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Attualità

Il Mattutino del martedì dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano: la biglia, il ponte senza fiume e il volo della farfalla nel segno di libertà, responsabilità e coraggio

Il Mattutino del martedì dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano: la poesia della biglia, del ponte senza fiume e della farfalla nel segno di libertà, responsabilità e coraggio. 👇

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Il mattutino del 20 ottobre 2026

Castellar Ponzano – La luce del martedì 20 ottobre sale lenta lungo i profili delle colline del Basso Piemonte, accarezzando le antiche merlature e i torrioni in cotto del Castello Sforzini mentre il silenzio dell’alba cede il passo ai primi battiti della giornata. Quando la settimana entra nel suo pieno ritmo operativo e le occupazioni quotidiane rischiano di ingabbiare il pensiero dentro gli angusti confini dell’urgenza, la storica dimora nobiliare di Castellar Ponzano rinnova il suo appuntamento con la riflessione mattutina. Un esercizio di osservazione minima e disarmante, capace di estrarre dalle pieghe più semplici e ordinarie dell’esperienza umana parabole universali sull’esistenza, sulle inclinazioni segrete del nostro animo e sulla capacità di rigenerarsi.

«Una biglia lasciata sul pavimento ha attraversato lentamente la stanza. La casa, dunque, pende da qualche parte». Si apre con questa immagine limpida, quasi fanciullesca, la prima strofa del Mattutino di oggi. Basta un oggetto sferico, minuscolo e levigato, abbandonato all’apparente quiete di una superficie piana, per svelare una verità che gli occhi umani, abituati a presumere la perfezione delle linee rette, non sanno o non vogliono vedere. La biglia non resta ferma dove l’abbiamo posata: sceglie una direzione, acquista un moto impercettibile e costante, scivola piano fino a rivelare che persino le mura più solide e rassicuranti poggiano su una pendenza insospettata.

La biglia sul pavimento: l’imperfezione feconda che mette in moto la vita

L’illusione dell’orizzontalità assoluta è una delle chimere più radicate della nostra contemporaneità. Ci affanniamo a costruire vite perfettamente «in bolla», convinti che la felicità coincida con l’assoluta stabilità, con l’assenza di oscillazioni, con il controllo maniacale di ogni parametro esistenziale. Eppure, una superficie perfettamente livellata è per sua natura sterile e inerte: trattiene le cose nella stasi, accumula polvere, addormenta il moto. È soltanto grazie a quell’inclinazione microscopica – quel dislivello invisibile che chiamiamo inquietudine, desiderio, fragilità o incompiutezza – che gli elementi del nostro mondo interiore cominciano a muoversi.

La casa che pende da qualche parte non è un edificio difettoso destinato a crollare, ma è la metafora viva della condizione umana. Ciascuno di noi porta dentro di sé una pendenza originaria: l’inclinazione verso una passione mai sopita, la nostalgia per un bene perduto, la gravità del cuore che attira irresistibilmente verso un’altra persona o verso una vocazione non ancora compiuta. Riconoscere che la nostra casa pende non è una sconfitta dell’ingegno, ma l’atto di consapevolezza più alto: significa smettere di ostinarsi a cercare una simmetria artificiale per imparare, invece, a meravigliarsi di dove quella biglia deciderà di condurci.

Accogliere la pendenza significa anche fare pace con le proprie vulnerabilità. Negare le imperfezioni delle nostre fondamenta non serve a renderci più forti; al contrario, ci irrigidisce fino a renderci fragili davanti alle scosse impreviste del destino. Il saggio non è colui che abita un castello dalle geometrie impeccabili, ma colui che sa assecondare le piccole pendenze del pavimento, comprendendo che è proprio lì che si genera la dinamica feconda di ogni cambiamento e di ogni autentica evoluzione.

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Il ponte nella città senza fiume: la vocazione visionaria dell’incontro

Il secondo quadro poetico offerto dal Castello Sforzini spiazza per la sua paradossale forza evocativa: «Questa notte, in una città senza fiume, è stato inaugurato un ponte. La gente lo ha attraversato lo stesso». Agli occhi del calcolo utilitaristico ed economico, un ponte eretto là dove non scorre alcuna corrente d’acqua è un nonsenso, un’opera superflua, un monumento allo spreco. Ma la saggezza poetica del Mattutino ribalta la prospettiva con grazia: non è il fiume che giustifica il ponte, bensì il bisogno ancestrale dell’essere umano di compiere un passaggio, di elevarsi dal suolo e di cercare l’altra sponda.

