leggendario e duraturo esecutivo Berlusconi II, diventando di fatto e numericamente il governo in carica ininterrottamente più longevo dell’intera, instabile storia repubblicana del nostro Paese. Un traguardo politico assolutamente prestigioso e innegabile, che la stessa orgogliosa Presidente del Consiglio ha rivendicato più volte con forza a favore di telecamere in termini di “blindata stabilità nazionale”. Eppure, al di là del mero record burocratico raggiunto a Palazzo Chigi, il sondaggio Delphi misura un’imponente ondata di pessimismo: la rosea previsione sulla lunga durata dell’esecutivo non coincide minimamente con una valutazione altrettanto e altrettanto positiva dei risultati ottenuti e di quanto è realmente accaduto nell’economia dall’insediamento del Governo Meloni a oggi. L’Osservatorio ha coraggiosamente chiesto agli 800 intervistati se la situazione materiale in Italia sia effettivamente migliorata o drasticamente peggiorata in dieci ambiti sociali ben precisi. Il dato più feroce, disastroso e netto in assoluto (che deve far suonare un pesantissimo campanello d’allarme al MEF) riguarda il drammatico “costo della vita”: per un catastrofico 78% degli italiani l’inflazione e il carrello della spesa sono rovinosamente peggiorati, il 16% non rileva grandi o percettibili cambiamenti, mentre appena uno sparutissimo e microscopico 3% della popolazione ritiene che la situazione sia miracolosamente migliorata. La bocciatura senza appello non risparmia gli altri servizi pubblici essenziali: anche sulla delicatissima e vitale sanità prevale nettamente il giustificato e rabbioso giudizio negativo, con ben il 56% degli interpellati che parla di un tangibile e pericoloso peggioramento delle corsie. Seguono a ruota le paure irrazionali e fondate su sicurezza urbana, l’ansia per la stagnante economia e il precario mondo del lavoro (entrambe le voci accomunate da un preoccupante 55% di netta insoddisfazione), e infine il pantano della giustizia, percepita come peggiorata dal 54% degli elettori. Per la difficilissima e irrisolta tematica dell’immigrazione clandestina, il dato dei giudizi fortemente negativi si attesta su un rotondo 50%, la stessa identica percentuale incassata per le incerte mosse di politica estera (50%). L’amministrazione dell’ambiente si ferma invece a un 47% di giudizi contrari. Decisamente più contenuta e clemente la percentuale statistica di chi rileva un peggioramento tangibile per quanto concerne la scuola pubblica e l’istruzione generale (ferma al 44%), e soprattutto per la promozione della cultura e dell’arte statale (al 41%). In questi ultimi due rari casi esaminati, cresce invece vertiginosamente la quota grigia di chi considera la situazione italiana come rimasta “sostanzialmente e noiosamente invariata” rispetto al passato: il 40% per la scuola e il 44% per la cultura.

Intenzioni di voto: FdI sempre in testa, PD a rincorrere. Sorpresa Futuro Nazionale

Spostando audacemente la lente d’ingrandimento prettamente sulle volatili e umorali intenzioni di voto degli italiani in caso di elezioni politiche anticipate, il sondaggio nazionale fotografa minuziosamente un panorama partitico estremamente statico e frammentato, in cui le posizioni di testa rimangono pressoché inalterate, ma emergono interessanti novità e smottamenti nelle retrovie delle compagini.
L’Osservatorio indaga a fondo sulle intenzioni, rilevando matematicamente che il partito della premier, Fratelli d’Italia (FdI), continua a guardare tutti dall’alto e si attesta saldamente come prima forza indiscussa del Paese con il 25,8% dei consensi, piazzandosi comodamente e a distanza di assoluta sicurezza davanti al Partito Democratico (Pd), la principale e arrabbiata forza di opposizione che rincorre faticosamente ferma al 20,9%. Arranca, in terza posizione assoluta e ben distaccato dai dem, il Movimento 5 Stelle (M5S), che non va oltre un modesto 12,7% su base nazionale. La vera e propria, clamorosa e dirompente novità all’interno del centrodestra e nel panorama parlamentare italiano è rappresentata però indubbiamente dall’ingresso in scena della compagine politica di Futuro Nazionale, che secondo le interviste viene rilevata dagli analisti già in partenza a un lusinghiero e pesante 8,1% delle intenzioni, surclassando e superando persino lo storico partito forzista fondato dal Cavaliere: Forza Italia segue infatti in affanno attestandosi al 7,3%. Nelle posizioni inferiori la battaglia si fa accesissima per la sopravvivenza percentuale: l’Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) si mantiene su un vitale 6,1%, riuscendo a battere per un soffio la Lega di Salvini, che sprofonda mestamente al 5,9%. Le formazioni cosiddette centriste e “terzopoliste” non se la passano affatto bene: Azione racimola un modesto 3,8%, Italia Viva scivola a un quasi irrilevante 2,5%, l’anima radicale di +Europa si ferma all’1,5% e il piccolissimo cartello di Noi Moderati chiude desolatamente le fila all’1,1%. Tutte le rimanenti e sconosciute “altre liste” locali e nazionali raccolgono fisiologicamente, e complessivamente, un modesto 4,3%.

