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Economia

Caro carburanti, Eni blocca i prezzi: benzina a 1,99 e diesel a 2,19 euro per un mese

La folle corsa del caro carburanti subisce una storica e inaspettata battuta d’arresto grazie all’intervento del privato. Eni ha ufficialmente annunciato l’introduzione di un clamoroso “price cap” (tetto massimo di prezzo) su tutte le pompe di benzina della rete Enilive a partire dal 28 settembre: per i prossimi 30 giorni (con possibile proroga fino a fine anno), la benzina verde non costerà più di 1,99 euro al litro, mentre il diesel si fermerà a un tetto di 2,19 euro. Uno sconto massiccio di ben 17 centesimi rispetto alla media disastrosa attuale (arrivata oggi a sfiorare i 2,42 euro in autostrada). Plaude l’Unione Nazionale Consumatori (UNC), con il presidente Dona che non risparmia però critiche durissime al Governo: “Siamo contenti che società private facciano più di quanto faccia la politica, da mesi colpevolmente immobile davanti ai prezzi stratosferici”. Eni ha motivato la coraggiosa scelta come “un contributo di solidarietà al Paese” in un momento di crisi geopolitica globale che ha fatto crollare l’offerta di prodotti raffinati in Europa. Scopri da quando parte lo sconto e come usufruirne👇

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Eni

Roma – La spirale inflattiva che sta letteralmente travolgendo il bilancio delle famiglie italiane e l’operatività quotidiana delle piccole e medie imprese ha finalmente trovato, forse per la prima volta dall’inizio dell’anno, un inaspettato e concreto argine privato. In un momento di estrema e acuta tensione sociale ed economica, dominato dal caro carburanti che continua inesorabilmente a colpire e svuotare le tasche di milioni di automobilisti, il colosso energetico nazionale Eni ha deciso di rompere gli indugi e scendere direttamente in campo con una mossa commerciale e politica senza precedenti. L’azienda del cane a sei zampe ha infatti annunciato ufficialmente e a sorpresa di aver fissato un rigoroso tetto massimo insuperabile al prezzo di vendita al dettaglio sia per il diesel che per la tradizionale benzina verde. A ufficializzare questa drastica e attesissima manovra di contenimento dei costi è stata la stessa dirigenza di Eni attraverso la diramazione di un dettagliato comunicato stampa, all’interno del quale si fa chiaramente sapere di aver deciso di fissare «un limite massimo (il cosiddetto price cap) al prezzo finale dei carburanti commercializzati dalla rete Enilive, che sarà pari a un tetto di 2,19 euro al litro per il gasolio e a 1,99 euro al litro per la benzina». Si tratta di una sforbiciata importantissima per le tasche dei guidatori, che si traduce in un risparmio netto di circa 17 centesimi in meno rispetto ai drammatici livelli medi attuali registrati sulla rete stradale ordinaria italiana.

Il price cap sulle pompe Enilive: durata, sconti e andamento del mercato

Questa aggressiva e benvenuta politica di calmieramento dei listini non sarà ovviamente eterna, ma è stata accuratamente calibrata sui delicatissimi equilibri finanziari dell’azienda e sulle turbolenze della borsa.
«L’applicazione del price cap sulle pompe è strettamente correlata al mantenimento dell’agevolazione fiscale statale sulle accise attualmente in vigore, e sarà applicato materialmente in tutti i distributori aderenti a partire dal prossimo 28 settembre», si legge nella nota aziendale diramata da Eni. L’azienda ha inoltre specificato che l’iniziativa commerciale avrà una durata iniziale garantita e blindata di 30 giorni esatti, ma ha lasciato strategicamente la porta aperta a una «concreta possibilità di estensione della misura calmierante fino alla fine del corrente anno, ma sempre in stretta funzione e in stretta dipendenza dall’imprevedibile andamento del mercato internazionale e della stabilità delle difficili catene degli approvvigionamenti di greggio».
Per comprendere appieno la portata vitale di questo massiccio sconto applicato dal colosso dell’energia, basta analizzare con occhio clinico i dati drammatici e spietati rilevati e certificati quotidianamente dall’autorevole Osservatorio sui prezzi dei carburanti gestito dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Attualmente, infatti, il prezzo medio dei carburanti erogati in modalità ‘self service’ lungo l’intera rete stradale nazionale ordinaria è tragicamente salito, assestandosi a quota 2,154 euro al litro per la benzina e all’esorbitante cifra di 2,338 euro al litro per il più pesante gasolio, mantenendo gli stessi irragionevoli livelli di ieri. La situazione diventa addirittura insostenibile se si osserva la rete autostradale italiana (già gravata dai costi dei pedaggi): qui il prezzo medio self service è schizzato a 2,247 euro al litro per la benzina (in ulteriore e preoccupante lieve rialzo giornaliero rispetto ai 2,245 euro di ieri) e alla cifra monstre di 2,421 euro al litro per il gasolio (in crescita dai 2,419 del giorno precedente). A peggiorare drasticamente un quadro già tinteggiato a tinte fosche, contribuisce la fine imminente degli aiuti di Stato: l’attuale sconto in vigore sul taglio delle accise del diesel, che oggi è pari (comprensivo dell’Iva applicata) a 12,2 centesimi di euro al litro, subirà infatti una netta dimezzata a partire da domani e fino al 5 ottobre, calando drasticamente a soli 6,1 centesimi di sconto reale per l’utente finale.