La gente «lo ha attraversato lo stesso» perché il ponte risponde a una sete antropologica che va ben oltre la necessità logistica di scavalcare un gorgo. Abbiamo bisogno di ponti per staccare i piedi dalla polvere quotidiana, per contemplare la realtà da una quota più alta, per sperimentare la vertigine dell’arco sospeso nell’aria. Nella società contemporanea, dove muri ideologici e barriere invisibili si ergono a ogni angolo per separare chi la pensa diversamente, il gesto di attraversare un ponte senza fiume è un atto rivoluzionario: significa creare legami prima ancora che le distanze diventino insormontabili, gettare campate di dialogo anche quando apparentemente non ci sarebbe nulla da dividere.

I grandi spiriti della storia sono sempre stati costruttori di ponti apparentemente privi di scopo per i loro contemporanei. Hanno tracciato strade dove altri vedevano solo pietraie, hanno creduto nella possibilità di unire sponde umane lontane sfidando lo scetticismo di chi chiedeva a che cosa servisse. Attraversare quel ponte significa fidarsi della possibilità di un nuovo orizzonte, accettare l’idea che non tutte le cose di valore debbano per forza avere un’utilità materiale immediata per giustificare la propria esistenza e la propria bellezza.

Il volo della farfalla: la redenzione dal passato e il coraggio della metamorfosi

Il trittico lirico trova il suo culmine nella terza, fulminante terzina: «E se diventi farfalla, nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi». È una delle meditazioni più potenti sulla redenzione, sulla capacità di perdonare se stessi e sul diritto inalienabile di non lasciarsi inchiodare per sempre agli errori o alle miserie della propria giovinezza. Troppo spesso passiamo gli anni prigionieri dei giudizi altrui o, peggio ancora, del nostro stesso tribunale interiore, incapaci di scostare lo sguardo da quando arrancavamo nel fango, lenti, impacciati e costretti a strisciare per sopravvivere.

La crisalide non rinnega la fatica del bruco, ma non ne resta schiava. Quando l’ora giunge e le ali si dispiegano all’aria fresca del mattino, la memoria della terra si dissolve nella luce del cielo. Il mondo, che pure sa essere impietoso e cinico nel giudizio quotidiano, davanti alla grazia del volo tace. Non si tratta di dimenticare per ipocrisia o per vigliaccheria, ma di riconoscere la gerarchia della bellezza: ciò che sei diventato attraverso il dolore, il lavoro interiore e la costanza ha il potere sacramentale di trasfigurare ciò che eri un tempo.

Nessuno chiede conto a una farfalla della lentezza con cui avanzava tra le foglie mesi prima; tutti ne ammirano la leggerezza dell’involo e l’eleganza dei colori. È un invito commovente e severo al tempo stesso: non dobbiamo aver paura di cambiare, di lasciare indietro abiti stretti, rimpianti logori e definizioni esterne che altri hanno cucito su di noi. La vera fedeltà a se stessi non consiste nel rimanere identici alla propria crisalide, ma nell’avere il coraggio supremo della metamorfosi, accettando il rischio e l’estasi del volo.

Libertà, responsabilità e coraggio: la bussola per abitare il mondo

«Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano. Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio». La formula di congedo che da anni suggella ogni riflessione del maniero piemontese torna puntuale a ricordare quale sia la triade etica indispensabile per non smarrirsi nelle tempeste del presente. Tre parole che non sono formule di rito, ma pilastri inscindibili di una visione morale limpida ed esigente.

Non vi è autentica libertà che non si faccia carico della responsabilità verso gli altri, così come la responsabilità senza coraggio rischia di trasformarsi in una sterile gabbia burocratica. Il coraggio è l’innesco che consente alla biglia di rotolare verso l’imprevisto, è il passo deciso che fa salire sul ponte senza fiume, è lo strappo fecondo che spezza il bozzolo per liberare la farfalla. E così, mentre il martedì si apre alla pienezza delle sue ore, l’eco delle pietre antiche di Castellar Ponzano si fa compagna discreta di cammino, offrendo a ciascuno la forza di vivere il proprio tempo con fierezza e luminosa speranza.