Il rebus primarie: Conte batte sempre Schlein, l’outsider è Hallissey

L’ultimo, succulento e interessantissimo blocco di quesiti della rilevazione demoscopica (realizzata rigorosamente tramite metodo telematico CAWI dal 14 al 18 settembre 2026 su un validissimo campione incrociato di 800 casi) indaga a fondo sulle dolenti note dell’opposizione.
Altro tema di fortissimo, enorme e giornalistico interesse è, infatti, quello relativo ai sempre più misteriosi e nebulosi possibili scenari per le future e agognate “primarie” di coalizione del centrosinistra allargato. Soltanto di recente, proprio sul palco della calda Festa dell’Unità di Reggio Emilia, la segretaria dem Elly Schlein aveva coraggiosamente e pubblicamente aperto uno spiraglio alla concreta possibilità di indire e organizzare delle vere e proprie primarie popolari di coalizione. La leader aveva però posto come conditio sine qua non la necessità assoluta di accelerare prima faticosamente sulla costruzione granitica di un programma politico comune e credibile da presentare agli italiani, mentre l’ex premier grillino Giuseppe Conte continua invece ostinatamente a considerare la conta popolare ai gazebo come uno dei primissimi passaggi necessari e assolutamente decisivi per poter giungere in tempi brevi alla scelta della leadership unica.
Per testare il polso degli elettori “progressisti”, l’autorevole Osservatorio Delphi ha simulato politicamente e testato matematicamente ben tre differenti e ardue ipotesi di primarie immaginarie, modificando via via astutamente il numero totale e i vari nomi dei candidati in lizza. Il responso delle urne telematiche, però, è stato sorprendentemente univoco e inappellabile in ogni singola occasione testata: in tutte e tre le asperrime simulazioni condotte, infatti, il giurista Giuseppe Conte precede sempre nettamente la dem Elly Schlein nei favori degli elettori. I numeri sono spietati: Conte trionferebbe con il 46% contro il 37% della sfidante se si andasse a votare in un’ipotetica e caotica sfida allargata composta da ben sei candidati differenti; vincerebbe ancora facilmente con il 42% contro il 32% nell’affascinante ipotesi politica che comprenderebbe anche la scesa in campo femminile di Silvia Salis; e, infine, trionferebbe di misura (ma comunque vincendo) con uno sperato 53% contro un ragguardevole 47% nel classico, diretto e brutale scontro “testa a testa” tra i due unici massimi leader in solitaria. Infine, un ultimo e non trascurabile dato statistico fornito e scovato dai sondaggisti riguarda prepotentemente le nuove leve e i giovani volti della politica: è da notare vivamente, infatti, l’assoluta, ottima e spumeggiante performance personale registrata alle urne dal giovanissimo outsider Matteo Hallissey, fresco e battagliero presidente del partito di +Europa e dei Radicali Italiani. Proprio nella difficile ipotesi di dover sostenere e affrontare delle primarie allargate e “affollatissime” composte con ben sei grossi e illustri nomi nazionali sul tabellone, l’emergente Hallissey riuscirebbe comunque a sbaragliare parte della vecchia guardia, rastrellando e guadagnando sorprendentemente un solido e utilissimo 4% di consensi personali.

