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Sciopero nazionale dei Contact Center: la protesta di Ugl telecomunicazioni dal 13 al 17 luglio

📢 È partita la mobilitazione nazionale di Ugl Telecomunicazioni contro le delocalizzazioni e l’uso deregolamentato dell’intelligenza artificiale. Dal 13 al 17 luglio, i lavoratori incroceranno le braccia per difendere l’occupazione.

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Sciopero nazionale dei Contact Center: la protesta di Ugl telecomunicazioni dal 13 al 17 luglio

Redazione– Il settore dei contact center in Italia si prepara a vivere una settimana di mobilitazione intensa. Il sindacato Ugl Telecomunicazioni ha ufficializzato la proclamazione di uno sciopero nazionale che interesserà le lavoratrici e i lavoratori del comparto dal 13 al 17 luglio. L’astensione dal lavoro, prevista per una durata di 120 minuti al termine di ogni turno, sarà accompagnata dal blocco totale di straordinari e prestazioni aggiuntive, una misura che coinvolgerà direttamente anche il personale part-time attraverso un riproporzionamento delle attività. La decisione, comunicata dal segretario nazionale dell’organizzazione sindacale Stefano Conti, arriva al culmine di un periodo di crescente tensione sociale, segnato da tagli occupazionali e mutamenti strutturali che minano la stabilità di migliaia di famiglie su tutto il territorio nazionale.

Le ragioni di una mobilitazione senza precedenti

La piattaforma rivendicativa alla base di questa iniziativa di sciopero è ampia e tocca i nervi scoperti di un settore in rapida trasformazione. Tra le motivazioni principali spiccano le criticità legate all’applicazione della clausola sociale nei cambi di appalto, uno strumento nato per tutelare l’occupazione in caso di subentro tra diverse aziende ma che, nei fatti, viene spesso disatteso o applicato in modo parziale. A questo si aggiunge la pratica costante della delocalizzazione delle attività verso paesi esteri, dove il costo del lavoro è inferiore e le tutele sindacali ridotte, svuotando di contenuto i centri operativi italiani. Un ulteriore elemento di attrito è rappresentato dalle gare d’appalto basate esclusivamente sul criterio del massimo ribasso: una politica commerciale che, nel tentativo di ridurre i costi per le committenze, comprime inesorabilmente i diritti dei lavoratori e la qualità dei servizi erogati, innescando una spirale di precariato che colpisce duramente i territori.

La crisi su Enel e Tim e il nodo dell’intelligenza artificiale

Il contesto occupazionale appare oggi drammaticamente fragile. La vertenza Enel, che riguarda i servizi di back office e di qualità all’interno dei contact center, rappresenta in questo momento l’epicentro della crisi. Sono oltre 1500 i lavoratori interessati a livello nazionale, con una ricaduta territoriale particolarmente severa tra le aree di Sulmona e Campobasso, dove il rischio di perdere circa 300 posti di lavoro sta generando forte preoccupazione. Parallelamente, anche la situazione in Tim appare critica. Il calo delle attività affidate in outsourcing sta aprendo la strada a prospettive di tagli occupazionali ed esuberi che minacciano di esplodere nel brevissimo periodo.

Tuttavia, il tema che preoccupa maggiormente sia i sindacati che i dipendenti è l’introduzione deregolamentata dei sistemi di intelligenza artificiale. L’utilizzo massiccio di algoritmi e automazioni nei contact center non è più solo una possibilità remota, ma una realtà che sta sostituendo il lavoro umano senza alcuna pianificazione sociale. Conti richiama le aziende alla responsabilità sociale, invocando il pieno rispetto dell’articolo 1 della Legge 132/2025. Tale normativa, infatti, pone l’accento sulla necessità di un impiego dell’intelligenza artificiale che sia trasparente, responsabile e, soprattutto, antropocentrico, mettendo al centro la persona e le sue competenze piuttosto che la mera ottimizzazione dei processi tramite macchine.

Una linea di confine per il futuro del settore

Per il sindacato, questa mobilitazione non si esaurirà nei cinque giorni di luglio. L’Ugl Telecomunicazioni ha dichiarato che si tratta solo del primo passo di una strategia più ampia, definendo la situazione attuale come una vera e propria “linea del Piave”. Il timore è che, senza un intervento strutturale da parte del Governo e un nuovo impegno da parte delle committenze, il comparto dei contact center rischi una frammentazione irreversibile. La perdita di migliaia di posti di lavoro non rappresenterebbe solo un dramma sociale per i singoli addetti, ma un impoverimento della capacità di presidio dei servizi al cittadino. La lotta del personale, dunque, punta ad ottenere un confronto serrato per garantire che l’innovazione tecnologica non diventi un pretesto per lo smantellamento di una delle infrastrutture umane più capillari presenti nel mercato del lavoro italiano.