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Politica

Scontri e baby gang, la ricetta di Sforzini (Rinascimento Nazionale): «Bene Forza Italia, ma alla fermezza della pena affianchiamo il Diritto alla Comunità»

Scontri di piazza e sicurezza giovanile, la proposta di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale): responsabilità a zero anni e «Diritto alla Comunità». 👇

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Luca Sforzini

Milano – Gli echi degli scontri di piazza, delle vetrine infrante e dei saccheggi che negli ultimi giorni hanno ferito il tessuto urbano delle principali città italiane riaprono con forza il dibattito sulla sicurezza, sull’ordine pubblico e sulla gestione della violenza giovanile. Scene di devastazione che hanno visto protagonisti gruppi organizzati composti in larga misura da minorenni, capaci di muoversi con metodica spregiudicatezza dietro il paravento della protesta ideologica per compiere atti di puro vandalismo predatorio. Di fronte all’emergenza, il mondo politico è chiamato a dare risposte che vadano oltre l’indignazione di facciata, interrogandosi sulla tenuta del nostro patto sociale e sull’efficacia degli strumenti normativi a tutela della legalità.

In questo scenario interviene con decisione Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, commentando con parole di netto apprezzamento le recenti iniziative legislative e le prese di posizione avanzate dai vertici di Forza Italia. «Bene Matteo Perego di Cremnago e Forza Italia: chi devasta e saccheggia deve sapere che le proprie azioni hanno conseguenze immediate e ineludibili – esordisce Sforzini –. Il principio cardine di ogni convivenza civile è elementare: chi rompe paga, chi saccheggia restituisce ciò che ha sottratto alla collettività. È questa la cultura della responsabilità che deve rappresentare la cifra identitaria di un centrodestra serio e capace di governare la nazione».

Oltre l’imputabilità penale: portare a zero l’età della responsabilità civile ed educativa

Il confronto parlamentare di queste ore si concentra su due proposte di legge di primo piano: da un lato l’iniziativa firmata dalla deputata azzurra Marta Fascina, volta a rimodulare l’età dell’imputabilità penale per i reati di particolare allarme sociale, e dall’altro i richiami del sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago sul coinvolgimento diretto e patrimoniale dei nuclei familiari nell’educazione dei figli. Una direzione che Sforzini accoglie con favore, rilanciando tuttavia una formula dottrinaria ancora più incisiva e articolata per evitare che la giustizia minorile si riduca a un mero dilemma tra carcerazione e impunità totale.

«Essere minorenni non può più significare essere considerati aprioristicamente irresponsabili delle proprie azioni – sottolinea con vigore il presidente di Rinascimento Nazionale –. La proposta Fascina interviene opportunamente sulla soglia dell’imputabilità, così come Perego ha fatto bene a richiamare la priorità educativa delle famiglie. Noi proponiamo di completare e perfezionare questa impostazione: non dobbiamo limitarci ad abbassare semplicemente l’età della pena detentiva, dobbiamo avere il coraggio di portare a zero l’età della responsabilità».

Una distinzione concettuale che non mira a riempire gli istituti penitenziari di adolescenti, ma a ristabilire il nesso causale tra il gesto compiuto e la sanzione riparatoria: «Naturalmente – chiarisce Sforzini – con conseguenze graduate, diverse a seconda delle fasce d’età e rigorosamente incardinate nelle forme previste dal nostro ordinamento. Non si tratta di criminalizzare l’infanzia, ma di insegnare fin dai primi anni di vita che la libertà individuale trova il suo limite invalicabile nel rispetto del bene comune. Chi arreca un danno a un bene pubblico, a una fermata dell’autobus, a un negozio o a una volante della polizia deve essere chiamato a riparare materialmente quel danno, attraverso percorsi di utilità sociale e lavoro per la comunità».