Il plauso dei consumatori (UNC) e la dura critica all’immobilismo del Governo

L’azione forte e decisa intrapresa dalla dirigenza di Eni ha immediatamente scatenato un’ondata di reazioni estremamente positive da parte di tutte le principali associazioni di categoria a tutela dei diritti dei cittadini, che da mesi lottano strenuamente contro il caro vita.
«Si tratta senza ombra di dubbio di un’ottima, insperata e bellissima notizia. Come associazione non possiamo che esprimere pubblicamente il nostro totale e incondizionato consenso, unito a un forte e doveroso plauso per questa coraggiosa iniziativa di Eni volta a mettere finalmente un tetto massimo artificiale al prezzo fuori controllo dei carburanti», ha dichiarato a caldo Massimiliano Dona, attivissimo e combattivo presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC). Dona, profondo conoscitore delle dinamiche del mercato energetico, non si nasconde dietro a un dito e affronta apertamente anche i possibili retropensieri e i calcoli politici che potrebbero celarsi dietro a questa enorme mossa di marketing strategico: «Certo, da analisti del mercato è assolutamente possibile ipotizzare che questa clamorosa mossa commerciale da parte di un colosso dell’energia miri anche, in maniera indiretta, a voler cercare di smorzare i toni accesi della politica e a ridurre considerevolmente le crescenti probabilità dell’introduzione di una dura tassazione statale sugli extraprofitti energetici, un’idea fortemente avanzata da molti partiti in questi difficili mesi; ma onestamente, davanti a un risparmio reale per le famiglie alla pompa di benzina, la motivazione di fondo ha francamente pochissima importanza pratica».
La soddisfazione per l’intervento provvidenziale del privato si trasforma però ben presto in un durissimo, affilato e inequivocabile atto di accusa politico rivolto direttamente e senza filtri contro l’esecutivo. «A fronte dell’evidente, imbarazzante e colpevole immobilismo di questo Governo in carica, un esecutivo che nei fatti fa sempre meno per arginare e combattere il caro carburante mentre, parallelamente, i prezzi sui tabelloni stradali salgono sempre di più stracciando e superando ogni precedente primato storico, non possiamo che essere amaramente contenti che, alla fine, siano le società private quotate in Borsa a fare nei fatti molto di più di quanto non riesca a fare la politica per i propri cittadini», incalza Dona. Il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori conclude infine il suo lucido intervento con un prezioso, utile e pratico vademecum operativo rivolto a tutti i guidatori in cerca del miglior risparmio quotidiano: «Naturalmente i consumatori più accorti e intelligenti dovranno sempre e costantemente continuare a confrontare i prezzi utilizzando i dati ufficiali pubblicati sull’Osservaprezzi carburanti del Mimit, prestando sempre la massima attenzione ai prezzi effettivamente esposti sui cartelli luminosi su strada, e assicurandosi scrupolosamente che si tratti effettivamente di una stazione di servizio battente l’insegna aggiornata Enilive per avere la certezza assoluta dello sconto».

Le ragioni di Eni: tra solidarietà sociale, geopolitica asiatica e le bioraffinerie