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Dramma CallMat a Matera, 350 licenziamenti dal 1° novembre: sindacati all’attacco di TIM e Governo, «Basta proclami, il MIMIT apra subito il tavolo»

Allarme CallMat a Matera, 350 licenziamenti annunciati dal 1° novembre: sindacati contro TIM e Governo, richiesta urgente al MIMIT 👇

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Callmat matera

Matera – Il conto alla rovescia è drammaticamente agli sgoccioli e lo spettro del licenziamento di massa rischia di abbattersi con violenza inaudita su 350 famiglie lucane. Nella vertenza CallMat di Matera il tempo delle rassicurazioni verbali è scaduto: le segreterie regionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni hanno lanciato un grido d’allarme congiunto denunciando una situazione insostenibile, mentre la direzione aziendale conferma l’invio delle lettere di recesso a partire da domenica 1° novembre 2026.

Una vera e propria bomba sociale per la città dei Sassi e per l’intero territorio lucano. Nonostante le dichiarazioni d’intenti e le aperture informali, a oggi non esiste alcun accordo vincolante capace di blindare l’occupazione, mentre la formale richiesta d’incontro urgente inoltrata dalle organizzazioni sindacali è rimasta clamorosamente priva di riscontro da parte dei vertici societari.

L’appello urgente al MIMIT e l’atto d’accusa contro TIM

I sindacati chiedono con forza al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) di rompere gli indugi e anticipare a strettissimo giro la convocazione del tavolo di crisi straordinario, senza attendere la data del 12 novembre, termine che sancirebbe il compimento dei licenziamenti a giochi ormai fatti. Un atto d’accusa perentorio che chiama in causa direttamente il committente principale:

«A TIM chiediamo di chiarire ufficialmente dove siano finiti i volumi di commessa precedentemente assegnati al sito di Matera, quali flussi operativi siano stati delocalizzati verso altre regioni e perché a pagare il prezzo di queste scelte debbano essere i lavoratori della Basilicata. Pretendiamo dati trasparenti, il rispetto della regolamentazione AGCOM e il congelamento immediato dei volumi fino alla conclusione formale della vertenza».

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Codice del Lavoro e Tutele Occupazionali: Manuali e Strumenti per Lavoratori e Delegati

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«Non vogliamo accompagnare 350 persone alla disoccupazione»

I rappresentanti sindacali territoriali – Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano – hanno ribadito con forza l’insufficienza di meri sussidi passivi:

«Gli ammortizzatori sociali non possono e non devono diventare la risposta definitiva al disimpegno industriale: noi non intendiamo accompagnare 350 persone verso il baratro della disoccupazione, pretendiamo la salvaguardia integrale dei posti di lavoro. Le sfide legate all’intelligenza artificiale e alla transizione digitale nei contact center esigono investimenti seri, riqualificazione e una politica industriale mirata, non alibi per smantellare presidi strategici».

La solidarietà della Chiesa e le azioni legali in corso

La gravissima vertenza ha visto mobilitarsi anche la Chiesa locale: nei giorni scorsi una delegazione sindacale ha incontrato il Vescovo di Matera, Monsignor Benoni Ambarus, che ha espresso profonda vicinanza morale alle maestranze e preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale.

Nel frattempo, il collegio dei legali delle organizzazioni sindacali sta passando al setaccio i contratti e le modalità operative di ripartizione dei carichi di lavoro di TIM, valutando ogni profilo di irregolarità, compresi eventuali estremi di interposizione illecita di manodopera. Il messaggio indirizzato alla Regione Basilicata e all’esecutivo nazionale è perentorio: senza garanzie scritte e impegni vincolanti entro il 1° novembre, la mobilitazione sindacale e civile paralizzerà la città.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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Stellantis Melfi, nuovo stop alla produzione il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme UGL: «Basta incertezze, servono investimenti certi per salvare fabbrica e indotto lucano»

Stellantis Melfi, nuova tegola sui lavoratori: produzione completamente ferma il 22, 23 e 26 ottobre per carenza componenti. Allarme rosso dell’UGL su cassa integrazione e tenuta dell’indotto lucano: «Basta incertezze, servono investimenti reali». Tutti i dettagli nell’articolo di Cavaliere News! 👇

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Stabilimento Stellantis di Melfi

Melfi – Si allunga nuovamente l’ombra della cassa integrazione e della paralisi produttiva su uno dei poli industriali più strategici e tecnologicamente avanzati dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi, in provincia di Potenza, si prepara ad affrontare una nuova e pesante battuta d’arresto delle proprie linee di montaggio. A causa di una persistente e cronica carenza di componenti essenziali lungo la catena di approvvigionamento internazionale, le attività produttive del sito lucano rimarranno totalmente sospese nelle giornate di giovedì 22, venerdì 23 e lunedì 26 ottobre 2026. Un blocco operativo su tre turni lavorativi che getta nello sconforto migliaia di tute blu e riaccende i riflettori sulla drammatica fragilità del comparto automotive nazionale.