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Il «Diritto alla Comunità»: una dote vincolata per oratori, sport e associazionismo

Ma la visione di Rinascimento Nazionale rifiuta una postura puramente punitiva. Per Sforzini, un centrodestra che ambisca a guidare la nazione con maturità statista non può fermarsi al binario della repressione, pena la condanna all’inefficacia: «Un centrodestra capace di governare il Paese deve saper fare anche l’altra metà del lavoro, quella più difficile ma più feconda. La risposta della destra liberale e conservatrice non può esaurirsi nella compilazione di nuove fattispecie di reato. Dobbiamo aggredire il vuoto pneumatico in cui crescono troppi giovani, sottrarli all’isolamento e ricostruire attorno a loro una rete viva di corpi intermedi».

Da qui scaturisce la proposta programmatica centrale avanzata dal Centro Studi: l’istituzione formale di un «Diritto alla Comunità». «Proponiamo l’erogazione di una dote specifica – illustra Luca Sforzini –, destinata prioritariamente ai ragazzi e agli adolescenti appartenenti alle famiglie economicamente più fragili. Una risorsa economica che non sia un sussidio assistenziale a pioggia, ma un credito vincolato, spendibile esclusivamente in attività formative ad alto impatto sociale: società sportive dilettantistiche, associazioni culturali, volontariato civico, laboratori teatrali e musicali, oratori e centri parrocchiali».

L’obiettivo è strappare i giovani all’emarginazione e alla noia nichilista che troppo spesso sfocia nella violenza di gruppo o nelle baby gang, offrendo loro un contesto strutturato di regole, gerarchie positive e cameratesca solidarietà che solo la pratica sportiva, l’arte o l’impegno solidale sanno trasmettere. Uno strumento concreto per livellare i punti di partenza, garantendo che nessun ragazzo rimanga escluso dalla vita comunitaria per ragioni di censo.

Spazi pubblici aperti la sera: scuole, palestre e biblioteche restituite ai cittadini

La proposta di Sforzini tocca poi un tasto nevralgico della gestione urbana e delle infrastrutture pubbliche, denunciando lo spreco intollerabile di spazi che restano deserti proprio nelle ore in cui i giovani sono più esposti al rischio della strada: «Dobbiamo avere il pragmatismo di aprire nel pomeriggio, la sera e nei fine settimana le scuole, le palestre scolastiche, le aule studio, le biblioteche e tutti gli spazi pubblici che i contribuenti italiani hanno già pagato a caro prezzo con le loro tasse. È assurdo che alle due del pomeriggio migliaia di complessi scolastici dotati di campi da gioco, teatri e laboratori vengano chiusi con i lucchetti, lasciando i cortili vuoti e i ragazzi a bivaccare negli angoli bui delle periferie o nelle stazioni ferroviarie».

Aprire le scuole oltre l’orario didattico, affidandone la gestione con apposite convenzioni al terzo settore, alle parrocchie, alle federazioni sportive e alle associazioni giovanili, significa trasformare le strutture educative in autentici presidi permanenti di legalità e aggregazione. Una misura a costo ridotto ma dall’altissimo rendimento sociale, capace di rigenerare i quartieri più complessi e di offrire alternative concrete alla devianza.

Lo Stato forte e la società libera: la sfida di un centrodestra di governo

L’analisi del presidente di Rinascimento Nazionale tocca infine la dimensione psicologica e antropologica delle nuove generazioni, schiacciate tra la solitudine virtuale degli smartphone e la totale assenza di appartenenza territoriale: «Se per un quindicenne di oggi è infinitamente più facile entrare in un canale Telegram o in una chat di messaggistica istantanea piuttosto che entrare in una comunità reale fatta di carne, sguardi, sudore e confronto leale, nessun codice penale al mondo potrà mai bastare ad arginare il declino».

«Questa è la vera risposta che un centrodestra di governo deve avere l’ambizione di offrire all’Italia – conclude Sforzini –: da una parte uno Stato forte e autorevole, implacabile nel garantire la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena per chi viola la legge; dall’altra una società civile libera e robusta, sostenuta dalle istituzioni nel creare legami di appartenenza, senso dell’onore e coesione. Chi sbaglia restituisce e paga il suo debito; chi governa ha il sacro dovere di ricostruire le opportunità». Una sintesi che traccia una rotta chiara per le prossime riforme dell’esecutivo sul terreno cruciale della sicurezza e delle politiche per le nuove generazioni.

