Milano – C’è una metropoli frenetica, opulenta e scintillante che ogni sera, non appena calano le ombre del crepuscolo, si scopre improvvisamente fragile, smarrita e assediata dalle proprie stesse ombre. Di fronte all’escalation degli episodi di violenza giovanile, alle vetrine mandate in frantumi a favore di smartphone e al senso di insicurezza che attraversa le periferie e i centri storici italiani, il dibattito pubblico tende a rifugiarsi nelle consuete scorciatoie: da un lato l’invocazione di misure securitarie sempre più aspre, dall’altro l’alibi sociologico dell’impotenza. A scardinare questo sterile binarismo interviene Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che sceglie la via potente e universale della favola collodiana per consegnare alla riflessione collettiva un apologo amaro, poetico e straordinariamente lucido sulle radici del disagio giovanile e sulla necessità urgente di ricostruire un tessuto comunitario vivo.
La favola amara di una metropoli distratta: l’Omino di burro e gli specchi neri
C’era una volta una città grande e ricca, con una cattedrale di marmo bianco nel mezzo, tram gialli che correvano sulle rotaie e vetrine così luminose che, la sera, sembravano giorno.
Nella città vivevano moltissimi ragazzi. Alcuni abitavano nei palazzi eleganti del centro, altri nelle case alte della periferia; qualcuno aveva sempre qualche moneta in tasca, qualcuno quasi mai. Andavano a scuola, prendevano autobus e metropolitane, litigavano con i genitori, si innamoravano, si annoiavano e tenevano tutti in mano quei piccoli specchi neri nei quali, a guardarli abbastanza a lungo, si poteva vedere quasi tutto quello che accadeva nel mondo. O almeno così credevano.
Molto tempo prima, quando nella città vivevano i loro nonni, c’erano campi nei quali si giocava fino a quando il pallone non si vedeva più, oratori rumorosi, palestre dove il custode conosceva tutti per nome, bande musicali, circoli, associazioni e certe stanze nelle quali giovani molto seri discutevano per ore di come cambiare il mondo. Con gli anni molte di quelle stanze erano rimaste, ma avevano cominciato a chiudere sempre prima; alle cinque chiudeva una cosa, alle sei un’altra, alle sette un’altra ancora. Sui cancelli erano comparsi lucchetti sempre più grossi e sulle porte fogli sempre più lunghi che spiegavano perché non si poteva entrare. I ragazzi, però, continuavano ad avere sedici anni anche dopo le sette.
Fu proprio una sera, quando ormai quasi tutte le porte erano chiuse, che tornò in città l’Omino di burro. Nessuno seppe dire da dove fosse arrivato: alcuni sostenevano di averlo visto vicino alla stazione, altri in periferia, altri ancora giuravano che non fosse mai arrivato da nessuna parte perché era già lì.
Di certo aveva ancora il suo carro. Era diventato molto più grande di quello dei tempi di Pinocchio e Lucignolo, pieno di luci, musica e colori; sopra c’erano ragazzi che ridevano, ballavano e tenevano in mano piccoli specchi luminosi con i quali si riprendevano continuamente. L’Omino di burro non aveva perso il sorriso. «Chi viene?».
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Il coprifuoco dei cancelli sbarrati e la miopia del «Consiglio dei Grandi»
La prima sera salirono in pochi. Tra loro c’era naturalmente Lucignolo, perché Lucignolo riesce sempre ad arrivare prima degli altri quando sta per succedere qualcosa. Pinocchio invece rimase sul marciapiede. «Dove andate?». Lucignolo allargò le braccia: «In giro». Era una risposta abbastanza vaga, ma a sedici anni può essere una destinazione sufficiente. Pinocchio guardò il carro, poi guardò la strada dietro di sé: la palestra era chiusa, il campo aveva il lucchetto, davanti alla biblioteca stavano spegnendo le ultime luci. Così salì.
Il carro partì, attraversò il centro, passò davanti alla cattedrale e imboccò una strada piena di negozi. La musica era forte, i ragazzi ridevano e Lucignolo mostrava a Pinocchio quante persone li stessero guardando attraverso i piccoli specchi. A un certo punto qualcuno scese dal carro; non si seppe mai chi fosse stato il primo. Si sentì un rumore secco e una vetrina andò in frantumi.
Per qualche secondo nessuno fece niente; poi un ragazzo entrò, un altro lo seguì, un terzo alzò il piccolo specchio e cominciò a filmare. Quando risalirono sul carro, tutti volevano vedere le immagini. La mattina seguente, in città, non si parlava d’altro; la sera successiva davanti al carro c’erano molti più ragazzi. L’Omino di burro sorrideva: non aveva fatto pubblicità e non aveva distribuito volantini. Non ne aveva bisogno.
Dopo qualche giorno il carro era diventato così pieno che alcuni viaggiavano aggrappati alle fiancate. Passava davanti ai supermercati, ai negozi, alle piazze e ogni volta qualcuno scendeva; talvolta rompevano qualcosa, talvolta prendevano qualcosa, qualche volta correvano soltanto. Ma c’era sempre qualcuno che filmava e, prima ancora che il carro avesse raggiunto la strada successiva, altri ragazzi sapevano già che cosa era successo.