L’ennesima fermata programmata non rappresenta un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce all’interno di una sequenza ormai logorante di “stop and go” che da mesi scandisce i ritmi dello stabilimento lucano, minando alla base la serenità economica e psicologica dei lavoratori e delle loro famiglie. A denunciare con toni di vibrante preoccupazione la gravità del momento è l’UGL Metalmeccanici Basilicata, che attraverso la voce della segretaria regionale Florence Costanzo ha sollevato un grido d’allarme sulle ripercussioni a lungo termine di questa continua instabilità. L’organizzazione sindacale chiede con forza che le generiche rassicurazioni verbali lascino spazio a impegni industriali vincolanti, verificabili e capaci di garantire la tenuta occupazionale dell’intera regione.

«Siamo profondamente preoccupati per il ripetersi sistematico delle fermate e per un quadro produttivo generale che continua a non offrire le necessarie certezze ai lavoratori e a tutta la comunità lucana. Non possiamo e non dobbiamo più considerare questi stop come episodi tecnici isolati o momentanei», ha evidenziato con fermezza Florence Costanzo. «Ogni singola interruzione delle linee incide pesantemente sull’organizzazione del lavoro, penalizza il reddito delle famiglie a causa del ricorso agli ammortizzatori sociali, vanifica la programmazione industriale a lungo termine e rischia di dare il colpo di grazia alla tenuta economica e finanziaria delle decine di aziende che compongono l’indotto locale».

La filiera dell’indotto al collasso: componentistica e logistica sull’orlo del baratro

Il timore più acuto espresso dalle rappresentanze dei lavoratori riguarda infatti la straordinaria capillarità dell’ecosistema produttivo che ruota attorno ai cancelli di Melfi. Se per i dipendenti diretti del gruppo automobilistico la cassa integrazione rappresenta comunque una rete di protezione, per le imprese dell’indotto — dalla componentistica stampata alla plastica, dai cablaggi elettrici ai servizi di logistica integrata e trasporti — ogni giornata di fermo dello stabilimento capofila si traduce in una perdita secca di fatturato insostenibile. Molte piccole e medie realtà del territorio lucano, nate e cresciute in simbiosi con l’impianto fin dalla sua inaugurazione negli anni Novanta, si trovano oggi sull’orlo del baratro, strozzate dal calo dei volumi e dall’impossibilità di pianificare investimenti a medio e lungo termine.

L’UGL Metalmeccanici ha ribadito che qualsiasi piano di rilancio non potrà dirsi credibile se non integrerà al proprio interno un patto di ferro per la salvaguardia dei fornitori locali. «Le fermate dello stabilimento principale si ripercuotono a cascata lungo tutta la filiera, mettendo sotto pressione competenze professionali di altissimo livello costruite in oltre tre decenni di sacrifici operativi», prosegue il sindacato. «È fondamentale che Stellantis definisca condizioni commerciali e temporali che consentano alle aziende dell’indotto di programmare le produzioni e salvaguardare fino all’ultimo posto di lavoro, evitando che la transizione ecologica si trasformi in una vera e propria desertificazione industriale del Mezzogiorno».

A complicare ulteriormente il quadro generale è l’incertezza che regna sovrana sui mercati europei, dove il rallentamento della domanda di vetture full-electric e le discussioni sui vincoli normativi comunitari stanno spingendo i vertici delle case automobilistiche a frenare sui programmi di espansione.

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La sfida europea e la richiesta di un tavolo urgente a Palazzo Chigi

Il sindacato lucano guarda con estrema attenzione anche al complesso dibattito in corso a Bruxelles sulla revisione del Green Deal e sulle scadenze relative allo stop ai motori a combustione interna per il 2035. Secondo l’UGL, le recenti aperture europee volte a introdurre maggiore flessibilità tecnologica e neutralità carbonica devono tradursi immediatamente in scelte industriali tangibili e allocate sul territorio italiano. Melfi possiede tutte le credenziali strutturali per ospitare la produzione di modelli ibridi e termici avanzati accanto ai veicoli a batteria previsti sulla nuova piattaforma STLA Medium, garantendo la saturazione degli impianti e l’azzeramento dei tempi morti.