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Attualità

Il Paese dei Balocchi è tornato. E il carro lo abbiamo lasciato partire noi: l’apologo di Luca Sforzini

Luca Sforzini rilegge la favola di Pinocchio tra baby gang metropolitane, smartphone e cancelli chiusi: l’apologo sull’urgenza del “Diritto alla Comunità”. 👇

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Luca Sforzini

Milano – C’è una metropoli frenetica, opulenta e scintillante che ogni sera, non appena calano le ombre del crepuscolo, si scopre improvvisamente fragile, smarrita e assediata dalle proprie stesse ombre. Di fronte all’escalation degli episodi di violenza giovanile, alle vetrine mandate in frantumi a favore di smartphone e al senso di insicurezza che attraversa le periferie e i centri storici italiani, il dibattito pubblico tende a rifugiarsi nelle consuete scorciatoie: da un lato l’invocazione di misure securitarie sempre più aspre, dall’altro l’alibi sociologico dell’impotenza. A scardinare questo sterile binarismo interviene Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che sceglie la via potente e universale della favola collodiana per consegnare alla riflessione collettiva un apologo amaro, poetico e straordinariamente lucido sulle radici del disagio giovanile e sulla necessità urgente di ricostruire un tessuto comunitario vivo.

La favola amara di una metropoli distratta: l’Omino di burro e gli specchi neri

C’era una volta una città grande e ricca, con una cattedrale di marmo bianco nel mezzo, tram gialli che correvano sulle rotaie e vetrine così luminose che, la sera, sembravano giorno.

Nella città vivevano moltissimi ragazzi. Alcuni abitavano nei palazzi eleganti del centro, altri nelle case alte della periferia; qualcuno aveva sempre qualche moneta in tasca, qualcuno quasi mai. Andavano a scuola, prendevano autobus e metropolitane, litigavano con i genitori, si innamoravano, si annoiavano e tenevano tutti in mano quei piccoli specchi neri nei quali, a guardarli abbastanza a lungo, si poteva vedere quasi tutto quello che accadeva nel mondo. O almeno così credevano.

Molto tempo prima, quando nella città vivevano i loro nonni, c’erano campi nei quali si giocava fino a quando il pallone non si vedeva più, oratori rumorosi, palestre dove il custode conosceva tutti per nome, bande musicali, circoli, associazioni e certe stanze nelle quali giovani molto seri discutevano per ore di come cambiare il mondo. Con gli anni molte di quelle stanze erano rimaste, ma avevano cominciato a chiudere sempre prima; alle cinque chiudeva una cosa, alle sei un’altra, alle sette un’altra ancora. Sui cancelli erano comparsi lucchetti sempre più grossi e sulle porte fogli sempre più lunghi che spiegavano perché non si poteva entrare. I ragazzi, però, continuavano ad avere sedici anni anche dopo le sette.

Fu proprio una sera, quando ormai quasi tutte le porte erano chiuse, che tornò in città l’Omino di burro. Nessuno seppe dire da dove fosse arrivato: alcuni sostenevano di averlo visto vicino alla stazione, altri in periferia, altri ancora giuravano che non fosse mai arrivato da nessuna parte perché era già lì.

Di certo aveva ancora il suo carro. Era diventato molto più grande di quello dei tempi di Pinocchio e Lucignolo, pieno di luci, musica e colori; sopra c’erano ragazzi che ridevano, ballavano e tenevano in mano piccoli specchi luminosi con i quali si riprendevano continuamente. L’Omino di burro non aveva perso il sorriso. «Chi viene?».

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Il coprifuoco dei cancelli sbarrati e la miopia del «Consiglio dei Grandi»

La prima sera salirono in pochi. Tra loro c’era naturalmente Lucignolo, perché Lucignolo riesce sempre ad arrivare prima degli altri quando sta per succedere qualcosa. Pinocchio invece rimase sul marciapiede. «Dove andate?». Lucignolo allargò le braccia: «In giro». Era una risposta abbastanza vaga, ma a sedici anni può essere una destinazione sufficiente. Pinocchio guardò il carro, poi guardò la strada dietro di sé: la palestra era chiusa, il campo aveva il lucchetto, davanti alla biblioteca stavano spegnendo le ultime luci. Così salì.