La decisione aziendale di intervenire pesantemente sulle dinamiche economiche non è stata presa alla leggera, ma si basa su un’attenta analisi di un mercato petrolifero globale sempre più drogato dalle innumerevoli e sovrapposte crisi internazionali.
La nota ufficiale diramata dall’ufficio stampa di Eni si premura infatti di contestualizzare le scelte finanziarie e di delineare il cupo quadro globale che ha generato l’attuale folle aumento dei costi dell’energia in tutto l’Occidente. «La drammatica e preoccupante contrazione globale dell’offerta di prodotti raffinati sul mercato internazionale, una penuria strutturale che deriva in gran parte dall’inasprimento delle sanguinose crisi geopolitiche attualmente in corso nel mondo, fortemente associata alla gravissima e miope carenza di capacità di raffinazione a livello dell’intero continente europeo (abbiamo assistito inermi a quasi 30 grandi raffinerie chiuse definitivamente negli ultimi 15 anni per motivazioni industriali o ambientali), ha fatalmente ed inevitabilmente portato i prezzi finali dei carburanti a toccare livelli estremamente onerosi, insostenibili e punitivi per i bilanci delle famiglie lavoratrici e per l’operatività e la competitività delle aziende italiane», scrive nero su bianco la direzione della società energetica.
È proprio all’interno di questo delicatissimo, fragile e infiammabile contesto macroeconomico e sociale che si inserisce l’intervento “solidale” del gruppo, che ha deciso di rinunciare a una fetta dei propri margini per sostenere il Paese. «In questo difficile contesto storico ed economico», prosegue incalzante e rassicurante la lunga nota ufficiale, «Eni intende responsabilmente dare un forte e nuovo contributo tangibile di solidarietà pratica al Paese Italia, ai consumatori e in particolar modo alla propria fedele clientela. Un’azione forte che va logicamente a unirsi alle innumerevoli e silenziose iniziative calmieranti già intraprese proattivamente dalla Società sin dallo scorso mese di marzo, quando abbiamo deciso di operare attraverso un ribaltamento solo ed esclusivamente in via parziale dell’enorme aumento delle quotazioni petrolifere internazionali sui prezzi finali consigliati presso i propri distributori in franchising, scegliendo di fatto di assorbirne così, all’interno del proprio bilancio aziendale, una parte davvero significativa».
A margine della questione squisitamente economica legata al calmieramento del prezzo alla pompa del distributore, Eni ha voluto intelligentemente ribadire il proprio ruolo centrale di motore trainante dell’economia green del Paese, ricordando l’impegno costante nella transizione ecologica ed energetica del settore dei trasporti italiani. «Eni è oggi fortemente e orgogliosamente impegnata nella gestione diretta e nell’innovazione tecnologica delle grandi e moderne bioraffinerie realizzate con successo nei poli di Venezia e di Gela», conclude infatti strategicamente la nota aziendale, «nonché nell’ambizioso sviluppo industriale e nella totale trasformazione ecologica del polo di Livorno e di molti altri siti produttivi strategici sparsi sul territorio nazionale, salvaguardando strenuamente l’occupazione locale di migliaia di addetti e l’integrità dell’ambiente circostante. Stiamo investendo enormi capitali privati e altamente significativi nel territorio italiano, preservando una preziosissima capacità di raffinazione nazionale (per di più incentrata stabilmente sulla produzione di carburanti in prodotti totalmente sostenibili e a basso impatto), una capacità industriale e chimica vitale che, se non avessimo agito tempestivamente, sarebbe irrimediabilmente e tragicamente mancata all’intero mercato energetico, rendendoci ancora più dipendenti dall’estero».

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Economia

Caro carburanti in Sicilia e Sardegna, l’allarme di Bevacqua: “L’insularità non può essere una tassa”

Il costo del carburante sta strangolando l’economia delle isole italiane. L’allarme è stato lanciato ufficialmente da Francesco Bevacqua, Consigliere Nazionale con delega per le Isole di Confederazione Imprese Italia. In Sicilia e in Sardegna, così come nelle isole minori come Ischia, il caro gasolio non penalizza solo l’automobilista, ma distrugge il potere d’acquisto delle famiglie, paralizza le consegne e frena la competitività di artigiani e imprese locali. Al centro del mirino c’è la nuova e discussa legge di bilancio 2026, che ha innalzato le accise sul diesel “riallineandole” alla benzina, ignorando però il devastante impatto economico su chi usa il gasolio per lavorare. I timidi “sconti in accisa” approvati in corsa dal Governo rappresentano solo un pannicello caldo temporaneo, destinato a scadere inesorabilmente il 5 ottobre. Dopo quella data, cosa accadrà al prezzo dei trasporti verso le isole? Confederazione Imprese Italia chiede interventi strutturali e rimborsi mirati: “L’insularità è una splendida condizione geografica, non può e non deve mai diventare uno svantaggio economico permanente o una tassa occulta”. Leggi l’approfondimento completo sull’emergenza trasporti👇