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Politica

Calcio ed Euro 2032, Rampelli avverte: “Basta stranieri per fare cassa, tuteliamo i vivai”

Basta usare i giocatori stranieri solo per creare spregiudicate plusvalenze finanziarie e fare cassa a discapito del futuro della Nazionale! È questo il durissimo e pesantissimo monito lanciato dal vicepresidente della Camera dei Deputati, Fabio Rampelli (FdI), in occasione della presentazione in Parlamento del primo report finanziario sui conti dei grandi club professionistici di Serie A. Rampelli ha strigliato il mondo del pallone e la FIGC: “I diritti tv generano un miliardo all’anno e attirano i fondi esteri, ma i nostri club preferiscono ignorare totalmente i talentuosi giovani italiani delle giovanili perché i calciatori stranieri fanno girare più parcelle ai procuratori!”. Elogiati invece i sacrifici e le storiche medaglie olimpiche conquistate dal nuoto, dall’atletica e dalla ginnastica artistica, che però “restano inspiegabilmente a corto di finanziamenti e fondi governativi rispetto al calcio”. La grande scommessa infrastrutturale per rifare i nostri vecchi e disastrosi stadi? Si chiama Euro 2032, e farà piovere sull’Italia quasi 6 miliardi di euro di investimenti! Scopri tutti i dati economici del report nel nostro approfondimento completo 👇

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Rampelli

Roma – Lo sport in Italia rappresenta da sempre una mastodontica e complessa industria culturale, un gigantesco e intricatissimo motore economico, ma soprattutto una vera e propria e incrollabile religione popolare in grado di unire o spaccare ferocemente il Paese. Eppure, dietro la dorata e luccicante facciata dei miliardari e patinati campionati maggiori, si nascondono purtroppo grandissime ipocrisie gestionali, evidenti sprechi finanziari e una gravissima e cronica carenza di visione strategica e infrastrutturale a lungo termine.
A lanciare un durissimo e pesantissimo monito all’intero vertice del sistema sportivo tricolore è sceso in campo direttamente Fabio Rampelli, autorevole esponente di Fratelli d’Italia e attuale vicepresidente della Camera dei Deputati. L’occasione pubblica per questa spietata radiografia del mondo sportivo e del pallone è stata a dir poco solenne: Rampelli ha infatti ufficialmente presieduto e aperto i prestigiosi lavori istituzionali all’interno dell’elegante Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, in occasione dell’attesissima presentazione formale della primissima “Relazione annuale della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche”. Un organo di controllo vitale, appena costituito, incaricato di spulciare meticolosamente i spesso misteriosi e indecifrabili conti economici, i bilanci in rosso e i movimenti finanziari dei club, per evitare in futuro clamorosi fallimenti a catena. Nel suo lungo e articolato discorso introduttivo, il vicepresidente della Camera ha toccato tutti i nervi più scoperti e sanguinanti del panorama agonistico nazionale, partendo dal profondo e ingiusto divario di trattamento, sia mediatico che prettamente finanziario, che separa tuttora il calcio milionario dai cosiddetti e vituperati sport “minori”.

Gli sport minori trainano l’Italia alle Olimpiadi ma restano senza fondi

Il punto di partenza dell’impietosa analisi politica del deputato di FdI è un paradosso tipicamente e squisitamente italiano, che fa riflettere profondamente sull’allocazione dei finanziamenti statali del CONI e del Ministero dello Sport.
«Se è vero e innegabile che il nostro adorato Calcio maschile resta ancora saldamente lo sport più seguito, popolare e amato di tutti, quello per il quale sessanta milioni di italiani si sentono autorizzati a diventare agguerriti commissari tecnici o allenatori della domenica da divano», ha esordito Rampelli con amara ironia per rompere il ghiaccio istituzionale, «è altrettanto vero e oggettivo che stiamo assistendo in questi anni alla vertiginosa ed esponenziale crescita organica di innumerevoli e nuove discipline sportive parallele. Questi sport stanno attirando, in maniera del tutto sorprendente, un numero di iscritti dilettanti e giovanissimi sempre e costantemente maggiore rispetto al passato. Purtroppo, però, si tratta di un boom anagrafico e di una crescita sportiva genuina che, a conti fatti, non viene ancora minimamente, economicamente né adeguatamente sostenuta dalle istituzioni statali». Il riferimento politico alle gloriose e recenti imprese azzurre nel mondo è a dir poco plateale e voluto: «Questi bistrattati sport di fatica ci regalano costantemente e silenziosamente delle soddisfazioni agonistiche umane e nazionali a dir poco enormi, come peraltro ampiamente dimostrato senza alcun dubbio dalle straordinarie e storiche medaglie conquistate dal nostro Paese durante le ultime e trionfali competizioni olimpiche in giro per il mondo. E a conferma di questo trend positivo c’è proprio il vertiginoso incremento percentuale delle iscrizioni dei nostri ragazzi e bambini nei settori del nuoto agonistico, del dilagante fenomeno del padel e del tennis, per non parlare della leggendaria e faticosissima atletica leggera o dell’elegante ginnastica artistica, dove dominiamo le classifiche». Insomma, una chiara e netta richiesta al governo e alle federazioni di ridistribuire finalmente a pioggia e in modo più equo e meritocratico i vitali fondi pubblici, per non lasciare morire di stenti queste meravigliose e durissime fucine di talenti e campioni italiani.

