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Esteri

Da Pechino all’Iran: la diplomazia personale di Trump non porta i risultati sperati

“La cena di questa sera alla Casa Bianca in onore del presidente Xi sarà spettacolare”. Queste sono state le parole di Donald Trump durante la visita del leader cinese a Washington. Nonostante gli eventi in pompa magna organizzati dal presidente statunitense per esaltare l’importanza della visita, tutti gli analisti, inclusi i leader del Partito Repubblicano, hanno espresso il proprio disappunto per la mancanza di risultati concreti. Si è trattato infatti di un Trump ricco di superlativi, che contrastano però con dichiarazioni poco amichevoli verso la Cina fatte dal presidente in passato.

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Donald Trump

Redazione-  “La cena di questa sera alla Casa Bianca in onore del presidente Xi sarà spettacolare”. Queste sono state le parole di Donald Trump durante la visita del leader cinese a Washington. Nonostante gli eventi in pompa magna organizzati dal presidente statunitense per esaltare l’importanza della visita, tutti gli analisti, inclusi i leader del Partito Repubblicano, hanno espresso il proprio disappunto per la mancanza di risultati concreti. Si è trattato infatti di un Trump ricco di superlativi, che contrastano però con dichiarazioni poco amichevoli verso la Cina fatte dal presidente in passato. Si ricordano ovviamente le accuse a Joe Biden di essere debole con la Cina e quelle durante la pandemia, quando il presidente Usa parlava a lungo del virus “cinese” e di “Kung Flu” per suggerire che il virus fosse stato deliberatamente scatenato dai cinesi per colpire l’Occidente. Poi, nel suo secondo mandato, Trump ha scatenato la guerra dei dazi e per pochi mesi le minacce reciproche con la Cina e le ritorsioni dalle due parti hanno superato la soglia del 100%. Quando poi Trump è stato informato dai leader delle big tech che la Cina possiede un quasi monopolio di terre rare e materie prime indispensabili, ha fatto marcia indietro. Una volta che si è reso conto che la Cina aveva “carte” da giocare, Trump ha indietreggiato e con l’accordo di Busan del 2025 le acque si sono calmate. A questo ha fatto seguito la visita di Trump in Cina nel mese di maggio di quest’anno, dove Trump è stato accolto con grandi onori, che il presidente Usa ha ricambiato in maniera spropositata recentemente. Trump ha persino ricevuto Xi direttamente sul tarmac della Joint Base Andrews, evento rarissimo per un presidente americano, riservato a pochissimi individui.

La scarsa sostanza dell’incontro è stata rilevata dai leader politici americani di entrambi i partiti. Il senatore John Cornyn del Texas ha detto che la Cina, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord hanno formato un “asse” che si oppone agli Stati Uniti. Il senatore democratico Richard Blumenthal del Connecticut ha a sua volta evidenziato che la Cina assiste l’Iran, contribuendo ad uccidere soldati americani. Blumenthal ha aggiunto che gli americani dovrebbero essere scioccati dal trattamento riservato a Xi e che Trump dovrebbe dirgli di “smetterla” di aiutare l’Iran. Blumenthal si riferiva a spedizioni di equipaggiamento come localizzatori GPS, motori elettrici e componenti per motori aeronautici a duplice uso, civile e militare, che la Cina ha fatto all’Iran. Questi sarebbero stati usati dall’Iran in un attacco alla Giordania nel mese di luglio nel quale 3 soldati americani hanno perso la vita.