Il carro partì, attraversò il centro, passò davanti alla cattedrale e imboccò una strada piena di negozi. La musica era forte, i ragazzi ridevano e Lucignolo mostrava a Pinocchio quante persone li stessero guardando attraverso i piccoli specchi. A un certo punto qualcuno scese dal carro; non si seppe mai chi fosse stato il primo. Si sentì un rumore secco e una vetrina andò in frantumi.

Per qualche secondo nessuno fece niente; poi un ragazzo entrò, un altro lo seguì, un terzo alzò il piccolo specchio e cominciò a filmare. Quando risalirono sul carro, tutti volevano vedere le immagini. La mattina seguente, in città, non si parlava d’altro; la sera successiva davanti al carro c’erano molti più ragazzi. L’Omino di burro sorrideva: non aveva fatto pubblicità e non aveva distribuito volantini. Non ne aveva bisogno.

Dopo qualche giorno il carro era diventato così pieno che alcuni viaggiavano aggrappati alle fiancate. Passava davanti ai supermercati, ai negozi, alle piazze e ogni volta qualcuno scendeva; talvolta rompevano qualcosa, talvolta prendevano qualcosa, qualche volta correvano soltanto. Ma c’era sempre qualcuno che filmava e, prima ancora che il carro avesse raggiunto la strada successiva, altri ragazzi sapevano già che cosa era successo.

In città cominciarono ad avere paura. I negozianti abbassavano le serrande prima del tramonto e le guardie correvano da una piazza all’altra cercando di indovinare dove sarebbe apparso il carro. Il Consiglio dei Grandi si riunì immediatamente e discusse per molte ore. Qualcuno voleva arrestare l’Omino di burro, qualcuno sequestrare il carro, qualcuno vietare gli specchi neri; un consigliere propose di costruire una prigione più grande e un altro spiegò che prima bisognava capire perché i ragazzi salissero. Litigarono fino a tardi e, quando uscirono dal palazzo, il carro era già passato.

«Apriamo le porte»: la proposta rivoluzionaria del Diritto alla Comunità

Soltanto un vecchio consigliere, che durante la riunione aveva parlato pochissimo, tornando a casa notò una cosa curiosa. Passò davanti a una scuola enorme: era completamente buia. Dietro il cancello si vedeva una palestra con due canestri nuovi. Provò ad aprire: chiuso. Poco più avanti trovò un campo sportivo: chiuso. Una sala comunale: chiusa. Un piccolo teatro: chiuso. Davanti a un oratorio trovò un uomo che stava sistemando delle sedie. «Perché non ci sono ragazzi?», domandò. L’uomo sorrise amaramente: «Qualcuno c’è. Ma molti non possono permettersi le attività. E noi non possiamo permetterci di farle gratis».

Il vecchio consigliere continuò a camminare e, quando arrivò a casa, sentì in lontananza la musica del carro. La mattina dopo tornò al Consiglio e propose una cosa talmente banale che per qualche minuto nessuno capì: «Apriamo le porte». Gli altri lo guardarono: «Quali porte?». «Quelle chiuse».

Ci vollero parecchie settimane, perché aprire una porta in quella città era stranamente più complicato che chiuderla. Alla fine, però, qualcosa accadde: una sera la palestra della scuola rimase illuminata; qualche giorno dopo aprì il campo; nel piccolo teatro comparvero dei ragazzi che provavano uno spettacolo. Erano pessimi, ma sembravano divertirsi moltissimo. La banda musicale ricominciò a suonare e il nuovo maestro aveva un difetto terribile: pretendeva che tutti arrivassero puntuali. Nella sala comunale si riunirono un gruppo di volontari, un’associazione e alcuni ragazzi che volevano organizzare concerti.