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Bevacqua

Roma – La gravosa e irrisolta questione del caro carburanti continua imperterrita ad abbattersi come una vera e propria scure invisibile sull’economia italiana, ma è nei territori maggiormente isolati e logisticamente complessi della penisola che i suoi effetti nefasti si trasformano in un dramma sociale e aziendale quotidiano. In Sicilia e in Sardegna, le due grandi isole maggiori del nostro Paese, il costo del gasolio e della benzina non rappresenta semplicemente e banalmente la spesa per riempire il serbatoio dell’auto familiare. Si tratta, al contrario, di una tassa occulta e pesantissima che grava inesorabilmente su ogni singolo spostamento, che penalizza le consegne delle merci, che strozza i servizi essenziali e che intacca quotidianamente i bilanci del lavoro delle piccole e medie imprese. Il costo esorbitante del pieno alla pompa non si ferma affatto alla stazione di servizio: esso entra prepotentemente nei delicati bilanci delle attività commerciali, si riflette a cascata sui prezzi finali dei beni di prima necessità e, in ultima e fatale analisi, riduce drasticamente e drammaticamente il potere d’acquisto delle famiglie, già duramente provate dall’inflazione generale. A lanciare questo forte e disperato grido d’allarme è la Confederazione Imprese Italia, attraverso la voce autorevole dei suoi rappresentanti istituzionali.
«Per le nostre splendide ma fragili isole, il carburante è e rimane una voce di spesa assolutamente essenziale e incomprimibile», osserva con grande preoccupazione e lucidità analitica Francesco Bevacqua, stimato Consigliere Nazionale di Confederazione Imprese Italia con specifica delega per le Isole. «Quando aumenta in maniera spropositata il costo logistico del trasporto su gomma o via mare, a risentirne pesantemente sono l’impresa che deve ricevere le merci dal continente, il piccolo artigiano locale che deve raggiungere un cliente per una riparazione urgente, e la famiglia monoreddito che dipende quasi esclusivamente dall’uso dell’auto privata per andare a lavorare o per accedere a servizi fondamentali come ospedali e scuole. Questo spaventoso impatto socio-economico va valutato attentamente, tenendo sempre conto delle particolari e svantaggiate condizioni geografiche dei territori insulari».

Il riallineamento delle accise nel 2026 e l’incognita dei mesi invernali

Ad aggravare una situazione già di per sé precaria e tesa, è intervenuto un fondamentale dato normativo e fiscale inserito nell’ultima e discussa legge di bilancio 2026, un dettaglio tecnico che merita assolutamente di essere ricordato e analizzato con estrema precisione.
A partire dal 1° gennaio, infatti, l’accisa statale sul gasolio impiegato come carburante per autotrazione è stata ufficialmente aumentata di ben 4,05 centesimi al litro; parallelamente e nello stesso momento, l’accisa sulla benzina verde è stata ridotta della medesima e speculare misura. Nelle aule parlamentari, questa delicata manovra fiscale è stata tecnicamente definita come un semplice “riallineamento delle due aliquote” ambientali, ma la cruda realtà dei fatti è che i suoi effetti pratici non sono affatto uguali per tutti i settori produttivi. Per le innumerevoli e vitali attività commerciali, per i corrieri, per i padroncini e per gli autotrasportatori che utilizzano massicciamente e quotidianamente il diesel per lavorare, questa infelice scelta fiscale governativa si aggiunge drammaticamente alle innumerevoli altre pressioni inflattive sui costi aziendali. Sul prezzo finale che il cittadino o l’imprenditore si ritrova a dover sborsare alla cassa, pesa infatti una componente fiscale a dir poco opprimente e mastodontica. La legge di bilancio ha rigidamente fissato l’accisa ordinaria e standard sul gasolio a 672,90 euro per ogni mille litri, un dato mostruoso che equivale a ben 67,29 centesimi di tasse su ogni singolo litro erogato. I successivi, palliativi e tardivi interventi temporanei varati in corsa dall’esecutivo l’hanno rideterminata al ribasso, ma solo per finestre di tempo limitatissime: 57,29 centesimi al litro dal 18 al 25 settembre, per poi risalire immediatamente a 62,29 centesimi dal 26 settembre fino alla tanto temuta scadenza del 5 ottobre. A queste somme fisse, peraltro, si deve aggiungere la famigerata applicazione dell’IVA al 22%, una vera e propria e odiata “tassa sulle tasse”, calcolata ingiustamente sul prezzo del carburante già comprensivo dell’accisa stessa. Per dare un’idea chiara e lampante della misura dell’incidenza fiscale: su un prezzo puramente esemplificativo fissato a 1,70 euro al litro, la somma mostruosa di accisa e IVA ammonterebbe complessivamente a circa 88 o 93 centesimi al litro durante i due periodi appena indicati. Un autentico salasso economico che drena liquidità reale dal tessuto produttivo.