Trump si dichiara spesso il grande difensore dell’America, ma quando si trova davanti leader di Paesi tutt’altro che deboli dimostra la propria debolezza. La sua strategia sembra concentrarsi sull’adulazione, che invece di riceverla, la riversa su leader di regimi autoritari come Xi, ma anche Vladimir Putin e Kim Jong-Un. Questa sua strategia di diplomazia basata sui rapporti personali non gli porta frutti, come si è visto con la guerra in Ucraina, che lui aveva detto di poter far finire in un batter d’occhio. Il trattamento coi guanti bianchi riservato a Xi, Trump lo aveva già dimostrato a Putin quando i due si incontrarono in Alaska nel mese di luglio dell’anno scorso. Il presidente Usa non ottenne nessun risultato per una pace nel conflitto russo-ucraino. Le vittorie, se ci sono, si intravedono per gli interlocutori autoritari di Trump. Infatti la Cina, con i superlativi evocati da Trump, si conferma la potenza pari agli Usa. Inoltre, sotto qualche aspetto, Xi si è dimostrato lungimirante sulla questione del pericolo dell’intelligenza artificiale. Il leader cinese ha giustamente detto che bisognerà assicurarsi che l’intelligenza artificiale debba “sempre rimanere sotto il controllo degli esseri umani”. Ciò ha dimostrato un atteggiamento molto preferibile a quello di Trump, che non riconosce le preoccupazioni espresse sull’intelligenza artificiale, classificandole come una bufala simile a quella del cambiamento climatico.

L’incontro con Xi ha prodotto poco per Trump e l’America, eccetto per il fatto che i due leader hanno già programmato un altro vertice nel mese di novembre. Nel frattempo però la Cina continua ad ottenere qualche piccolo vantaggio, specialmente sulla questione di Taiwan. Gli Usa avevano approvato una vendita di armi da 14 miliardi di dollari ai taiwanesi, che Trump fino ad ora ha deciso di congelare vedendola come “un’ottima merce di scambio”. Quando la userà? Staremo a vedere. Nel frattempo però Trump continua ad insistere che la visita di Xi conferma ciò che lui vede come “enormi progressi, molto positivi per i due Paesi”. Si tratta di progressi che solo lui vede. Gli americani infatti non se ne accorgono, preoccupati del caro vita, il che spiegherebbe il fatto che secondo alcuni sondaggi solo il 29% approva il suo operato.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

Afghanistan, la denuncia social della travel influencer: «Rifiutata negli hotel e senza diritti perché donna». Scoppia il caso sul «turismo talebano»

Afghanistan, lo sfogo virale della travel influencer neozelandese: «Negati hotel e permessi solo perché donna». La denuncia contro la censura e l’apartheid di genere 👇

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la denuncia social della travel influencer

Kabul – Il contrasto lacerante tra la maestosità mozzafiato dei paesaggi montani dell’Hindu Kush e l’abisso dei diritti umani calpestati quotidianamente. Il video-testimonianza diffuso sui canali social da una viaggiatrice e content creator neozelandese – nota su Instagram con il profilo @molsgonewild – ha riacceso i riflettori della comunità internazionale sulla condizione drammatica e intollerabile delle donne in Afghanistan, sotto il regime teocratico dei Talebani.

Attraverso una serie di filmati e testimonianze dirette raccolte durante il suo itinerario nel Paese, l’influencer ha denunciato gli ostacoli umilianti incontrati lungo il cammino per il solo fatto di appartenere al genere femminile: dal divieto assoluto di accedere autonomamente a strutture alberghiere fino all’impossibilità di pagare personalmente i permessi di viaggio rilasciati dai posti di blocco, negandole ogni forma di riconoscimento giuridico ed economico senza la mediazione di una figura maschile.

Oltre la cartolina esotica: la condanna dell’apartheid di genere

Il messaggio affidato dalla viaggiatrice alla rete è risuonato come un perentorio monito etico: «La bellezza sconfinata dell’Afghanistan e la straordinaria ospitalità della sua popolazione civile non devono in alcun modo diventare una cortina fumogena per dimenticare l’inferno e la cancellazione sistematica che le donne afghane subiscono ogni singolo giorno».