«Qualcuno decise persino che chi non aveva abbastanza soldi avrebbe ricevuto una piccola dote da spendere soltanto lì: nello sport, nella musica, nel teatro, nelle associazioni, negli oratori, nelle attività dove bisognava incontrare davvero altre persone. La chiamarono Diritto alla Comunità. Pinocchio non sapeva bene cosa significasse; Lucignolo disse che sembrava il nome di una medicina. Continuarono entrambi a salire sul carro.»

La falegnameria della vita: quando la dignità del fare sconfigge il nichilismo

Poi, una notte, le guardie li presero mentre correvano fuori da un negozio. Pinocchio non aveva rubato niente, ma aveva aiutato a rompere la porta. Il giudice lo ascoltò e decise che, invece di trascorrere qualche giorno chiuso da qualche parte, avrebbe passato molti pomeriggi insieme al falegname che doveva ripararla. Il falegname era un uomo piuttosto antipatico. Il primo giorno non gli rivolse quasi la parola; il secondo gli insegnò a tenere una pialla; il terzo gli fece rifare un pezzo perché era storto. Dopo un mese Pinocchio sapeva costruire una porta. La cosa lo stupì moltissimo.

Lucignolo, invece, continuava a preferire il carro. Una sera l’Omino di burro tornò a passare davanti alla scuola. La palestra era accesa; dentro stavano giocando una partita. «Pinocchio!». Era Lucignolo. Stava sul carro e gli faceva segno di salire. Pinocchio guardò verso la strada. Il carro era magnifico come sempre: c’erano la musica, le luci, i ragazzi, gli specchi alzati; l’Omino di burro gli sorrise come se lo conoscesse da tutta la vita.

Pinocchio fece qualche passo, poi dalla palestra qualcuno gridò: «Ehi, burattino! Tocca a te». Pinocchio si fermò, guardò Lucignolo, guardò l’Omino, guardò la porta della palestra. «Domani», disse. E tornò indietro.

L’Omino di burro non sembrò affatto preoccupato; fece schioccare la frusta e il carro ripartì, perché sapeva benissimo che il giorno dopo avrebbe trovato altri ragazzi ad aspettarlo. Il vecchio consigliere lo vide allontanarsi dalla finestra. Non pensò di avere sconfitto il Paese dei Balocchi: era abbastanza vecchio da sapere che nessuno lo aveva mai sconfitto e che probabilmente nessuno lo avrebbe mai fatto. Notò soltanto una cosa: quella sera sul carro c’era un posto vuoto. E, per il momento, gli bastò.

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Attualità

Filorosso su Rai 3, Antonino Monteleone tra gli scontri di Milano, Orsini sull’Ucraina e i misteri delle stragi del 1992

Martedì 20 ottobre alle 21.15 su Rai 3 torna “Filorosso” con Antonino Monteleone: scontri di Milano, Orsini sull’Ucraina, il caso David Rossi e i misteri delle stragi del 1992. 👇

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Filorosso

Roma – Cronaca incandescente, lacerazioni geopolitiche, enigmi bancari mai del tutto chiariti e le pagine più oscure e sanguinose della storia repubblicana. Si annuncia ricca di tensione civile, testimonianze esclusive e confronti serrati la nuova puntata di Filorosso, il programma di approfondimento giornalistico della prima serata di Rai 3 in onda martedì 20 ottobre 2026 alle ore 21:15, trasmesso in contemporanea e on demand anche sulla piattaforma RaiPlay. Alla guida del format, il giornalista d’inchiesta Antonino Monteleone, pronto a scandagliare i nodi irrisolti del presente e del passato recente con il consueto rigore documentale e senza concessioni al politicamente corretto.

La scaletta della serata si preannuncia particolarmente densa, spaziando dalle violente proteste di piazza che hanno infiammato il capoluogo lombardo nel fine settimana fino alla faglia ideologica sul sostegno militare ed economico all’Ucraina. Al centro del dibattito troveranno spazio anche due dei più discussi gialli giudiziari italiani – la tragica fine di David Rossi e il delitto di Garlasco –, per poi approdare a un eccezionale vertice storico-giudiziario dedicato ai misteri insondabili e ai mandanti occulti delle stragi di mafia del 1992.