L’appello al Governo: servono risposte chiare dopo il 5 ottobre

Di fronte a questo quadro a tinte fosche, fatto di rincari continui, scadenze brevi e tasse opprimenti, la pazienza del tessuto imprenditoriale isolano è giunta ormai fisiologicamente al limite della sopportazione.
«Il Governo centrale di Roma non può assolutamente limitarsi a guardare freddamente il saldo complessivo e numerico dell’operazione contabile», prosegue incalzante e deciso Bevacqua nella sua accorata analisi. «L’esecutivo deve iniziare a chiedersi seriamente chi sia il soggetto che sostiene materialmente questo vertiginoso aumento del gasolio e quali devastanti conseguenze a catena esso produca lungo tutta la delicata filiera produttiva, alimentare e distributiva. In terre come la Sicilia e la Sardegna, dove la lontananza geografica dai mercati principali e il costo del trasporto marittimo incidono già in maniera brutale e inesorabile sulla competitività globale delle nostre aziende, questa domanda diventa ancora più pressante, vitale e urgente. Occorre rendere finalmente trasparente il reale e soffocante peso della fiscalità sui carburanti e valutare immediatamente l’introduzione di misure mirate e specifiche a favore dei territori maggiormente penalizzati dallo Stato».
Gli attuali, modesti e frammentari interventi temporanei sulle accise, comunemente noti come “sconti in accisa”, possono senza dubbio offrire un minimo e momentaneo sollievo psicologico ed economico al momento del rifornimento, ma hanno il gravissimo difetto di non dare assolutamente alle imprese e ai piccoli imprenditori quella sacrosanta certezza e quella stabilità fiscale necessaria per poter programmare con fiducia i prezzi di listino, pianificare le consegne future e, soprattutto, azzardare nuovi investimenti aziendali. La minuscola e temporanea riduzione attualmente prevista per il costo del gasolio subirà un primo mutamento il 26 settembre e terminerà inesorabilmente e definitivamente il prossimo 5 ottobre. La domanda che angoscia migliaia di famiglie è una sola: che cosa accadrà dopo quella fatidica data? I prezzi torneranno a volare indisturbati verso soglie critiche? La Confederazione Imprese Italia chiede a gran voce, e con assoluta fermezza istituzionale, una risposta politica chiara, celere e definitiva, accompagnata dall’attuazione pratica di misure strutturali, durature e realmente capaci di considerare l’impatto reale che il prezzo dei carburanti esercita sulle fragili e isolate economie insulari e meridionali.

Oltre le isole maggiori: il dramma logistico di Ischia e delle isole minori

L’allarme lanciato con veemenza da Confederazione Imprese Italia non si ferma, ovviamente, ai soli confini marittimi delle due grandi isole maggiori. La spinosa questione dell’insularità e dei costi di trasporto riguarda certamente prima di tutto le enormi popolazioni di Sicilia e Sardegna, ma si estende e coinvolge in maniera ancora più drammatica e asfissiante anche le realtà comunali di Ischia e di tutte le innumerevoli, meravigliose ma logisticamente isolate isole minori sparse lungo le coste italiane (dall’arcipelago toscano alle isole Eolie, fino a Lampedusa).
In questi micro-territori, le oggettive, croniche e storiche difficoltà nei collegamenti navali e negli approvvigionamenti idrici e alimentari rendono in proporzione ancora più mostruosamente evidente e insopportabile il costo economico della distanza dalla terraferma. Rifornire le stazioni di servizio di una piccola isola ha costi esorbitanti che si riversano direttamente sulle tasche di pescatori, albergatori e residenti stanziali tutto l’anno. Occorre quindi, oggi più che mai, che le istituzioni centrali tornino ad ascoltare attentamente e umilmente la voce di chi opera coraggiosamente e investe capitali su questi meravigliosi territori periferici, al fine di costruire e finanziare interventi compensativi che siano finalmente stabili, strutturali e verificabili nei loro reali effetti positivi su imprese e famiglie.
«L’insularità, riconosciuta recentemente anche all’interno della nostra preziosa Costituzione», conclude perentoriamente e magistralmente Francesco Bevacqua, «è unicamente un dato di fatto, una precisa e bellissima condizione geografica. Tuttavia, in uno Stato moderno e giusto, essa non può e non deve mai più trasformarsi in una tassa occulta e in uno svantaggio economico permanente per i suoi fieri cittadini». Il dado istituzionale è tratto, ora spetta alla politica romana fornire le adeguate, attese e urgenti risposte finanziarie prima che la scadenza del 5 ottobre sancisca un nuovo e insostenibile salasso ai distributori del Meridione.

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Economia

Imprese e reputazione, l’allarme dei manager: solo una su dieci ha un budget dedicato

La reputazione di un’azienda vale più del suo fatturato, ma in Italia è gestita in modo allarmante e superficiale! È quanto emerge dalla preoccupante e dettagliatissima ricerca condotta da Astra Ricerca per Manageritalia su oltre 1.100 dirigenti d’impresa. Nonostante l’80,5% dei manager sia perfettamente consapevole che una buona nomea fidelizza i clienti e attrae i migliori talenti sul mercato, la pratica aziendale è disastrosa: solo l’11,3% delle imprese possiede una funzione interna e un budget specifico dedicato alla gestione della reputazione. Il 45,6% dei dirigenti, addirittura, ammette di non aver mai visto una procedura scritta per gestire una crisi mediatica! “Nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, delle fake news e della disinformazione, occuparsi dell’immagine aziendale soltanto quando arriva un problema significa essere già in colpevole ritardo. Si distrugge così il valore per gli azionisti”, ha avvertito Tommaso Saso (presidente di Manageritalia Lazio) durante il summit a Roma. Curiosi di leggere i dati sorprendenti emersi sul territorio laziale? Trovate tutti i numeri nel nostro articolo completo 👇