Una presa di posizione netta che si inserisce nel caldissimo dibattito sul cosiddetto “Taliban tourism”, ovvero il fenomeno controverso di blogger e creator occidentali che scelgono l’Afghanistan come meta di viaggi d’avventura, finendo spesso – consapevolmente o meno – per normalizzare l’immagine del regime fondamentalista e occultare l’apartheid di genere denunciato a più riprese dalle Nazioni Unite.

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LETTERATURA & DIRITTI DELLE DONNE

Mille splendidi soli – Khaled Hosseini

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Dall’istruzione negata ai divieti negli spazi pubblici: l’isolamento di Kabul

Se per una cittadina straniera munita di passaporto occidentale le restrizioni si traducono in disagi burocratici e divieti alberghieri, per le donne afghane la realtà quotidiana è una prigione a cielo aperto. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, le autorità de facto di Kabul hanno smantellato sistematicamente ogni conquista civile faticosamente raggiunta nel ventennio precedente.

Alle ragazze è precluso l’accesso all’istruzione secondaria e universitaria, è vietato l’impiego nella maggior parte dei settori lavorativi e nelle organizzazioni non governative internazionali, ed è negata la frequentazione di parchi pubblici, palestre e saloni di bellezza. L’obbligo del velo integrale (burqa) e il divieto di viaggiare su lunghe distanze senza l’accompagnamento di un mahram (un tutore maschio della famiglia) hanno confinato un’intera generazione femminile tra le mura domestiche.

La responsabilità della narrazione digitale tra etica e censura

Pur trattandosi di un resoconto individuale non verificato in ogni singolo dettaglio da fonti indipendenti in loco – stante il rigido controllo esercitato dalle autorità talebane sull’informazione –, il video rilancia l’urgenza etica di non distogliere lo sguardo dall’Afghanistan.

La narrazione digitale dei social media non può ridursi a una vetrina di paesaggi pittoreschi quando, a pochi metri dall’obiettivo di uno smartphone, a milioni di madri, figlie e studentesse viene negato il diritto fondamentale alla voce, alla libertà e al futuro.

A cura della Redazione Esteri e Diritti Umani di Cavaliere News

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Il premier olandese Rob Jetten e il compagno Nicolás Keenan aspettano il loro primo figlio: la nascita è prevista nel 2027

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Rob Jetten e il compagno Nicolás Keenan

Olanda- Una nuova pagina di vita si apre per Rob Jetten, primo ministro dei Paesi Bassi e primo capo di governo apertamente gay nella storia del Paese. Jetten ha annunciato lunedì, attraverso un messaggio pubblicato su Instagram, che lui e il suo compagno, l’hockeista argentino Nicolás Keenan, sono in attesa del loro primo figlio, la cui nascita è prevista per il 2027.

«Qualcuno di davvero speciale è in arrivo. Piccolo nostro, ci vediamo nel 2027», ha scritto il premier, condividendo con il pubblico la gioia per l’imminente arrivo di un nuovo membro della famiglia.

La coppia ha intrapreso un percorso di genitorialità attraverso la fecondazione assistita, con il contributo di una donatrice di ovociti e di una madre surrogata. Jetten ha espresso profonda gratitudine nei confronti di entrambe, ringraziando anche le rispettive famiglie per il sostegno e la disponibilità dimostrati.

Secondo quanto riferito dal partito Democraten 66 (D66), la donatrice e la madre surrogata sono amiche della coppia, entrambe già madri, che hanno scelto di aiutarli senza alcuna motivazione economica. Nei Paesi Bassi, infatti, la surrogazione a pagamento è vietata. Il partito ha precisato che il percorso è stato intrapreso nel rispetto delle leggi e delle normative olandesi.

L’annuncio arriva in un periodo particolarmente intenso per la vita personale e politica di Jetten. A 39 anni, nel febbraio 2026 è diventato il più giovane primo ministro nella storia dei Paesi Bassi, dopo l’inaspettata vittoria elettorale del D66. La sua nomina ha segnato anche un momento storico per il Paese, rendendolo il primo premier apertamente omosessuale.