In città cominciarono ad avere paura. I negozianti abbassavano le serrande prima del tramonto e le guardie correvano da una piazza all’altra cercando di indovinare dove sarebbe apparso il carro. Il Consiglio dei Grandi si riunì immediatamente e discusse per molte ore. Qualcuno voleva arrestare l’Omino di burro, qualcuno sequestrare il carro, qualcuno vietare gli specchi neri; un consigliere propose di costruire una prigione più grande e un altro spiegò che prima bisognava capire perché i ragazzi salissero. Litigarono fino a tardi e, quando uscirono dal palazzo, il carro era già passato.
«Apriamo le porte»: la proposta rivoluzionaria del Diritto alla Comunità
Soltanto un vecchio consigliere, che durante la riunione aveva parlato pochissimo, tornando a casa notò una cosa curiosa. Passò davanti a una scuola enorme: era completamente buia. Dietro il cancello si vedeva una palestra con due canestri nuovi. Provò ad aprire: chiuso. Poco più avanti trovò un campo sportivo: chiuso. Una sala comunale: chiusa. Un piccolo teatro: chiuso. Davanti a un oratorio trovò un uomo che stava sistemando delle sedie. «Perché non ci sono ragazzi?», domandò. L’uomo sorrise amaramente: «Qualcuno c’è. Ma molti non possono permettersi le attività. E noi non possiamo permetterci di farle gratis».
Il vecchio consigliere continuò a camminare e, quando arrivò a casa, sentì in lontananza la musica del carro. La mattina dopo tornò al Consiglio e propose una cosa talmente banale che per qualche minuto nessuno capì: «Apriamo le porte». Gli altri lo guardarono: «Quali porte?». «Quelle chiuse».
Ci vollero parecchie settimane, perché aprire una porta in quella città era stranamente più complicato che chiuderla. Alla fine, però, qualcosa accadde: una sera la palestra della scuola rimase illuminata; qualche giorno dopo aprì il campo; nel piccolo teatro comparvero dei ragazzi che provavano uno spettacolo. Erano pessimi, ma sembravano divertirsi moltissimo. La banda musicale ricominciò a suonare e il nuovo maestro aveva un difetto terribile: pretendeva che tutti arrivassero puntuali. Nella sala comunale si riunirono un gruppo di volontari, un’associazione e alcuni ragazzi che volevano organizzare concerti.
«Qualcuno decise persino che chi non aveva abbastanza soldi avrebbe ricevuto una piccola dote da spendere soltanto lì: nello sport, nella musica, nel teatro, nelle associazioni, negli oratori, nelle attività dove bisognava incontrare davvero altre persone. La chiamarono Diritto alla Comunità. Pinocchio non sapeva bene cosa significasse; Lucignolo disse che sembrava il nome di una medicina. Continuarono entrambi a salire sul carro.»
La falegnameria della vita: quando la dignità del fare sconfigge il nichilismo
Poi, una notte, le guardie li presero mentre correvano fuori da un negozio. Pinocchio non aveva rubato niente, ma aveva aiutato a rompere la porta. Il giudice lo ascoltò e decise che, invece di trascorrere qualche giorno chiuso da qualche parte, avrebbe passato molti pomeriggi insieme al falegname che doveva ripararla. Il falegname era un uomo piuttosto antipatico. Il primo giorno non gli rivolse quasi la parola; il secondo gli insegnò a tenere una pialla; il terzo gli fece rifare un pezzo perché era storto. Dopo un mese Pinocchio sapeva costruire una porta. La cosa lo stupì moltissimo.
Lucignolo, invece, continuava a preferire il carro. Una sera l’Omino di burro tornò a passare davanti alla scuola. La palestra era accesa; dentro stavano giocando una partita. «Pinocchio!». Era Lucignolo. Stava sul carro e gli faceva segno di salire. Pinocchio guardò verso la strada. Il carro era magnifico come sempre: c’erano la musica, le luci, i ragazzi, gli specchi alzati; l’Omino di burro gli sorrise come se lo conoscesse da tutta la vita.
Pinocchio fece qualche passo, poi dalla palestra qualcuno gridò: «Ehi, burattino! Tocca a te». Pinocchio si fermò, guardò Lucignolo, guardò l’Omino, guardò la porta della palestra. «Domani», disse. E tornò indietro.
L’Omino di burro non sembrò affatto preoccupato; fece schioccare la frusta e il carro ripartì, perché sapeva benissimo che il giorno dopo avrebbe trovato altri ragazzi ad aspettarlo. Il vecchio consigliere lo vide allontanarsi dalla finestra. Non pensò di avere sconfitto il Paese dei Balocchi: era abbastanza vecchio da sapere che nessuno lo aveva mai sconfitto e che probabilmente nessuno lo avrebbe mai fatto. Notò soltanto una cosa: quella sera sul carro c’era un posto vuoto. E, per il momento, gli bastò.