Il business dei giocatori stranieri e la grave crisi cronica dei vivai nostrani

Ma le parole oggettivamente più dure, taglienti e polemiche dell’intero e applaudito intervento istituzionale di Rampelli sono state inesorabilmente e giustamente riservate allo strapotere economico e calcistico, mettendo pesantemente e pubblicamente il dito in una delle piaghe più dolorose che sta distruggendo le fondamenta e il futuro della nostra amata Nazionale azzurra di calcio.
«Nel moderno calcio di oggi», ha attaccato a testa bassa e senza peli sulla lingua il vicepresidente della Camera dei Deputati, «ci sono purtroppo delle gravissime e inaccettabili disfunzioni di sistema, strettamente legate alle ciniche modalità di reclutamento dei calciatori professionisti e al modo in cui vengono costruite le rose delle nostre squadre militanti in Serie A. Vediamo quotidianamente la stragrande maggioranza dei giovanissimi atleti arrivare in massa esclusivamente e unicamente dall’estero, e questo accade semplicemente per un motivo squallido e speculativo: i trasferimenti internazionali, grazie a intricate triangolazioni e alle favolose parcelle dei procuratori sportivi, producono paradossalmente un ben maggior guadagno netto, facile e immediato, per gli oscuri addetti ai lavori e per i mercanti del settore. Da questo preciso e preoccupante punto di vista, è assolutamente necessaria e non più rinviabile una spietata riforma, un drastico e feroce cambiamento a 360 gradi dell’intero sistema normativo sportivo», ha tuonato l’esponente di Fratelli d’Italia, lanciando un chiaro avvertimento alla FIGC e alla Lega Calcio. «Dobbiamo assolutamente ricostruire un ecosistema chiuso e sano attraverso cui poter tornare, finalmente, a riconoscere e premiare il sacrificio, il merito e la fatica di tutti quei tantissimi, piccoli vivai di provincia, degli allenatori delle giovanili e di quelle migliaia di promettenti e sognanti giovani giocatori italiani che vengono vergognosamente scartati a priori dai club solo perché non generano plusvalenze finanziarie immediate. Le società calcistiche devono tornare a investire seriamente i loro capitali nella crescita e nell’esplosione dei talenti nostrani».

I diritti tv miliardari, i fondi arabi e il grande volano infrastrutturale di Euro 2032