Jetten e Keenan avevano programmato di sposarsi durante l’estate di quest’anno, ma hanno deciso di rinviare le nozze dopo l’insediamento del premier, alla luce delle nuove responsabilità istituzionali.

Per il periodo successivo alla nascita, Jetten prevede di assentarsi dal lavoro per alcuni giorni, così da poter stare accanto al compagno e al bambino. Non ha invece intenzione di usufruire di un congedo parentale prolungato.

L’annuncio rappresenta un momento di grande significato personale per la coppia e aggiunge una nuova dimensione alla vita di un leader che, oltre agli impegni di governo, si prepara ad affrontare una delle esperienze più importanti: diventare genitore.

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Il blitz di Labrov a Teheran e la svolta diplomatica per la pace: l’analisi di Leonardo Masella sul vertice a tre Trump-Putin-Xi per fermare i conflitti e salvare l’Europa dal declino

Il blitz di Lavrov a Teheran e la svolta per la pace: l’analisi di Leonardo Masella sul vertice a tre Trump-Putin-Xi per fermare i conflitti e salvare l’Europa. 👇

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Labrov

Roma – Mentre le cancellerie occidentali e i grandi circuiti mediatici mainstream continuano a relegare ai margini del dibattito pubblico gli snodi più delicati degli equilibri internazionali, sulla scacchiera mediorientale si è consumato un passaggio diplomatico di portata cruciale. Il blitz del ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov, volato a Teheran per incontrare i vertici della Repubblica Islamica dell’Iran, segna una discontinuità strategica di prima grandezza che rischia di ridisegnare la mappa delle crisi globali. A mettere a fuoco le implicazioni profonde e i retroscena inconfessabili di questa missione è una lucida analisi firmata da Leonardo Masella, che squarcia il velo su una trattativa destinata a incidere direttamente sul futuro della sicurezza internazionale e sui destini economici del continente europeo.

Fino a oggi, la cooperazione tra Mosca e Teheran si era attestata su binari prettamente militari e difensivi. Il Cremlino aveva fornito supporto tecnologico e satellitare avanzato per consentire alle forze iraniane di intercettare i vettori d’attacco in arrivo e di mappare con millimetrica precisione i bersagli strategici sul terreno, astenendosi però dall’intervenire in prima persona nel complesso cantiere dei negoziati politici per la cessazione delle ostilità. Un compito, quest’ultimo, finora delegato prevalentemente alla mediazione del Pakistan per conto della diplomazia cinese. La discesa in campo diretta di Lavrov nella capitale iraniana certifica dunque un cambio di paradigma radicale: la Russia assume l’iniziativa politica per spegnere l’incendio e porre fine alla guerra d’aggressione all’Iran.

L’asse sotterraneo Trump-Putin e la necessità di uscire dal pantano mediorientale

Come rileva con estrema precisione Leonardo Masella nel suo intervento, l’accelerazione russa non nasce nel vuoto, ma si inserisce in un quadro negoziale di più ampio respiro alimentato dai recenti canali di dialogo e contatti tra Donald Trump e Vladimir Putin. La prospettiva di un’escalation incontrollata nel Golfo Persico e nel Vicino Oriente rappresenta una trappola sistemica per gli Stati Uniti, un pantano geopolitico capace di divorare risorse miliardarie e di compromettere qualsiasi disegno di stabilizzazione post-elettorale. In questo contesto, l’intermediazione russa a Teheran appare come la risposta concreta a un’esplicita sollecitazione per disinnescare un fronte bellico che rischia di trascinare il pianeta nel baratro nucleare.