Gli scontri di Milano e la frattura sull’Ucraina: il faccia a faccia con Alessandro Orsini

L’apertura della trasmissione sarà dedicata ai gravi disordini scoppiati nel cuore di Milano durante le manifestazioni dell’ultimo weekend. Attraverso filmati inediti, testimonianze dirette di chi si trovava in prima linea, ricostruzioni delle forze dell’ordine e collegamenti in diretta, le telecamere di Filorosso analizzeranno la dinamica dei tafferugli, le infiltrazioni violente nei cortei e le immediate ricadute politiche e sociali che stanno scuotendo sia la giunta comunale milanese sia il dibattito parlamentare sulla gestione dell’ordine pubblico.

Dai disordini metropolitani lo sguardo si allargherà rapidamente al teatro internazionale con il dossier sulla guerra in Ucraina. La questione dell’invio di armi e del sostegno a Kyiv continua a spaccare trasversalmente sia le forze di maggioranza sia i partiti di opposizione, riflettendo le crescenti inquietudini dell’opinione pubblica italiana. A commentare gli scenari militari, i rischi di escalation e i possibili spiragli diplomatici sarà ospite in studio il sociologo Alessandro Orsini, tra i più controversi, discussi e seguiti analisti del conflitto, protagonista di un confronto senza sconti sulle prospettive di una crisi bellica che sembra non trovare vie d’uscita.

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I misteri delle stragi del 1992 e il dossier mafia-appalti: il vertice tra Di Pietro, Martelli e Ingroia

Uno dei momenti più attesi e storicamente rilevanti della puntata sarà il focus dedicato alla drammatica stagione delle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio del 1992. Il programma porrà una serie di interrogativi dirimenti: l’indagine sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel colossale sistema degli appalti pubblici costituì una micidiale accelerazione per l’eliminazione del giudice Paolo Borsellino? Quali convergenze di interessi tra criminalità organizzata, colletti bianchi ed eminenze grigie si muovevano dietro quel disegno stragista che mutò per sempre l’assetto della Repubblica?

A confrontarsi attorno al tavolo di Monteleone sarà un parterre di testimoni e protagonisti diretti di quella stagione straordinaria e drammatica: il presidente della Fondazione Nenni ed ex ministro della Giustizia Claudio Martelli (all’epoca firmatario del carcere duro del 41-bis e stretto sodale di Giovanni Falcone), l’avvocato ed ex magistrato antimafia Antonio Ingroia, l’ex magistrato simbolo di Mani Pulite Antonio Di Pietro e il giornalista ed editorialista Filippo Facci. Un dibattito a più voci che promette di rileggere i retroscena istituzionali e i punti oscuri mai chiariti dai processi ufficiali.

«Ripercorrere le stragi del 1992 non significa fare mera archeologia giudiziaria: significa interrogare la genesi stessa della Seconda Repubblica per capire quali patti inconfessabili abbiano segnato il destino della nostra democrazia.»

Il caso David Rossi: i nuovi elementi al vaglio della Commissione parlamentare

Ampio spazio sarà poi riservato alla controversa e dolorosa morte di David Rossi, l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio di Rocca Salimbeni la sera del 6 marzo 2013. A distanza di tredici anni, la vicenda continua a sollevare dubbi lancinanti grazie ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta, le cui recenti audizioni e perizie tecniche hanno riaperto clamorose piste alternative rispetto alla tesi sbrigativa del suicidio.

Attraverso nuove analisi sui filmati delle telecamere di sicurezza, le perizie medico-legali sulle ferite incompatibili con la sola caduta e le testimonianze sui legami finanziari e politici che attraversavano Siena in quei mesi concitati, Filorosso farà il punto sugli elementi inediti che chiedono verità e giustizia per la famiglia del manager.

Il giallo di Garlasco e la morte di Chiara Poggi: il nodo delle prove a distanza di anni

In chiusura di trasmissione, Antonino Monteleone riaprirà il fascicolo sul delitto di Garlasco, l’omicidio della giovane Chiara Poggi consumatosi nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007. Nonostante la condanna definitiva inflitta ad Alberto Stasi, il caso continua a essere oggetto di accesi confronti scientifici e peritali tra genetisti, avvocati e criminologi.

Il programma ripercorrerà i punti nev

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