L’affondo politico, però, non deve in alcun modo essere scambiato o travisato per un cieco disfattismo o per una rassegnazione finanziaria sul fronte dei bilanci dei grandi club. La Commissione di verifica, infatti, ha dipinto davanti ai deputati e alla stampa un quadro macroeconomico del calcio italiano che, a livello puramente contabile e di attrazione dei grossi capitali, risulta essere sorprendentemente roseo e in netta espansione globale.
«Sarebbe sciocco e intellettualmente disonesto negare che il valore lordo totale della produzione del calcio professionistico italiano sia oggettivamente e fortunatamente cresciuto in maniera molto, molto significativa negli ultimissimi bilanci», ha onestamente e lucidamente ammesso Rampelli, citando minuziosamente i grafici. «I clamorosi e faraonici ricavi economici derivanti dalle faticose vendite dei diritti televisivi della sola Serie A superano tuttora allegramente il tetto astronomico e spaventoso del miliardo di euro all’anno. A questo mare di soldi si aggiunge costantemente il fortissimo e crescente interesse dei colossali investitori internazionali (come i grandi e opachi fondi speculativi arabi e le spietate banche d’affari americane), un dato inequivocabile che conferma l’assoluta, persistente e invidiabile attrattività del nostro folcloristico sistema sportivo agli occhi dei grandi capitali di rischio. Tuttavia, accanto a questi fortissimi segnali positivi di finanza creativa, la Commissione ministeriale di controllo individua saggiamente anche delle vastissime aree d’ombra molto delicate e precarie sulle quali è assolutamente opportuno, urgente e obbligatorio lavorare politicamente fin da subito, per evitare crolli strutturali rovinosi come quelli visti in passato per i troppi debiti». Ma la vera, grandissima scommessa politica, edilizia ed economica del prossimo decennio italiano si giocherà inevitabilmente e drammaticamente sulla qualità e sulla modernizzazione del fatiscente cemento e delle nostre disastrose e antiquate architetture sportive. «Guardando al prossimo futuro con sano e realistico ottimismo», ha concluso fiduciosamente il suo lungo intervento Rampelli, lanciando la sfida dell’Europeo, «l’incredibile e colossale occasione fornita dall’imminente disputa dell’Europeo di Calcio Euro 2032 si profila all’orizzonte come il vero momento della svolta epocale per il Paese. Con le importanti e pesantissime candidature dei progetti già formalmente pervenute sulla nostra scrivania da parte di ben 13 città capoluogo, per rimettere radicalmente e completamente a nuovo o costruire da zero ben 16 impianti e stadi, si prevedono sul territorio nazionale dei mostruosi investimenti economici previsti e stimati prudenzialmente in circa 5,8 miliardi di euro totali (finanziati per la stragrande e fortunata maggioranza da generosi capitali privati esteri). Questa immensa montagna di liquidità potrà e dovrà necessariamente rappresentare e incarnare un vero e proprio e irripetibile, straordinario volano industriale di rilancio e di modernizzazione infrastrutturale, per rimettere in piedi finalmente l’intero e logoro sistema sportivo della nostra bellissima Nazione».

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Politica

Legge di Bilancio, Meloni e Giorgetti calpestano la Cultura

È necessario e urgente che legge di bilancio 2027 corregga la manovra dello scorso anno con cui il governo, con il tetto alle donazioni, ha inferto un duro colpo alla conservazione e alla fruizione dei beni culturali nel nostro paese. La Legge di bilancio dello scorso anno ha infatti determinato, con l’introduzione dei limiti reddituali, l’abrogazione di fatto delle detrazioni fiscali per le donazioni di opere d’arte agli enti pubblici e dei lavori conservativi negli immobili vincolati, generando distorsioni del sistema agevolativo in contraddizione con l’interesse collettivo. Per evitare esiti paradossali, che minano ciò che caratterizza il nostro Paese, sono necessari correttivi mirati a restituire coerenza allo sviluppo culturale, specie al sud, e alla conservazione funzione pubblica di tutela e sostenibilità.

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legge di bilancio

Urgente inserire le detrazioni fiscali per le donazioni all’Arte e le ristrutturazioni dei Palazzi vincolati e delle opere d’arte storiche

Redazione-  È necessario e urgente che legge di bilancio 2027 corregga la manovra dello scorso anno con cui il governo, con il tetto alle donazioni, ha inferto un duro colpo alla conservazione e alla fruizione dei beni culturali nel nostro paese. La Legge di bilancio dello scorso anno ha infatti determinato, con l’introduzione dei limiti reddituali, l’abrogazione di fatto delle detrazioni fiscali per le donazioni di opere d’arte agli enti pubblici e dei lavori conservativi negli immobili vincolati, generando distorsioni del sistema agevolativo in contraddizione con l’interesse collettivo. Per evitare esiti paradossali, che minano ciò che caratterizza il nostro Paese, sono necessari correttivi mirati a restituire coerenza allo sviluppo culturale, specie al sud, e alla conservazione funzione pubblica di tutela e sostenibilità.

Comuni e regioni sono diramazioni territoriali dello Stato (Art. 114 Costituzione) e non possono essere omologati agli enti privati del Terzo settore, come fa la Finanziaria 2025. Lo stop alle detrazioni, e conseguente disincentivo alle donazioni, sta generando la vanificazione al Sud, a partire dalla Calabria, di importanti finanziamenti pubblici ottenuti per musealizzare edifici storici pubblici abbandonati, che ritornano ad essere vuoti e chiusi per il ritiro delle collezioni donate delegittimate. Ne conseguono ciclopici danni erariali in contraddizione con la L. n. 160/2019, “riduzione dei fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale”.