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Platea e tavola rotonda

Roma – Nel mercato globale e iperconnesso di oggi, la percezione pubblica di un marchio vale spesso molto di più dei suoi stessi beni materiali. La reputazione, infatti, è unanimemente considerata come uno degli asset strategici e intangibili più importanti in assoluto per la sopravvivenza di un’impresa: costruisce la sacrosanta fiducia dei consumatori, rafforza e blinda le relazioni commerciali con i clienti e con i vari stakeholder, attrae magneticamente i migliori talenti sul mercato del lavoro e contribuisce in maniera determinante alla competitività aziendale.
Eppure, nonostante queste granitiche certezze teoriche, si assiste oggi a un paradosso manageriale gravissimo. Proprio nel momento storico di massima vulnerabilità mediatica, in cui l’avvento inarrestabile dell’intelligenza artificiale generativa, la piaga delle fake news e la viralità tossica dei social media moltiplicano a dismisura i rischi di danni d’immagine, moltissime aziende italiane continuano testardamente a gestire la propria preziosissima reputazione in maniera amatoriale, operando totalmente alla cieca, senza l’ombra di strutture dedicate, senza procedure scritte di emergenza e, soprattutto, senza stanziare risorse economiche adeguate per la prevenzione. È questo, in estrema sintesi, il quadro a tinte foschissime che emerge in maniera inequivocabile dalla recentissima e approfondita ricerca condotta dalla prestigiosa società Astra Ricerca per conto di Manageritalia. L’indagine, che ha coinvolto un campione altamente rappresentativo di oltre 1.100 dirigenti d’impresa operanti sul territorio nazionale, è stata presentata e discussa pubblicamente a Roma, presso gli eleganti spazi romani di Cfmt, in occasione dell’attesissimo incontro tematico intitolato emblematicamente “Il fattore reputazionale. Gestire il rischio, guidare la fiducia nell’epoca dell’AI”.

La distanza abissale tra consapevolezza e organizzazione aziendale

A fare gli onori di casa e ad aprire formalmente e istituzionalmente i lavori congressuali è stato Tommaso Saso, presidente di Manageritalia Lazio, il quale ha snocciolato alla platea i principali e preoccupanti risultati dell’indagine statistica nazionale.
«La reputazione aziendale non riguarda più, come si credeva erroneamente in passato, soltanto il limitato campo della comunicazione esterna, ma è ormai diventata a tutti gli effetti un fattore vitale di competitività economica e un pilastro fondamentale per la gestione del rischio d’impresa», ha spiegato Saso dal podio. «I manager italiani odierni ne riconoscono apertamente e teoricamente il grandissimo valore finanziario, ma purtroppo nei fatti resta ancora una distanza troppo, troppo ampia tra la semplice consapevolezza intellettuale del problema e la reale organizzazione aziendale. Nell’epoca insidiosa dell’Intelligenza Artificiale e della disinformazione pilotata», ha ammonito e concluso il presidente, «occuparsene frettolosamente e in maniera posticcia soltanto quando esplode materialmente una crisi mediatica, significa essere già irrimediabilmente in ritardo. La fiducia dei consumatori si costruisce metodicamente molto tempo prima, con comportamenti etici e coerenti, grande capacità di ascolto, competenze trasversali, relazioni solide e l’impiego di strategie professionali di comunicazione e Public Relations (PR). Una solida reputazione richiede anni e anni di duro lavoro per essere costruita, ma nel mondo digitale di oggi può essere messa seriamente in discussione e distrutta nel volgere di pochissime ore».