«Chiediamo a Stellantis di fare finalmente chiarezza e di abbandonare le dichiarazioni di principio. Servono date precise, numeri incontrovertibili e investimenti verificabili», tuona la Costanzo. «La tenuta di un grande colosso manifatturiero non si misura con promesse a mezzo stampa, ma con il numero esatto delle vetture che escono dai cancelli, con le giornate effettivamente lavorate dagli operai, con l’avvio delle nuove linee e con la capacità di difendere l’occupazione. Melfi non può vivere con la clessidra alla gola, aspettando passivamente che decisioni calate dall’alto determinino la morte lenta del suo tessuto sociale».

Da qui l’appello perentorio rivolto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), affinché venga riconvocato con urgenza il tavolo nazionale dell’automotive con la presenza dei vertici aziendali e delle parti sociali. Il tempo delle attese è ormai scaduto: la Basilicata pretende risposte chiare per scongiurare un disimpegno industriale che lascerebbe ferite insanabili nel cuore del Mezzogiorno.

Un futuro che si costruisce con il lavoro: la mobilitazione continua

Nelle prossime ore l’UGL Metalmeccanici Basilicata proseguirà la propria azione di monitoraggio capillare all’interno dei reparti di Melfi e tra le aziende dell’indotto, pronta a concordare con i lavoratori le opportune forme di mobilitazione e sensibilizzazione pubblica qualora dal gruppo guidato da Carlos Tavares non dovessero pervenire rassicurazioni formali sul cronoprogramma dei nuovi modelli.

«Melfi non può affidare il proprio destino esclusivamente alle fluttuazioni congiunturali del mercato globale o ai labirinti burocratici dell’Unione Europea. Le grandi sfide della transizione ecologica devono diventare opportunità concrete di lavoro e di sviluppo per i nostri giovani», conclude la segretaria regionale Florence Costanzo. «Su questi risultati misureremo la serietà delle scelte aziendali. Difendere Melfi significa difendere il futuro produttivo di tutta l’Italia».

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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CallMat Matera, vertenza al bivio: UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede certezze occupazionali e continuità industriale per 350 lavoratori

CallMat Matera, vertenza per 350 lavoratori: l’UGL Telecomunicazioni accoglie l’apertura di TIM ma chiede garanzie industriali certe al MIMIT. 👇

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Stefano CONTI, Segretario Nazionale UGL TLC

Matera – La complessa vertenza che coinvolge il sito operativo di CallMat a Matera registra un primo e significativo spiraglio istituzionale, ma il sindacato mantiene alta la guardia e respinge con nettezza l’illusione che la crisi possa considerarsi risolta senza un accordo strutturale vincolante. Al centro del tavolo, il destino occupazionale e umano di circa 350 lavoratrici e lavoratori lucani, da mesi sospesi nell’incertezza della cassa integrazione e nell’angoscia per il rischio di licenziamenti di massa. La disponibilità manifestata dal colosso delle telecomunicazioni TIM, a seguito del vertice svoltosi con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, di assegnare nuovi volumi di traffico e di attività al polo materano rappresenta indubbiamente un segnale incoraggiante, ma per l’UGL Telecomunicazioni la strada per garantire un futuro solido è ancora tutta da percorrere.

Il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni, Stefano Conti, è intervenuto con una nota dettagliata e perentoria, chiarendo la posizione dell’organizzazione sindacale: «La disponibilità di TIM rappresenta certamente un passo positivo, scaturito dal pressing istituzionale e dalla mobilitazione dei lavoratori, ma la vertenza non è affatto chiusa. Non possiamo assolutamente considerare conclusa una partita che attende ancora impegni precisi, verificabili e formalizzati. Le lavoratrici e i lavoratori di CallMat non hanno bisogno di soluzioni tampone o di pannicelli caldi della durata di poche settimane: hanno il diritto sacrosanto di ottenere certezze industriali sul proprio futuro».

Superare l’emergenza: il ruolo di TIM, MIMIT e Regione Basilicata

La preoccupazione principale espressa dall’UGL risiede nel rischio che l’assegnazione temporanea di volumi di chiamate o di servizi di assistenza clienti si trasformi in una mera proroga dello stato di agonia aziendale, senza affrontare i nodi di fondo che penalizzano il settore del customer care in Italia. Per Stefano Conti, l’obiettivo irrinunciabile del sindacato è trasformare la disponibilità mostrata da TIM in un piano industriale pluriennale e sostenibile, capace di favorire il rapido rientro in servizio del personale attualmente collocato in ammortizzatore sociale e di scongiurare una volta per tutte ogni ipotesi di ridimensionamento degli organici.