In altri paesi le detrazioni fiscali del 50% Usa e 30% UK hanno arricchito quelle realtà di capolavori che nel tempo hanno generato importanti flussi economici. La finanziaria Meloni ammette, paradossalmente, la donazione, quindi lo sgravio, di mille euro ma non riconosce la donazione di un Caravaggio o di un Fontana o di altri capolavori, non sono compatibili con i redditi bassi previsti dal 16 ter TUIR: chi ha redditi bassi, ai quali il riconoscimento è mantenuto, è improbabile che faccia donazioni.

Le aree meridionali sono le più penalizzate, gran parte della popolazione è tagliata fuori dal consumo culturale e solo l’iniziativa privata ha dotato i territori di musei pubblico-privato che hanno fatto emergere le espressioni culturali locali e la consapevolezza storico-identitaria compensando l’assenza dell’azione di governo nell’attivare il turismo culturale nelle aree marginali. Questo provvedimento dà un grossolano colpo di spugna non tenendo conto dei percorsi pluriennali che hanno portato alle donazioni e agli oneri dei programmi territoriali con lungo lavoro di enti, soprintendenze e investimenti di denaro pubblico.

Anche i lavori di manutenzione e conservazione, nell’interesse generale “imposti” e non scelti dai proprietari di dimore storiche sono disconosciuti con effetti a catena come l’indotto economico e occupazionale in contesti rurali o periferici, spesso spopolati. Meno manutenzione significa perdita di valore culturale e anche di circuito economico: filiera di restauro, artigianato, professionisti, cantieri.

Questi danni si aggiungono alla drastica riduzione degli sgravi dei redditi derivanti dai palazzi vincolati. Il regime agevolativo era calcolato a suo tempo sui principi garantiti dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione a sezioni unite, in coerenza dell’articolo 42 della Costituzione:

– Corte Cass., SS.UU., sentenza 9 marzo 2011, n. 5518: “tener conto del fatto che i proprietari debbono affrontare, nell’interesse pubblico alla conservazione dei beni culturali, costi di manutenzione così rilevanti da rendere non sicuramente determinabile il reddito effettivo”;
– Corte Costituzionale Corte Cost., sentenza 28 novembre 2003, n. 346. aveva affermato che “beneficio fiscale relativo agli immobili di interesse storico o artistico, è in considerazione del complesso di vincoli ed obblighi gravanti per legge sulla proprietà di siffatti beni quale riflesso della tutela costituzionale loro garantita dall’art. 9, secondo comma, della Costituzione”.

Dal 2023 altre limitazioni per gli immobili vincolati non è più consentito ai privati di poter ricorrere alla retrocessione all’esproprio ex artt. 46 e 47 del d.P.R. n. 327/2001, in caso che l’opera pubblica non venga realizzata entro 10 anni (Cass. 29.3. 2023).

La Finanziaria 2025 Meloni-Giorgetti mina i principi costituzionali garanti della conservazione e dello sviluppo culturale del nostro Paese.

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Politica

Intelligenza Artificiale e Destra del futuro, Sforzini lancia il guanto ad Andrea Stroppa

La sfida dell’Intelligenza Artificiale irrompe nella politica e ridisegna le basi della Destra del futuro. Luca Sforzini (Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale) ha lanciato un forte endorsement alle lucide riflessioni tecnologiche proposte dall’esperto Andrea Stroppa. “Basta usare la politica per imbrigliare o vietare la tecnologia, dobbiamo usare l’Intelligenza Artificiale per sburocratizzare lo Stato, tagliare gli sprechi, ripensare ai flussi dell’immigrazione e garantire all’Italia la totale sovranità tecnologica”, ha tuonato Sforzini dal Castello di Castellar Ponzano. Idee innovative che non nascono oggi, ma che sono il cuore pulsante del suo nuovissimo libro in uscita in tutte le librerie, intitolato proprio “Rinascimento Nazionale. Per la rinascita dell’Italia e dell’Occidente”. Il leader del movimento lancia l’appello per una sinergia operativa e intellettuale: “Siamo pronti a sederci a un tavolo con Stroppa. Dobbiamo costruire una Destra del XXI secolo all’altezza del futuro, basta cercare risposte nel Novecento!”. Leggi le durissime riflessioni di Sforzini nel nostro articolo completo 👇