Numeri impietosi: la mancanza cronica di budget e le differenze con il marketing

Le parole del presidente trovano un severo e drammatico riscontro nei numeri crudi estratti dal rapporto di Astra Ricerca.
È proprio sul delicatissimo e cruciale passaggio dalla teoria organizzativa alla pratica operativa che emergono in superficie le criticità più grandi e allarmanti del nostro tessuto industriale. Soltanto uno scarsissimo 11,3% delle aziende italiane intervistate dichiara di disporre contemporaneamente di una specifica funzione aziendale interna dedicata unicamente alla reputazione e, cosa ancor più rara, di un budget finanziario ad hoc. Nel 42,2% dei casi, invece, la tutela dell’immagine viene considerata a chiacchiere come una “priorità”, ma nei fatti è totalmente priva di una struttura dipartimentale e di risorse economiche investite. Ma il dato forse più inquietante riguarda la preparazione alle emergenze: il 45,6% dei dirigenti intervistati ha candidamente ammesso di non aver mai incontrato, né letto, delle precise procedure scritte per la gestione delle crisi reputazionali all’interno delle aziende in cui ha lavorato nel corso degli anni. A rincarare la dose concettuale ci ha pensato Luca Poma, stimatissimo professore di Reputation Management all’Università LUMSA di Roma e massimo esperto in Italia: «Il vero e grave problema di fondo è che i grandi brand confondono ancora infantilmente la “reputazione” con la semplice “immagine”. Molti dirigenti sono fermamente convinti che, per costruire una buona nomea, basti banalmente lanciare un brillante spot pubblicitario (ADV) o affidarsi a un’efficace e costosa campagna di influencer marketing, senza capire che la reputazione è un bene intangibile immensamente più complesso. Il problema è prettamente culturale: si preferisce intervenire in totale emergenza qualora capiti qualcosa di brutto, finendo sistematicamente per distruggere enormi quote di valore economico per gli azionisti».

Il valore dell’etica e il focus sul Lazio: la paura dei contenziosi legali

Ma cosa determina realmente la buona nomea di un’azienda agli occhi del management del settore terziario? La risposta è sorprendente: la condotta morale. La stretta coerenza tra ciò che un’impresa dichiara pubblicamente e ciò che fa realmente sul campo è balzata saldamente al primo posto delle priorità (con un roboante 71,9% delle indicazioni manageriali), seguita a ruota dall’equo e umano trattamento dei propri dipendenti e dal buon clima interno agli uffici (58,4%).
Il valore puramente economico di questa nomea è indiscusso: per l’80,5% dei manager interpellati, una buona reputazione ha un fortissimo e immediato impatto sulla fiducia e sulla preziosissima fidelizzazione dei clienti, e per ben il 78,4% è un fattore assolutamente indispensabile per riuscire ad attrarre i migliori talenti sul mercato del lavoro (fungendo da vera e propria licenza a operare). La ricerca ha poi dedicato un interessante e specifico approfondimento statistico (un Focus) sulle aziende della regione Lazio. I dati emersi mostrano delle peculiarità territoriali molto interessanti: i dirigenti laziali guardano molto più dei loro colleghi settentrionali al peso delle istituzioni pubbliche (indicate come stakeholder rilevanti dal 42,0% dei romani, contro una debole media nazionale del 33,1%). Le aziende del Lazio vantano anche una maggiore e più diretta esposizione storica al fenomeno: ben il 44,2% dei manager locali ha vissuto in trincea almeno una violenta crisi reputazionale nella propria azienda. Proprio a causa di queste pregresse scottature professionali, i dirigenti del Lazio temono oggi molto di più il famigerato “effetto contagio” derivante da scandali esplosi nel proprio settore di competenza (55,1%), ma soprattutto si dichiarano letteralmente terrorizzati dall’eventualità che dei contenziosi legali o fiscali interni possano improvvisamente essere resi di pubblico dominio (62,3% contro una media nazionale del 56,9%). Dai freddi numeri, infine, la giornata di studi è passata alle caldissime e formative esperienze concrete, grazie a una vivace e applauditissima tavola rotonda. Esperti del calibro di Marco Astorri (Founder di Bio-On), Lorenzo Castelli (Managing Director di Alchimia Investments), Giorgia Grandoni (Centro Studi Reputation Management), Carmine Rotondaro (CEO di Philipp Plein e già in Kering) e Fabrizio Sisti (CFO di Romana Diesel Spa), hanno raccontato dal vivo le proprie incredibili case history, dimostrando plasticamente come la sola preparazione preventiva e la qualità delle relazioni tessute nei periodi di “pace” possano davvero fare l’enorme differenza quando la reputazione aziendale si trova drammaticamente sotto il fuoco incrociato dei media e della magistratura.

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Economia

Benzina sempre più cara: l’energia torna a pesare su mercati, imprese e consumatori

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Carburanti

Redazione-  Il caro-carburanti torna a farsi sentire in Italia e rischia di propagarsi lungo tutta la filiera economica. Dai trasporti alla distribuzione, fino ai prezzi dei prodotti sugli scaffali e sui banchi dei mercati, l’aumento del costo dell’energia rappresenta una nuova pressione per famiglie e imprese.

Il prezzo dei carburanti continua a salire. Secondo i dati riportati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, a metà settembre la benzina self service sulla rete stradale ordinaria aveva raggiunto circa 2,10 euro al litro, mentre il gasolio era arrivato a circa 2,21 euro. Un livello nettamente superiore a quello registrato alla fine di febbraio, quando benzina e gasolio si attestavano rispettivamente intorno a 1,67 e 1,72 euro al litro.