«Occorre però che ciascun attore coinvolto si impegni fattivamente a fare la propria parte senza sottrarsi alle proprie responsabilità – ammonisce il segretario nazionale dell’UGL Telecomunicazioni –. Chiamiamo in causa la Regione Basilicata e il MIMIT affinché accompagnino questo percorso con strumenti dedicati di politica attiva del lavoro, investimenti sulla riqualificazione delle competenze digitali e clausole sociali stringenti nei bandi pubblici». Nelle prossime settimane, il confronto regionale annunciato dalle istituzioni locali e il tavolo nazionale sui call center convocato presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy dovranno diventare la sede formale in cui mettere nero su bianco il piano di rilancio del polo lucano.

Per la Basilicata, territorio storicamente fragile dal punto di vista dell’occupazione terziaria e già provato dalle tensioni nel comparto dell’automotive a Melfi, perdere 350 posti di lavoro qualificati significherebbe infliggere un colpo mortale all’economia della città dei Sassi e dell’intera provincia. Il settore dei servizi avanzati e del contact center ha rappresentato per anni una fondamentale valvola di sfogo per l’occupazione giovanile e femminile sul territorio, un argine concreto contro lo spopolamento e l’emigrazione forzata verso il Nord o l’estero.

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La crisi strutturale delle TLC e la responsabilità dei committenti

La vicenda di CallMat Matera non è un caso isolato, ma la spia rossa di una crisi sistemica che attraversa l’intero comparto delle telecomunicazioni e dei servizi esternalizzati di call center in Italia. Le continue gare al massimo ribasso, la concorrenza sleale del dumping salariale, la delocalizzazione selvaggia e l’avvento pervasivo dell’intelligenza artificiale generativa nei servizi di primo livello stanno comprimendo i margini delle società di gestione, con il risultato che a pagare il conto sono invariabilmente le maestranze.

Per l’UGL Telecomunicazioni è giunto il momento di richiamare i grandi gruppi committenti a una precisa responsabilità sociale d’impresa: le strategie di riorganizzazione e di razionalizzazione dei costi non possono essere scaricate unilateralmente sui lavoratori delle aziende partner. Quando una grande azienda delle telecomunicazioni o un’utenza energetica assegna le commesse di assistenza, deve garantire volumi congrui e compensi equi, capaci di assicurare contratti stabili e retribuzioni conformi ai contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

La frammentazione degli appalti ha creato per troppi anni una sacca di precariato endemico, trasformando i contact center in ammortizzatori sociali informali privi di prospettiva. Superare questo modello distorto è l’unica garanzia per impedire che vertenze simili a quella di CallMat si ripresentino ciclicamente a ogni scadenza contrattuale, gettando nello sconforto centinaia di famiglie incolpevoli.

La determinazione dell’UGL: «Non chiediamo promesse ma garanzie stabili»

La determinazione del sindacato a difesa del presidio materano è totale: l’UGL non intende accettare soluzioni transitorie che rimandino il problema di qualche mese senza risolverlo alla radice. «La nostra posizione è limpida e non negoziabile – ribadisce con forza Stefano Conti –: non chiediamo promesse verbali, ma pretendiamo garanzie concrete ed esigibili. Non vogliamo gestire la crisi mese dopo mese rincorrendo l’ennesima cassa integrazione in deroga; vogliamo superarla definitivamente attraverso un progetto di sviluppo vero».

«TIM e le istituzioni nazionali e regionali – incalza il dirigente sindacale – devono concorrere in modo compatto a costruire una prospettiva certa e duratura per CallMat. Dietro quei 350 posti di lavoro non ci sono numeri o statistiche da bilancio, ma ci sono competenze professionali maturate in anni di attività, dignità operosa e centinaia di famiglie lucane che meritano rispetto e risposte immediate. Tutti i posti di lavoro devono essere salvaguardati fino all’ultimo dipendente e il sito produttivo di Matera deve conservare la propria centralità industriale».

La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori di CallMat proseguirà dunque con fermezza, in attesa che il tavolo ministeriale convocato al MIMIT traduca le intenzioni manifestate da TIM in precisi accordi vincolanti. La difesa del lavoro nel Mezzogiorno passa dalla capacità di tutelare presidi avanzati come quello di Matera, evitando che la transizione digitale si trasformi nell’ennesima occasione di impoverimento per il Sud. L’UGL ha già fatto sapere che non arretrerà di un millimetro fino a quando non saranno siglate garanzie definitive su volumi, orari e stabilità occupazionale per tutti i dipendenti coinvolti.

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