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Sforzini

Castellar Ponzano (Alessandria) – Il complesso e inarrestabile dibattito sulle vertiginose frontiere dell’Intelligenza Artificiale irrompe prepotentemente e definitivamente nell’agenda politica italiana, spazzando via le vecchie logiche del Novecento per tracciare i confini ideologici della Destra del futuro. A tracciare la rotta e a raccogliere con entusiasmo le lucide e recenti provocazioni tecnologiche sollevate dall’analista Andrea Stroppa è direttamente Luca Sforzini, vulcanico presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.
Attraverso un lungo, articolato e densissimo comunicato politico diramato in data odierna (giovedì 24 settembre 2026) dal suo quartier generale piemontese, il suggestivo e antico Castello Sforzini di Castellar Ponzano, l’esponente politico ha voluto esprimere il suo totale e incondizionato appoggio pubblico alle tesi innovatrici proposte dall’esperto. «Andrea Stroppa ha assolutamente e innegabilmente ragione», esordisce Sforzini con fermezza e senza mezzi termini. «Le giustissime e centrate riflessioni che ha recentemente proposto a livello nazionale sull’utilizzo pratico dell’intelligenza artificiale, sulla radicale sburocratizzazione della pachidermica Pubblica amministrazione, sull’urgente necessità di incrementare la produttività, sull’avvento massiccio della robotica e sull’incerto ma affascinante futuro del mondo del lavoro in Occidente, dovrebbero immediatamente diventare parte fondante e insostituibile della base programmatica di qualunque destra italiana che voglia seriamente, onestamente e coraggiosamente definirsi come una destra moderna del XXI secolo». Un endorsement politico pesantissimo, che mira a svecchiare e aggiornare radicalmente l’agenda dei partiti conservatori italiani, spingendoli ad abbandonare le anacronistiche paure del passato per cavalcare, governare e dominare l’onda inarrestabile della rivoluzione tecnologica e digitale globale.

Meno burocrazia e più produttività: la sfida dell’IA per lo Stato

Il cuore pulsante del ragionamento politico ed economico sviluppato dal presidente del Centro Studi risiede proprio nel radicale e totale capovolgimento della miope prospettiva legislativa europea e nazionale.
«Purtroppo, per troppo, troppo tempo l’intera classe politica italiana ed europea ha sistematicamente affrontato le immani rivoluzioni tecnologiche ponendosi esclusivamente sulla difensiva, chiedendosi innanzitutto e unicamente come regolamentarle, come limitarle burocraticamente e come imbrigliarle con norme vetuste», analizza lucidamente Sforzini, puntando il dito contro l’eccesso di regolamentazione dell’Unione Europea. «Stroppa capovolge finalmente e giustamente alla radice il problema: oggi dobbiamo obbligatoriamente chiederci come utilizzare queste macchine portentose per poter liberare energie inespresse, aumentare drasticamente la produttività delle nostre aziende, ridurre all’osso la burocrazia asfissiante e, infine, rendere lo Stato molto più trasparente, rapido ed efficiente nei confronti del cittadino e dei contribuenti. Poter utilizzare l’intelligenza artificiale per passare minuziosamente al setaccio i conti spaventosi della spesa pubblica, le innumerevoli e contraddittorie norme statali, le lente procedure, i mastodontici sprechi e le assurde sovrapposizioni burocratiche degli enti, significa politicamente mettere finalmente la tecnologia al totale servizio del cittadino, anziché usarla per costruirle intorno l’ennesimo e costosissimo apparato di vincoli statali e futili divieti informatici».

L’immigrazione: come la robotica stravolgerà il fabbisogno di manodopera

L’analisi di Sforzini si spinge poi con estremo coraggio su uno dei terreni storicamente più scivolosi, ideologici e dibattuti dell’intera agenda politica della Destra e del Paese: la strettissima e inesplorata correlazione che intercorre tra lo sviluppo massiccio della robotica avanzata e la futura gestione dei flussi migratori internazionali.
«Condivido appieno anche il lucidissimo ragionamento fatto da Stroppa sul controverso futuro del lavoro umano», incalza il presidente di Rinascimento Nazionale. «La vera e grande sfida epocale, infatti, non consiste affatto nel cercare pateticamente di fermare l’avanzata delle macchine pur di conservare artificialmente e nostalgicamente i metodi di produzione del passato, ma consiste nel dover mettere rapidamente tutti gli italiani nelle migliori condizioni tecniche, educative e culturali per poterle governare da padroni e creare così il prospero lavoro del futuro. E questo enorme e ineluttabile mutamento sociologico riguarda, inevitabilmente e direttamente, anche la scottante tematica dell’immigrazione estera: se è vero, come è vero, che la robotica e l’IA modificheranno presto e radicalmente il fabbisogno quantitativo di manodopera a basso costo, noi politici non possiamo assolutamente permetterci di programmare oggi i flussi migratori in entrata continuando a ignorare supinamente quali e quanti lavori esisteranno ancora fisicamente da qui a dieci o vent’anni. Il rischio di creare un collasso sociale è altissimo».