Il fenomeno non riguarda soltanto il pieno dell’automobile. L’aumento del petrolio e dei carburanti entra infatti nei costi di trasporto delle merci, della logistica, della produzione agricola e della distribuzione. È proprio questo il possibile effetto a catena che preoccupa maggiormente il sistema economico.

Ogni prodotto che arriva su un banco o sugli scaffali di un negozio ha alle spalle una filiera che utilizza energia e trasporti. Per gli alimentari, in particolare, il percorso può comprendere carburante per i mezzi agricoli, trasporto della materia prima, lavorazione, refrigerazione, stoccaggio e consegna al punto vendita.

L’impatto, tuttavia, non è immediato né uguale per tutti i prodotti. Dipende dalla quantità di trasporto necessaria, dal peso dell’energia sui costi di produzione, dalla distanza tra produttore e consumatore e dalla capacità delle imprese di assorbire temporaneamente gli aumenti.

I dati Istat di agosto mostrano già un quadro nel quale l’energia rappresenta una delle principali spinte inflazionistiche: l’inflazione italiana è salita al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio, mentre i prezzi degli energetici non regolamentati sono aumentati del 17% su base annua. Nello stesso mese, però, il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende alimentari, prodotti per la cura della casa e della persona, è cresciuto dello 0,9%, mostrando una dinamica molto più contenuta.

Questo significa che il trasferimento del caro-energia sui prezzi finali non è automatico e non avviene necessariamente con la stessa intensità in tutti i comparti.

L’aumento del prezzo del petrolio rappresenta anche un fattore di attenzione per i mercati finanziari internazionali.

Quando l’energia diventa più costosa, le imprese devono affrontare maggiori costi di produzione e trasporto. Allo stesso tempo, le famiglie possono avere meno disponibilità economica per altri consumi. Per gli investitori, questo può tradursi in una maggiore attenzione alle prospettive degli utili aziendali e all’andamento dell’inflazione.

Il tema è particolarmente delicato perché un’inflazione alimentata dall’energia può complicare le decisioni delle banche centrali sui tassi d’interesse. Un quadro di prezzi energetici elevati associato a una crescita economica più debole è infatti uno degli scenari che i mercati monitorano con maggiore attenzione. Reuters ha recentemente evidenziato proprio il rischio di una combinazione tra maggiore inflazione e rallentamento della crescita legata all’impennata dei costi energetici.

Per i consumatori, la questione più concreta riguarda la spesa quotidiana.

Un aumento del carburante può incidere soprattutto sui prodotti che devono percorrere lunghe distanze o che richiedono trasporto refrigerato. Frutta e verdura, prodotti ittici, carni, latticini e altri alimenti deperibili possono essere particolarmente sensibili ai costi logistici, anche se il prezzo finale dipende da numerosi altri fattori.

Non è quindi corretto attribuire ogni aumento del prezzo al consumatore esclusivamente alla benzina. Il prezzo finale nasce dall’interazione di molte variabili: produzione, materie prime, manodopera, energia, trasporto, margini commerciali, domanda e offerta.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha istituito incontri della Commissione di allerta rapida proprio per monitorare l’andamento dei mercati energetici e le possibili ricadute sull’inflazione, con particolare attenzione al carrello della spesa e al settore agroalimentare.

Per una famiglia che utilizza quotidianamente l’automobile, il primo effetto è immediatamente visibile nel costo del pieno. Per un’impresa di trasporto, invece, il carburante rappresenta una voce strutturale di costo che può influenzare il prezzo dei servizi e, indirettamente, quello delle merci trasportate.

A questo si aggiunge il possibile effetto psicologico ed economico sui consumi: se una quota maggiore del reddito viene destinata a carburante, energia e beni essenziali, può diminuire quella disponibile per altri acquisti.

Il quadro dei prossimi mesi dipenderà quindi non soltanto dal prezzo della benzina alla pompa, ma soprattutto dalla durata dell’aumento dei costi energetici. Un rialzo temporaneo può essere assorbito più facilmente dalle filiere; un aumento prolungato, invece, può progressivamente trasferirsi sui prezzi e modificare le scelte di imprese e consumatori.Sul fronte italiano, il governo ha previsto un meccanismo di riduzione temporanea delle accise per attenuare l’impatto del caro-carburanti. Secondo quanto riportato da ANSA, la riduzione scende a 12,2 centesimi al litro fino al 25 settembre 2026 e successivamente a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre.

La vera incognita resta però il mercato internazionale dell’energia. Se il petrolio continuerà a mantenersi su livelli elevati, la pressione sui costi potrebbe continuare a propagarsi attraverso trasporti, produzione e distribuzione.

Per il consumatore, dunque, il prezzo esposto sul distributore è soltanto la parte più visibile di una questione molto più ampia: il costo dell’energia può trasformarsi in un costo per l’intera economia, arrivando dai mercati internazionali fino al carrello della spesa quotidiano.

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