Tale mossa diplomatica si salda organicamente alla proposta avanzata da Mosca per la convocazione di un vertice a tre di carattere epocale: un tavolo diretto tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump. L’idea di riunire le tre massime superpotenze del pianeta in una conferenza di pace globale riflette la consapevolezza che le crisi odierne non possono più essere gestite a compartimenti stagni. Il conflitto sul fianco orientale dell’Europa e l’incendio mediorientale sono vasi comunicanti di una medesima faglia geopolitica, la cui risoluzione richiede una ridefinizione coraggiosa degli accordi di sicurezza condivisa.

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Il vertice a tre Putin-Xi-Trump: la sconfitta delle oligarchie belliciste e di Netanyahu

Se questo ipotetico vertice trilaterale dovesse concretizzarsi e centrare l’obiettivo di congelare o risolvere simultaneamente le due grandi guerre in corso – il fronte ucraino e quello mediorientale – la storia registrerebbe una svolta epocale senza precedenti. Una simile intesa suggellerebbe la sonora disfatta del cosiddetto “Deep State” d’oltreoceano, da sempre vocato alla teoria della contrapposizione permanente, e ridimensionerebbe drasticamente il peso delle miopi leadership europee che hanno sacrificato l’autonomia strategica del continente sull’altare del conformismo atlantista. Al contempo, verrebbe neutralizzato il disegno oltranzista di Benjamin Netanyahu, la cui sopravvivenza politica è appesa al prolungamento all’infinito delle ostilità e all’allargamento dello scontro con l’Iran.

Non è un mistero che una parte consistente degli apparati militari e industriali occidentali consideri la pace negoziata una minaccia ai propri equilibri di potere. Ciononostante, il costo politico, umano e finanziario di una guerra a oltranza è divenuto insostenibile perfino per le economie più floride. L’affermazione di un modello diplomatico multilaterale a trazione Trump-Putin-Xi rappresenterebbe il ritorno al realismo politico, sancendo il tramonto definitivo della retorica manichea che per anni ha impedito qualsiasi via d’uscita ragionevole dai teatri di scontro.

Stop al riarmo e crollo dell’energia: la salvezza del welfare e delle economie europee

L’aspetto forse più dirompente dell’analisi di Leonardo Masella risiede nell’esame dell’impatto diretto che la pacificazione globale avrebbe sull’Europa e sui singoli Stati membri, a partire dall’Italia. La fine simultanea dei conflitti consentirebbe finalmente di bloccare la spirale incontrollata del riarmo, una vera e propria emorragia finanziaria imposta dalle istituzioni comunitarie che sta drenando decine di miliardi di euro a danno della sanità pubblica, dell’istruzione, dei trasporti e dell’intero sistema di protezione sociale. Riconvertire le risorse dalla produzione bellica alle tutele sociali è l’unica ricetta praticabile per disinnescare la crescente tensione che serpeggia tra i ceti medi e popolari europei.

In secondo luogo, la normalizzazione delle relazioni con Teheran e con Mosca aprirebbe la strada a un crollo immediato dei prezzi energetici. La dipendenza da forniture sostitutive ad alto costo e il ricatto della speculazione finanziaria sulle materie prime hanno strangolato il comparto manifatturiero europeo, innescando una deindustrializzazione drammatica e un’inflazione da costi che ha eroso il potere d’acquisto dei salariati. Il ritorno a una cooperazione commerciale pacifica e pragmatica con la Russia e con l’Iran permetterebbe di riattivare canali di approvvigionamento stabili e mercati di sbocco storici per il Made in Italy, restituendo ossigeno a un’economia asfittica.

La popolazione europea, oggi attraversata da un profondo e sacrosanto fermento contro il carovita e le derive belliciste, attende un segnale di svolta che restituisca dignità alla politica e priorità ai bisogni reali delle persone. L’iniziativa di Sergej Lavrov a Teheran, letta attraverso la lente non allineata di Leonardo Masella, dimostra che la via diplomatica esiste ed è praticabile: archiviare la stagione delle sanzioni autodistruttive e delle guerre per procura è l’unica condizione per garantire un futuro di pace, lavoro e benessere condiviso.

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