La vitale sovranità tecnologica italiana e la corsa ai Data Center

Dalla politica interna, lo sguardo geopolitico di Luca Sforzini si allarga fatalmente allo scacchiere globale, dove Stati Uniti e Cina si contendono attualmente il feroce monopolio dell’innovazione e del calcolo quantistico.
«C’è poi un’ulteriore e colossale questione politica assolutamente decisiva per le sorti della nostra Nazione: la vera e propria sovranità tecnologica», ammonisce severamente Sforzini, toccando un tasto dolentissimo per l’industria europea. «L’Italia non può e non deve assolutamente rassegnarsi a essere in eterno soltanto una florida e passiva Nazione “consumatrice” dell’intelligenza artificiale prodotta altrove, importando algoritmi americani o asiatici. Per poter competere ad armi pari servono massicci investimenti statali: serve un’immediata produzione di energia abbondante e fortemente competitiva nei prezzi, servono urgentemente nuove infrastrutture di rete capillari, colossali data center sul nostro territorio, spaventosa capacità di calcolo, investimenti faraonici nella ricerca, università d’eccellenza, immissione di capitale fresco e imprese coraggiose. Essere una Nazione forte, libera e veramente sovrana nel pieno del XXI secolo, significa essenzialmente anche poter possedere e governare autonomamente le titaniche infrastrutture tecnologiche strategiche dalle quali, molto presto, dipenderanno indissolubilmente la nostra intera economia, il nostro sistema di difesa militare, la nostra amministrazione statale e la nostra stessa libertà democratica di cittadini».

Il libro e l’appello per una collaborazione politica concreta

Questa visione audace, modernista e futuristica della Destra italiana non nasce dal nulla e non è frutto di una semplice intuizione mattutina, ma affonda le sue profonde radici ideologiche in un ponderoso lavoro di sintesi letteraria, editoriale e programmatica che sta per vedere la luce sugli scaffali italiani proprio in queste ore.
«Non partiamo affatto da zero in questo arduo percorso culturale», rivela infatti in chiusura Luca Sforzini. «Tutte queste innovative idee politiche, economiche e sociali sono già esplicitamente e ampiamente presenti e sviscerate all’interno di “Rinascimento Nazionale. Per la rinascita dell’Italia e dell’Occidente”, il mio nuovo saggio e libro politico che sarà tra pochissimo disponibile e acquistabile in tutte le librerie fisiche italiane e sulla piattaforma digitale Amazon. L’intelligenza artificiale, la colossale rivoluzione tecnologica odierna, l’ossessione per la produttività, il delicatissimo tema dell’approvvigionamento dell’energia e l’assoluta e vitale necessità storica di riuscire a costruire finalmente una destra capace di affrontare a testa alta le titaniche sfide del XXI secolo (anziché continuare pigramente e inutilmente a cercare risposte ideologiche ammuffite nel Novecento), costituiscono una parte precisissima e fondante della solida proposta programmatica sviluppata nero su bianco all’interno del volume. Proprio per questo preciso e logico motivo, considero personalmente e politicamente particolarmente interessanti gli ulteriori e validi approfondimenti avanzati in queste ore dall’esperto Stroppa. Esiste già in partenza, dunque, una vastissima e solida base programmatica totalmente comune sulla quale potersi serenamente confrontare e lavorare in totale sinergia intellettuale. Se Andrea Stroppa vuole seriamente mettere queste idee visionarie sul tavolo della politica, Rinascimento Nazionale è prontissimo, insieme ad altri soggetti, a farlo pubblicamente con lui. Sono certo che, da questa felice convergenza d’intenti, possa nascere un terreno solidissimo e concreto di collaborazione civica e professionale per riuscire a costruire, finalmente, una proposta politica e di governo che sia realmente all’altezza del nostro futuro, anziché continuare follemente a inseguire i fantasmi del nostro passato».

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